Manifesto elettorale marzo 1948

Non abbiamo televisioni compiacenti. Non abbiamo i gladiatori che tenteranno di incasinare il voto a Roma. Non abbiamo il signor Masi e il signor Minzolini e nemmeno li vorremmo per il disgusto che ci suscitano. Non ci mandiamo lettere di minaccia con proiettili e polverine, buone per convincere la gente che ha lo stesso livello intellettuale e morale dei signori che se le spediscono. Non abbiamo la mancanza di scrupoli dei banditi e dei grassatori che sono il motore politico di questi anni. Non abbiamo nemmeno il cardinal Bertone, che blocca i processi contro i pedofili, ma che tira la volata all’abominevole uomo delle prebende.

Abbiamo una sola cosa: il voto. Avere dubbi sull’usarlo è peggio che costruirsi un personale e insensato Aventino: è stare dall’altra parte con i fatti. Poco importa  dove si trovi la mente: vuol dire che il Gps politico non funziona bene, ha un software che non si accorge della nuova viabilità e delle strade interrotte.

Se vogliamo dire basta all’Italia, piccola, corotta, immorale e deprimente di questi anni, non possiamo che usare le armi che abbiamo. Anche il voto può essere uno scandalo contro la lobotomia del Paese, contro le verità dell’uomo di cuoio bulgaro, può essere pisciare fuori del vaso o dentro un nuovo vaso. Pure se ci si deve turare il naso di fronte a nomi di vecchi apparati: perché la loro vittoria sarà al contempo il loro tramonto se li consideriamo dei mezzi e non dei fini. La loro sconfitta sarà invece la vittoria di apparti più famelici e invisibili.

Con un gesto molto tradizionale si può fare qualcosa di rivoluzionario contro la narcosi e appoggiare  quel nuovo Paese che si è intuito l’altra sera con la trasmissione ribelle e “pirata” di Santoro. Non tradiamolo e non tradiamoci.