Il Pdl scivola dal predellino, si scanna nelle segrete stanze e tenta di raggrumarsi in piazza: lo spettacolo è ridicolo e drammatico insieme, annuncia la dissoluzione di un progetto o ancor meglio l’assenza di un progetto. Il Frankenstein berlusconiano dopo due anni di esistenza si mostra per quello che è, un patchwork tenuto insieme dagli affari e garantito all’esterno dal controllo dell’informazione.  Qualcosa che va dal golpismo fascista di La Russa, finalmente chiaro, al liberismo sfrontato e affossatore di diritti di Confindustria, al secessionismo becero e infine al clericalismo bigotto e privo di fede.

Non è un caso che gli inaspettati eventi di questi giorni si siano creati dopo la crisi a cui sono andate incontro le cuciture che tenevano assieme il mostro: i grandi affari delle emergenze controllati da Bertolaso e da altri pochi personaggi, il flusso di cassa che garantiva serenità e costituiva un modello uno stampo per mille situazioni locali.

E che rendeva possibile la politica vacua dei decreti ad personam, ad aziendam, ad televisionem, una sorta di tecnica destinata a dare l’illusione del movimento come nei cartoni animati.

Non appena una delle due facce della medaglia è stata intaccata  anche l’altra si è subito rovinata: la cartamoneta del berlusconismo si è trasformata in spiccioli che tintinnano. Ancora sufficienti a comprare consenso, ma probabilmente non per l’arco di tempo ipotizzato, non abbastanza, speriamo, per rendere il Paese un feudo di pochi.

Così questo aggregato di arti, organi e arti provenienti da corpi differenti, affetto da elefantiasi delle parti basse,  si mostra ora vincibile con tutti i pezzi che tornano ai tic di origine. Ed è davvero singolare che lo si voglia chiamare armata del bene. O forse è solo un evidente errore tipografico: a forza di scrivere “b” come Berlusconi si finisce per dimenticare che esiste anche la “p”.