La Giornata della Memoria?«una forzatura», il «mito dell’Olocausto»? una «risorsa politica» per accrescere «il senso di colpa dell’Occidente», rendendo «intoccabili» gli ebrei. È il “pensiero” si fa per dire di una docente milanese, Barbara Albertoni, balzata alle cronache in questi giorni per esternazioni particolarmente sconcertanti. L’Albertoni che ha continuato fina ad oggi a insegnare indisturbata filosofia e storia (sic!!!) al civico liceo linguistico Manzoni, cura un blog a suo dire di ispirazione “anarchica”, per lo più dedicato alla difesa incondizionata dei negazionisti più noti. Da Faurisson ad Irving, fino al ricercatore della Sapienza, Antonio Caracciolo, altro militante attivo del revisionismo sul web. E solo oggi pare verrà avviata una inchiesta delle autorità didattiche.
Gabriella Carlucci invece è prima firmataria di una proposta che in realtà ha la stessa cifra, obliterare verità e conoscenza escludendo dalle scuole lo studio di testi colpevoli di una lettura storica malvista dal regime.
Ogni tanto scoppiano delle bombette puzzolenti di quelle che una volta piacevano ai ragazzini e oggi ai cretini.
Ma non è cretino il disegno nel tracciare il quale è impegnata questa classe dirigente cui si è dedicato peraltro qualche insospettabile. E che mira a stravolgere la storia e a cancellare la memoria. Lo scopo di quello che è stato definito dagli addetti ai lavori, uso politico della storia, è, mi ripeto ossessivamente, quello di creare un clima di pacificazione artificiale manomettendo la verità, in modo che tutto e il contrario di tutto diventino pericolosamente simmetrici e uguali, male e bene, bianco e nero, giusto e ingiusto. Così tutto può diventare accettabile se non legittimo, come avviene con quasi tutti gli atti e i misfatti quando diventano gesti generalizzati.
Questo disinvolto ricorso alla “confusione” come azione di governo fa della mistificazione uno strumento irrinunciabile di consenso. In qualsiasi sistema sociale, politico, economico individui, imprese ed organizzazioni sono soggetti a derogare a un comportamento efficiente, razionale, ligio alla legge, virtuoso o funzionale. Ogni società apprende a convivere con una certa dose di questo comportamento disfunzionale o scorretto. Ma perché non si autoalimenti favorendo una generale decadenza, il sistema sociale deve saper attingere al suo interno le forze capaci di governare e ricondurre i “trasgressori” sui percorsi della legge e della legge morale.
Il governo della miseria pubblica e morale invece si rafforza ispirando nei cittadini un processo di riconoscimento e mimesi desiderabile: credono che adattandosi o affiliandosi potranno accedere a privilegi, profitti, beni, trattamenti speciali. Dimenticando che la slealtà nei confronti degli altri produce altri tradimenti soprattutto dei diritti e delle aspettative.
Si mestando e rimestando nella storia e nella memoria collettiva si crea un humus favorevole alla chiusura, alla diffidenza e alla disaffezione di valori e principi. La Costituzione diventa un noioso sistema di vincoli lesivi della libera iniziativa, la giustizia un fastidioso complesso di ostacoli allo svolgersi di una esistenza spericolata e dinamica, le forze dell’ordine pedanti persecutori di costumi moderni e gioiosi e il popolo un insieme sgradito di postulanti clientes da zittire con poco pane ma con parecchi circenses.
E allora è preferibile sostituire la storia con usi, leggende e tradizioni valligiane, la memoria unitaria di un paese con i malumori di campanile, la democrazia con la pre-politica degli interessi personale, il bene comune con l’ideologia rancorosa dell’egoismo particolare. E il ricordo con l’oblio. Lo stesso che vogliono far scendere anche sui delitti, sulle colpe e sulle responsabilità in una grande sonnolenta amnistia dei crimini e delle coscienze.
Gabriella Carlucci invece è prima firmataria di una proposta che in realtà ha la stessa cifra, obliterare verità e conoscenza escludendo dalle scuole lo studio di testi colpevoli di una lettura storica malvista dal regime.
Ogni tanto scoppiano delle bombette puzzolenti di quelle che una volta piacevano ai ragazzini e oggi ai cretini.
Ma non è cretino il disegno nel tracciare il quale è impegnata questa classe dirigente cui si è dedicato peraltro qualche insospettabile. E che mira a stravolgere la storia e a cancellare la memoria. Lo scopo di quello che è stato definito dagli addetti ai lavori, uso politico della storia, è, mi ripeto ossessivamente, quello di creare un clima di pacificazione artificiale manomettendo la verità, in modo che tutto e il contrario di tutto diventino pericolosamente simmetrici e uguali, male e bene, bianco e nero, giusto e ingiusto. Così tutto può diventare accettabile se non legittimo, come avviene con quasi tutti gli atti e i misfatti quando diventano gesti generalizzati.
Questo disinvolto ricorso alla “confusione” come azione di governo fa della mistificazione uno strumento irrinunciabile di consenso. In qualsiasi sistema sociale, politico, economico individui, imprese ed organizzazioni sono soggetti a derogare a un comportamento efficiente, razionale, ligio alla legge, virtuoso o funzionale. Ogni società apprende a convivere con una certa dose di questo comportamento disfunzionale o scorretto. Ma perché non si autoalimenti favorendo una generale decadenza, il sistema sociale deve saper attingere al suo interno le forze capaci di governare e ricondurre i “trasgressori” sui percorsi della legge e della legge morale.
Il governo della miseria pubblica e morale invece si rafforza ispirando nei cittadini un processo di riconoscimento e mimesi desiderabile: credono che adattandosi o affiliandosi potranno accedere a privilegi, profitti, beni, trattamenti speciali. Dimenticando che la slealtà nei confronti degli altri produce altri tradimenti soprattutto dei diritti e delle aspettative.
Si mestando e rimestando nella storia e nella memoria collettiva si crea un humus favorevole alla chiusura, alla diffidenza e alla disaffezione di valori e principi. La Costituzione diventa un noioso sistema di vincoli lesivi della libera iniziativa, la giustizia un fastidioso complesso di ostacoli allo svolgersi di una esistenza spericolata e dinamica, le forze dell’ordine pedanti persecutori di costumi moderni e gioiosi e il popolo un insieme sgradito di postulanti clientes da zittire con poco pane ma con parecchi circenses.
E allora è preferibile sostituire la storia con usi, leggende e tradizioni valligiane, la memoria unitaria di un paese con i malumori di campanile, la democrazia con la pre-politica degli interessi personale, il bene comune con l’ideologia rancorosa dell’egoismo particolare. E il ricordo con l’oblio. Lo stesso che vogliono far scendere anche sui delitti, sulle colpe e sulle responsabilità in una grande sonnolenta amnistia dei crimini e delle coscienze.


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Due imbecilli al prezzo di uno; intendo i due antisemiti quassù.
“Mi occupo certamente del diritto alla libertà di pensiero e di espressione, anche di quella dei cosiddetti “negazionisti”, termine che ho qualificato come “improprio, denigratorio, diffamatorio, delatorio””
Un conto è il diritto alla libertà di pensiero e di espressione, altro è usare questo diritto come scusa per cercare di far passare dei negozionisti come agnellini che, poveri, dicono solo il vero; o per giustificare i propri conati.
Ma da uno sporco antisemita che ci si può aspettare?
Egregio Signore, giunge alla mia attenzione il suo testo dove trovo citato il mio nome nel seguente virgolettato: «Da Faurisson ad Irving, fino al ricercatore della Sapienza, Antonio Caracciolo, altro militante attivo del revisionismo sul web». Quanto lei scrive è il risultato di una campagna di stampa del medesimo Pasqua, contro il quale ho avviato azione legale. Ai sensi del diritto di rettifica ex art. 8 l. 47/1948 rendo noto ai lettori del suo blog di essere stato assolto con formula piena, in data 13 gennaio 2010, dal Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario nazionale, per inesistenza del fatto di cui in articolo del detto Pasqua apparso sul quotidiana “La Repubblica” del 22 ottobre 2009 e da lei chiaramente ripreso. La mia qualifica professionale è quella di “filosofo del diritto” (IUS 20). Non sono uno “storico”, “revisionista”. Non mi occupo e non mi sono mai occupato professionalente di “campi di concentramento”. Mi occupo certamente del diritto alla libertà di pensiero e di espressione, anche di quella dei cosiddetti “negazionisti”, termine che ho qualificato come “improprio, denigratorio, diffamatorio, delatorio”. Ad ogni buon conto, faccio copia del suo testo, che porterò all’attenzione dei miei legali ovvero del giudice nella causa di risarcimento danni. Esprimo tutta la mia solidarietà alla signora Albertoni, che ritengo si saprà autonomamente tutelare. Quanto al tenore generale delle sue argomentazioni riconosco anche a lei piena libertà di pensiero, ma trovo siffatte argomentazioni di estrema fragilità, inurbane, non meritevoli di discussione, prive di interesse e dignità teorica. Per il resto, la diffido con la presente da ogni attività lesiva nei miei confronti.
In data, 21 aprile 2011
“La sottoscritta Albertoni Barbara, in merito alle affermazioni riferite alla mia persona e per le
quali mi riservo eventuali azioni e,dichiara (ex art.8/1947) quanto
segue:
le opinioni politiche e dottrinali a me attribuite, falsamente
interpretate e costruite dal giornalista Marco Pasqua, rientrano in
ogni caso nell’ambito degli artt. 21 e 33 della Costituzione italiana,
oltre ad essere comprese nella Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo, come pure nell’ambito dell’art. 49 riguardo il mio specifico
diritto alla “critica politica”. Siffatte opinioni, in ogni caso, non
sono mai state oggetto del mio insegnamento, nè della mia attività di
libera cittadina che in privato gestisce un blog, indipendentemente
dalla professione che svolgo. Il mio legale ha già avuto da me mandato
di valutare i presupposti
di idonea azione legale in tutte le sedi ipotizzabili. Al momento,
considerata l’urgenza, respingo fermamente i contenuti del quotidiano
La Repubblica e l’immagine che di me ha inteso dare, da
Simplicissimus chiaramente ripresi, direi con
scarso rigore critico”
in fede
Albertoni Barbara