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Memoria d’occasione

memoria_anziani Anna Lombroso per il Simplicissimus

Grasso che cola se non era diventata una “matinée della memoria”, da sbrigare frettolosamente fino a ora di pranzo, nelle scuole, in tv con “la vita è bella” o con la rapida lettura del fondo del quotidiano, confezionato svogliatamente con qualche copia-incolla.

Era diventata una stanca pratica da spicciare obbligatoriamente anche per chi come me era chiamato per appartenenza e allineamento identitario a officiare la mesta liturgia, ma preferibilmente una volta l’anno, accompagnandola con i necessari distinguo dalle politiche espansionistiche e repressive di un governo indegno, ma non quello italiano, per carità, per assumersi il diritto insieme al dovere di “sentire” l’accaduto come esclusiva di un “popolo” e non come la vergogna di tutti gli orbi, i silenziosi, i complici e i dimentichi. Perché l’importante era collocare il fenomeno come un incidente della storia da considerare irripetibile e il ricordo come celebrazione estemporanea, come esercizio da svolgere entro 24 ore e una volta l’anno, in modo da rimuoverlo rapidamente e senza effetto alcuno.

E infatti il processo per il quale la storia è diventata solo commemorazione si è accompagnato non casualmente alla demolizione della Resistenza e dei suoi valori, fondativi della Costituzione e della Repubblica, addirittura favorita, spesso con aperta strumentalità, da esponenti politici della sinistra, impegnati ad annacquare la memoria della Repubblica Sociale Italiana e a occultarne le responsabilità militari e civili.

Ah però quest’anno tutto è cambiato. Quest’anno c’è un risveglio collettivo che attribuisce alla giornata di oggi un significato di attualità. Non c’è opinionista in tv, sulla stampa e pure sul web, di quelli che militano con il mi piace sul “versaccio” di Bukowski e il gattino ieri, e con il ragazzino annegato con la pagella in tasca oggi, che non veda lo stretto legame tra un olocausto del quale si era ancora costretti di malavoglia a riconoscere la tragica specialità e unicità e lo scempio che si fa ora di gente disperata, spaventata, affamata, assetata che scappa dove nessuno la vuole.

Ma c’è poco da esserne contenti se  di questo ravvedimento, di questa attualizzazione dello scandalo e dell’ignominia sono interpreti e testimonial quelli che avevano coltivato la  damnatio memoriae  contro il loro passato e il loro mandato, e che ha corrisposto sul piano programmatico e culturale, al progressivo spostamento di campo nei territori del neoliberismo.

Così che si agiti la coscienza come il cucchiaino nel caffè istantaneo, accorgendosi una tantum e improvvisamente di quello che accade in questo anno, come nel giorno canonico stabilito dal calendario dell’umanità, per via di un ossesso che si è manifestato appieno adesso ma che è stato tollerato, guardato con indulgenza, vezzeggiato in qualità di fenomeno di folclore e dunque inoffensivo proprio come quelli di Forza Nuova o Casa Pound, ragazzacci esuberanti insomma ma non preoccupanti pronti a passare nelle file della democrazia grazie al nostro esempio di garbata liberalità. O per via di misure indegne cadute dal cielo, si direbbe, inattese e imprevedibili, malgrado ricalchino le orme segnate da precedenti illustri, non solo da quello del 1938, ma da una collana di ignominie, che chiamiamo col nome dei promotori bipartisan: Bossi-Fini, Maroni,  Turco-Napolitano, Minniti, che non si è mai pensato di impugnare né in via parlamentare, nè costituzionale, né referendaria. O per via della recrudescenza coloniale di un Paese contiguo, che aiuta a far dimenticare attitudini e comportamenti paralleli e non solo ai tempi di faccetta nera, Graziani titolare di un mausoleo, di Adua riconquistata, ma pure in quelli di Forte e Boniver e della cooperazione craxiana, di quella postulata da Renzi e Minniti che hanno tracciato il solco dell’aiuto a casa loro, nei loro lager in patria,  dell’Africa agli africani, anche se resta poco dopo le razzie e l’occupazione militare di Eni, di Finmeccanica e   associate   (Alenia Aermacchi, Agusta Westland, Ge Avio, Selex ES, Elettronica, Oto Melara, Intermarine, Piaggio Aero Industries), di Salini-Impregilo, di Rizzani de Eccher, di Cmc , della Trevi o di Enel Green Power, impegnate a far soldi da investire anche nell’export di corruzione e nella protezione di despoti sanguinari.

E chiamiamola giornata del dolce oblio, se quelli che si stracciano le vesti calde nelle calde case per la chiusura del centro di Castelnuovo di Porto, erano serenamente all’insaputa di quello che succedeva là prima della infausta e feroce liquidazione,  in quel blocco di cemento di 12 mila metri quadri, 172 stanze, un campo da calcio, una zona lavanderia e un atrio interno  a poche centinaia di metri dal Tevere in una zona   classificata dall’Autorità di bacino del fiume come area a massimo rischio esondazione,  che accoglieva ben più delle 650  persone “autorizzate” richiedenti  la protezione internazionale dopo l’identificazione, messe là in un posto dimenticato per far dimenticare quella funzione integrativa per la quale sono stati istituiti i Cara. Dove si dormiva, i più fortunati, su un lettuccio, gli altri sul pavimento tra le povere cose rimaste, affidati alla gestione della cooperativa Auxilium dei fratelli Chiorazzo, vincitrice dell’appalto per la gestione dell’immobile e dell’accoglienza che ha incassato dal 2008 al 2017 ben 12.260.735,2 euro, spese emergenziali escluse, dando in cambio a 21,9 euro al dì per ogni ospite (si erano aggiudicati l’appalto per aver fatto l’offerta più bassa i fratelli molto temuti e ammirati da Buzzi e Carminati per la loro intraprendenza e le loro protezioni), vitto indecente, sporcizia, abbandono, cimici un unico lenzuolo per  letto fin dalla “fondazione”, caldo soffocante d’estate senza aerazione e freddo invernale senza riscaldamento.

Perché adesso tutte le ong e le onlus sono buone a fronte della immonda ignavia del governo, della latitanza dello Stato, della vigilanza intermittente dell’Anac che in questo caso dal 2016 controllava senza prendere provvedimenti, quelle di Soros comprese, quelle di Buzzi comprese, quelle che manifestamente coprono alcuni settori della filiera della tratta, quelle sospettate di collateralismo in occasione di manovre Nato, perché adesso quel che conta è fare esercizio di umanità elettorale contro i disumani xenofobi, facendo gestire la carità agli addetti alla compassione, limitando la pietà  agli “altri”, insieme alla speranza di vederli il meno possibile nelle strade a macchiare il decoro, a chiedere l’elemosina, a abbassare il livello di vita di tutti proponendosi come manovalanza a basso prezzo per attività legali e illegali. E delegando il pensiero e la prassi a testimonial speciali, cantanti unti dalla fortuna e dal successo, più che dal talento, sindaci che alternano Daspo urbano a disubbidienze spettacolari e già esaurite, tutti uniti contro la xenofobia che serpeggia scatenata dall’infame all’Interno e che anche quella pare essersi materializzata all’improvviso e inspiegabilmente.

Così ci si può giovare dei pochi cittadini che decidono di ospitare gli immigrati cacciato fuori dai lager amministrativi, così alimentano la leggenda degli italiani brava gente, nipoti dei fascisti di Sant’Anna di Stazzema, dei delatori della concorrenza sleale nel ghetto di Roma, dei togati del Manifesto della razza, dei troppi che sapevano e tacevano, che sapevano e se ne approfittavano, che sapevano e non sapevano fare altro che subire, che sapevano  come sanno oggi quelli pensano che sono troppi, che ritengono che se scappano da dove non c’è la guerra là possono tornare, che suppongono che tra i molti disperati siano troppi quelli che arrivano per delinquere, che si convincono che la soluzione sia qui e consista nell’elemosina e non là con la restituzione del maltolto, con il ripudio dei tiranni nutriti, corrotti e blanditi, e non in alto contro chi ha mosso e muove guerre armate e economiche di sfruttamento.

Ecco se avesse una ragion d’essere la giornata dalla memoria potremmo cominciare dal ricordare la resistenza del Ghetto di Varsavia.

 

 

 

 

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La giornata dei souvenir

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi mi ero ripromessa di prendermi una salutare vacanza dal web, di non farmi tentare da una visita ai social network, in modo da risparmiarmi il rituale quanto perentorio invito rivolto agli italiani di origine ebraica, ancorché atei, agnostici, laici e perfino bestemmiatori,  a differenziarsi fino all’abiura dalle politiche di uno stato straniero e dalle sue colpe, come se il sionismo – e l’adesione morale cieca e acritica ad Israele – fosse l’unica espressione possibile e moderna dell’ebraismo, del riconoscimento in una cultura, fatta di tradizioni,  abitudini,  ricette, canzoni, libri, poesie, musica, barzellette.

Invito particolarmente pressante proprio oggi perché la giornata della memoria pare fatta apposta per suscitare sdegno a orologeria e ad intermittenza in coscienze pigre, dedite all’oblio, inclini a quel “chiamarsi fuori”, a quella pretesa di innocenza favorita da una certa predisposizione all’ipocrisia di comodo, che dovrebbe esimere automaticamente dal prendere le distanze  dalle colpe e dai crimini commessi da noi.

Invito che pari pari viene rivolto a mansueti nativi di religione musulmana, oggi che l’antislamismo non prende il posto, e ci mancherebbe, ma si associa saldamente all’antisemitismo in un ecumenico  razzismo e in una generalizzata xenofobia contro chi è “differente” o pratica il misfatto di non volersi integrare accettando interamente usi, consuetudini, cucina, credo, abiti, idee e valori del pensiero dominante e asse portante della guerra di civiltà, come la disegna Michel Houellebecq, con un “occidente” costretto a scegliere tra Le Pen o l’islamizzazione.

Mi ero prefissata di non farmi affliggere dall’occasione offerta ai più cretini per sciorinare con l’occasione le loro moderne interpretazioni dei Protocolli di Sion, in modo da  addossare ai banchieri ebrei col naso adunco, avari e speculatori per codice genetico,  le responsabilità della crisi, ricordando magari che erano rimasti a casa l’11 settembre, magari per via di quella ossessione  paranoica per i “complotti”,  dall’abate Barruel ai  Savi Anziani di Sion, ai romanzi di Dan Brown, che esime dallo studiare le origine di quello che ci colpisce e dunque dall’agire.

Mi ero proposta di non farmi umiliare dalle forme più innovative di negazionismo, quelle facilitate da una lettura “politica della storia” che incoraggia infami pacificazioni, aberranti indulgenze e perverse assoluzioni che piacciono ai fan delle larghe intese,  quella che si dedica alla contabilità dei morti, alla gerarchia delle responsabilità, quella cui piace pensare che siamo “brava gente” e che usa l’appropriata celebrazione per dimenticare il manifesto della razza, le persecuzioni, l’apartheid, le leggi razziste riproposte con un certo successo nel corso dell’ultimo ventennio, le delazioni, anche quelle sdoganate contro i dipendenti pubblici all’attuale governo, le stragi, le repressioni e le discriminazioni nostrane che oggi siamo pronti a ripetere sul suolo natio e fuori.

Mi ero determinata a non cadere nella trappola di rispondere a vecchi e nuovi revisionismi, che non offendono solo le vittime della shoah, ma tutti gli “oggetti” delle soluzioni finali, perché apre la porta alla discolpa, al ridimensionamento, ai distinguo delle responsabilità degli assassini istituzionali di intere popolazioni, ai macellai coloniali –  alcuni dei quali di puro sangue italico –  di etnie, come ai persecutori di oppositori politici e ai repressori nel sangue di “diversi”, rei di inclinazioni, aspirazioni e costumi non ortodossi e non conformisti. E che sono già pronti a mettersi al servizio di più moderni imperialismi, di sempreverdi sfruttamenti e campagne cruente ai danni di legioni e probabili popolazioni di inferiori  resi tali dalla condizione di  vittime senza speranza di ricatti e sopraffazioni,  candidati schiavi, che se allora il lavoro rendeva liberi, figuriamoci adesso che il lavoro non c’è.

Perché si sa che il negazionismo, esplicito o pudicamente  implicito, della tragedia sofferta dagli amerindi,   dagli afroamericani, dai rom, dai sinti, dagli armeni  è un essenziale elemento costitutivo del mito  occidentale, delle patrie delle  democrazie, che può autoalimentarsi  solo a condizione di considerare irrilevante la sorte riservata alla massa di coloro che per secoli sono stati esclusi, oppressi o annientati dai signori del profitto, dai loro generali e dai loro kapò e soldatini colpevoli di banale e ottusa ubbidienza.

Si, mi ero ripromessa di non esternare una volta di più il mio fastidio per le celebrazioni ufficiali. E non solo perché il “commemorazionismo” diventa retorico e stucchevole fino a generare stanchezza e rigetto. E non solo perché riduce a liturgia la consapevolezza e ad obbligo estemporaneo e occasionale  il ricordo. E non solo perché non  liquida la possibilità che l’orrore si riproponga, visto che malgrado le giornate della memoria, delle donne, dei migranti si ripresenta con orrenda puntualità. E non solo perché ricordare non basta e non assolve. E non solo perché ridurre a rievocazione il male  potrebbe far pensare che  la malvagità sia prerogativa di alcune psicologie particolari e frutto di tempi e condizioni esterne da noi,  prodotto  di predisposizioni naturali, del carattere “perverso” di certi individui,  avvalorando l’idea di una “autoselezione dei malfattori” e che per difendercene basti individuare i “mostri”, giustiziarli e seppellirli fuori di noi.

 

Ma perché   tutto  può succedere di nuovo solo perché è già successo. Perché del male dobbiamo  avere paura ogni giorno, che ogni giorno occorre far sapere agli uomini che non deve mai cessare l’allarme. Perché  non sono l’irrazionalità, i profondi istinti ferini sempre in agguato, le tenebre della follia umana, a rendere  l’Olocausto   l’abisso dell’umanità, e insieme l’avvertenza che l’abisso si può replicare, proprio nella nostra contemporaneità nella quale per modernità  si intende una razionalità al servizio dell’omologazione, della tecnica al servizio del profitto, dell’organizzazione funzionale dello Stato al servizio di poteri di casta, dell’efficienza ingegneristica al servizio della disumanizzazione.   Proprio oggi che  si presentano le  condizioni per una ripresa generalizzata del fascismo e addirittura del nazismo, in Ucraina, in Olanda, in Ungheria, nei Paesi Baltici e così via, con il maquillage delle versioni più morbide e domestiche,   movimenti non solo tollerati, ma sostenuti dall’UE e dagli USA.

E che dire della presenza da noi della Lega Nord, del suo sfoderare la sua fusione operativa  con  Casa Pound,  solo apparentemente folkloristica o estrema. Apparentemente perché è solo il loro manifestarsi ed esprimersi con toni esplicitamente “barbari” che li distingue da un altro fascismo,  più potente e più pericoloso  fatto di ignoranza, incompetenza, corruzione, familismo e clientelismo, di arroganza, di prepotenza, e di sfregio continuo alle regole della democrazia costituzionale,   di condizionamento dei media e di promesse di ulteriori censure,  di aggressione dell’opposizione, di limitazione progressiva fino alla cancellazione di ogni diritto, un fascismo pronto a dismettere il volto sorridente appena si passa dal talkshow e dall’aula alla piazza,

Non basta ricordare il male un giorno e nemmeno  gli altri 364, per impedire che si ripeta. Non basta riconoscerlo nelle facce truci degli assassini.  Ma è già molto guardare quello che alberga in noi, anche quello mediocre dell’ipocrisia, della viltà, dell’indifferenza, dell’abitudine, del disincanto per riaccendere la passione e il coraggio dell’essere uomini.


Il signor Sordifreddi

Odifreddi sul "camino" di Santiago

Odifreddi sul “camino” di Santiago

Il destino inevitabile in questo Paese è di doversi occupare giorno dopo giorno della mediocrità. Quindi anche di Odifreddi, cattolico irrisolto e divulgatore scientifico, ma soprattutto prezzemolo nelle minestre mediatiche che ci vengono fornite dal convento italico. Questa volta in occasione dei funerali di Priebke, ha superato se stesso proponendosi come un laico del negazionismo. Insomma non nega del tutto, naviga nel grigio del dico e non dico a quanto pare senza aver mai approfondito l’argomento, come egli stesso ammette. Sembra vittima di quella strana paresi dell’intelligenza che attribuisce la shoa alle sole camere a gas (leggi qui) e in preda a cognizioni parecchio nebulose e decisamente come dire “volgari” nel suo significato più proprio, cioè in base proprio al sentito dire e ai ragionamenti generici contro cui si scaglia.

Ma l’astutissimo Odifreddi sa che la storia la scrivono i vincitori e dunque costruisce le sue tesi e il suo “metodo” (ha persino il coraggio di chiamarlo così)  su questa base: poiché la storia dopo il 45 l’hanno scritta gli Usa ecco che viene preso dai dubbi. Infatti egli si scaglia contro gli americani per il genocidio del indiani, 18 milioni di morti. Un momento, ma visto che anche questa storia l’hanno scritta gli invasori europei com’è che conosciamo il numero dei morti pellerossa?  Odifreddi non si sofferma su questa aporia del suo ragionamento, né sembra capire che la storia la scrivono i vincitori non significa necessariamente che vengano alterati i dati sui quali convergono troppe fonti, vuol dire che chi prevale afferma i suoi valori e il suo potere: avesse vinto la Germania di certo la Shoa sarebbe stata esaltata come un merito e magari si sarebbe anche forzato il numero verso l’alto.

Ma su questo, il finto laico e cattolico nel torso Odifreddi, pare essere d’accordo: infatti egli tentando di precisare e aggiustare quello che gli è uscito dalla tastiera sembra adontarsi del fatto che solo lo sterminio degli ebrei abbia un ruolo centrale e sia considerato l’ Olocausto per antonomasia. A uno che nelle latebre del proprio cervello, molto matematico come uno dei tanti idiot savant che fuori dai numeri e dalle formulette si rivela decisamente non all’altezza, si sente offeso dal deicidio non dubito che questo sia sconvolgente. Ma se solo riflettesse capirebbe facilmente che i pellerossa non furono sterminati in quanto tali, ma solo perché si voleva strappare loro la terra. E che insomma tra le infinite stragi che si potrebbero enumerare l’Olocausto ha la particolarità di essere il primo ad essere stato perpetato per puro pregiudizio razziale e oltretutto in totale contrasto con gli interessi stessi della Germania. Forse solo l’olocausto degli Armeni in Turchia ha caratteri simili, almeno per quello che conosciamo della storia ben documentata.

Il fatto poi che la Shoa sia servita agli americani, per inaugurare l’epoca della sovranità limitata, non ha alcun serio valore indiziario proprio perché l’operazione doveva avere solide basi per riuscire. Anzi tende a nascondere il cinismo con cui è stato usato l’Olocausto, come si è svenduto il suo monito, per trasformarlo in un banale e degradante giochino di numeri. Cosa che è forse più alla portata umana  e intellettuale di Odifreddi. Fatto sta che oggi se gli ebrei tornano in gran numero in Germania, da Israele, dalla Russia, dagli Usa è forse perché nessuno, nemmeno il più incallito dei revisionisti, nega l’Olocausto e nessun governo può nemmeno sfruttarlo in qualche modo come avviene altrove. E dove, al contrario che da noi, i tuttologi e i laici con le nostalgie metafisiche, non fanno fortuna.


La memoria stravolta

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La Giornata della Memoria?«una forzatura», il «mito dell’Olocausto»? una «risorsa politica» per accrescere «il senso di colpa dell’Occidente», rendendo «intoccabili» gli ebrei. È il “pensiero” si fa per dire di una docente milanese, Barbara Albertoni, balzata alle cronache in questi giorni per esternazioni particolarmente sconcertanti. L’Albertoni che ha continuato fina ad oggi a insegnare indisturbata filosofia e storia (sic!!!) al civico liceo linguistico Manzoni, cura un blog a suo dire di ispirazione “anarchica”, per lo più dedicato alla difesa incondizionata dei negazionisti più noti. Da Faurisson ad Irving, fino al ricercatore della Sapienza, Antonio Caracciolo, altro militante attivo del revisionismo sul web. E solo oggi pare verrà avviata una inchiesta delle autorità didattiche.
Gabriella Carlucci invece è prima firmataria di una proposta che in realtà ha la stessa cifra, obliterare verità e conoscenza escludendo dalle scuole lo studio di testi colpevoli di una lettura storica malvista dal regime.
Ogni tanto scoppiano delle bombette puzzolenti di quelle che una volta piacevano ai ragazzini e oggi ai cretini.
Ma non è cretino il disegno nel tracciare il quale è impegnata questa classe dirigente cui si è dedicato peraltro qualche insospettabile. E che mira a stravolgere la storia e a cancellare la memoria. Lo scopo di quello che è stato definito dagli addetti ai lavori, uso politico della storia, è, mi ripeto ossessivamente, quello di creare un clima di pacificazione artificiale manomettendo la verità, in modo che tutto e il contrario di tutto diventino pericolosamente simmetrici e uguali, male e bene, bianco e nero, giusto e ingiusto. Così tutto può diventare accettabile se non legittimo, come avviene con quasi tutti gli atti e i misfatti quando diventano gesti generalizzati.
Questo disinvolto ricorso alla “confusione” come azione di governo fa della mistificazione uno strumento irrinunciabile di consenso. In qualsiasi sistema sociale, politico, economico individui, imprese ed organizzazioni sono soggetti a derogare a un comportamento efficiente, razionale, ligio alla legge, virtuoso o funzionale. Ogni società apprende a convivere con una certa dose di questo comportamento disfunzionale o scorretto. Ma perché non si autoalimenti favorendo una generale decadenza, il sistema sociale deve saper attingere al suo interno le forze capaci di governare e ricondurre i “trasgressori” sui percorsi della legge e della legge morale.
Il governo della miseria pubblica e morale invece si rafforza ispirando nei cittadini un processo di riconoscimento e mimesi desiderabile: credono che adattandosi o affiliandosi potranno accedere a privilegi, profitti, beni, trattamenti speciali. Dimenticando che la slealtà nei confronti degli altri produce altri tradimenti soprattutto dei diritti e delle aspettative.
Si mestando e rimestando nella storia e nella memoria collettiva si crea un humus favorevole alla chiusura, alla diffidenza e alla disaffezione di valori e principi. La Costituzione diventa un noioso sistema di vincoli lesivi della libera iniziativa, la giustizia un fastidioso complesso di ostacoli allo svolgersi di una esistenza spericolata e dinamica, le forze dell’ordine pedanti persecutori di costumi moderni e gioiosi e il popolo un insieme sgradito di postulanti clientes da zittire con poco pane ma con parecchi circenses.
E allora è preferibile sostituire la storia con usi, leggende e tradizioni valligiane, la memoria unitaria di un paese con i malumori di campanile, la democrazia con la pre-politica degli interessi personale, il bene comune con l’ideologia rancorosa dell’egoismo particolare. E il ricordo con l’oblio. Lo stesso che vogliono far scendere anche sui delitti, sulle colpe e sulle responsabilità in una grande sonnolenta amnistia dei crimini e delle coscienze.

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