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Europa, si salvi chi può

Schermata-2018-03-26-alle-15.11.08Oggi non mi occuperò delle lezioni in Sardegna, perché riflettono esattamente il voto abruzzese, ma soprattutto le stesse parole d’ordine date dall’establishment ai loro informatori, ovvero enfatizzare il calo dei Cinque Stelle e nascondere a tutti i costi il crollo del Pd che è sì il primo partito, ma con il 13 per cento dal 22 che aveva nel 2014. Lascio ad altri questi appassionanti esercizi di rianimazione renziana e mi dedico invece alle cose serie che possono cominciare dai dati presentati dal Wall Street Journal sulla crescita economica globale  nell’ultimo decennio, ovvero a partire dal 2009: Cina + 139%, India + 96%, Usa +34%, zona euro -2 per cento. Benché il Pil sia  una misura generica, meno significativa di quanto non si voglia far credere e ampiamente manipolabile, non c’è alcun dubbio che siamo di fronte a un crollo epocale dovuto alla moneta unica e al modo con cui essa è stata  concepita e gestita. Tutte cose ormai ben note e che lavorano per la rovina comune tanto che uno degli economisti tedeschi più noti e ascoltato nonché principale consigliere del governo di Berlino, Hans Werner Sinn, nell’ottobre scorso aveva ” aperto” per cosi dire all’ipotesi di una possibile uscita dall’euro dello Stivale sostenendo che era necessario inserire una clausola di fuga dalla moneta unica.

A dicembre, di fronte al dato che la competitività italiana si è ridotta del 38% rispetto a quella tedesca dal tempo dell’introduzione dell’euro, è andato molto oltre:  “Non esiste   alcuna economia che possa sopravvivere ad un tal genere di apprezzamento rispetto al suo principale partner commerciale. E’ impossibile, nulla di quanto abbiamo discusso finora può essere la soluzione. Naturalmente la decisione è degli italiani, ma non ci può essere soluzione all’interno dell’area euro. Sono passati 10 anni e la svalutazione necessaria non ha avuto luogo e questo non solo verso la Germania, ma verso tutti i Paesi dell’Eurozona. Abbiamo aspettato dieci anni, dobbiamo aspettarne altri 10?” E poi fa riferimento alla posizione di Paolo Savona che come si ricorderà non divenne ministro dell’economia a causa del veto di Mattarella. Del resto Sinn e il suo gruppo di economisti rammenta che per recuperare competitività rimanendo dentro la moneta unica l’Italia dovrebbe svalutare stipendi e salari del 38 per cento e sopportare un tasso di disoccupazione al 25%, cosa evidentemente impossibile sul piano politico.

Naturalmente l’economista si preoccupa della Germania perché è ovvio che o alcuni Paesi escono oppure l’euro dovrebbe diventare una vera moneta comune dando luogo a massicci trasferimenti verso il Sud ovvero di ciò che è stato lucrato dalla Germania sino ad ora e che è servito all’interno sia ad arricchire i soliti pochi, sia a tamponare una rivolta sociale con la distribuzione  oculata degli avanzi. Come qualche notista ha fatto notare Sinn sostiene che l’Italia deve uscire per non dire che in realtà a questo punto è proprio la Germania a voler fuggire dalla moneta unica. Del resto il fatto stesso che all’interno dell’Unione si stia cercando di trovare una rapporto speciale e geopolitico con la Francia dimostra che ormai non solo l’euro, ma l’Europa è decotta e al suo posto si profila una specie di sistema egemonico.

Ciò che francamente mi stupisce è che il governo attuale, di cui tutto si può dire salvo che sia portatore di europeismo a tutti i costi,  abbia perso l’occasione di meditare su questo invito e raccoglierne la sfida incominciando con l’opporsi ai preannunciati diktat di Bruxelles sul bilancio (dopo essersi ovviamente parato le spalle) cosa che se non altro avrebbe finalmente portato ufficialmente sul tavolo questo tema. Tanto più che esso, insieme all’ambiguità tedesca è ormai tema di commento internazionale e un sociologo della fama di Wolfgang Streeck sostiene che ” In Germania, si cantano lodi alla Europa, ma intanto silenziosamente le strutture della UE vengono usate per  affermare i propri interessi nazionali”. Andiamo dietro a un progetto ampiamente fallito sia sul piano dell’economia, sia sul piano democratico, sia su quello delle relazioni fra stati e popoli che sono l’ ultima ossessione di una sinistra smemorata. Cosa stiamo aspettando? Se lo chiederebbe chiunque non avesse compreso che la moneta unica come testimone e feticcio di un unione dedita all’ordoliberismo, non è uno strumento economico ma politico, come del resto ebbero ad affermare parecchi economisti al tempo di Maastricht. Infatti la vera grande difficoltà a inserire il tema nel dibattito politico è che la razza padrona compresi ovviamente tutti i suoi referenti politici, sa benissimo che un’uscita dall’euro spazzerebbe via in pochissimo tempo tutte le conquiste antisociali e contro il lavoro ottenute in questi anni, mentre la grecizzazione definitiva dell’Italia, cosa peraltro inevitabile e dalle conseguenze molto più gravi di quelle elleniche vista la diversa altezza di caduta, la lascerebbe comunque al posti di comando, anzi ne aumenterebbe il potere in maniera esponenziale.

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Alesina e Gavazzi, la coppia che scoppia sull’euro

imageLa confusione regna sovrana. Anzi per la verità più che di disordine mentale si potrebbe parlare di disaggregazione del pensiero unico messo di fronte alle sue antinomie e ai suoi fallimenti, evidenti, ma tetragonamente negati. Ricordate la coppia diabolica Alesina – Giavazzi che dalle pagine del Corriere della sera è stata per anni aedo e mentore sia delle ricette neo liberiste che dell’austerità e ovviamente dell’euro, compari e guardie del corpo del montismo, spacciando come teoria economica quella che in realtà è una scelta politica in favore della disuguaglianza? Quelli insomma che a partire dalla crisi che ha fatto saltare le illusioni, sono stati anche potenti motori del clima di paura sullo spread e dunque sul ricatto finanziario, nonché Cassandre a chachet dei disastri che avrebbe provocato un abbandono della moneta unica.

Ora però sembrano aver cambiato idea o meglio si preparano a farlo perché in un articolo dedicato alle nefandezze del nuovo governo, in particolare alle intenzioni  di modificare la legge Fornero sulle pensioni e di studiare forme di reddito di cittadinanza, essi sembrano aprire una sorta di via d’uscita dalle loro stesse convinzioni. Infatti essi insistono sul disastro totale che comporterebbe l’adozione di eventuali provvedimenti in tema di spesa pubblica perché esso spaventerebbe i detentori esteri di titoli italiani, sia di stato che privati, portando ad una sorta di Armageddon di vendite e dunque anche di perdita di valore. Tuttavia essi si auto smentiscono quando, dopo aver socchiuso le porte di questo inferno,  sostengono che dopotutto una via d’uscita è possibile: “C’è un modo per sottrarsi al giudizio degli investitori internazionali: ricomprarci i titoli che in passato abbiamo loro venduto. In teoria è possibile. L’Italia ha una posizione finanziaria netta rispetto al resto del mondo sostanzialmente in pareggio, cioè abbiamo tanti debiti quanti sono i crediti che vantiamo. Vendendo le attività estere che possediamo potremmo in teoria ricomprarci tutti i titoli italiani detenuti da investitori esteri. Bisognerebbe nazionalizzare le banche ed espropriare i cittadini obbligandoli a vendere, ad esempio, titoli svizzeri per sostituirli con Btp. Vorrebbe anche dire uscire dal mercato unico europeo e probabilmente dall’euro. Tutto è possibile. Ma se non si ha il coraggio di farlo, allora bisogna fare i conti con gli investitori internazionali“.

Dopo anni e anni di profezie catastrofiche il cambiamento di registro è evidente: non si tratta più di necessità draconiane, di infallibili leggi economiche, di volontà inscalfibile del Leviatano mercatista, ma solo di volontà politica e dunque anche di coraggio. La coppia a suo tempo autrice di un pamphlet intitolato “Il liberismo è di sinistra”, frutto del confusionismo contemporaneo ( si potrebbe anche dire che la sinistra è liberista) nonché  del tentativo di vendere ideologie politiche e sociali acconciate da considerazioni economiche cogenti, adesso sta svicolando all’inglese, senza dare troppo nell’occhio, dalle barricate reazionarie dell’establishment nazionale. Lo fa in maniera discreta al tempo stesso tracotante, lanciando una sorta di guanto di sfida e scommettendo che gli italiani non avranno il coraggio di trovare autonomia e sovranità sotto l’infuriare della narrazione neo liberistae neo catastrofica, talmente pervasiva da scaturire persino da riviste come Le Scienze che con il pretesto di raccontare gli esperimenti di reddito di cittadinanza in Finlandia e Kenya, non ha perso occasione di lanciare più di un ombra sulla fattibilità di queste esperienze.

A prima vista potrebbe sembrare strano questo comportamento dei due, ma esso invece è perfettamente razionale, visto che la moneta unica è oggettivamente fallimentare, così come l’animus delle istituzioni europee determinato da essa a partire dai primissimi anni ’90 e dunque la sua dissoluzione potrebbe avvenire da qualunque parte, anche senza una defezione dell’Italia dai diktat europei, è di vitale importanza salvaguardare per la razza padrona nostrana un’uscita a destra dall’euro, evitando che si facciano riforme che sia pure in maniera timida tentino di recuperare un minimo di logica distributiva del reddito. Infatti il significato di fondo del pezzo è che si possono fare cose prima dichiarate impossibili, ma a detrimento dei ricchi e dunque si presentano sempre come negative. E’ ormai impossibile non prendere questa strada perché quando persino un economista di sistema come Hans Werner Sinn cita Ralf Dahrendorf e le sue profetiche parole “l’unione monetaria è un grave errore, un obiettivo donchisciottesco, imprudente e fuorviante, che non unirà, ma spezzerà l’Europa’“, significa che ormai stiamo arrivando alle svolte decisive.


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