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Sciarada Curda

image_20180728phf9101Qualcuno si è stupito e indignato del fatto che gli Usa abbiano abbandonato i curdi che vivono nella parte nord della Siria e li abbiano esposti ai nuovi attacchi di Erdogan -voglioso di impadronirsi di una fetta di territorio siriano – dopo averli abbondantemente sfruttati in funzione della loro strategia medio orientale. Ma questo non deve certo stupire visto che Washington ha sempre abbandonato gli amici che si sono fidati e non hanno mai dimostrato di avere la benché minima propensione al rispetto del diritto internazionale se non nella misura in cui esso coincida con i propri interessi. Ma che gli americani con inglesi al guinzaglio non siano mai stati amici dei Curdi è una storia vecchia che si può far risalire a  un secolo fa, a dopo la prima guerra mondiale nella quale la Turchia, si trovò coinvolta nella sconfitta degli imperi centrali nonostante un’accanita resistenza e storiche vittorie contro le truppe britanniche.

Con il trattato di Sevres del 1920 , che ribadiva l’accordo di massima tra le le potenze dell’Intesa, sottoscritto a Sanremo nell’aprile del 1920, la Turchia veniva privata non solo dei territori arabi, ma anche di alcune porzioni di Egeo in favore della Grecia e della sovranità sui Dardanelli, mentre si prometteva, sia pure in termini vaghi la possibilità per i Curdi di creare un loro stato. Tuttavia questa prospettiva non entusiasmava affatto il presidente americano Wilson, molto più determinato ad essere il padre tutelare di uno stato armeno a cavallo di Anatolia e Caucaso di cui fece anche disegnare i confini dalla Commissione King-Crane: tale stato avrebbe infatti assunto la funzione di cuscinetto fra la Russia e il medio oriente, mentre uno stato curdo avrebbe solo destabilizzato l’area. In realtà sebbene il trattato fosse stato firmato da quattro plenipotenziari turchi, non ebbe alcun seguito visto che il parlamento ottomano era stato sciolto mesi prima e il sultano Mehmet VI non aveva più alcun potere reale, essendo stato deposto da Ataturk. il quale  aveva intrapreso una nuova guerra per riappropriarsi dei territori ceduti alla Grecia oltre che del Bosforo e dei Dardanelli. Questa guerra di riconquista non fu per nulla  contrastata dai membri dell’Intesa per vari motivi, a cominciare dalla stanchezza dopo il grande massacro della grande guerra, dal fatto che Francia, Gran Bretagna e Italia avevano già ottenuto soddisfazione delle richieste, ma soprattutto per il fatto che le risorse disponibili erano state incanalate contro un nuovo grande nemico: l’Unione sovietica. In questo quadro non era più opportuno avere una Turchia debole e si lasciò Ataturk completamente libero di di riprendersi parte dei territori persi e infierire sulle popolazioni che avevano avuto promesse di autodeterminazione.

Così tre anni più tardi, a Losanna, venne riconosciuta gran parte  delle riconquiste del  sultano laico di Ankara, compresa la cancellazione della parte anatolica dell’Armenia di Wilson mentre la parte restante, da sempre sotto l’impero russo  era diventata una repubblica sovietica. Dei Curdi non si parlò più per esplicita volontà americana che ormai avevano la leadership indiscussa sull’Europa, un po’ per evitare nuovi conflitti con la Turchia che a quel punto diventava un baluardo contro il comunismo, un po’ perché i territori abitati dai Curdi erano ricchi di risorse petrolifere e si preferiva vederle sparse fra vari stati e mandati coloniali senza doversela vedere con unico soggetto nazionale. In questo contesto non può sorprendere il fatto che sia stata proprio l’Unione sovietica a creare il partito democratico curdo dopo la seconda guerra mondiale favorendo con la propria presenza militare anche la creazione di una repubblica popolare curda con capitale Mahabad in un territorio di confine fra Iran, Iraq e Turchia. Fu un esperimento che durò due anni e finì in pratica con il ritiro delle truppe sovietiche a seguito di un accordo con Teheran e la sconfitta di Mustafa Barzani, il condottiero della piccola repubblica che disponeva di appena 1200 uomini. Il comandante riuscì con una lunga marcia a raggiungere il territorio dell’Urss. Ma le fratture politiche e tribali tra i curdi stessi hanno reso arduo ogni successivo progetto.

Dopo di allora è stato tutto un susseguirsi di colpi di mano, vaghe promesse che non avevano alcuna consistenza e inganni che servivano ad ottenere l’appoggio delle formazioni curde nelle varie e intricate guerre mediorientali. Tuttavia il quadro sostanziale e geopolitico della situazione non è molto cambiato rispetto al secolo scorso e non si vede perché gli Usa dovrebbero favorire un processo che essi stessi hanno depennato a suo tempo dall’agenda internazionale. I curdi così come gli arabi furono semplicemente ingannati  e ora una certa ostilità fra queste due popolazioni fa comunque gioco. Una cosa è certa: lo stato curdo non verrà dall’occidente.

 

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Si fa presto a dire muro…

downloadUna delle date canoniche della “vittoria” occidentale e ancor più del capitalismo di marca neoliberista che da allora conquistò il mondo è la mitica caduta del muro di Berlino che rimane un suo metaforico arco di trionfo: chiunque visiti la capitale tedesca non può esimersi dal visitarne le spoglie  e magari acquistare un frammento (vero o fasullo che sia) perché nonostante tutto la reliquia, l’osso del santo in forma di calcestruzzo, è ancora fichissimo. Nonostante questa bramosia di sacre spoglie il 95% delle persone che si accosta al turo di quel muro non ne sa assolutamente nulla e il 4,99 % che ha letto qualcosa o ha visto qualcosa in tv ne ha una versione del tutto errata quando non favolistica  come di una trincea costruita dai cattivi comunisti per impedire che la gente scappasse dai buoni capitalisti. Solo un rarissimo pugno di persone spinte dalla professione storica o dalla curiosità sa che le cose andarono molto diversamente da come vengono narrate e di queste quasi nessuno osa comunque infrangere il tabù che oggi occupa uno spazio molto più ampio del muro stesso.

Se si dicesse che quel muro è stato in realtà costruito dai capitalisti occidentali molti griderebbero all’eresia e da un punto di vista della aristotelica causa efficiente avrebbero ragione, perché quella costruzione fu effettivamente messa in piedi dal regime comunista della DDR su spinta e aiuto di Mosca. Tuttavia le ragioni che ne ispirarono la costruzione risiedono altrove, ovvero nella parte avversa e precisamente tra quei “buoni”  che anno dopo anno si rimangiavano gli accordi solennemente sottoscritti a Yalta e poi a Postdam e che invece di una Germania comunemente amministrata da americani sovietici e inglesi a cui poi vennero aggregati i francesi per non dare l’impressione di un impero esclusivamente anglosassone, fu creata la Germania occidentale e per converso la Germania est. Per capire bene cosa sia effettivamente successo bisogna riferirsi alle condizioni dei primi anni del dopoguerra in cui abbiamo una Unione sovietica  che praticamente da sola aveva sconfitto la potenza nazista cui si unirono tardivamente gli anglo americani che togliendo la crosta di mitologia e ipocrisia costruita da loro attorno a loro stessi, fecero molta fatica ad avanzare dopo gli sbarchi e subirono incredibili rovesci praticamente fino all’ultimo. Di fatto i sovietici se non fosse stata per gli accordi di Yalta sarebbero tranquillamente potuti arrivare a Parigi e solo arrestando per sei mesi la loro offensiva diedero agli alleati la possibilità di mettere piede in Germania.

Ma questo è scritto comunque nei libri di storia, persino in quelli più divulgativi, e sarebbe una verità palese se qualcuno si desse la pena di leggerli con attenzione e con autonomia intellettuale. Ma lo sforzo sovietico fu pagato con venti milioni di morti e con la distruzione pressoché totale di quasi tutto il territorio europeo fin quasi agli urali, insomma la Russia aveva vinto, ma era distrutta e doveva cominciare una lunga ricostruzione non poi così lontana da quella della stessa Germania. Tutt’altra cosa va detta per l’altro vincitore, quello che adesso sembra l’unico, ovvero gli Stati Uniti d’America: lì il territorio non era stato toccato, se non a Pearl Harbour, nemmeno un muretto a secco era stato bombardato e lo sforzo bellico avendo a disposizione le risorse di mezzo mondo aveva portato al diapason la produzione industriale e l’accumulo di capitale, oltre agli straordinari crediti di guerra accumulati e una volta finite definitivamente le operazioni si pose il problema di affrontare la situazione ed evitare un calo produttivo drastico che avrebbe portato a una nuova depressione. Un po’ si rimediò con gli aiuti all’Europa devastata che oltretutto servivano anche egregiamente per fomentare le forze politiche amiche, ma alla fine l’unico vero progetto possibile per l’impegno massiccio di capitali era la ricostruzione integrale della Germania che aveva subito distruzioni di gran lunga maggiori con intere città rase al suolo, tutte le industrie bombardate eccetto quelle sotterranee. Inoltre mentre Yalta era stata fatta da Roosevelt che nutriva una certo rispetto per Stalin, adesso imperava Truman, quello dell’atomica su Hiroshima, quello sotto cui nacque il maccartismo, esplose la guerra di Corea e vennero poste le basi per quella del Vietnam, insomma avete capito: un anticomunista a tutto tondo, persino con sfumature di fanatismo che toccò ad Eisenhower correggere in parte.

A quel punto si decise di venire meno agli accordi presi a Yalta e ribaditi a Postdam e si passò alla edificazione della Germania occidentale. Adesso qualcuno si domanderà che senso abbia questa ricostruzione alla fine di una lunga estate calda da ogni punto di vista. E invece il modo per creare questa nuova Germania è molto interessante per tutti noi: improvvisamente nel 1948 gli Usa cominciarono a edificare il nuovo Paese, escludendovi i russi con un mezzo non convenzionale: ovvero la stampa di una nuova moneta ( in gran parte realizzata materialmente in Usa), il marco al posto del vecchio Reichmark utilizzato fin dalla repubblica di Weimar e che era la divisa ufficiale della Germania occupata in tutte le sue zone. In questo caso il marco diventò ufficiale nelle zone occupate di fatto dagli occidentali e aveva un valore nominale di 4,7 volte superiore rispetto a quello della vecchia moneta: questo significò che stipendi e retribuzioni delle zone occidentali divennero 3 volte maggiori rispetto alla parte direttamente gestita dall’Urss. La quale dal canto suo, impegnata nella ricostruzione non poteva certo fare la stessa operazione, anche se avesse avuto dalla sua una divisa definita universale come il dollaro. E’ da quel momento che comincia ufficialmente la guerra fredda e l’esodo da est a ovest, venduto da sempre come fuga verso la libertà, come fattore puramente ideologico, come dimostrazione del fallimento comunista e che invece corrispondeva a interessi più limitati e coinvolse soprattutto gli ex ceti della borghesia intellettuale molto richiesti all’ovest, ma che della libertà non si erano molto accorti nell’era nazista e fino ad allora quando anzi il flusso dall’ovest all’est era piuttosto imbarazzante per gli occidentali. Insomma si creò quella crisi destinata a sfociare anni più tardi più tardi nel muro.

E’ interessante vedere come le elite tedesche, sia pure in una nuova situazione, abbiano usato lo stesso strumento monetario per l’unificazione, domando le resistenze dei tedeschi dell’est con un marco di valore doppio rispetto a quello della Ddr, anche se poi ancora oggi le differenze sono nette e in qualche caso analoghe a quelle precedenti, visto che l’industria ha in gran parte saltato l’est, per andare a stabilirsi in aree più orientali e a moneta debole. Insomma a Berlino se ne intendono parecchio di egemonia per mezzo della moneta. Chissà se a qualcuno questo suggerisce qualcosa.


Noi e le bombe

0004A472-la-strage-di-hiroshima-mSiamo 74° anniversario dello sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki ( Kawasaki secondo una maturanda di quest’anno) e non ne avrei parlato se non fosse che da qualche parte ho ancora visto ricicciare la tesi idiota secondo cui le atomiche americane sarebbero state sganciate per salvare vite umane, quelle che si sarebbero perse  a seguito di un invasione dell’arcipelago giapponese. Era la tesi che veniva autorevolmente accreditata nel periodo della guerra fredda per salvare il nuovo padrone a stelle e strisce dall’accusa di strage gratuita quale effettivamente fu l’utilizzo delle atomiche e dunque smussare un argomento di verità contro quel capitalismo compassionevole a cui si era data mani e piedi la classe dirigente ex e post fascista che governava l’Italia. Nemmeno il Pci, pur ostile a Washington e il resto della sinistra, osarono infrangere del tutto questo mito, salvo qualche sparata a salve di Pajetta e qualche articolo sull’ “Avanti”,  forse nella convinzione che andare a fondo nella decostruzione della “narrativa” americana del conflitto mondiale, avrebbe finito per portare acqua al mulino fascista. Così l’assurda giustificazione umanitaria attraversò per decenni tutti gli schieramenti.

Nel frattempo la storiografia, si incaricava di fare a pezzi questo mito, mostrando come il Giappone, fosse già in ginocchio, incapace di respingere o di opporre una qualche resistenza all’invasione, al punto che alcuni bombardamenti su Tokio, senza caccia da opporre ai velivoli americani e senza munizioni per la contraerea, avevano fatto più vittime delle due bombe atomiche messe insieme. Del resto tutti i rapporti e le documentazioni militari oggi disponibili calcolavano le perdite in caso di sbarco a circa  ventimila soldati americani ed almeno altrettanti nipponici dunque un numero di vittime di gran lunga inferiore a quelle fatte dalle due atomiche. Per di più si è acclarato che il Sol Levante sarebbe stato disposto alla resa sin dall’anno precedente, dopo la battaglia di Leyte che aveva lasciato il Paese praticamente disarmato,  (offerta ribadita nel momento della resa tedesca) se solo gli americani avessero accettato di lasciare intatte le istituzioni del Paese senza pretendere di istituire una sorta di governatorato. Ma i governanti giapponesi commisero  l’errore di rivolgersi a Mosca come possibile intermediario, cosa che gli Usa non potevano assolutamente accettare: così possiamo chiaramente vedere che le bombe furono sganciate come monito all’Unione Sovietica che era in fondo il vero nemico, nonostante fosse anche il principale alleato e per reclamare un diritto imperiale sull’intero pianeta. Dopo tutto l’espressione guerra fredda fu coniata per definire “quel percorso di involuzione della politica estera americana per cui la soluzione dei problemi mondiali non sono più ricercati dagli Stati Uniti in termini di collaborazione internazionale  ma secondo criteri strategici”, il che appunto era la sconfessione degli accordi Yalta. Non è un caso se anche la storiografia del vincitore, dopo un sostanziale  appiattimento sulla tesi umanitaria dovuta originariamente a Truman, finì per riconoscere la gratuità di quella strage  una volta dissoltasi l’Urss e domato il conflitto ideologico: a quel punto faceva più gioco mostrare il volto spregiudicato e vendicativo dell’impero come monito per chiunque e riproporre con questa spada di Brenno, il mito dell’invincibilità americana, soprattutto dopo due guerre perse.

Dunque le bombe di Hiroshima e Nagasaki non furono l’ultimo atto della seconda guerra mondiale, bensì il primo della guerra fredda ed ebbero l’effetto che Washington si aspettava, ovvero quella di controbilanciare l’enorme superiorità militare raggiunta dall’Urss e renderla più  prudente nei suoi tentativi di espansione ideologica in Europa. L’Italia fu direttamente investita da tutto questo dal momento che Mosca rinunciò a premere sull’acceleratore di una vittoria delle sinistre in Italia (e in un certo qual modo anche dall’intervenire in Jugoslavia) cosa che impedì al Paese di cercare, come era riuscita a fare l’India,  una sorta di equidistanza dai due blocchi, che nonostante tutto era una soluzione che piaceva alla maggioranza degli italiani come testimonia il dibattito per l’adesione alla Nato e le vicende che lo accompagnarono. Probabilmente le cose sarebbero andate molto diversamente se l’Urss avesse fatto esplodere  la sua bomba invece che nell’agosto del ’49 qualche mese prima nel momento in cui infuriava il dibattito sull’adesione al patto atlantico: gli Usa che probabilmente avevano avuto sentore che l’Unione sovietica stava per sperimentare la bomba, mostrano una fretta senza precedenti nell’imporre ai governi occidentali la sottoscrizione del trattato al punto che i primi organismi di governo dell’alleanza furono creati solo un anno più tardi.

Ma nonostante tutto, nonostante l’evidenza quel mito è ancora acceso come la fiaccola dell’ignominia e trova una sua miserabile attualità proprio in questi giorni nei quali Trump ha stracciato il trattato Inf  che aveva azzerato le armi atomiche di teatro, ovvero quelle di medio raggio: una gran brutta notizia per l’Italia le cui basi Nato saranno più facilmente sotto tiro in un eventuale conflitto. Non si comprende la ratio di questa decisione visto che è proprio sulle armi di medio raggio che la Russia ha una decisa superiorità, ma di certo oltre ad asserire una minaccia globale, la cosa va a tutto favore dell’industria bellica statunitense che potrà vendere a destra e a manca sistemi anti missile, ancorché inutili  contro vettori multisonici. Il contesto però ripropone, sia pure in uno scenario diverso, lo stesso ricatto atomico di 74 anni fa.


La vittoria mutilata

Mosca-Giornata-della-vittoria-07-1000x600Stavo cercando un seguito al post di ieri  Huawei e lo Sputnik  nel quale il lettore intelligente ha certamente intuito come la vicenda, del tutto disomogenea e contraddittoria rispetto alla narrazione del capitalismo globalistico, rappresenta una pietra miliare nel declino dell’impero o comunque una sua chiara manifestazione, anche se i più la prenderanno come una dimostrazione di potere. Così per contrasto ho pensato di collegarlo al punto di massima espansione del combinato disposto Usa – neoliberismo che possiamo situare negli anni in cui la macchina del consenso occidentale ha completamente eliminato il fondamentale contributo sovietico alla vittoria sul nazismo, ovvero nei primi  anni ’80, quando già Mosca declinava. Ne parlo perché siamo a maggio ed è  il 9 maggio che viene festeggiata in Russia e in parecchie delle ex repubbliche dell’Urss la festa della vittoria, salvo che  nelle zone di influenza occidentale dove semmai si celebra il nazismo.

Ora chiunque abbia voglia di studiare la storia seriamente, cioè su testi rigorosi e documentati, abbandonando tutto l’immenso ciarpame da  propaganda popolare sia televisivo, filmico che scritto, sa che il contributo sovietico è stato più che fondamentale per la vittoria: il 90% delle perdite della Wehrmacht si è avuto sul fronte russo, dove peraltro era concentrato l’80%  delle truppe tedesche, quasi 300 divisioni. Senza questo presupposto non sarebbe stato possibile nessuno sbarco in Normandia o in Italia perché migliaia di aerei, di panzer e centinaia di divisioni sarebbero stati disponibili sul fronte occidentale dove pure gli alleati sono avanzati a passo di lumaca nonostante un’assoluta superiorità di mezzi e di uomini, subendo diversi rovesci e correndo persino il rischio, in diverse occasioni, di essere ributtati a mare. Anzi secondo una ipotesi storica che si basa anch’essa sulle documentazioni disponibili e sulla dinamica degli eventi, lo sbarco di Normandia fu attuato in tutta fretta proprio per evitare che i sovietici investissero tutta l’Europa visto che l’avanzata russa si era rivelava molto più veloce del previsto e probabilmente, ma questa è una mia convinzione, non auspicata dai responsabili occidentali che invece speravano in un logoramento di entrambe le parti per prendere poi due piccioni con una fava.  In un certo senso il celebrato sbarco fu quasi un’operazione che prefigurava la guerra fredda. Ma anche senza arrivare a questo la totale esclusione della Urss da quella vittoria è stata la dimostrazione di un imperialismo rampante che si serve disinvoltamente della manipolazione storica, resa facile grazie al possesso dei mass media. Si è arrivati persino ad escludere Putin dalla cerimonia per il  70° anniversario festeggiamenti per la liberazione di Auschwitz che, manco a dirlo era stata liberata dai sovietici a dispetto della Vita è bella e dei giullari alla corte imperiale. E che dire delle repubblichette fascio baltiche dove è addirittura vietato celebrare la vittoria russa mentre si può tranquillamente andare in strada con la croce uncinata?

Così le nuove generazioni, già abbondantemente deprivate di una decente cultura generale, non hanno la minima idea di tutto questo, anzi non hanno nemmeno idea dell’evoluzione storica, abituati nel migliore dei casi a pensarla come una serie di “eventi” come fossero serate in discoteca con l’immancabile tamarro televisivo. Ad ogni modo sono passati circa quarant’anni tra questa silenziosa esclusione della Russia dal mito fondativo della guerra, pronuba del resto delle sanzioni e la rumorosa guerra commerciale alla Cina per tentare di vincere con la forza e non con l’intelligenza la battaglia tecnologica, hanno segnato un apice di potere e un abisso culturale.


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