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Gli Usa al Cassandra Crossing

Cassandra Crossing - CD 2 (frame 77263)Nel 1976 l’antropologo e demografo francese Emmanuel Todd, il cui nome ha oggi una risonanza mondiale, predisse il collasso dell’Unione Sovietica partendo da indicatori come l’aumento dei tassi di mortalità infantile e la diminuzione delle nascite. Insomma qualcosa che allora suonò come ingenuo se non provocatorio, come se i dati demografici di base non avessero nulla a che fare con le dinamiche sociali e politiche. Probabilmente anche oggi  la si pensa così, ma a partire dalla posizione opposta, ossia dall’inesistenza sostanziale della società vista come mera collezione di individui desideranti, però i cambiamenti di certi parametri significano pure qualcosa, non sono mai indifferenti, una sorta di dato biologico ed esistenziale, variabile come il tempo in montagna. Quindi possiamo immaginare lo sconcerto dei fedeli e dei fan quando all’apice del successo del capitalismo finanziario le stesse stigmate appaiono negli Usa, al centro dell’impero.

Le statiche del National Center for Health ci dicono

  • L’aspettativa di vita della popolazione americana è scesa a 78,6 anni nel 2017,  mostrando l’accentuarsi di un declino in atto da tre anni.
  • Il tasso di mortalità specifico per età è aumentato dello 0,4% da 728,8 decessi ogni 100.000 abitanti nel 2016 a 731,9 nel 2017.
  • I tassi di mortalità specifici per età sono aumentati dal 2016 al 2017 per le fasce di età da 25 a 34, da 35 a 44 e 85 e oltre,mentre sono diminuiti per la fascia di età compresa tra 45 e 54 anni.
  • La mortalità materna ed infantile ha raggiunto l’incidenza di 26,4 su centomila, una cifra da terzo mondo, non solo lontana anni luce dagli altri Paesi sviluppati (in Italia è del 4,2 tanto per fare un esempio) ma è in costante aumento mentre dappertutto è in diminuzione.

Le cifre riguardanti la mortalità sono state raggiunte solo negli anni 1916 -18 quando si sommarono le vittime dell’epidemia di spagnola a quelle della guerra mondiale e  ci dicono qualcosa di molto significativo perché se la mortalità infantile e la crescita di mortalità in età anziana riguardano un sistema sanitario ossessivamente privatistico che fa acqua da tutte le parti, dall’altra il fatto che solo nell’età mediana ci sia una diminuzione del tasso di mortalità, istituisce un diretto collegamento con le situazioni sociali: quelli che si sono affacciati nel mondo del lavoro negli anni ’90, prima del definitivo scasso neoliberista, godono di condizioni di vita migliori e più sicure, mentre chi è nato dopo si trova in una condizione angosciosa di perenne precarietà. Ciò si traduce nell’abuso di droghe, anche – se non soprattutto – di origine farmacologica, che hanno fatto aumentare i decessi per overdose di quattro volte a partire dal ’99 e a una spaventosa crescita dei suicidi: nell’America urbana, il tasso è 11,1 per 100.000 abitanti; nelle zone più rurali del paese, è 20 per 100.000. Per rendere più concretamente l’idea è come se nell’area di Roma avessimo 300 casi di suicidio l’anno o un identico numero nella bassa emiliana o come se in tutto il Paese avessimo 7000 suicidi l’anno. 

Tutte le cifre sull’aspettativa di vita appaiono ancora più gravi se le si mettono in rapporto al fatto che alcune cause di morte molto rilevanti in passato come quella derivante dagli incidenti stradali è straordinariamente diminuita ( anche se negli ultimi anni c’è una lieve tendenza al rialzo) visto che ora è  meno della metà rispetto agli ultimi anni ’90, mentre la contrazione progressiva del settore manifatturiero  ha anche diminuito i morti sul lavoro, almeno quelli ufficiali, perché degli immigrati nei cantieri si sa poco o nulla. Ma il peggio è che la situazione si sta degradando mentre il sistema è del tutto ingessato e irriformabile: basti pensare solo alle successive riforme sanitarie prima di Clinton e poi di Obama che si sono arenate sul nulla, visto che le lobby delle assicurazioni avevano in pugno una corposa maggioranza bipartisan sia in Congresso che al Senato e hanno impedito qualsiasi opzione pubblica. Tutto insomma ristagna anche se persino dalle file dei conservatori sembrano venire allarmi e un intellettuale vicino alle ragioni della finanza come Oren Cass cominci a dubitare del verbo e si domanda: “Possiamo sperare che l’aumento delle offerte di lavoro, come conseguenza della legge sulla riduzione delle tasse e l’occupazione, compensi il vuoto che le persone cercano di riempire bevendo o assumendo droghe?”

Di certo non se le offerte di lavoro hanno retribuzioni tali che non consentono la sopravvivenza, di certo non in questo contesto generale di precarietà e di caduta dei diritti. Si può ragionevolmente scommettere su un completo collasso del sistema nel giro di un decennio, senza per questo apparire come Cassandre frettolose: Trump è stato un’avvisaglia, una procellaria che vola innanzi la tempesta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un po’ di Rivoluzione

Stormningen_av_vinterpalatsetOggi esattamente cento anni ci separano dalla Rivoluzione d’ottobre, ovvero dall’avvenimento che da qualunque parte lo si voglia guardare, è innegabilmente quello che ha determinato e informato di sé tutta la storia successiva. Eppure questo centenario, in un ‘epoca che ha eletto il futile, il formale e il vuoto rituale mediatico a sua regola di vita, passa praticamente sotto silenzio quasi fosse meno di una qualsiasi festa della nonna o della torta glassata, di una qualche ricorrenza volgarmente commerciale o persino meno di una quelle giornate della terra o dei buoni sentimenti ecologici fatte apposta per fingere un’attenzione e una che non ci sono affatto.

E non parlo solo dei media che sono di fatto in mano ai nemici di quella rivoluzione o di qualunque altra non sia provocata ad arte da essi stessi: languono anche i convegni, mentre per quanto riguarda il livello storiografico non è uscito nulla di interessante, nessuna nuova lettura dell’evento, quasi solo ristampe di vecchie cose. Va bene che ormai gli storici di parte comunista sono diventati una sorta di specie in estinzione che proprio per questo temono di perdere i caratteri originari e dunque sembrano evitare come la pesta ogni tentativo di portare nel secolo attuale i valori e il pensiero di quella rivoluzione, ma anche quelli che dovrebbero essere di area vagamente progressista, ancorché “liberale” che è la password inevitabile per entrare in ogni ambiente, non osano parlarne perché nel mondo attuale non è permesso discutere di comunismo, ma solo, se proprio bisogna toccare l’argomento, di demonizzarlo. E magari di far lievitare come se fosse pasta di pane le purghe di Stalin, fino a numeri assolutamente ridicoli (ricordo perfino un 100 milioni sparato da uno dei tanti sguatteri americo – liberisti), oppure di analizzare quante chiacchiere e deformazioni abbiamo dovuto subire sulle condizioni di vita nell’est europeo, ovvero in Paesi da sempre poverissimi grazie alle autocrazie zariste, asburgiche e ottomane, che non erano poi così terribili tanto da dare vita a una sorta di sentimento, di sehnsucht che va sotto il nome di Ostalgie e per converso di Westalgie, ossia di rimpianto per ciò che al di là della cortina di ferro si credeva dell’occidente e che si è rivelato falso.

Per fare questo il pensiero unico nella sua forma più raffinata che tuttavia poi scende per li rami fino ad arrivare alle peggiori divulgazioni di marca anglosassone per bambini o millennials che sono poi la stessa cosa, ha elaborato a cominciare dalla fine degli anni ’70, ma sulla base di un vigoroso reazionarismo continentale che sprofonda nell’anti illuminismo, una stravagante e sommaria teoria per cui in realtà la rivoluzione d’ottobre non esiste nelle forme che sappiamo, ma è solo l’ultimo atto del giacobinismo e della rivoluzione francese. Detto così sembra una cosa complicata, da studiosi, ma fate mente locale e ricordate quante volte, già partire dall’epoca craxiana, avete sentito parlare di giacobini al posto di comunisti, soprattutto quando questi non esistevano più ed erano solo un bau bau elettorale o come qualunque rivoluzione venga alla fine, esplicitamente o surrettiziamente demonizzata, salvo quelle preparate dal potere globalista. Il fatto è che non ha nessuna importanza quale idea di società, quale obiettivo si ponessero Robespierre, Danton o Lenin e Trozkij a distanza di 130 anni, con in mezzo la rivoluzione industriale e l’esplosione del capitalismo dalle attività mercantili a quelle manifatturiere, l’importante è invece che venga esecrata qualsiasi rivoluzione in quanto capovolge il principio di autorità sostituendo il popolo al dio garante del potere fabbricato dalle elites e successivamente restaurato sotto forma di profitto e mercato.

Proprio questa progressiva desertificazione e pressione ossessiva del pensiero unico non ha consentito se non occasionalmente ed individualmente di capire perché il comunismo reale sia esploso in Russia con la rivoluzione d’ottobre e poi si sia esaurito, senza per questo dover consentire una sorta di resa al reazionarismo dell’egemonia culturale. Anzi la pattuglia di chi si rifiuta di giocare alla storia come se fosse un Monopoli, finisce fatalmente per arroccarsi e per non tenere in considerazione proprio quelle possibili evoluzioni che ci furono nel bolscevismo sovietico e che vennero di fatto sterilizzatate dagli apparati e dalla guerra di accerchiamento dell’Urss condotta in varie fasi dall’occidente capitalista con la sola esclusione della seconda guerra mondiale: la Nep, le riforme di Lieberman in epoca kruscioviana, i fermenti nei Paesi satelliti, Trapeznikov, se si vuole lo stesso Gorbaciov il cui peggior difetto fu quello di non credere egli stesso che fosse possibile ciò che stava facendo.

Si tratta di un vuoto di elaborazione non da poco perché non permette tra le altre cose di comprendere le trasformazioni subite dal comunismo in Cina e in altri Paesi del Sud est asiatico che ora vengono tout court definiti capitalisti semplicemente perché la mancanza di evoluzione del pensiero marxista e l’egemonia culturale neo liberista impediscono di pensare al mercato se non come assolutamente libero e dunque non condizionabile, orientabile, regolabile dalle politiche pubbliche e dagli stati: dove c’è mercato non può esserci comunismo. Tra l’altro anche questo concetto di Stato collegato alla nazione sembra loro indigesto quasi quanto lo è per i neoliberisti. Uno dei risultati di questo immobilismo difensivo che in realtà è un auto rapimento a favore dell’avversario,  è visibile, per esempio, negli imbarazzi verso Putin e la Russia che di certo non sono nè Breznev, nè l’Urss, ma che si trovano ad essere una grande potenza proprio in virtù dell’ammodernamento portato dal comunismo e dove le stelle comete della rivoluzione sono ancora molto amate.

Io però oggi festeggio.

 


Origami per una bomba

Macerie-a-HiroshimaOggi ricorre il triste anniversario di Hiroshima e degli immancabili origami retorici che vengono intrecciati su scala globale, recitando uno sdrucito messale americano. Ma il pianto e l’orrore sono desolatamente privi di senso perché a più di settant’anni di distanza ci si ostina ancora a smemorare la memoria e a non avere il coraggio di condannare senza appello l’uso dell’arma atomica, ribadito pochi giorni dopo a Nagasaki, cercando addirittura di farlo passare per atto umanitario in grado di salvare molte vite umane. Oggi sappiamo molto bene che l’alibi per questo delitto di civiltà non regge a nessuna analisi senza che tuttavia questa verità riesca a mettere la testa fuori dal sudario mediatico e rituale per mettere a fuoco le cose e riappropriarsi di senso.

Sappiamo fin troppo bene ora come del resto fin dai primi anni successivi al conflitto che nell’estate del ’45 il Giappone, senza più una flotta e ormai tagliato fuori dalla sua area di influenza e rifornimento di materie prime , aveva un quarto delle case distrutte oltre all’intera rete ferroviaria, non aveva più una produzione bellica di armi, esplosivi e munizioni, era totalmente senza petrolio ed era costretto a utilizzare le poche cose rimaste per mettere assieme aerei con legno di balsa e di ciliegio, buoni solo come bombe pilotate da kamikaze. Gli americani erano totalmente padroni del cielo e dell’oceano, potevano fare ciò che volevano tanto che nel   marzo precedente una sola giornata di bombardamenti convenzionali su Tokio e altre città fece 450 mila morti. Dunque in quei giorni la resa del Sol Levante era solo una questione di tempo, anzi di settimane e Washington lo sapeva benissimo visto che era in grado di decifrare i  codici giapponesi era a conoscenza che il nuovo governo di Kantaro Suzuki, entrato in carica praticamente alla capitolazione della Germania, aveva l’esplicito incarico di contrattare la pace. Dunque non c’era alcun motivo di sperimentare l’arma nucleare.

Anzi a dirla tutta gli Usa avrebbero potuto strappare la pace già nell’autunno precedente, come ormai è riconosciuto dalla storiografia contemporanea:  dopo la battaglia di Leyte che lasciò il Giappone praticamente senza difese navali, se solo l’amministrazione americana avesse richiesto condizioni di pace anche molto dure, ma senza l’imposizione di una sorta di protettorato avrebbe trovato tappeti rossi, come si sapeva benissimo dalle intercettazioni, Ma non era questo che volevano gli americani: il Giappone doveva essere usato sullo scacchiere di un impero mondiale per fare da diga contro l’Unione sovietica e da sorvegliante della Cina, quindi doveva conservare al massimo un’indipendenza formale, ma senza permettere che potesse fare una politica autonoma.

E’ in questo quadro che si situa l’uso delle atomiche che non fanno in realtà parte della seconda guerra mondiale, ma della successiva guerra fredda.  Portando all’estremo il ragionamento si può sostenere con buone ragioni che il conflitto nel pacifico, già stravinto alla fine del ’44, è stato portato avanti proprio in vista del finale tragicamente pirotecnico. Tutto questo e l’intreccio dei vari trattati di pace si capisce meglio se invece di considerare la seconda guerra mondiale come un solo conflitto, si fa uno sforzo di fuoriuscita dalla narrazione popolare e  lo si divide in due tronconi facilmente delineabili e che peraltro spuntano fuori non appena si esce dalla dizione occidentale (vedi Grande guerra patriottica o Guerra della grande Asia): il primo riguarda il conflitto tra potenze fasciste e impero mercantile anglosassone nel quale si cerca di impedire che Germania e Italia possano avere accesso alle immense risorse russe e il Giappone a quelle asiatiche diventando così temibili competitori sul piano planetario. Sebbene il vero nemico giurato fosse l’Urss e il suo esperimento anticapitalista, si cercò attraverso una guerra sostanzialmente aereo navale, di contenere la Germania nella sua espansione ad est, sostenendo Mosca quel tanto indispensabile per non lasciare a Berlino tutta la preda e contemporaneamente favorire in qualche modo la dissoluzione del comunismo. Quando invece l’Urss si dimostrò molto più vitale delle considerazione ideologiche imperiali e non solo non si sfasciò, ma inchiodò i tedeschi a Stalingrado cominciando un’inarrestabile avanzata, allora prevalse la paura opposta, ossia che l’Unione Sovietica riuscisse ad impadronirsi  del cuore dell’Europa, moltiplicando la sua potenza. Furono così rispolverati in tutta fretta i piani di invasione messi a punto, ma lasciati nei cassetti in attesa di eventi e si cercò attraverso il terrorismo dei bombardamenti di conquistare rapidamente quel terreno che sul campo veniva strappato a fatica nonostante l’enorme disparità di mezzi e risorse. Alla fine a Berlino ci arrivarono i russi e a quel punto si rese indispensabile dimostrare a Mosca quale era la potenza americana usando ben due atomiche su un uomo morto verrebbe tentato di dire.

Gli americani pensavano seriamente che l’atomica sarebbe stata per molti decenni un loro monopolio così non si fecero scrupoli a pianificare il massacro nucleare. Così ci rimasero di sasso quando l’Urss nel ’49 riuscì a mettere a punto la sua bomba e vanificando in un certo senso la strage in Giappone.


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