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Venezia, collisione e collusioni

venAnna Lombroso per il Simplicissimus

Venezia. Scontro tra una nave da crociera e il lancione turistico River Countess questa mattina, 2 giugno, davanti alla Riva dei Sette Martiri. Danni agli scafi, alcune persone nell’impatto sono cadute dalla passerella del lancione in acqua, quattro i feriti per adesso trasportati in ospedale.

Quante volte si era detto che poteva succedere. Quante volte si è risposto che era un allarme ingiustificato, che tutto era sotto controllo, che certe profezie sono frutto delle paure o degli interessi miserabili  di chi  ostacola la modernità, o, peggio, si oppone al godimento dei beni comuni, offerto a tutti e possibilmente nello stesso momento, in modo che ci si possa sentire parte di una comunità, o di un’utenza, o di una clientela.

La peste nera a Venezia non si è conclusa coi buoni uffici della regina dei cieli celebrati nella Chiesa della Salute, se le regine dei mari, i bastimenti dei corsari delle crociere la infestano con la protezione di enti e organismi preposti al pubblico interesse, che non solo appagano così gli appetiti insaziabili delle multinazionali del turismo, ma promuovono altri profitti per il padrone della città, quel Consorzio/Doge che dopo i nefasti dell’opera più corrotta degli ultimi 150 anni, per mazzette malaffare ma anche incapacità, incompetenza, inesperienza, inefficienza e sprechi deve trovare nuovi brand nello scavo di canali, di altre vie di passaggio alternative ma non troppo al transito davanti a San Marco.

Perché quale sia il governo, quale l’amministrazione comunale, su una cosa concordano tutti: non si può dire di no al turismo, al suo business, alle sue promesse di infiniti profitti.

Non è valso a nulla che perfino il più strenuo fan delle crociere e del turismo indotto in una sua vita precedente a quella di vertice indiscusso dell’Autorità Portuale e poi di consulente prestigioso degli stessi boss, avesse offerto dati e analisi sugli eccessi e i danni della pressione turistica sulla città e che l’Università della quale fu autorevole rettore avesse messo in luce che i proventi per Venezia del passaggio delle grandi navi fossero irrisori rispetto al volume di ricadute anche economiche negative.

Non è valso a nulla che perfino il governo più  tenace nella difesa degli interessi commerciali e mercantili si fosse preoccupato, nella previsione che potesse accadere quello che poi puntualmente, oggi, è accaduto, prevedendo limitazioni alla penetrazione dei mostri nella città più fragile del mondo.

Non è valsa a nulla la prova generale  dell’incidente della Costa al Giglio. I nostri schettini al governo del Paese e della città non si danno per intesi, troppo pesante e potente deve essere il potere di ricatto delle multinazionali del turismo che si intreccia con interessi locali che parlano di ricchezze nutrite da fango e sul fango della laguna, soffocata, manomessa, depredata da un’opera che si è rivelata inutile oltre che perniciosa dal punto di vista ambientale, finanziario e morale, e costretta anche a subire l’onta di doversi adattare con canali, scavi e riempimenti al transito di navi alte cinque o sei piani che trasportano visitatori intenti a fotografare col cellulare i pochi indigeni rimasti, ridotti a formiche da schiacciare, piuttosto che scendere nella ex Serenissima ormai addolorata e umiliata e derubata e svenduta, e il cui unico destino è mettersi al servizio in qualità di osti camerieri, motoscafisti, facchini, affittacamere.

Non abbiamo grandi speranze dal Ministro Toninelli che, apparentemente ignaro che l’interlocutore è soggetto e attore coinvolto, non certo disinteressato e ancor meno connotato dalla necessaria terzietà, ha chiesto all’Autorità Portuale aggiornamenti in merito a proposte alternative al transito dentro Venezia,  quale l’ingresso delle navi crociera in Laguna attraverso la bocca di porto di Malamocco ed il canale dei Petroli per giungere a Marghera, dove non casualmente  si ipotizza la realizzazione di una nuova stazione marittima in un’area privata nel canale nord per l’ormeggio di 2 grandi navi e lo scavo del canale Vittorio Emanuele per far giungere quelle fino alle 100.000 tonnellate di stazza alla Marittima.

Altrettanto ignaro si direbbe che queste soluzioni comportino dei rischi ambientali a cominciare dal dislocamento di almeno 7 milioni di mc. per lo scavo di fanghi prevalentemente inquinati e le interferenze con il Mose in uno scenario di accentuato eustatismo. E pure del fatto che comunque tutte le ipotesi più meno visionarie salvo una che giace da mesi in un cassetto del suo dicastero, non hanno superato l’esame di valutazione di impatto ambientale.

Anche in questo caso dovremo aspettarci che la voce del buonsenso e della realpolitik parli contro la ragione e le ragioni dei veneziani, il 98% dei quali  in una referendum popolare autogestito del 18 giugno 2017,   ha  votato contro le grandi navi in Laguna? Dobbiamo confidare che Banfi oltre che dei destini di Canosa si preoccupi di Venezia in seno all’Unesco  in previsione della valutazione attesa per questa estate che l’organizzazione delle Nazioni unite darà in merito alla turistificazione della città?

E ci voleva proprio un incidente per far sapere al mondo che Venezia e la sua laguna stanno scomparendo, grazie al patto opaco e osceno  tra i gestori delle grandi navi e dello sfruttamento turistico, i potentati economici, l’Autorità Portuale e un’amministrazione locale intenta a dissipare il patrimonio accumulato con sapienza nei corso dei secoli dalla Repubblica Serenissima?

Non dovremmo lasciare soli i meno dei 55.000 residenti, assediati e occupati dai 27 milioni di turisti, dai 6,4 milioni dei pernottanti, dai 16,6 milioni di escursionisti e dall’1,7 milioni di passeggeri delle Grandi Navi  che dicono di no a questo crimine contro la città e i suoi abitanti, la sua memoria e il suo futuro.

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Mose, la Grande Impepata

vera

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mia nonna era una gran schizzinosa e considerava la venezianità un codice genetico di aristocratica e selettiva eleganza, tanto che quando una cugina andò a vivere in terraferma obiettò che si vedeva da come si vestiva e parlava che ormai “stava in campagna”, Padova per l’esattezza. Verrebbe da dire che abbiano ragione quelli “di campagna” a vendicarsi dell’iniquo trattamento, umiliando l’antica superpotenza ridotta a ostello a cielo aperto, percorsa da scorrerie dei corsari delle crociere e dalle interminabili carovane di pellegrini distratti, spopolata dei boriosi residenti, compresi quelli che si sono prestati in qualità di tassisti esosi, camerieri, osti che tutte le mattina tornano in patria da esuli prestati al servaggio turistico.

E si vede a leggere lo scatto di dignità del sindaco Brugnaro orgoglioso nativo di Mirano ( dire che era una città dal fiero passato antifascista), che invitato a conferire dal Ministro sui problemi di Venezia risponde: che el vegna lu’ qua, assimilando Roma, Stato e governo a quella congerie di arroganti, supponenti e arbitrari mercanti  di favori e privilegi da trattare con sdegno punitivo così come sta facendo con la ex Serenissima. Basta pensare che un Comune ormai proverbialmente inerte e svogliato che ha lasciato il campo alla gestione politica e amministrativa del Consorzio Venezia Nuova, dell’Autorità Portuale, dell’Ance e di Confindustria, ha mostrato un paio di mesi fa un inatteso dinamismo approvando l’avvio di un ricorso al Tar contro i provvedimenti di tutela di Venezia adottati dal Ministero dei Beni Culturali,

Dovrebbero essere invece i veneziani a invitare il Ministro Toninelli a risiedere qualche giorno a Venezia, senza le tutele e le facilitazioni di chi è in visita di Stato, ma come un cittadino qualunque o magari anche come uno di quei turisti che non frequentano i resort appartati delle catene del lusso, costretto a stare in un B&B dalla gestione sbrigativa o “casereccia”, come a suo tempo ha definito la gestione degli appalti del Mose il Commissario Fiengo, parlando di lavoretti, appalti e manutenzione a carattere familiare, trasandata e approssimativa come l’ospitalità che viene offerta ai viandanti delle comitive.

Così forse tornerebbe in sé in merito a quella ipotesi, in virtù della quale ci toccherebbe perfino dar ragione alle non nobili motivazioni del governatore Zaia in procinto di vincere la sua battaglia di un federalismo dei ricchi,  di far pagare le spese di manutenzione del Mose (100 milioni l’anno) alle amministrazioni locali (quindi ai cittadini)e introducendo una tassa di scopo che “andrebbe a gravare sui turisti, anche giornalieri, quali beneficiari ultimi del servizio di difesa della laguna”.

Come si dice a Roma, facessero pace col cervello: se Venezia è un patrimonio collettivo, un tesoro mondiale, qualità che giustificherebbe il fatto che sia invasa da gente che vanta un diritto di proprietà sporcandola, riempiendola di immondizia, facendo pipì nei canali, tuffandosi dal Ponte di Rialto, graffitando le colonne di San Marco e pittando i leoni dell’omonima piazzetta, allora si dovrebbe inventare una tassa planetaria per provvedere alla sua salvaguardia, compromessa tra l’altro dal cambiamento climatico che pare non sia un monopolio italiano né cittadino, per tutelare le sue opere d’arte, per difendere i suoi cittadini dalla pressione speculativa e la sua identità, in modo che non venga retrocessa a museo o luna park.

Parlo di quei pochi abitanti superstiti cioè già espropriati  dei fondi della Legge Speciale destinati a finanziare i lavori di ristrutturazione residenziali fino a coprire  il 50% delle spese e da 20 anni anche quelli indirizzati a coprire le falle dell’opera più corrotta l’Europa. Quei pochi abitanti superstiti che pagano una tassa per lo smaltimento dei rifiuti prodotti anche dai turisti, che si sobbarcano i costi del trasferimento di servizi essenziali in terraferma e che in non singolare coincidenza assistono al taglio delle prestazioni dell’ospedale Civile, che – altro che prima gli italiani – vengono cacciati dalle loro abitazioni destinate a diventare B&B, case vacanza, residence.

Quei pochi abitanti superstiti che mantengono una ironia sufficiente per sorridere dell’ipotesi non fantasiosa di usare il Mose per una finalità non prevista come struttura per l’allevamento di cozze, che hanno già mostrato di gradirne collocazione e materiali tanto che sono una delle svariate calamità abbattutesi sulla grandiosa creazione ingegneristica dovute a trascuratezza, indebiti risparmi su appalti opachi al ribasso, attrezzature di cattiva qualità, rivelatesi sotto forma di cerniere corrose, detriti accumulati, cedimenti del fondale, paratoie che si abbassano e non si rialzano, per un’opera che è costata quasi 6 miliardi, il 40 % in più di quello che poteva esserne l’ammontare senza ruberie, fatture false, tangenti e soprattutto sprechi.

Forse se non serve a fare una impepata planetaria, sarebbe opportuno pensare a fermarla questa macchina della dissipazione, della megalomania e della corruzione su cui le banche, che hanno già finanziato le imprese sulla base di cambiali in bianco e sulla fiducia concessa a cordate in odor di protezioni altolocate, non vogliono più scommettere, che oltre ai 100 milioni annui di gestione, già ora impone l’investimento di altri 100 per fronteggiare le criticità, e che a fronte di uno scenario di riscaldamento globale con l’innalzamento dei livelli marini in Adriatico in base alle previsioni del 4° Rapporto IPCC presentato alla Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi del 1° dicembre 2015, si rivela inefficace.

Ormai ci siamo abituati a un governo che denuncia le voragini malaffaristiche del passato per poi cascarci dentro come se fosse un destino segnato e inesorabile, cui non ci si può sottrarre pena sanzioni, ammende, penali, e una perdita di reputazione agli occhi del mondo, che, c’è da sperare, riterrebbe più disdicevole scaricare altri quattrini in una macchina usata che non ha mai funzionato se non per ladri, malversatori, amministratori infedeli, imprese criminali.

Siamo proprio sicuri che costa meno economicamente, socialmente e moralmente andare avanti con un’opera che forse non sarà mai davvero finita e che prosciugherà risorse come un mostruoso e avido moto perpetuo, che si sa già che non raggiungerà gli obiettivi per cui è stata concepita e che comporterà formidabili oneri di manutenzione e gestione nei prossimi 100 anni (tanto è il tempo di vita previsto dell’opera) che graveranno su tutti noi, affidati a nuove figure commissariali e autorità e poteri speciali, in nome di un’emergenza continua e mai motivata se non dalla smnia ingorda dei promotori e interessati ?

Siamo sicuri che non sia arrivato il momento di fermarsi, chiudere i cordoni della borsa, pensare a ipotesi progettuali alternative che ci sono e c’erano, con la rivincita di competenze tecniche e scientifiche  messe a tacere per favorire una soluzione arruffona e arraffona, applicata grazie a un mostro giuridico che ha inaugurato la combinazione della corruzione delle leggi con la corruzione in nome della legge.

 

 

 


Tav, l’Inutile che piace agli Inutili

Tav, il cantiere di Saint Martin de la PorteAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cito dal Corriere: “Oggi il professor Marco Ponti, presidente della commissione che ha prodotto l’analisi costi- benefici sulla Tav verrà audito in commissione Trasporti alla Camera: «Sono contento, credo di aver fatto un buon lavoro…», sarà il suo incipit”. L’autorevolezza del documento che declassa l’alta velocità ferroviaria Torino-Lione a opera inutile, dalla «redditività impalpabile», troppo costosa al punto da «produrre perdite per 7 miliardi di euro», è stata già aprioristicamente  impugnata da Francia e Ue bollandolo quale “verdetto annunciato” con “l’illusione ottica dell’obiettività”: un teorema prodotto «a uso interno del governo», o meglio di quella parte che aveva bisogno di spendere la moneta politica di un dossier in un clima politico assurto, cito ancora la prestigiosa testata, a “fuoco amico elevato a prassi ordinaria che rende facile anche individuare le prossime scorribande a portata di mano dell’anima più oltranzista dei 5 Stelle …. Il guaio è che in questa storia di ripicche e di concorrenza elettorale, di Tav azzerate e di navigator senza patente nautica, ci va di mezzo il Paese”.

E infatti il capogruppo della Lega  alla Camera Riccardo Molinari, ha definito la cancellazione della Tav «un’ipotesi non percorribile»,  subito imitato dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che mette sul tavolo il dato dei «50 mila posti di lavoro a rischio», in totale sintonia con Cgil-Cisl e Uil: «Vanno garantiti gli investimenti già fatti», ricordano  inviando a Palazzo Chigi le immagini dei 200 mila di piazza San Giovanni, che non dovevano aver capito che con la gita a Roma sottoscrivevano anche il sostegno alla Tav e l’adesione alla scelta politica di Salvini.

Insomma è andata come previsto, eppure tutti sembrano sorpresi più che dalla sfrontatezza conservatrice dei 5Stelle che vogliono ostacolare il progresso e mettere a rischio la nostra reputazione di Paese moderno leader nel consesso mondiale, dalle conclusioni cui arrivano i tecnici chiamati a pronunciarsi. Come se i resistenti della Val di Susa  fossero dei  terroristi situazionisti, o dei montanari rozzi forti solo della loro cultura contadina, interpreti in odor di animismo di fenomeni naturali, fasi lunari e gravidanze, abbaiare dei cani e alluvioni, volo d’uccelli e terremoti. E come se fossero altrettanto inaffidabili quanto strumentali  le affermazioni contenute in un rapporto commissionato da un precedente governo  In un documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030”   prodotto dall’Osservatorio Torino – Lione  nel quale gli stessi tecnici incaricati da Palazzo Chigi fanno marcia indietro,   ribaltano  tutti i presupposti presi a pretesto per la realizzazione ad ogni costo della grande opera e ammettendo che è di fatto inutile perché la linea già esistente non solo è ampiamente sufficiente ma sovradimensionata: “Non c’è dubbio, infatti, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza”.

Il fatto è  che numeri, analisi, dati, previsioni, fino ad oggi avevano la stessa credibilità degli oroscopi di Branco, delle profezie dalla Pizia, delle superstizioni dei montanari, dei pronostici del lotto in Tv e delle assegnazioni delle agenzie di rating.  Non si conosce l’entità  definitiva del costo dell’opera e nemmeno quella dell’attuale stato di avanzamento, meno che mai è possibile quantificare a quanto ammonterebbero le spese in caso di scioglimento dei contratti già stipulati, un calcolo che attiene più a Nostradamus che al parere dell’Avvocatura dello Stato che pare non sia in grado di quantificarlo dopo una prima di ipotesi di 400 milioni di euro, poca cosa se dovessimo fare un conto della serva di quanto si dovrebbe investire per il completamento dell’intervento.

E resta nel contesto della radiose e immaginifiche visioni di un ideologia che ha sostituito la democrazia con il  modernismo, il socialismo con il progressismo come sempre è accaduto nei regimi fascismi, quando il passo coi tempi va in sincronia col passo dell’oca, gestito in maniera propagandistica e compensativa rispetto ai diritti e alle speranze sottratte e quando le  grandi opere non sono realizzate al servizio della gente, bensì per lasciare un’impronta incancellabile, il pronostico sui vantaggi ambientali del trasporto di merci – che di questo si tratta con buona pace della signorine Felicita dei Flash mob torinesi – su ferro e attraverso gallerie scavate nella montagna con un – anche quello  imprecisato impatto – in un tempo nel quale l’assetto planetario degli scambi commerciali ha determinato forti cambiamenti spostando l’asse principale verso nord e verso est. E dimostrando che non ci sarebbe nessuna convenienza a   passare per il Frejus o il Monte Bianco invece che da Ventimiglia.

Un documento del coordinatore per il progetto Laurens Jan Brinkhorst, ripreso dalla rivista francese  Reporterre  spiega che in futuro per trasportare le merci fra Italia e Francia (quelle stesse che secondo i nostri fan richiederebbero un tunnel di oltre 50 km nelle montagne) potrà essere utilizzata la linea ferroviaria esistente, recentemente ristrutturata e gravemente sottoutilizzata. Le merci, pochissime oggi, anche se aumentassero di tre-quattro volte nel futuro, transiteranno tranquillamente sui binari e nella galleria attuali.

Altrettanto aleatoria è la prefigurazione delle ricadute occupazionali. Gli “800 operai attualmente impegnati”  secondo la stampa  sono 530 in Francia, oltre 250 sono invece impiegati di Telt, la società italo-francese incaricata di realizzare l’opera  10 soltanto sono quelli di Chiomonte. Altre 280 persone sono impiegate tra società di servizi e di ingegneria nella stessa società pubblica che si occupa della realizzazione della Torino-Lione.  E mentre industriali, sindacati, Pd, Lega e Forza Italia si strappano i capelli sui ” 4 mila posti a rischio”, numero risultato di studi-parametro effettuati sui dati relativi a cinque opere geognostiche terminate in Francia, una corretta valutazione parla al massimo di 720 l’anno con una media di 470 nei dieci previsti. Ancora più arbitrarie le valutazioni sull’occupazione indiretta, se pensiamo che le analisi sugli impatti economici dell’opera, come ha ricordato Chiamparino, sono state  sette in 22 anni,  nessuna delle quali però  ha fornito risposte  anche perché “si tratta per definizione di studi teorici, basati su calcoli e modelli astratti applicati di volta in volta a scenari specifici”. Molto meno aleatorie sono le supposizioni sulla qualità dei posti di lavoro, per loro natura a termine in quanto legati all’attività di cantiere, e comunque appartenenti alle categorie del lavoro manuale secondo Sohn Rethel, quello che sarebbe destinato a scomparire sostituito da efficienti robot ma che all’occasione viene propagandato e rimpianto per la sua funzione di anestesia tramite fatica e ricatto delle facoltà legate alla coscienza di classe.

Le precedenti abiure dei 5Stelle non confortano, troppe volte il cedimento alle intimidazioni  è stato rivendicato come solido realismo e maturo senso di responsabilità e già ieri il ministro Toninelli ha sommessamente fatto riferimento al peso sulle decisioni del governo della valutazione dei costi per l’interruzione dell’opera. Sarebbe invece ora di calcolare quando costa alla collettività e alla democrazia un intervento che rappresenta il bottino più ghiotto per gli attori delle rinnovate tangentopoli, aziende e un ceto dirigente che traggono e imputano al debito pubblico le risorse necessarie alla sua realizzazione e al consolidamento delle loro funzioni e poltrone. Il tutto grazie a  un format di architettura finanziaria e contrattuale, che affida in concessione la progettazione, costruzione e gestione dell’opera di “interesse generale” ad una società di diritto privato (Spa), ma con capitale tutto pubblico. La Spa pubblica nel modello TAV serve soltanto quindi per  attribuire al contraente generale (il privato) il pagamento oggi del 100% del costo della progettazione e della costruzione e di accollare a sé (il pubblico) il rischio del recupero dell’investimento e della gestione dei debiti.

Dovremmo essere tutti No-Tav per dire Si al dirottamento di quegli investimenti in trasporti sostenibili ed efficienti per i pendolari e in tutte le nostre geografie, nel risanamento e nella salvaguardia del territorio che anche in quei territori viene sacrificato alle ragioni del profitto, della speculazione, del cemento.

Dovremmo essere tutti No-Tav per dire Si a quelli che oggi chiedono la verità e il risarcimento per quanti sono stati bollati come terroristi se anticipavano i pareri scientifici e  tecnici sull’inutilità di un intervento per il quale si rubano i soldi dalla tasche di un Paese già impoverito.

Dovremmo essere tutti No-Tav per dire Si a chi si oppone a un sistema feroce  che condanna i territori a morire  di abbandono  in nome della libera circolazione di capitali, eserciti, merci, come condanna la gente a fuggire dalle proprie terre e dalla proprie case, in Val di Susa e ovunque ha portato guerra e fame e povertà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Firenze pappa anche senza pomodoro

matta Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai quando Mattarella festeggia c’è da preoccuparsi, si tratti dell’acclamazione di un usurpatore o di una esultante inaugurazione, come è successo ieri a Firenze dove alla sua presenza accolto da molti applausi e da un gruppo di bambini che sventolavano bandierine tricolore proprio a lato della fermata, ha tagliato il nastro della linea T2 della tramvia, insieme al sindaco Nardella, al presidente della Regione Rossi, al ministro Toninelli e alla commissaria europea Corina Cretu, che ha annunciato: “Dall’Europa arriveranno altri 40 milioni di euro per completare le nuove linee”:  costo totale 600 milioni di euro, dei quali 26 provenienti dalla Ue. Secondo le entusiastiche previsioni rivendicate  da Renzi il Magnifico, con la linea T1 e la linea T2 volute e regalate da lui alla cittadinanza ci saranno 37 milioni di viaggiatori l’anno, 14 mila tonnellate in meno di CO2, 27 mila auto lasciate a casa, 2,4 tonnellate in meno di Pm10 e il 10% in meno di traffico.

Tutto bene direte voi, peccato che la presenza del Capo dello Stato suoni come il sigillo definitivo su dubbi e opposizioni in merito al complesso di opere e interventi che la cerchia dell’ex presidente della Provincia, dell’ex sindaco e ex premier ha avviato per lasciare la sua impronta indimenticabile sulla città del Giglio e il suo hinterland, e cui il governo non più tanto nuovo guarda con la tenera e comprensiva indulgenza che pare voglia dedicare agli abusi e agli oltraggi del passato.

Non  rassicura di certo la pensosa ponderatezza del ministro delle Infrastrutture che ha fatto effettuare un’analisi costi-benefici della cosiddetta Tav “per capire quanto hanno sbagliato e come possono rimediare a un’opera” che fra inchieste giudiziarie, progetti fallimentari e imprese in crisi “purtroppo è partita male e mi pare che stia purtroppo proseguendo peggio”. Insomma, mica si può rottamare quello che è stato cominciato!  lasciando intendere che se la Regione riuscirà  “ad andare avanti senza di noi (Governo e Stato) andrà avanti”, secondo una interpretazione fatalista del federalismo che la dice lunga sul senso di responsabilità e la lungimiranza del ceto del cambiamento.

Chi si è battuto per individuare gli strumenti di pianificazione per un approccio strategico dello sviluppo toscano e dell’Area Metropolitana Fiorentina e di quali servizi, di quali funzioni pubbliche, di quali trasporti essa avesse bisogno, è stato sconfitto. Patti opachi e l’insano protagonismo de capoluogo sono stati polarizzati intorno al Termovalorizzatore di Case Passerini e, una volta che questo non ha appagato gli appetiti privati, sul nuovo Aeroporto di Peretola.  E intanto l’Alta Velocità (fortunatamente) è ferma, il lotto Mezzana Perfetti Ricasoli al palo come la terza corsia autostradale, il collegamento Firenze-Prato bloccato, la realizzazione del polmone verde e del segno paesaggistico pensato  come il gioiello ambientale per l’area tra Firenze e Prato cancellata, l’Arno ancora da mettere in sicurezza, il Polo Scientifico Universitario incompleto. A rafforzare  la scelta della concentrazione di funzioni a saturazione del centro cittadino e  alla faccia del ruolo di Sindaco metropolitano,  basta pensare a come e dove si realizzerà il sogno viola del nuovo stadio:  riposta nel cassetto l’ipotesi di localizzarlo  in una grande area dismessa e a destinazione commerciale alle porte della città, la nuova amministrazione fiorentina ha deciso di integrarlo al centro urbano già congestionato dei Mercati Generali.

Non a caso le gioconde mosche cocchiere  ieri hanno  acclamato alla celebrazione del dinamico avvicinamento  della città al resto del mondo, inteso come  l’aeroporto, narrato e descritto come un ponte necessario verso la modernità, come irrinunciabile suggello sulla vocazione turistica, come marchio dell’attitudine cosmopolita dell’ex capitale.

Ormai a quell’infrastruttura maledetta siamo condannati, con la  ragionevole accondiscendenza dell’influente ministro del governo – forse tra i più calabraghe degli ultimi anni – che evoca lo spettro di ben altra condanna, quella della Commissione che potrebbe sanzionare l’Italia per aver erogato per l’opera 150 milioni di fondi pubblici sotto forma di aiuti di Stato, per motivare la sua assennata proposta rivolta al presidente della Regione “ di entrare nel capitale attraverso soldi pubblici per gestirli insieme a Toscana Aeroporti, insieme a lui e tutte le altre autorità”.

Insomma si ripete il copione già sentito e che temo sentiremo ancora e che non prevede mai di annoverare la parola No: il ministro ha ribadito con la sua proverbiale fermezza di voler lasciare tutti i soldi a Firenze e alla Toscana, ma ripeto, ha proclamato,  li voglio utilizzare bene questi soldi e senza sanzioni europee. C’è chi voleva la sua banca, c’è chi vuole il suo aeroporto e se non può averlo in regime di esclusiva si accontenta di entrare nell’affare? Perché di affare si tratta, visto che nell’infinito ripetersi di analisi costi-benefici non si viene mai a capo dell’utilità sociale dell’infrastruttura intorno alla quale si agitano ben 32 attori interessati alla trasformazione del  l’aeroporto Vespucci assolutamente congruo con la sua funzione di servizio, in prestigioso scalo intercontinentale che ha avuto il parere positivo della Conferenza dei servizi malgrado l’opposizione delle amministrazioni più colpite dagli effetti collaterali della nuova pista di 2.400 metri parallela all’autostrada A11 Firenze-Mare, dell’hub megalomane, della pressione su un’area densamente antropizzata colpita da accertati problemi ambientali e sanitari.

Tutto in questa impresa è opaco e bugiardo, a cominciare dal fatto che la Valutazione di impatto ambientale è stata concessa sulla base di un masterplan e non di un progetto di fattibilità e dall’indebita decisione del governo Gentiloni di far approvare in fretta e furia  un Decreto legislativo che comportasse  la decadenza di un bel numero delle 142 prescrizioni cui era condizionato il parere favorevole alla Via.

Non occorre poi un ente scientifico per confermare che sorgerà in una zona già compromessa da fattori ambientali negativi e che accerti il probabile impatto inquinante, visto che sono previsti il raddoppio dei voli e vettori di maggiore dimensione quando sanno anche i bambini che l’aereo è il mezzo di trasporto di gran lunga più inquinante a parità di chilometri percorsi.

Per non dire dei costi: è il  governo Renzi che fece piovere sull’iniziativa al 90% privata robusti finanziamenti pubblici: oltre ai 100 milioni messi in campo da Enac (l’Ente nazionale aviazione civile, che dipende dal ministero delle infrastrutture), sono stati stanziati altri 50 milioni dallo «Sblocca Italia» in qualità di finanziamenti che andrebbero a opere complementari, come  la costruzione del nuovo Fosso Reale e di altri interventi che solo la nuova pista rende necessari, ma che attualmente funzionano efficacemente.

Va riconosciuto alla Cgil di non aver ceduto al solito “ricatto occupazionale”: il beneficio in termini di posti di lavoro  è stimato dall’Irpet in 2.500, e ammesso che questa stima sia credibile, si tratterà per lo più di addetti ai bagagli, baristi, commessi, camerieri, taxisti e simili, a confermare che il futuro dei ragazzi fiorentini, ad di fuori dei rampolli delle dinastie renziane, sarà affidato a carriere servili e dequalificate. Sempre la Cgil ha denunciato altre criticità: : dall’interruzione del collegamento fra Sesto e l’Osmannoro, al pregiudizio sullo sviluppo del Polo universitario, alla messa in discussione del Parco della Piana così come previsto dagli strumenti urbanistici di Regione e comune di Sesto, agli ostacoli alla vocazione produttiva e manifatturiera dell’Osmannoro.

Tra i 32 attori interessati all’aeroporto, non ci sono i cittadini, tagliati fuori da ogni decisione (Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge) e da ogni attività di controllo: dalla composizione di un osservatorio preposto a controllare la realizzazione dell’aeroporto, sono stati eliminati i sindaci dei Comuni coinvolti, a favore di un unico “rappresentante locale”, Dario Nardella, Sindaco della Città metropolitana, strenuo sostenitore del progetto insieme all’altro compagno di merende l’ancora onnipresente Lotti. E non è un caso: sono tagliati fuori anche da una città dove si perpetuano le alienazioni del patrimonio immobiliare pubblico, dove i residenti vengono persuasi ad andarsene dai fitti sempre più alti, dallo spostamento nella cerchia dell’hinterland di servizi essenziali e scuole, dalla trasformazione di un centro abitato vivo in un luna park popolato da inservienti, affittacamere, bottegai che propongono merci uguali a Dubai e Singapore. E che il futuro non interessi a chi governa indegnamente la città trova anche una motivazione demografica: dati aggiornati al 2017  mostrano una popolazione fiorentina molto più anziana (65 anni e oltre) della media nazionale (il 26% contro il 21% della popolazione italiana), come a dire che per ogni fiorentino nell’età da 0 a 14 anni vi è un numero più che doppio di ultra sessantaquattrenni. E non sono mica degli anziani Paperoni: la classe degli ultra sessantaquattrenni nel centro storico è meno numerosa rispetto al resto della città, fenomeno attribuibile all’espulsione forzata dei ceti più fragili.

Anche Firenze, come altri centri urbani, come i paesi del cratere del sisma smette di essere una città per diventare un villaggio turistico, un parco tematico a ricordo e vergogna di un popolo di artisti e di comuni che hanno dato forma alle prime democrazie.


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