Annunci

Archivi tag: tecnologia

L’urlo di Chen terrorizza l’occidente

Film AfişleriIn pochi giorni Huawei, per reagire alla sconsiderata guerra dichiaratale da Washington  che si sente minacciata dalla tecnologia 5 g  messa a punto dal colosso cinese, ha presentato la sua App Gallery che andrà a sostituire quella di Google (comunque raggiungibile via web) mentre i primi benchmark del suo nuovo sistema operativo Hongmeng ne testimoniano una velocità doppia rispetto ad Android a causa di una migliore gestione della memoria che com’è noto non è mai stato il punto forte di questo sistema operativo. La cosa non deve stupire più di tanto, nemmeno il più accanito occidentalista: le aziende private nel contesto del neoliberismo sono molto innovative a chiacchiere e a modelli che si susseguono con minime differenze, ma in realtà sono ormai molto conservative nella sostanza visto che devono costantemente soddisfare gli azionisti e non possono permettersi grandi investimenti che non siano immediatamente monetizzabili. Huawei ha avuto tutto il tempo per sviluppare e il migliorare il suo Os che del resto deriva, come Android e Ios, dagli stessi sistemi unix messi a punto ormai mezzo secolo fa e imprescindibili nonostante la loro anzianità per questioni di mercato.

Insomma sull’uomo della strada, abituato a pensare grazie a un’informazione ai minimi livelli che il sole giri intorno agli Usa e che i cinesi e gli asiatici in genere copino tutto (come è notoriamente avvenuto per la stampa, la polvere da sparo, la bussola),  si sta abbattendo una rivoluzione copernicana di cui dovrà prendere atto, come al solito quando sarà troppo tardi per capire che il sistema nel quale siamo immersi non è più competitivo non foss’altro che per eccesso di competizione interna e carenza di solidarietà sociale, anzi basata sulla disuguaglianza come motore economico. E per fortuna che non lo dico solo io, anzi nei decenni passati molti allarmi si erano levati in proposito e oggi David Goldmann , autore di “How civilization die”, editorialista per l’Asia del gruppo Spengler, lo sostiene apertamente in un articolo scritto per Tablet magazine una pubblicazione di ispirazione sionista di cui è uno dei maggiori collaboratori: “Il guaio è che non riusciamo ad ammettere a noi stessi che la Cina ci sta battendo. Per anni ci siamo raccontati che i cinesi non inventano nulla, ma semplicemente rubano le tecnologie degli altri e che un sistema economico statalizzato non può competere con le nostre economie di mercato. Ci dimentichiamo che la Russia, durante la Guerra fredda, ci ha fatto sudare parecchio. Alla fine degli anni Settanta tutte le persone più intelligenti, da Henry Kissinger a Helmut Schmidt, pensavano che la Russia avrebbe vinto la Guerra fredda, e ci volle l’improbabile elezione di un attore di cinema di serie B a presidente degli Stati Uniti per dimostrare che avevano torto. Per giunta, se da un lato la leadership russa era un’accozzaglia di ubriaconi, la classe dirigente cinese viene selezionata dal 10 per cento di chi ottiene i punteggi più alti negli esami di ammissione all’università.”

Questa testimonianza è tanto più credibile dal momento che nasce all’interno degli ambienti imperiali più reazionari e non si ferma alle considerazioni sulle performance tecnologiche, ma va più a fondo: “La modernizzazione cinese non è un’enclave della modernità borghese, come in India, bensì un movimento che si estende fin nei capillari della società. Gli imprenditori nei villaggi cinesi si connettono al mercato mondiale tramite i loro cellulari, vendono i loro prodotti e ne acquistano altri su Alibaba, e ottengono finanziamenti dalle piattaforme di microcredito. I flussi di informazione e di capitali scendono fino alle radici dell’economia e i prodotti rifluiscono sui mercati del mondo. La Cina ora si propone di esportare il suo modello al sud-est asiatico, all’Asia centrale, all’America latina e a parti del medio oriente e dell’Africa”. E continua: “Nel 1987, il pil pro capite cinese era di 251 dollari, secondo la Banca mondiale. Nel 2017, era cresciuto a 8.894 dollari, ossia si era moltiplicato trentacinque volte. Niente di simile si è mai verificato in tutta la storia economica, men che meno nel paese più popoloso del mondo. E non sono stati soltanto i redditi individuali, a essere cresciuti. I treni superveloci cinesi, le super autostrade, i grattacieli, i trasporti di massa urbani e i porti sono mastodontici monumenti alla nuova ricchezza del paese. In confronto, gli aeroporti, le ferrovie e le strade americane sembrano dei relitti del Terzo mondo”.

Ed è qui il cuore della questione che si vuole mascherare con improbabili timori di futuro spionaggio: la tecnologia 5 g, con la sua capacità di connessione è la promessa a tutte le aree meno evolute di uno sviluppo simile a quello cinese facendo man mano orientare la bussola di interi continenti verso Pechino piuttosto che verso Washington. Se poi tale sviluppo sia possibile o plausibile è un’ altra questione: ma tutta la politica Usa è stata rivolta da sempre a mantenere una sorta di primazia globale dell’immaginario che è fondamentale per l’America e la sua economia, solo che con l’affermarsi del neoliberismo globalista questo obiettivo è diventato preda di contraddizioni irresolubili per cui un sistema imposto grazie all’idea dell’America e alla sua preminenza, divenendo  una catena di drenaggio di risorse da tutte il mondo, sta oggi sfasciando quell’idea di America e le basi stesse della supremazia. Tutto si tiene e alla fine si paga.

Annunci

Huawei e lo Sputnik

splash_59d511ad2f08dDa ormai quarant’anni siamo sottoposti all’egemonia del pensiero unico che predica la centralità, anzi la sacralità del mercato e del profitto e dunque la riduzione assoluta degli stati in quanto spazi di diritto e di cittadinanza, fatta passare come libertà delle persone, delle merci e dei capitali che ha preso il nome di globalizzazione dopo la caduta del muro. E’ un sistema della disuguaglianza che alla lunga non si regge in piedi da sé, ma che ha bisogno di un costante surplus preso da fuori, grazie al controllo strategico delle fonti energetiche, il mantenimento con ogni mezzo di una supremazia tecnologica, la formazione e la difesa di regimi amici, non importa di quale natura, nelle zone “di raccolta”, ostilità totale a quei Paesi che osino difendere i loro interessi. Insomma il globalismo non è altro che una particolare dizione dell’imperialismo, come vediamo con chiarezza assoluta proprio in questi giorni, solo che anche qui le contraddizioni vengono rapidamente al pettine visto che –  per esempio – il cosmopolitismo produttivo in funzione dei profitti derivanti dal lavoro a basso costo ha portato alle folli delocalizzazioni e alla fine ha creato potenze rivali o egemonie locali che adesso minacciano il sistema.

Anzi lo minacciano a tal punto che i suoi burattinai sono stati costretti ad abbandonare il suadente scenario dipinto di libertà e democrazia lasciando intravvedere la struttura reale  e in queste settimane del 2019 abbiamo in campo più di un esempio del globalismo imperialista: abbiamo il caso Assange che mette una pietra tombale alla libertà di espressione; la vicenda venezuelana che è uno degli esempi più classici di un tentativo di cambio di regime con la forza; la vicenda dell’Iran che viene provocato con concentrazioni militari il cui scandaloso scopo sarebbe quello di evitare “provocazioni” di Teheran, peraltro costruite a tavolino; abbiamo le minacce e le pressioni sulla Germania perché non osi imboccare una relativa autonomia che in questi giorni si concretano con altre sentenze americane sul glifosato della ex Monsanto ora Bayer: chissà come per 40 anni i giudici Usa hanno respinto qualsiasi azione nei confronti di questa classe di diserbanti e ora che l’azienda è diventata tedesca questo principio attivo è responsabile di qualsiasi cosa.

Ma la vicenda più significativa è quella della Huawei cinese attorno alla quale è stata costruita un’assurda narrazione preventiva di spionaggio  rispetto al famoso standard 5g. Ora è chiaro che qualsiasi azienda di cellulari potrebbe fare potenzialmente le stesse cose che si temono da Huawei, ma in questo caso si tratta del fatto che il nuovo standard rispecchia una tecnologia nata sostanzialmente al di fuori degli Usa, di cui Washington non ha il pieno controllo e che metterebbe in secondo piano aziende come la Samsung, punto strategico per la politica coreana. E’  una detronizzazione simbolica cui tutto il sistema americano che ha rapinato per decenni tecnologie al Giappone e all’Europa, imponendo tuttavia una narrazione diametralmente opposta, si è levato come un sol uomo, come dimostra la “libera google” che ha deciso  di togliere a Huawei la licenza Android e gettando finalmente la maschera di organizzazione esclusivamente privata. Questo sarebbe poco male perché Huawei ha già sviluppato un proprio sistema operativo, chiamato Kirin Os  e che prenderà il nome di Hongmeng, considerato  dagli esperti migliore di Android per stabilità e gestione della memoria. Il problema è che mancheranno il mercato delle app google, you tube e insomma tutta quella pletora immane di “contenuti” , immediatamente disponibili senza passare per un browser grazie a i quali l’occidentale medio viene rimbambito. E del resto proprio due settimane fa  il segretario al commercio degli Stati Uniti, Wilbur Ross ha testualmente ammesso  che “il governo degli Stati Uniti considera piattaforme di telecomunicazione e tecnologia come armi geopolitiche. Se si lascia che un paese straniero fornisca la tua infrastruttura di telecomunicazioni  si tratta in sostanza di una penetrazione della sicurezza nazionale americana “. Il che tra parentesi significa che gli Usa hanno violato finora la sicurezza di ogni altro Paese.

Insomma, anche se questo non viene detto generalmente notato, la vicenda 5g è per gli Usa un po’ come lo sputnik, una sorta di choc che mostra come il futuro cominci a battere ad altre porte; un episodio forse meno clamoroso, ma certo più pericoloso perché non arriva nelle fasi iniziali  di uno sviluppo tecnologico, ma quando questo è già maturo. Inimmaginabile e intollerabile, soprattutto non rimarginabile con un sofisticato film spaziale e dunque quelli che non volevano frontiere, quelli che conferivano le cittadinanze mondiali, si dimostrano alla fine come i campioni dell’imperialismo formato 21° secolo. Questa condanna a morte, con un pretesto, da parte degli adoratori del libero mercato, dimostra che si tratta di un falso dio anche per il suoi grandi sacerdoti che vogliono essere gli unici liberi. Io credo che di fronte a questo panorama, molte persone  dovrebbero solo vergognarsi di sostenere un vangelo palesemente apocrifo citandone i passi più ipocriti, ma purtroppo non è possibile: non c’è ancora la app.

 


La leggenda del buon capitalismo

shutterstock_484781506Uno dei punti saldi della socialdemocrazia, dagli anni 30 del secolo scorso fino agli anni ’80, era quello di non respingere il capitalismo in sé, ma di criticarne alcune forme e fasi, per esempio il capitalismo dei consumi, il capitalismo di relazione, il capitalismo finanziario e via dicendo. In seguito l’accettazione del capitalismo è stata pressoché totale e priva di serie caratterizzazioni o alibi, ma in molta parte della cultura europea, anzi nella quasi totalità del suo arco politico – ideologico,  sopravvive la convinzione che ci siano solo alcuni aspetti del capitalismo che vanno respinti e che dunque il sistema sia in qualche modo riformabile e/o migliorabile, anche se spesso questo convinzione sia usata in mala fede. Ma gli ultimi vent’anni ci dicono che non è affatto così: una società basata strutturalmente sull’accumulazione di capitale e sul profitto non può che presupporre una crescita perpetua, vale a dire infinita quando le risorse sono invece finite.

A ben pensarci il capitalismo nelle sue forme moderne è nato precisamente in un contesto nel quale circa 100 milioni di persone  potevano disporre delle ricchezze dell’intero pianeta in qualche modo accordando la teoria a uno stato di fatto, cosa che ovviamente oggi non è più possibile e costituisce un boccone molto difficile da mangiar giù, anche per quelli che si fingono accoglienti, aperti e tolleranti. Per la verità il problema, l’antinomia è talmente evidente che non la si può negare, ma si è tentato comunque di aggirarla sostenendo che quando il consumo passa dai beni ai servizi la crescita economica può essere disgiunta dall’uso delle risorse materiali e dunque dalla contraddizione radicale del capitalismo nonché dai suoi effetti di devastazione planetaria. Ma le cifre dimostrano che  così non è stato: proprio nelle settimane scorse uno studio di due economisti che hanno controllato i dati disponibili ( qui il compendio) ci dice che il consumo di risorse materiali in rapporto al pil mondiale è un po’ diminuito durante il primo impatto negli anni ’90, ma poi si è riallineato e procede dritto come un fuso. In realtà l’argomento era nel migliore dei casi un auspicio, ma nella sostanza si trattava solo di una allucinazione teorica di cui ci sono mille esempi in economia, come ad esempio la cosiddetta legge di Say: qualsiasi servizio consuma comunque risorse materiali e l’ inutile moltiplicarsi in attività di nessun conto o  superflue o volte all’iperconsumo lascia le cose intatte, anzi tende ad addizionarsi semplicemente ai consumi tradizionali visti come incomprimibili.

L’argomento ha anche trovato una sua vulgata mediatica secondo la quale la tecnologia e in grado di risolvere i problemi connessi al suo sviluppo, deducendone che non ci sarà mai una reale necessità di cambiare modello sociale.  E’ del tutto chiaro che questa specie di atto di fede estrapola la tecnologia dal suo contesto che è ovviamente la società capitalistica e anche se in linea teorica il ragionamento potrebbe essere plausibile, non tiene conto che qualsiasi tecnologia deve ordinarsi sull’orbita circolare capitale, consumo, profitto, capitale. In soldoni ogni tecnologia deve implicare un ritorno in termini di accumulazione e dunque per quanto una qualunque tecnologia possa essere risparmiosa e pulita in sé finirà comunque per essere usata in termini tali da aumentare i consumi e i profitti. il capitalismo “buono”  in realtà cessa quando vengono meno i surplus che possono essere rapinati  altrove e il benessere creato nel frattempo grazie a questo meccanismo viene via via ridotto ridotto e azzerato. E’ come nella relatività: se l’unica costante è la velocità della luce, spazio e tempo divengono relativi al sistema di riferimento; in questo caso se accumulazione di capitale e profitto non possono essere compressi per statuto sociale, anzi devono necessariamente aumentare, dovrà cambiare tutto il resto, ovvero i diritti e i redditi, creando una disuguaglianza mai vista prima.g

Ma c’è un altro effetto legato a questa logica: man mano che le risorse reali e potenziali si riducono, quando non si può più evitare evitare di calcolarne la durata rimanente anche la questione della proprietà pubblica viene aggredita e distrutta: qualsiasi bene, anche quello più astratto o estetico come, ad esempio il paesaggio, diventa monetizzabile e dunque disponibile per il capitale e per il profitto: possiamo combattere e contrastare questa logica, come per esempio è avvenuto con l’acqua pubblica, ma alla lunga anzi sempre più spesso alla corta non c’è modo di arginare la privatizzazione e l’appropriazione indebita. Tra qualche decennio  tutto sarà privatizzato, sempre che questo sistema riesca a durare tanto nonostante la contraddizione che si porta appresso, mentre uscire fuori da queste logiche significa ritornate al pubblico il più possibile, anche se in  maniera molto diversa dal passato, puntando a un pubblico che non sia più come troppo spesso è accaduto qualcosa destinato a chi non può permettersi altro, ma l’eccellenza.


Lavorare da morire

mb Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una notizia che ieri non ha goduto degli onori della cronaca, salvo qualche “breve”. L’ho cercata anche nella copiosa rassegna stampa che il Corriere invia generosamente ai suoi abbonati online, ma non l’ho trovata a differenza di quella sulla rapida ascesa al potere delle “donne di destra bianche e arrabbiate” (sic), di quella sulla popolarità della Quinoa sulle nostre tavole, o di quella sull’insurrezione delle spose indiane contro i mariti che le abbandonano, ma niente.

Eppure, dalle statistiche pubblicate dall’Inail, sono 703 i “caduti” sui luoghi di lavoro nel 2018, registrando un  aumento del 9,7% rispetto al 2017. Con i morti sulle strade e “in itinere”, considerati dallo Stato e dall’Inail come “morti sul lavoro”, si arriva a oltre 1450.  Mai stati così tanti da quando il 1° gennaio 2008 è stato aperto l’Osservatorio indipendente di Bologna, che conteggia tutte le vittime sui luoghi di lavoro, anche quelli non coperti dall’assicurazione dell’Inail o di antri enti.  Molti di più dei morti negli attentati terroristici,  il che la dice lunga sui veri pericoli che minacciano la nostra civiltà superiore. L’Osservatorio  scava più in profondità dell’Inail e denuncia che sono aumentati gli infortuni, anche quelli con esiti mortali, tra i giovanissimi e gli ultrasessantenni, vittime gli uni del lavoro precario esonerato da obblighi di sicurezza, gli altri dell’innalzamento dell’età pensionabile.

E a chi si rallegra perché sarebbero aumentate le notifiche degli incidenti, sarà bene ricordare che grazie al Jobs Act chi denuncia l’inosservanza di regole di sicurezza  può essere “rimosso”, che sono calate le segnalazioni di infortuni mentre sono aumentati i morti nel settore agricolo e che nelle statistiche  non ci sono le Forze Armate, i Vigili del Fuoco, innumerevoli Partite Iva, compresi i giornalisti, lavoratori in nero, per la maggior parte stranieri (recentemente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/17/misfatto-bianco/ ).

E’ paradossale: c’è sempre meno lavoro e sempre più morti di lavoro, di lavoro cattivo, di lavoro clandestino, di lavoro senza casco, di lavoro scelto davanti al ricatto: salario o salute, di lavoro sotto i caporali che ti tengono al sole a raccogliere ciliegie, pomodori che tu sia nero o donna, poco cambia. E  di lavoro moderno. E chissà se si comincerà a sottoporre a statistica gli addetti della grid economy, i rider costretti a approfittare delle formidabili opportunità offerte dalle piattaforme  Foodora, Deliveroo, Glovo, Just Eat che dominano il mercato delle consegne di cibo a domicilio, sedotti dall’illusione di lavorare in “totale libertà”, imprenditori di se stessi che possono scegliere “quali ordini accettare”, come si legge sul sito di Glovo, in realtà solo fattorini che pedalano con tutti i rischi del lavoro autonomo, nessuna garanzia, nessuna protezione, anche per via del passaggio compiuto dalla aziende da paga oraria a cottimo.

E chissà se mai qualcuno ben oltre al “decreto dignità”  sfodererà delle misure di controllo sullo status giuridico delle imprese e sulle loro responsabilità oggi che sono sparite le aziende che riassumono le funzioni di progettazione, produzione, vendita, gestione del personale, contabilità, ora che non solo le piccole aziende delegano in outsourcing all’esterno,  ma ciò che resta delle aziende grandi è tenuto insieme solo dal marchio e dal controllo finanziario. Ora che  singoli stabilimenti sono legittimate a  essere entità autonome, con contratti diversi e nello stesso “stabilimento” a contatto di gomito, c’è gente impegnata nella stessa mansione produttiva che dipende da aziende diverse, e che lo stesso gruppo o lo stesso ente finanziario, può svolgere le attività più disparate. In modo, dopo tanto chiacchiericcio sulla responsabilità sociale,  da sottrarre l’andamento tutto dell’impresa ai controlli e alla sorveglianza sulla rintracciabilità delle operazioni finanziarie e degli obblighi fiscali, del rispetto della sicurezza e della qualità della vita nei luoghi di lavoro.

E chissà se il nuovo segretario della Cgil impugnerà l’accordo siglato un anno fa  sul nuovo modello contrattuale che intendeva fissare  “alcune linee di indirizzo per la contrattazione collettiva la previdenza complementare, e l’assistenza sanitaria integrativa, la tutela della non autosufficienza, le prestazioni di welfare sociale”, pensando ai lavoratori come clienti di un mercato privato della salute, della cura, del soccorso. Chissà se vorrà smascherare il trucco di questo cosiddetto ‘welfare contrattuale’ il sistema preferito dalle aziende per pagare i dipendenti,  versando gli aumenti contrattuali e i premi di produttività in fondi che dovrebbero fornire previdenza, sanità e servizi integrativi rispetto alle prestazioni del settore pubblico. Così le aziende ci guadagnano perché su quelle somme non pagano le tasse e i lavoratori vengono persuasi che prerogative, garanzie e diritti sono a portata di mano, ma se li paghi due volte, con le tasse e comprandoli dagli stessi padroni, che qui fondi li hanno creati e gestiscono proprio allo scopo di possedere e gestire l’esistenza dei dipendenti e di lucrarci. Chissà se vorrà fare qualcosa per impedire quel processo già avviato di trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, che sembrano essere diventati insieme ai CAF l’unica forma di sussistenza e di sopravvivenza del sindacato prima  che gli operai acquistino a loro spese la tuta griffata e il casco protettivo.

Chissà se qualcuno vorrà e saprà riprendere il tema dell’alienazione scomparso dal campo di analisi e di lotta del sindacato e perfino da quello della sociologia schiacciata sulla ricerca quantitativa anziché sui processi e la qualità nel loro insieme, per restituire ai cittadini il diritto e la capacità di controllare il lavoro che svolgono anziché esserne schiavi, oggi ancora più cruciale con le nuove forme di organizzazione che puntano a dividere, isolare, individualizzare, per sottomettere, integrare, tacitare. Avviene nelle forme moderne di sfruttamento, Amazon, gig e sharing economy, lavoro uberizzato, avviene nei crescenti processi di occupazione tecnologica: app e algoritmi che mirano a militarizzare i comportamenti degli “”addetti” per condizionare quelli collettivi. E avviene nel lavoro tradizionale precario e non, ammesso che ve ne sia ancora, dove a individui sempre più soli e sempre meno protetti,  sempre più vulnerabili e sempre più invisibili,  da vivi come da morti, quando devono essere nascosti non come una colpa, ma come un fastidio da rimuovere o un rifiuto da conferire in discarica.

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: