caping Le prairies de la MerAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che i cani da palcoscenici, quelli della compagnie di giro, per esprimere i sentimenti previsti dal copione, devono alzare la voce con toni roboanti, allargare gli occhi, moltiplicare le smorfie, sospirare, versare lacrime con la cipolla, allargare la braccia, buttarsi in ginocchio.

Hanno fatto così anche i nostri dilettanti al governo e in Parlamento di fronte allo scandalo dell’Expo, per comunicarci stupore, meraviglia, riprovazione, sconcerto e indignazione, come se non fosse una legge scritta che ormai l’unico motore di sviluppo per le imprese, l’unica contesto favore al profitto è la creazione di situazioni eccezionali, che si sottraggano alle regole e ai controlli, in modo che il Fare o anche il non fare sia il contesto per transazioni opache, per alleanze tra affini, mossi dallo stesso interesse, che non è certo quello generale, per creare una occupazione mordi e fuggi dequalificata e precaria, per darla da bere ai cittadini, per tirar su monumenti inutili o scavare tunnel ancora più futili. Tutto questo a sigillo di un’epoca senza idee, ideali, genio, promesse, il cui stemma è il logo dell’Expò appunto, che nella città che ha inventato e animato creatività, design, arte applicata, sembra pensato dagli allievi del primo anno di una scuola di disegno per corrispondenza.

Come in tutte le storie letterarie o cinematografiche nelle quali il protagonista è condannato a rivivere la stessa giornata, la stessa vicenda senza poter fare nulla per cambiare il proprio destino, riviviamo Tangentopoli, con gli stessi tangentari, senza nemmeno la consolazione di Mani Pulite, perché lo spirito di quel tempo è stato addomesticato dalle continue repliche di successo del malaffare, perché lo scandalo viene alla luce quando ormai i giochi sono fatti, gli incarichi assegnati. E la campagna elettorale incalza, ferve il bisogno di tagliare nastri e inaugurare i santuari della nostra vergogna e le misure eccezionali per circoscrivere un fenomeno che è stato alimentato proprio dall’eccezionalità, verranno poi, nel corso di faticose negoziazioni , di quella stessa natura di quelle che hanno salvato falso in bilancio, concussione, riciclaggio, di quelle che con una manina danno uno schiaffetto e con l’altra erogano scudi, condoni, licenze.

I governi che si sono succeduti in questi ultimi anni, perfino questo del guappo educato alla Stoà di Arcore, sono stati caratterizzati da intenti pedagogici, dalla pervicace volontà di mettere in riga – proprio loro – un popolo infantile, immaturo, indolente, indifferente e dedito a familismo, micro-clientelismo, decadimento morale. Guardati con tolleranza, che si sa in tempi di crisi, si tratta di espedienti per sopravvivere e comportamenti scostumati, ma che tecnici austeri, dinamici giovanotti e intraprendenti signorine si sentono incaricati di reprimere. Ma solo quando riguardano noi, che se per caso affliggono sottosegretari o ministri invece comprensione, indulgenza sono d’obbligo.

E per rendere più credibile l’intento ecco appunto l’enfatica meraviglia, l’altisonante disapprovazione per le mele marce, per i compagni che sbagliano, che per carità non finiscano per contagiare anche altri, probi cittadini, società civile, insomma quella plebe che viene promossa a popolo solo quando è oggetto di quella forma di feroce persuasione chiamata appunto populismo.

Tanto per quelli più su il castigo sarà limitato: è gente d’età, l’Expò è una vetrina e certe brutture è meglio non esibirle, per un latitante lontano uno torna a casa, e per i condannati eccellenti c’è sempre un ospizio pronto a rieducarli dolcemente.

E a fare da controcanto a una misura repressiva – di prevenzione proprio non si parla – ce ne sarà subito pronta una educativa alla trasgressione, alla derisione delle regole, perché questo è il senso vero dell’ideologia al potere e al governo, moltiplicare le differenze, esasperare le disuguaglianze, anche mediante la promozione e l’applicazione di leggi e leggine fatte per chi ha e sia messo in condizione di avere sempre di più, penalizzando chi non ha e non avrà mai.

Proprio nelle more del “Decreto Expo’”, in parziale modifica, ma il risultato non cambia, del Decreto Fare, si ipotizza una “liberatoria” che permetterà l’ installazione di casette e bungalow senza permesso di costruire, necessario, invece, anche per realizzare una semplice tettoia in una casa di campagna, travestendo da opere precarie le case mobili. I promotori sono parlamentare del Pd, gli stessi che non rinunciano al proposito di vendere le aree demaniali agli stabilimenti balneari, sinora in concessione, per “contribuire al risanamento dei conti pubblici” e “offrire agli attuali concessionari il diritto di prelazione all’acquisto”.

Non sono bruscolini: proprietari di campeggi, albergatori improvvisati, reduci del brand delle multiproprietà avranno modo di installare strutture ricettive, non sottoposte all’obbligo di pagare oneri concessori nè TASI, in barba al sistema di autorizzazioni necessarie per adeguarsi a piani urbanistico-edilizi e paesaggistici, scegliendo, e perché non dovrebbero farlo?, luoghi di particolare pregio naturalistico, siti n0n abbastanza protetti, aree vincolate.

Si tratta di una manifestazione in più dell’isteria, dell’ossessione che affligge Renzi e il suo governo, di demo­lire quanto resta delle fun­zioni pub­bli­che, dalle Soprin­ten­denze, agli organi di controllo, alla rappresentanza,  fino all’Autorità di vigi­lanza sui lavori pub­blici. Un vecchio proverbio recita: fare e disfare è tutto un lavorare, ma è un detto che non si presta a chi non ha mai conosciuto la fatica e non la rispetta.