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Siamo brava gente, amiamo Berlusconi

Berlusconi_Salvini Anna Lombroso per il Simplicissimus

È ormai indubbio che siamo stati governati da eccellenti strateghi, capaci e sagaci: avevano un obiettivo, l’evaporazione di un ideale democratico, già ridimensionato a poliarchia, l’instaurazione di un regime autoritario e accentratore  in assenza però dello Stato e il consolidamento del primato del privato sull’interesse generale, il tutto col favore dell’apatia popolare.

E ci sono riusciti. Anzi a poco a poco quell’atarassia si è mutata in appoggio obbligato e nell’accettazione incondizionata di due capisaldi della loro ideologia. Il primo consiste nella persuasione che nel Bene esistono grandi differenza, ma nel Male siamo tutti uguali. E che quindi compito del bravo cittadino  è dare consenso al prodotto che viene pubblicizzato come il meno peggio, Berlusconi compreso. Tesi opinabile e largamente smentita dalla storia e anche dalla cronaca pensando al diverso trattamento riservato dalla giustizia al ladro di due mele o all’imprenditore o al manager risparmiato perfino dopo l’azione della livella che livella non è. O guardando alla deplorazione riservata al fascismo di facciata mentre il totalitarismo economico e finanziario viene trattato come un fenomeno incontrastabile con i suo contro e i suoi pro, che in fondo dà lavoro a tanta gente, né più né meno del Cavaliere che mantiene veline, giornalisti, scrittori, registi e anche parlamentari.

Il secondo e persuasivo fondamento cui piace credere è che gli italiani siano brava gente, che se adesso non nè possono più dell’invasione barbarica, è perché si sono superati i limiti, perché gli stranieri violentano, rubano, mangiano cibi puzzolenti, hanno usi e tradizioni incompatibili, ci scavalcano nelle graduatorie e si superano in miseria, conquistandosi benefici e prebende immeritate. Ad avvalorarlo sono soprattutto coloro che la supposta onda nera dilagante manco la sfiorano, ne conoscono perlopiù rappresentanti in grembiulino e crestina, in livrea o col cappelletto di carta del muratore, che semmai la pressione si vive in periferie remote dove in non abbastanza invisibili si contendono una sotto vita con altre vite nude.

Eh si, saremmo brava gente, ma non bisogna portarci all’esasperazione, come era successo a bottegai ariani, accademici insigni, avvocati, medici, giornalisti, tutti stufi della concorrenza degli ebrei, che anche loro resistevano all’integrazione e conservavano abitudini e tradizioni incompatibili salvo quando si pagavano le tasse, si andava in trincea.

E dire che quella non era un’invasione.  Nemmeno questa, peraltro, a leggere le statistiche cui si crede ad intermittenza come le lucette di Natale. Tanto per dire,  facciamo finta di credere che gli sbarchi sulle nostre coste continuino ad aumentare, e invece nel 2018 sono diminuiti dell’87,4% secondo i dati del ministero dell’interno, mentre a lievitare sono stati i morti nel Mediterraneo: 1.728, di cui 3 su 4 nella sola rotta tra Italia e Libia.  Un’ecatombe quotidiana che ha tra le sue cause l’accordo per il contrasto dell’immigrazione illegale, stretto tra Roma e Tripoli nel febbraio del 2017 e tradottosi in un massiccio piano di respingimenti verso la Libia grazie appunto ai patti stretti dall’ex ministro Minniti con la guardia costiera libica, con i gruppi militari attivi nelle zone interne, con governi di paesi di transito dei profughi.      E non dicano che la preoccupazione è giustificata dalla religione di appartenenza di chi riesce ad approdare qui: oltre il 50% degli immigrati è cristiano.  E, ancora, gli italiani pensano che gli immigrati nel nostro paese siano musulmani, e invece si tratta per la maggior parte (oltre il 50%) di cristiani. Il fatto è che siamo, secondo i sondaggi, il popolo con la percezione del fenomeno più distante dalla realtà dei numeri. Secondo l’Istituto Cattaneo non siamo né la nazione con il numero più alto di immigrati né quella che ospita più rifugiati e richiedenti asilo. Con circa 5 milioni di residenti stranieri, ci collochiamo dopo la Germania, che ne conta 9,2 milioni, e il Regno Unito, con 6,1 milioni, superiamo  di poco la Francia (4,6 milioni) e la Spagna (4,4 milioni).

Non ci rubano il lavoro: gli immigrati svolgono mansioni che non confliggono con le nostre richieste di occupazione,  che non vogliamo, ragionevolmente, né siamo costretti a svolgere in quanto precarie, pesanti, pericolose, soggette al lavoro nero o a pratiche di caporalato. E’ straniero il 71% dei collaboratori domestici e familiari (comparto che impiega il 43,2% delle lavoratrici straniere), quasi la metà dei venditori ambulanti, più di un terzo dei facchini, il 18,5% dei lavoratori negli alberghi e ristoranti (per lo più addetti alle pulizie e camerieri), un sesto dei manovali edili e degli agricoltori. Se e quando si permette loro di lavorare legalmente, i contributi che versano al fisco eccedono del 60% quanto spende lo Stato per loro in materia di edilizia convenzionata, sanità, pensione, istruzione.

È vero invece che i governi che si sono succeduti con la nostra complicità li hanno consegnati e li concedono come manovalanza del crimine, come schiave del sesso o schiavi dei campi, alle varie forme di caporalato, tutte peraltro criminali, ad Andria, a Rosarno, a Forcella, ma anche a Milano dove i clandestini cadono nelle mani dei clan delle costruzioni di notte in quelle degli affittacamere a ore, a Bologna dove vengono sepolto vive nelle fabbriche della moda.

E a Roma, dove un altro manager lungimirante che di nome fa Carminati, e il suo socio Buzzi avevano compreso che lo sfruttamento degli immigrati porta più profitti della droga (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/16/ite-mafia-est/ ). E dove a capitolo giudiziario rimosso dalle coscienze e comunque  contestato da quelli che rifiutano l’assimilazione di quel fenomeno malavitoso locale alla mafia, se sono in galera il Cecato,  Buzzi, lo Schiacciapollici, altri continuano nella loro consueta attività, se la famiglia di alcuni signori dell’assistenza domiciliari, passati alla cronaca per aver dato fuoco alla sede legale di una delle loro imprese umanitarie, in modo da sottrarre la documentazione al controllo degli inquirenti, prosegue nel gioco indisturbato di scatole cinesi e di trasformazione dinamica dello status giuridico da coop a associazione, da associazione ad onlus per essere sempre pronti a sfruttare gli stranieri ricattati che non possono difendersi, gli assistiti altrettanto intimoriti che scontano la pena di star male e essere nelle mani di grassatori.  E i cittadini tutti costretti alla partita di giro della cura, obbligati in mancanza di un sistema rispettoso dei bisogni e della dignità a finanziare privati attraverso canali e risorse pubbliche.

E non è un paradosso che gli impresari del risentimento e del sospetto, con una partita di giro anche quella, siano poi i manager dello sfruttamento dell’uomo nero, che fa paura e fa far soldi. Neri pure quelli.

 

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Omicidi di lavoro

immagineAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mica vero che ‘a livella ci fa – infine – tutti uguali,  a vedere il compianto obbligato per l’agonia e la dipartita dell’augusto manager, quindi benefattore, pubblica elaborazione del lutto accompagnata nel caso di isolata critica, da inviti al pietoso silenzio, osservato solo per altri  morti, quelli di lavoro, ai  quali è riservata un’omertosa rimozione.

Per lui commemorazioni in vita, coccodrilli multipli pre e post trapasso, elogi comprensivi di esercitazioni liriche su certi risvolti maledetti, non la dinamica per diritti e garanzie,  no, ma quella coazione a fumare che lo avrebbe esposto a danni irreversibili insieme allo stress da troppo lavoro.  Per loro, per le morti “bianche” che più nere non si può, 469 nel primo semestre dell’anno, due righe in cronaca e niente menzione dello stress per troppo poco lavoro, per quel veleno: il ricatto, che fa vittime all’Ilva, nei cantieri irregolari, nelle strade, nelle fabbriche e nei servizi di logistica, riducendo procedure e sistemi di sicurezza e pure l’attenzione degli addetti che a forza di essere sminuiti, svenduti, spostati, sradicati, deprezzati, umiliati, intimoriti si sono conviti che non solo la loro opera ma anche la loro vita non valga nulla, come una merce in esubero sugli scaffali degli outlet.

La statistiche  dell’Inail fanno intravvedere una certa sobria soddisfazione:   sono 617 i decessi sul lavoro nel 2017 che sono stati accertati e il 58% di questi è avvenuto fuori dall’azienda. I dati rilevati del primo semestre 2018 evidenziano   una diminuzione dei casi  passati da 337 a 331. A far contenti madame Lagarde, l’inesorabile Fondo Monetario e pure l’Inps,  le statistiche registrano che a essere più colpiti sono i lavoratori over 50:  una morte su due coinvolge questa fascia di età, con un incremento rispetto al 2017 di 31 casi (da 203 a 234).

L’arida contabilità conferma che non si muore meno perché è aumentata la sicurezza, ma, invece, perché è diminuita l’occupazione, quella che si vede, sottoposta a controllo e alle leggi della statistica. Mentre il lavoro che c’è è quello dei contratti fittizi, delle disonorevoli strette di mano dei caporali: a Bisceglie ieri hanno arrestato 3 boss dello sfruttamento di manodopera agricola, bambini compresi, in Romagna sarebbero 400 mila gli “irregolari” nei campi 14 ore al giorno. E ci dice tra le righe che chissà di quante vittime non sappiamo nulla, trattate come rifiuti non riciclabili  prima e dopo il decesso,  stranieri più irregolari   di quelli conteggiati nei dati Inail (78 ) che hanno avuto diritto forse casualmente al riconoscimento di “caduti sul lavoro” mentre di chissà quanti altri si sono perse le tracce, vite nude per dirla con la Arendt, diventate resti, carcasse senza nome e compianto da nascondere nel timore di moleste conseguenze. Ieri Un operaio è morto nel Tribunale di Palermo, cadendo da una scala mentre montava la fibra, cadendo su un tavolo di vetro. E un edile perde la vita in provincia di Catanzaro a Borgia,  cadendo da un’impalcatura e trafitto da un pezzo di ferro che gli ha colpito mortalmente lo sterno.

Caduti, schiacciati, carbonizzati, avvelenati. Stritolati dalle presse, infilzati da un muletto, annegati nel cemento della miscelatrice, non ci sono mai stati nel Jobs Act neppure nel decreto dignità. E poi senza contare gli “invisibili”, l’Inail “scarta” un 40 % delle vittime , quelli che non corrispondono ai suoi parametri e vanno sotto la denominazione  di “rischio generico”, che in questi casi così si chiamerebbe la “fatalità”. L’Inail poi non ha da temere la concorrenza: non tratta la totalità degli infortuni e delle morti sul lavoro. Molti occupati  sono iscritti ad altri istituti assicurativi e dunque sfuggono del tutto alle statistiche: dalle forze armate a quelle di polizia, dai liberi professionisti al personale di volo, ai vigili del fuoco. Sono almeno due milioni (ma c’è chi dice molti di più), che vanno aggiunti agli assicurati Inail, i quali ora sono poco più di 21 milioni, gli unici che rientrano nelle rilevazioni ufficiali.

E infatti l’Osservatorio di Bologna di Soricelli denuncia  che sarebbero invece  molti di più i morti dall’inizio dell’anno, almeno 418, senza contare i 750  caduti per incidenti sulle strade e in itinere. e poco aiuta il progresso, pensando alle vittime dell’automazione, laddove macchinari che hanno già mietuto vittime non vengono sostituite e chi si fa male rientra nel novero dell’errore umano. O quelli colpiti da malattie professionali effetto di processi e sostanze a rischio: i morti per malattie professionali sarebbero 4 al giorno.

Si è perso in Parlamento un ddl che doveva introdurre il reato di omicidio sul lavoro. Non stupisce se siamo arrivati al punto di celebrare quello di omicidio del lavoro.


Le caste e la diceria dell’untore

testatina curiosità

Benché la microbiologia abbia un secolo e mezzo di vita solo in tempi relativamente recenti essa ha cominciato ad avere un ruolo storico e antropologico, ossia ad essere utilizzata per  “spiegare” i comportamenti a volte inesplicabili delle relazioni umane. Soprattutto a conciliare le diffuse e forti tendenze della specie umana all’esogamia (ricordo che il patrimonio genetico umano è tra i meno variabili del mondo animale) con la costante paura del forestiero, dello straniero, dell’altro. In sintesi queste due contrastanti tendenze che noi ormai percepiamo come culturali deriverebbero sia dalla necessità di mescolare il più possibile la genetica, sia dalla paura di entrare in contatto con una fauna microbica diversa ed estranea verso le quali non si hanno difese e che possono essere fatali. Ovviamente questo vale soprattutto per chi vive in ecosistemi completamente diversi o in comunità naturalmente più esposte ai biomi batterici, non per chi in qualche modo potrebbe essere più assimilabile, sia geograficamente che sociologicamente.

Che il contatto tra popolazioni, in un mondo molto più arcaico del nostro, fosse rischioso  è dimostrato dalle stragi avvenute nelle Americhe dove pochi bianchi si affermarono anche grazie alle epidemie scatenate tra popolazioni senza difese immunitarie contro batteri con i quali non erano mai entrati in contatto  o anche dal fatto che in certi ambienti tropicali dove la fauna batterica è particolarmente varia e impegnativa per un sistema immunitario non autoctono, le popolazioni europee ancorché dedite a uno schiavismo da esportazione o allo sfruttamento intensivo del territorio non si sono mai affermate demograficamente: in Africa con la parziale eccezione delle estreme regioni meridionali a clima temperato, i bianchi rimangono ancor oggi numericamente marginali. Cosa che avviene anche in Amazzonia. Del resto sempre in Africa le residue riserve di grande fauna  sono sovrapponibili alla maggiore incidenza di microfauna parassitaria, come ad esempio quella del tripanosoma, che rendono tuttora più rada anche la popolazione umana locale. I grandi imperi dell’antichità si sono espansi  in aree in qualche modo microbioticamente omogenee e si sono fermati di fronte a ecosistemi estranei: non è un caso che Alessandro Magno e le sue truppe siano state sconfitte da batteri e non da eserciti nemici. Ma a questo proposito c’è un’affascinante tesi sull’origine delle caste indiane: le civiltà fluviali nate sulle rive umide del Gange e aride dell’ Indo non riuscirono mai a fondersi davvero e nemmeno a valicare il confine tra le loro terre e l’immensa selva della parte meridionale del subcontinente che presentava un panorama batterico diverso. Le popolazioni della selva, peraltro molto arretrate rispetto a  quelle agricole, vennero in qualche modo assimilate durante il primo millennio avanti Cristo, ma non con un sistema imperiale e di conquista che avrebbe presentato grandi rischi epidemici, ma incorporandone gli abitanti con il sistema delle caste in maniera che esse rimanessero in qualche modo separate e letteralmente intoccabili. Ovviamente col passare dei secoli altri elementi e atteggiamenti hanno determinato la sopravvivenza del sistema delle caste, ma i tabù che circondano i contatti personali fra membri di caste diverse e le complesse norme di purificazione corporea per chi li infrange magari inconsapevolmente, suggeriscono quanta importanza ebbe il timore delle malattie nella determinazione della distanza fra gruppi sociali.

Oggi ovviamente questi rischi sono enormemente ridotti, rientrano nell’ambito della intelligenza delle cose piuttosto che in quella del mito o delle forze oscure, nella maggior parte dei casi si fermano alla maledizione di Montezuma: la conoscenza ci dice cose che però un antichissimo istinto non ha ancora assimilato. Basta vedere, per esempio. quanto la pseudo razionalità della xenofobia si aggrappa al timore delle malattie portate da lontano tanto che spesso si parla della rinascita delle tubercolosi come di un effetto delle migrazioni. Peccato che questa sia una malattia a cui è esposta tutta l’umanità e che per di più ha avuto uno dei suo bacini di maggiore diffusione proprio in Europa la quale è stata esportatrice piuttosto che importatrice. L’aumento dei casi è dovuto alla maggiore resistenza alle streptomicine del Mycobacterium tuberculosis e alla crescita delle malattie metaboliche da superalimentazione compensativa come il diabete, ma la tubercolosi rimane fin dai tempi di Ippocrate soprattutto un segnale endemico di povertà sia a livello planetario che di classe sociale. Arriveremo di nuovo agli intoccabili?


La loro Africa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando leggete che lanciano qualche molotov contro un hotel che riceve ospiti indesiderati, quando leggete che a Cona migranti malvisti e mal sopportati fermano il bus che porta altri profughi ancora più indesiderati, quando leggete di un paese che non vuole 4 stranieri, quando leggete che ci sono cittadine che dicono no allo Sprar per, dicono, tutelare le generazioni future che chiederanno conto del perché è stata tollerata questa invasione, ecco allora non accusate e condannate gli incivili concittadini.  Semmai prendetevela con voi stessi   che avete permesso che vincesse chi ha dichiarato guerra all’ umanità a colpi di paura, sospetto e risentimento.

Quando vedete con quanto entusiasmo si salutano misure muscolari, improvvide quanto impraticabili non prendetevela con gli autisti delle ruspe che hanno costituito una triste avanguardia rivendicando come fossero virtù, razzismo e xenofobia usciti allo scoperto sena pudore o vergogna. Meglio se ve la prendete con chi finge di doverli assecondare perché interpreterebbero un pensare comune, perché obtorto collo avrebbero dovuto prendere atto che così la pensano gli elettori che avrebbero penalizzato i loro comportamenti umanitari, la loro carità pelosa, tanto che a malincuore ma con virile fermezza sarebbero costretti a immaginare fantasiosi atti di forza manu militari.

Gli piace vincere facile, così senza gran fatica hanno persuaso molta gente impoverita, molta gente umiliata, molta gente anestetizzata grazie al monopolio informativo e dello spettacolo, letargica grazie al sonno della ragione che dalla politica ha contagiato la cosiddetta società civile, intimorita dal bastone dei ricatti e allettata dalla carota delle mancette estemporanee, che finalmente si è rivelata la vera natura del nemico, così tremenda da autorizzare una guerra senza quartiere e senza confini.

Il lavoro è stato depauperato di conquiste, certezze, valori, garanzie? Colpa di chi ce lo porta via mettendoci in concorrenza con gli straccioni venuti da chissà dove, anche se anelate a cambiare pannoloni, assistere moribondi, raccogliere olive e pomodori, lavare uffici e stare appesi su impalcature malsicure. 12 milioni di connazionali rinunciano alle cure? Colpa dell’indiscriminata elargizione di assistenza gratuita agli immeritevoli stranieri. I vostri figli non trovano posto negli asili pubblici e siete costretti a rivolgervi anche in questo caso ad onerose strutture privati? Colpa dei ragazzini approdati da lontano cui vengono iniquamente riconosciuti diritti, salvo quello di essere italiani anche se nascono qui.  Le strade e le piazze sono insicure? Colpa loro, dei forestieri che arrivano qui a delinquere, rubare, spacciare, stuprare, che si sa, i loro costumi e la loro fede sono incompatibili con la nostra superiore civiltà di incalliti mafiosi, irriducibili oscurantisti, evasori abituali, assassini domestici.

Gli piace vincere facile e come sempre succede imperatori e generali stanno a guardare mentre i soldati dalle prime alle ultime file degli opposti eserciti si scannano, compiaciuti e rassicurati perché finché c’è guerra c’è profitto, salutari massacri hanno un effetto calmierante di proteste e richieste, un mondo di mezzo di fedelissimi ci guadagna. E dividendo si comanda meglio, mentre intorno si alza il brusio disinformante  che comunica invasioni barbariche,  sbarchi di terroristi in vena di traversate avventurose invece di scegliersi un comodo volo in business class, minacce di  mortifere epidemie non contrastabili tramite collaudati vaccini. Per non citare il pericolo più grosso, la barbarie, la contaminazione inevitabile dei nostri nobili usi, delle nostre preclare tradizioni, che recherà oblio del passato e offuscamento del futuro, reso confuso dal perverso meticciato e da una preponderanza numerica, col rischio di non contare più da cittadini, di non intervenire nelle scelte, di vedersi imporre imperativi e decisioni anche morali di vita e di morte. A differenza di quello che avviene oggi da noi?

Se l’istruzione pubblica è morta, vive l’orrenda pedagogia della politica che vuole ammaestrare soldatini ubbidienti coi forti e feroci   coi deboli: la formazione viene decisa in vertici remoti nei quali si mettono le basi del nuovo e ferino colonialismo da realizzare sempre nelle stesse terre di conquista e rapina, stringendo patti osceni con despoti e tiranni sanguinari, ricacciando indietro in deserti chi scappa da guerre, fame, sete, catastrofi ambientali favorite dalla dissennatezza dei soliti predoni, dove la morte sicura è un ineluttabile effetto collaterale di campagne di esportazione dei nostro stile di vita, della nostra civiltà superiore, del nostro modello di democrazia “ndo cojo cojo” che la livella si abbatte su barconi,sulla rotta per l’Italia o in cammino verso la Libia, a Aleppo o nella giungla di Calais.

«L’Africa gioca un ruolo cruciale per l’economia mondiale», sono tutti per una volta concordi i leader europei, i ministri degli esteri e delle finanze, pure quelli dell’Interno che conoscono quei luoghi tramite le cronache rosa da Malindi, e che siglano accordi per realizzare lager lontani e fuori dalla vista del mondo perbene, in Niger, in Ciad, o che stringono accordi di cooperazione in modo da foraggiare improbabili decisori locali in cambio di respingimenti all’origine, anche finanziando polizie e corpi speciali col compito di “reprimere” l’immigrazione.

Ormai è inutile dire che non l’immigrazione, ma l’incapacità di gestirla a costituire un costo economico  insopportabile. Ormai è inutile dire che gli stranieri sono una risorsa. E costituiscono un rischio sociale solo se non favoriamo il loro riconoscersi tra noi e con noi, se li trattiamo da presenza utile ma molesta, da manodopera necessaria purché invisibile, silenziosa, priva di status e diritti. Ormai è inutile dire che abbiamo rinunciato a ogni trattativa con l’Europa quando abbiamo accettato tutti i suoi capestri e contribuito alle sue spedizioni belliche, così che  tardive resipiscenze, moti di rivalsa, qualche bluff da pokeristi suonano ridicoli.  Abbiamo accettato di essere tutti naufraghi, tutti stranieri che nessuno vuole e difende nel peggiore dei mondi possibili, il nostro mondo troppo piccolo per ospitare l’umanità

 


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