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Le caste e la diceria dell’untore

testatina curiosità

Benché la microbiologia abbia un secolo e mezzo di vita solo in tempi relativamente recenti essa ha cominciato ad avere un ruolo storico e antropologico, ossia ad essere utilizzata per  “spiegare” i comportamenti a volte inesplicabili delle relazioni umane. Soprattutto a conciliare le diffuse e forti tendenze della specie umana all’esogamia (ricordo che il patrimonio genetico umano è tra i meno variabili del mondo animale) con la costante paura del forestiero, dello straniero, dell’altro. In sintesi queste due contrastanti tendenze che noi ormai percepiamo come culturali deriverebbero sia dalla necessità di mescolare il più possibile la genetica, sia dalla paura di entrare in contatto con una fauna microbica diversa ed estranea verso le quali non si hanno difese e che possono essere fatali. Ovviamente questo vale soprattutto per chi vive in ecosistemi completamente diversi o in comunità naturalmente più esposte ai biomi batterici, non per chi in qualche modo potrebbe essere più assimilabile, sia geograficamente che sociologicamente.

Che il contatto tra popolazioni, in un mondo molto più arcaico del nostro, fosse rischioso  è dimostrato dalle stragi avvenute nelle Americhe dove pochi bianchi si affermarono anche grazie alle epidemie scatenate tra popolazioni senza difese immunitarie contro batteri con i quali non erano mai entrati in contatto  o anche dal fatto che in certi ambienti tropicali dove la fauna batterica è particolarmente varia e impegnativa per un sistema immunitario non autoctono, le popolazioni europee ancorché dedite a uno schiavismo da esportazione o allo sfruttamento intensivo del territorio non si sono mai affermate demograficamente: in Africa con la parziale eccezione delle estreme regioni meridionali a clima temperato, i bianchi rimangono ancor oggi numericamente marginali. Cosa che avviene anche in Amazzonia. Del resto sempre in Africa le residue riserve di grande fauna  sono sovrapponibili alla maggiore incidenza di microfauna parassitaria, come ad esempio quella del tripanosoma, che rendono tuttora più rada anche la popolazione umana locale. I grandi imperi dell’antichità si sono espansi  in aree in qualche modo microbioticamente omogenee e si sono fermati di fronte a ecosistemi estranei: non è un caso che Alessandro Magno e le sue truppe siano state sconfitte da batteri e non da eserciti nemici. Ma a questo proposito c’è un’affascinante tesi sull’origine delle caste indiane: le civiltà fluviali nate sulle rive umide del Gange e aride dell’ Indo non riuscirono mai a fondersi davvero e nemmeno a valicare il confine tra le loro terre e l’immensa selva della parte meridionale del subcontinente che presentava un panorama batterico diverso. Le popolazioni della selva, peraltro molto arretrate rispetto a  quelle agricole, vennero in qualche modo assimilate durante il primo millennio avanti Cristo, ma non con un sistema imperiale e di conquista che avrebbe presentato grandi rischi epidemici, ma incorporandone gli abitanti con il sistema delle caste in maniera che esse rimanessero in qualche modo separate e letteralmente intoccabili. Ovviamente col passare dei secoli altri elementi e atteggiamenti hanno determinato la sopravvivenza del sistema delle caste, ma i tabù che circondano i contatti personali fra membri di caste diverse e le complesse norme di purificazione corporea per chi li infrange magari inconsapevolmente, suggeriscono quanta importanza ebbe il timore delle malattie nella determinazione della distanza fra gruppi sociali.

Oggi ovviamente questi rischi sono enormemente ridotti, rientrano nell’ambito della intelligenza delle cose piuttosto che in quella del mito o delle forze oscure, nella maggior parte dei casi si fermano alla maledizione di Montezuma: la conoscenza ci dice cose che però un antichissimo istinto non ha ancora assimilato. Basta vedere, per esempio. quanto la pseudo razionalità della xenofobia si aggrappa al timore delle malattie portate da lontano tanto che spesso si parla della rinascita delle tubercolosi come di un effetto delle migrazioni. Peccato che questa sia una malattia a cui è esposta tutta l’umanità e che per di più ha avuto uno dei suo bacini di maggiore diffusione proprio in Europa la quale è stata esportatrice piuttosto che importatrice. L’aumento dei casi è dovuto alla maggiore resistenza alle streptomicine del Mycobacterium tuberculosis e alla crescita delle malattie metaboliche da superalimentazione compensativa come il diabete, ma la tubercolosi rimane fin dai tempi di Ippocrate soprattutto un segnale endemico di povertà sia a livello planetario che di classe sociale. Arriveremo di nuovo agli intoccabili?

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