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La manovra pagata con la salute

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

“La manovra è insostenibile per le Regioni a meno di non incidere sulla spesa sanitaria, che rappresenta l’80% della spesa regionale, o sui servizi fondamentali, dal trasporto pubblico alle politiche sociali”.  Il giorno dopo la presentazione della Legge di Stabilità, perfino il presidente della conferenza delle Regioni, il renziano Sergio Chiamparino, torna all’attacco del governo. Avvertendo  che i “18 miliardi di tasse in meno” annunciati dal premier sono finanziati per 4 miliardi con tagli  alle Regioni, con 1,2 miliardi  di tagli ai Comuni, con 6 milioni di tagli allo Stato.  Non è un’ipotesi di scuola dei gufi:   nelle bozze della manovra che circolano in queste ore c’è una clausola ‘taglia-sanità’ in base alla quale se le Regioni non troveranno un accordo per ripartire i 4 miliardi di spending review a loro carico interverrà il governo “considerando anche le risorse destinate al finanziamento corrente del Servizio sanitario nazionale”.  E le ripercussioni si avranno sull’assistenza,  sulle borse di studio, sui trasporti, sulle mense scolastiche e sulle imposte locali.

Nella ricerca puntigliosa che i governi dell’Unione in ubbidienza ai comandamenti dell’imperialismo finanziario effettuano allo scopo di estendere i ceti chiamati a pagare una crisi della quale non hanno nessuna responsabilità –  malgrado venga attribuita a deficit di bilancio conseguenza di una “dolce vita”, di un consumismo dissipato e parassitario, del vivere al di sopra delle proprie possibilità, perfino sottoponendosi a tac e risonanze sibaritiche  – il bersaglio preferito è quello che era stato chiamato il modello sociale europeo: sanità pubblica, previdenza sociale, sostegni al reddito in caso di disoccupazione, che oggi vengono presentati come lussi da estirpare in nome della necessità e come fossero una doverosa  e imprescindibile espiazione.

Come tutti i kapò, lo sfrontato citrullo di Palazzo Chigi reagisce accusando gli eletti, leader indiscussi degli sprechi,  benché cooptati nel nuovo Senato, di provocazione e li sollecita a cominciare a tagliare in casa propria le retribuzioni e i benefit, come se la trasparenza e l’onestà riguardino solo costumi personali e non decisioni lesive dell’interesse generale: acquisto di bombardieri, ponti sullo stretto Expo realizzate per accontentare risaputi appetiti. Si sa ormai il sistema di governo dei giovinastri è quello, rispondere alle obiezioni con bastonate, attacchi personali seppure non infondati, addossare le colpe a “quelli di prima”, rivendicare come virtù  i delitti che commette in nome di quella religione che impone che l’Europa e i Paesi che avevano lavorato alla costruzione di quel modello sociale, sia pure con tutti i limiti e le inadeguatezze, lo smantellino.

Si perché è pur vero che si tratta di incompetenti che non sanno far di conto, di lacchè che indossano la divisa e parlano per bocca del padronato globale,  di ignoranti che hanno fatto male anche la scuola primina, di dilettanti impenitenti che sono arrivati là a forza di opache promozioni. Ma una sapienza la possiedono,  insieme al talento della disciplinata osservanza degli ordini ricevuti. E consiste nella pervicace volontà di portare a compimento un progetto, quello di riportare nello spazio del mercato tutto quello che gli era stato  sottratto nella costruzione dello stato sociale. È palese che l’austerità che si vuole applicare come cura  tassativa e inevitabile al settore pubblico non rappresenta il fine, ma lo strumento prescelto per raggiungere l’obiettivo di trasformare in merce tutti gli elementi che concorrono al sistema di protezione sociale, in modo che possano essere comprati e venduti come concessioni e privilegi e non come diritti e che la distribuzione dei costi della crisi si riversi dall’alto verso il basso, in modo che i pochi ricchi siano sempre meno e più ricchi e i poveri sempre di più e più poveri.

La riduzione a merce, la conversione a oggetto di compravendita di qualcosa che negli anni si è pagato con il lavoro, le tasse, i contributi volontari, la previdenza integrativa, i fondi, hanno anche un effetto formidabile,  tremendo e non secondario. Ledono i principi e i valori di cittadinanza, oltre che le aspirazioni di uguaglianza, instaurando un malintesa gerarchia di merito al posto della parità di accesso ai diritti, ingenerano una insicurezza che consuma l’anelito legittimo a una esistenza dignitosa, accresce la prepotente ingerenza dei governi, per lo più nominati,   nelle vite delle persone, imponendo scelte, decisioni e ricatti ai quali i cittadini restano estranei e che subiscono ancora una volta come un inevitabile castigo.

Tanti si chiedono se non siamo entrati nella fase suicida del capitalismo e nell’eutanasia della democrazia. Perché la frustrazione, la perdita, il malcontento accrescono il conflitto, perché milioni di famiglie che hanno perso il lavoro o sanno che è a rischio, che si vedono tagliare i sostegni al reddito, aumentare i costi della sanità e dell’assistenza, mentre peggiorano le prospettive di ricevere a tempo debito una pensione adeguata, che altro non è che un salario differito, prima o poi rappresenteranno una minaccia all’ordine che si vorrebbe far regnare in una grigia Europa dove a restare uguali sarebbero solo le disuguaglianze, a restare vivo solo lo sfruttamento. Ma c’è da domandarsi se sia davvero così, se invece non siamo nell’età dell’oro dello sfruttamento e della schiavitù, se la democrazia non sia morta senza dolcezza grazie a un golpe rivolto verso gli stati e i cittadini, quando l’abbattimento dei dispositivi di sostegno sociale in Francia, come da noi, vengono accolti senza opporre resistenza dal parlamento e da una maggioranza che si limita al sommesso brontolio di una “clasa discutidora”, quando tutti i media nessuno escluso propagandano la fatalità  della fine della partecipazione, della critica e dei diritti, quando per legge vengono smantellati i sistemi di tutela del lavoro come del territorio, quando viene anteposta la sua dissipazione e cementificazione alla sua salvaguardia, per favorire interessi privati e speculativi.

Quando si predica l’appartenenza a un’”espressione finanziaria” tramite la sottoscrizione di patti, chiamati trattati, nessuno dei quali obbliga alla sottoscrizione di contratti sociali, da quello di Lisbona a quello di Nizza, di Amsterdam, di Maastricht, che oggi rivelano la natura di capestri al collo di popoli condannati alla morte della loro autodeterminazione.

 

 

 

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