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I padroni dell’indifferenza

CYTajiwVAAAXx4v“Odio gli indifferenti”, ma probabilmente Gramsci non poteva immaginare che il conformismo globalista unito alla potenza dei media che non esistevano nel suo tempo, li avrebbe trasformati in apparenti “partigiani”, sottraendoli al silenzio per regalargli in finzione il chiasso e il rumore della vita. Non tacciono più perché l’adesione a qualunque dono degli Achei, sia esso l’oggetto di moda, il libro che si deve leggere per far più ricco l’editore e più prigioniero l’autore, il personaggio osannato, la serie cretina, la canzonaccia delle major, l’ingrediente imperdibile, persino l’avventura umanitaria più ipocrita (e le sue immagini come quella che ho messo in testa a questo post), non li distingue, non li espone ma li massifica nel consenso generale, li fa sentire in accordo col mondo, colmi di una responsabilità figurata che è polvere nella realtà: girano attorno a qualcosa come le sfere armoniche di Tolomeo. E in alcuni casi anche la  dissonanza fa parte a pieno titolo del concerto perché in fondo anche l’egemonia ha bisogno di non apparire troppo e di simulare una qualche antitesi, per fingersi una scelta e non un’imposizione.  Non di meno gli indifferenti continuano ad essere la materia inerte che viene plasmata dal potere a propria immagine e somiglianza.

Ne volete qualche esempio? Lo straordinario consenso che hanno avuto recentemente le designazioni di Cristine Lagarde alla Bce e di Ursula von der Leyen alla Commissione europea: eppure la la prima è nota per le mattanze in Grecia e Argentina, parlo delle cose più recenti, oltre che di un cinismo da ricchi veramente rivoltante fino ad arrivare a prefigurare l’eutanasia per gli anziani, stolti e improduttivi percettori di pensioni, mentre la seconda, è  stata ed è convinta sostenitrice (e immagino in parte anche organizzatrice) del golpe nazi in Ucraina. Oppure, che ne so, il servilismo di Matteo Salvini nei confronti di Trump dal quale spera di essere difeso dai guai provocati dalla Casa Bianca in Libia e in Siria e ultimamente in Iran facendoci perdere contratti per miliardi. O ancora i subornati dai poliziotti sotto copertura giornalistica dell’atlantismo, i quali non riescono a vedere ciò che è evidente come un grattacielo nel deserto: ovvero che la Russia, unico stato europeo realmente sovrano, è anche  l’unico che abbia qualche interesse a una tenuta dell’Europa e a una sua autonomia dagli Usa.  L’importante è in ogni caso non pensare, anzi non darsi il minimo motivo per farlo perché altrimenti potrebbero essere guai.

“L’indifferenza è il peso morto della storia… è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi  ” diceva Gramsci , ma forse oggi dovremmo più pensarla come il masso che fa muovere i meccanismi dell’orologio pubblico come avveniva nelle torri medioevali, non più qualcosa di inamovibile, ma una massa attiva che si compiace della sua funzione, mentre sprofonda per essere il motore di un tempo che non gli appartiene più. L’indifferenza è anche straniamento da una politica che non potendo più produrre nulla perché è stata disarmata dalle ideologie economiciste, si limita a creare narrazioni e “fabulae” che si intrecciano come in una trama paradossale, ma a cui l’apatia adrenalica dell’era contemporanea dona la sospensione dell’incredulità. Solo così è possibile che ci si divida come in una partita di scacchi viventi tra “sbarchisti” e  anti immigrazionisti da questura come se tutto questo non nascesse da un sistema e da un’ideologia che ha partorito un’ipotetico diritto di migrare per giustificare il brutale sfruttamento delle popolazioni colonizzate. Perché scacciare chi chiede l’elemosina dell’accoglienza se sappiamo che l’esistenza del mendicante è anche all’origine di quel poco che si ha, anche se il grosso finisce nelle tasche degli ottimati? Invece di vedere chiaro che gli “invasori” sono compagni di sfruttamento si gioca a fare il poliziotto umanitario e comprensivo e il poliziotto cattivo. Il fatto è che manca l’utopia, ingrediente necessario ad ogni visione della realtà in quanto rimando a un dover essere necessario alla comprensione di qualsiasi cosa.

“La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza”, diceva Gramsci. Ma oggi il fatalismo dell’indifferenza partecipante quasi si trasforma in volontà di essere come altri ci impongono di essere, così che il servire diventa volontario e si può rinunciare facilmente alla ribellione. Chi resiste per la grande massa degli indifferenti e dei conformisti, è perché ha interessi nascosti o è invidioso o malmostoso o triste, secondo l’immortale lezione dell’idiozia berlusconiana. Pensieri freudiani che non hanno qualcosa a che vedere con l’oggetto della critica, ma  con chi la propone perché l’indifferenza non sopporta di essere contraddetta, non vuole rivelare di essere la caratteristica delle vittime, anche se o proprio perché il loro parteggiare è il massimo del conformismo. .

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La giustizia è cosa troppo seria per lasciarla ai magistrati

img800-caso-nomine--mirabelli--essenziale-che-la-magistratura-sia-indipendente-145454Per circa trent’anni, da Mani pulite in poi, la questione di legalità è stata al centro del discorso pubblico italiano, visto che sul piano politico le differenze di prospettive, di programmi e di visione ideologica erano venute meno dopo la caduta del muro di Berlino e si era era entrati nella stagione del pensiero unico: quindi la battaglia, sempre più accesa si svolgeva sul terreno attiguo tra un’Italia pulita e fedele allo stato di diritto, almeno nelle dichiarazioni,  e un’altra che sbertucciava ogni regola in nome della prassi economica borderline. Così che alla fine tutto si riduceva a una batracomiomachia fra le disprezzate toghe rosse che cercavano di azzannare la banda Berlusconi  e una magistratura in qualche modo angelicata come salvatrice della patria, facendo della magistratura parte integrale della politica politicante. Però nessuno si poteva sottrarre a ciò che il Paese stava diventando e tra i clamori della battaglia non ci si accorgeva che la giustizia stessa stava affogando nella melma.

Lo scandalo Csm ha aperto uno strappo nella tela e mostrato un quadro che va ben al di là di ciò che concerne il cosiddetto organo di autogoverno della magistratura, quello di una giustizia a la carte nel quale chi ha denaro e potere vince sempre. E questo vale lungo tutto il declivio della piramide, dal vertice alla base, dal Quirinale fino alla più piccola questione davanti ai famigerati giudici di pace, invenzione ulivista, che ha dato in mano a soggetti impropri e portatori di interessi tutta la giurisdizione minuta. Non è strano che le espressioni politiche della magistratura siano diventate quel verminaio che vediamo nel momento in cui la politica è diventata mera gestione e spartizione del potere, per impossibilità di scelta visto che ogni cosa è determinata in automatico da bilanci che vengono gestiti altrove. La cultura che guida tutto questo la si può intuire nelle scomposte reazioni del milieu piddino che raggiunge il surreale quando cerca di trasformare la vicenda in un problema di intercettazioni. E’ ovvio, che queste devono comprendere gli interlocutori del soggetto , altrimenti non avrebbero senso e che i parlamentari non possono ritenersi al di spora delle leggi. Ed è  altrettanto ovvio che una democrazia può funzionare solo se i poteri fondamentali sono separati fra loro.

Non possiamo pretendere che gente di questa risma abbia letto Montesquieu, ma il fatto è che la trentennale battaglia, unita all’ossessione per il risparmio  e agli impropri contatti tra politica e magistratura ha prodotto una giustizia monca e paradossale, praticamente a pagamento, dalla quale sono ovviamente esclusi coloro che non possono permetterselo, specie se i tempi biblici  e l’onanismo bizantino di leggi infinitamente interpretabili, favoriscono quelli che hanno maggiori risorse e i soggetti forti. Tutta una serie di provvedimenti legislativi basati sulle capacità economiche o di carattere ideologico  hanno creato una palude senza scampo. Vi faccio un esempio personale: qualche anno fa proprio per un post su questo blog sono stato querelato da un oscuro personaggio della destra, ma non si è arrivati in tribunale perché la querela è stata ritirata: ciononostante, sebbene io sia stato esclusivamente soggetto passivo in questa vicenda, dovrei pagare una certa cifra all’amministrazione della giustizia. D’accordo, si tratta di una cifra modesta, ma in base a quale criterio dovrei sborsare io al posto di chi ha proposto l’azione legale per poi abbandonarla?  Per non parlare di quella “piccola” riforma ad una norma del codice di procedura civile passata quasi inosservata, in vigore dal dicembre 2014,  che rende obbligatorio per il giudice condannare chi perde la causa a pagare le spese legali, oltre che del proprio avvocato, anche di quello dell’avversario. Ciò è apparentemente ragionevole, ma spesso provoca conseguenze aberranti: per esempio ha causato  una forte flessione delle cause relative a licenziamenti o provvedimenti disciplinari ingiustificati semplicemente perché – oltre a regole che favoriscono sfacciatamente il padrone nel rapporto di lavoro – le parti sono in posizione di enorme disparità economica. Il  dipendente per reagire a quella che ritiene  un’ingiustizia subita non ha altra strada che ricorrere al giudice e per farlo  deve pagare tra l’altro, una specie di tassa  chiamata “contributo unificato”, il cui costo è variabile in ragione del valore della domanda Ovvio che i soggetti più deboli non se la sentono di rischiare,  e si devono tenere l’ingiustizia. Fino al dicembre 2014 il giudice, anche se dava torto al lavoratore, poteva in certi casi “compensare le spese”, stabilire, cioè, che ognuno pagasse il proprio avvocato rendendo comunque un po’ più plausibile il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Si tratta di esempi che mi vengono alla mente e molti altri potrebbero essere portati a testimoniare dello stato dell’arte. Ma la cosa si traduce poi in maniera macroscopica nei “giustizieri” anti corruzione, chiamati a salvare la faccia della peggiore politica i quali  si fermano sulla soglia della giustizia e dicono che in nome del supremo bene economico la corruzione già in essere va comunque salvata e semmai si deve vigilare per il futuro, che è come dare un patentino ad ogni possibile atto corruttivo purché  conveniente per la razza padrona . Tutto questo non è però casuale, o incidentale, ha le sue salde radici nella progressiva relativizzazione dei principi della democrazia e dello stato di diritto che sono sottomesse  a questioni economiche o di sicurezza siano esse reali o arbitrarie o semplicemente suscitate ad arte. In questo contesto il dilagare della corruzione risulta  quasi inevitabile, anche se ovviamente molti resistono. E’ il sistema stesso che produce questo effetto avendo di fatto abbandonato i principi di eguaglianza sui quali pretende di funzionare e operando dentro una visione del mondo completamente diversa da quella asserita. Così si potrebbe dire, parafrasando un celebre aforisma  che la giustizia è una cosa troppo seria per affidarla ai magistrati: ci vuole una rivoluzione politica e culturale per cambiare le cose.


I post gretini

vvox_einaudi2-1030x539Non sono state elezioni facili per il potere oligarchico, né è stato semplice riuscire a contenere sovranisti ed eurocritici  e non concedere loro la platea del parlamentino di Strasburgo che sul piano concreto conta meno del due di coppe quando briscola è a bastoni, ma che può avere comunque un potere di tribuna. Tuttavia la governance è riuscita a sfruttare i suoi stessi peccati per recuperare consensi usciti dalla porta principale  facendoli transitare dalla porta di servizio grazie all’operazione Greta Thunberg: deviando il discorso sui temi dell’ambiente che essi stessi tradiscono quotidianamente, sono riuscite a riempire i serbatoi dei Verdi continentali. Occorreva però qualcosa di forte per poter spostare consensi su formazioni da sempre alleate con le socialdemocrazie più corrive con il capitalismo di mercato: ed ecco la ragazzina davanti al Parlamento di Stoccolma che già fa simpatia, soprattutto se si dimentica che è circondata da guardie del corpo, per giunta autistica o dichiaratasi tale che moltiplica per due l’interesse, portatrice di discorsi apocalittici, abbastanza ingenui e rozziin pratica solo slogan,  da far presa a largo raggio dentro un’opinione pubblica devastata e facile all’emozione più che al pensiero e tanto meno all’azione. In ogni caso del tutto aliena dall’avere un’idea coerente dell’insieme dei problemi che in realtà sono spesso  molti diversi da come vengono affrontati (vedi nota).

Probabilmente l’idea è stata data dai gilet gialli che fin da subito hanno collegato i temi ambientali con quelli della critica al sistema, non occorreva altro che gonfiare i primi con l’aria fritta del millenarismo escatologico e cancellare i secondi, per creare il terreno di colture perfetto per convogliare voti su formazioni che hanno da sempre accettato il sistema capitalistico e il mercato in una ambiguità che li ha condannati all’impotenza sostanziale: non bisogna dimenticare, tanto per fare una citazione, che fu il ministro degli esteri tedesco , il verde Joschka Fischer a dare il via definitivo ai bombardamenti sulla Jugoslavia. Ma questo non è che un segnale: nel governo Jospin hanno approvato le privatizzazioni e le detassazioni per gli azionisti, mentre nel governo Schroeder  sono stati protagonisti della restrizione del welfare e della deregolamentazione delle leggi del lavoro.

Però la ventata di ecologismo a reti unificate, che ha assunto il tono di una vera e propria campagna elettorale,  li ha portati ad ottenere il 13, 47% in Francia, addirittura il 20 e qualcosa in Germania, il 15% in Finlandia ed altrettanto in Irlanda. Dalle analisi del voto risulta che i Verdi hanno raccolto i consensi della classe medio alta giovanile e scolarizzata delle grandi città, quella che fa eco alle marce e agli scioperi per il clima, mentre si prepara ad accedere alle posizioni con cui devastare il pianeta in età adulta. Non è certo un caso se ecologisti radicali come Jutta Ditfurth in Germania e Martine Billard in Francia abbiano abbandonato il verdismo di mercato. Né può essere una sorpresa vedere come i verdi post gretini abbiano cominciato ad attaccare  France Insoumise e anche il Front de Gauche ora per l’attaccamento ai regimi progressisti dell’America Latina,o per il loro posizionamento anti sanzioni sulla Russia o ancora per il lato “sovietico” che scorgono nella pianificazione ecologica elaborata da Jean-Luc Mélenchon.

Essi ora inalberano sul loro vessillo ciò che ritengono sia una medaglia al valore, ossia il non essere né di destra né di sinistra, che in realtà significa poter essere entrambe le cose a seconda delle convenienze: così ora il co-presidente dei verdi valloni Jean-Marc Nollet dice di essere pronto, a livello federale, a “una coalizione con tutte le parti “, mentre in Germania già da tempo ci sono “coalizioni nero-verdi” con la destra, come quella in atto nella regione del Baden-Württemberg, che adesso potrebbero moltiplicarsi sull’onda di un successo che ha portati i Grünen ad essere il secondo partito grazie ai voti in libera uscita da Cdu e Spd. A Strasburgo hanno annunciato di voler essere “pragmatici”, insomma disponibili a tutto detto in soldoni. Dunque l’ennesima creazione di false alternative è pienamente riuscita, anche a livello strategico perché non c’è alcun dubbio che i problemi ambientali siano in stretta relazione di causa ed effetto con il sistema neo liberista ed è questa consapevolezza che si vuole stroncare sul nascere, mettendo in campo ogni sorta di depistaggi che coprono le diverse aree socio culturali: il negazionismo climatico per la destra borghese corrotta e incapace, la catastrofe millenarista annunciata da una Cassandra sedicenne per le aree radical chic, le buone e false intenzioni dei vari accordi e conferenze internazionali per i ceti medi tradizionali. Di certo quella del gattopardo non è una specie in estinzione.

Nota Un esempio di scuola è quello della salute oceanica e del suo ecosistema. A tutti viene detto che il problema principale è quello della plastica che ormai forma intere isole ed è causa della morte per molte specie marine. Che questo costituisca un motivo d’allarme non c’è dubbio, ma  un rapporto dell’ Ipbes, l’Istituto di ricerca sulla biodiversità e gli ecosistemi, creato dall’ Onu, in un rapporto di poche settimane fa ha chiarito che il crollo della vita negli oceani non è dovuto a questo, né all’acidificazione delle acque e nemmeno al cambiamento climatico, ma all’industria della pesca commerciale che non solo preleva immense quantità di pesce e di crostacei, spesso sotto banco, dimezzando le cifre ufficiali, ma agisce in modo da devastare interi ecosistemi. Tuttavia non se ne parla mai per il fatto che qui non si tratta del pescatore che esce con lampara e a cui va addebitato circa il 2%  del pescato totale, ma di mostri commerciali la cui gestione è in mano – nel pianeta – a non più di 600 grandi aziende che hanno un forte potere di interdizione sulle notizie, come per esempio è accaduto alla Bbc che nella serie Blue Planet  evita sempre di collidere con gli interessi forti. Attribuire tutto alla plastica da una parte nasconde i responsabili e il contesto strutturale nel quale essi possono crescere, dall’altra colpevolizza i singoli.


In guerra

En-Guerre-700x430La gioia con cui  il Tg3 ha dato notizia del quarto tentativo di golpe da parte di Guaidò quando ancora sperava che andasse in porto fa piena luce su cosa abbia significato  la sinistra di governo e sottogoverno in questo Paese: un impasto di leninismo per quanto riguarda la difesa delle rendite di posizione e di globalismo servile appena ricoperto dalla sfoglia di cioccolato di un internazionalismo fumoso e di politicamente corretto. Non importa se Kissinger avesse già spiegato molte volte e in maniera specifica cosa significasse globalismo ovvero  il sistema americano esteso a tutto il mondo, quel nuovo ordine mondiale millenario del neoliberismo che oggi si sta disgregando: questi hanno fatto orecchie da mercante, in maniera quasi letterale e hanno cercato di confondere fischi con fiaschi o forse nemmeno loro capivano la differenza.

A questo proposito vorrei consigliare a tutti un film francese dell’anno scorso, In Guerra di Stéphane Brizé nel quale si narra la lotta e la sconfitta dei lavoratori nel tentare di salvare un’azienda dalla delocalizzazione, ma anche quella degli stati e dei poteri statali ridotti a prigionieri del mercato globale se non in suoi agenti sotto copertura pubblica.  Lo consiglio non solo perché è un  buon film anche se non comparirà mai nei contenitori di pura spazzatura, i Netflix, gli Sky, gli Amazon  e compagnia cantante con cui il sistema ci rimbecillisce e ci infantilizza, ma anche perché mostra con chiarezza e senza retorica  cosa significa il mercato globale, quali sono i suoi scopi e il suo breviario ripetuto a ipnoticamente dai suoi parroci  e dai suoi cardinali affinché i fedeli ne ripetano le parole e se ne convincano. A questo proposito non si comprende come possa essere accaduto che la sinistra europea abbia scambiato i dazi come qualcosa di contrario agli interessi dei lavoratori, quando è assolutamente evidente che essi tra i loro effetti hanno proprio quello di difendere il lavoro locale e dunque anche le possibilità di evolvere una battaglia sociale. Che tutti i lavoratori abbiano gli stessi interessi finali non significa affatto che abbiano gli stessi scopi immediati, né che percepiscano lo sfruttamento nello stesso modo: questa confusione era possibile quando si pensava che la rivoluzione mondiale fosse questione di pochi anni e non si trattasse invece di un grenz begriff , ma oggi è priva di qualsiasi senso e infatti riprende in maniera sospetta le giaculatorie neo liberiste contro lo stato, con il risultato di dare il maggior potere possibile alla multinazionali private che oramai legiferano apertamente. 

Però invece di imparare dal senno di poi ci si ostina ripetere i miti di ieri e i tanti sentieri interrotti.  Il cosmopolitismo delle merci e della mercificazione serve solo a sottrarre diritti e lavoro dove esso è meglio pagato per trasferirlo dove lo è meno e dove si può attuare il maggior sfruttamento possibile: un meccanismo che agisce nei due sensi privando entrambe le parti dei propri diritt e lasciandoli in balia di qualunque ricatto. Sperare ingenuamente ( o magari solo far finta per poter esercitare  il doppio gioco) che tra qualche decennio la situazione sia parificata e l’uguaglianza del massimo sfruttamento porti a un radicale cambiamento e a un esplosione rivoluzionaria è qualcosa che appartiene al passato perché dovrebbe essere ormai chiaro che la sola e fondamentale precondizione per cui  una rivoluzione possa nascere non consiste tanto in una precisa situazione oggettivo-infrastrutturale, quanto in un certo livello di consapevolezza e di volontà ideale, vale a dire di conoscenza che proprio il sistema penserà a mettere nel tritacarne, anzi lo sta già facendo da tempo.

Il film mostra chiaramente la dinamica delle cose, la subalternità dello stato e delle persone, la lontananza di certe posizioni di comodo e infine la necessità di reintrodurre la complessità rimproverata a Gramsci e Lucaks, in un mondo dove economicismo e delirante determinismo la fanno da padrone sia tra dominati che tra i dominanti, come se invece di voler costruire un mondo, si fosse costruiti dal mondo. Comunque buona visione.


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