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In guerra

En-Guerre-700x430La gioia con cui  il Tg3 ha dato notizia del quarto tentativo di golpe da parte di Guaidò quando ancora sperava che andasse in porto fa piena luce su cosa abbia significato  la sinistra di governo e sottogoverno in questo Paese: un impasto di leninismo per quanto riguarda la difesa delle rendite di posizione e di globalismo servile appena ricoperto dalla sfoglia di cioccolato di un internazionalismo fumoso e di politicamente corretto. Non importa se Kissinger avesse già spiegato molte volte e in maniera specifica cosa significasse globalismo ovvero  il sistema americano esteso a tutto il mondo, quel nuovo ordine mondiale millenario del neoliberismo che oggi si sta disgregando: questi hanno fatto orecchie da mercante, in maniera quasi letterale e hanno cercato di confondere fischi con fiaschi o forse nemmeno loro capivano la differenza.

A questo proposito vorrei consigliare a tutti un film francese dell’anno scorso, In Guerra di Stéphane Brizé nel quale si narra la lotta e la sconfitta dei lavoratori nel tentare di salvare un’azienda dalla delocalizzazione, ma anche quella degli stati e dei poteri statali ridotti a prigionieri del mercato globale se non in suoi agenti sotto copertura pubblica.  Lo consiglio non solo perché è un  buon film anche se non comparirà mai nei contenitori di pura spazzatura, i Netflix, gli Sky, gli Amazon  e compagnia cantante con cui il sistema ci rimbecillisce e ci infantilizza, ma anche perché mostra con chiarezza e senza retorica  cosa significa il mercato globale, quali sono i suoi scopi e il suo breviario ripetuto a ipnoticamente dai suoi parroci  e dai suoi cardinali affinché i fedeli ne ripetano le parole e se ne convincano. A questo proposito non si comprende come possa essere accaduto che la sinistra europea abbia scambiato i dazi come qualcosa di contrario agli interessi dei lavoratori, quando è assolutamente evidente che essi tra i loro effetti hanno proprio quello di difendere il lavoro locale e dunque anche le possibilità di evolvere una battaglia sociale. Che tutti i lavoratori abbiano gli stessi interessi finali non significa affatto che abbiano gli stessi scopi immediati, né che percepiscano lo sfruttamento nello stesso modo: questa confusione era possibile quando si pensava che la rivoluzione mondiale fosse questione di pochi anni e non si trattasse invece di un grenz begriff , ma oggi è priva di qualsiasi senso e infatti riprende in maniera sospetta le giaculatorie neo liberiste contro lo stato, con il risultato di dare il maggior potere possibile alla multinazionali private che oramai legiferano apertamente. 

Però invece di imparare dal senno di poi ci si ostina ripetere i miti di ieri e i tanti sentieri interrotti.  Il cosmopolitismo delle merci e della mercificazione serve solo a sottrarre diritti e lavoro dove esso è meglio pagato per trasferirlo dove lo è meno e dove si può attuare il maggior sfruttamento possibile: un meccanismo che agisce nei due sensi privando entrambe le parti dei propri diritt e lasciandoli in balia di qualunque ricatto. Sperare ingenuamente ( o magari solo far finta per poter esercitare  il doppio gioco) che tra qualche decennio la situazione sia parificata e l’uguaglianza del massimo sfruttamento porti a un radicale cambiamento e a un esplosione rivoluzionaria è qualcosa che appartiene al passato perché dovrebbe essere ormai chiaro che la sola e fondamentale precondizione per cui  una rivoluzione possa nascere non consiste tanto in una precisa situazione oggettivo-infrastrutturale, quanto in un certo livello di consapevolezza e di volontà ideale, vale a dire di conoscenza che proprio il sistema penserà a mettere nel tritacarne, anzi lo sta già facendo da tempo.

Il film mostra chiaramente la dinamica delle cose, la subalternità dello stato e delle persone, la lontananza di certe posizioni di comodo e infine la necessità di reintrodurre la complessità rimproverata a Gramsci e Lucaks, in un mondo dove economicismo e delirante determinismo la fanno da padrone sia tra dominati che tra i dominanti, come se invece di voler costruire un mondo, si fosse costruiti dal mondo. Comunque buona visione.

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Gretini e rubbiani

batracomiomachiaQualche giorno mi sono trovato nella posta di Fb un link riguardante  un vecchio discorso di Carlo Rubbia tenuto al Senato nel 2014 e con il titolo La bufala dei cambiamenti climatici spiegata dal nobel Carlo Rubbia: lì per li sono rimasto piuttosto perplesso perché non aveva molto senso riesumare un intervento penoso  e sconclusionato che per carità di patria era stato subito messo nel dimenticatoio anche perché una esternazione così erratica, colma di dati falsi e priva invece di quelli essenziali, come ad esempio il ruolo degli oceani, il più preoccupante, non faceva comodo a nessuno nemmeno ai negazionisti climatici che forse avevano sollecitato in qualche modo un intervento di un “grosso nome” ancorché estraneo alla climatologia e molto avanti negli anni: è uno dei trucchi della mediatica moderna e contemporanea servirsi di personaggi civetta per renderli testimonial di qualche spot.

Ma pazienza, siccome a volte sono un po’ tonto o sono perso in altri pensieri non ho capito il senso di quella riproposizione, anche perché scorrendo il video di cinque anni fa ci si accorge che nella confusione di dati Rubbia in realtà non smentisce affatto il cambiamento climatico né il ruolo dell’attività antropica in esso, ma sembra voler dire che non ci sarà una catastrofe, cosa che a pensarci bene ha poco senso perché prima bisogna intendersi sul significato di catastrofe, ovvero per chi e per cosa lo è. Ma in generale tutta la forza di questa comunicazione recuperata dal passato sta nell’unire un titolo bugiardo a un personaggio nobelato, ancorché noto per essere stato sostenitore accanito delle centrali solari a concentrazione: del resto non è una novità  la “malattia del Nobel”, ovvero la sindrome che induce chi ha ricevuto questo premio, una volta prestigioso, a sostenere teorie stravaganti o pseudo-scientifiche, solitamente riguardanti materie in cui non ha nessuna competenza. La convinzione che il premio li abbia affrancati da ogni necessità di prova e da ogni ritegno o prudenza o obiezione, spinge molti a pisciare fuori dal vaso come ad esempio il nobel per la chimica Kary Mullis il quale non credeva nel cambiamento climatico, ma era un fervido teorico dei rapimenti degli alieni. In termini più scientifici – perdonatemi questa digressione che nasce dalle fesserie che ho letto in questi giorni- si chiama effetto Dunning-Kruger e riguarda in un certo modo tutti noi  una distorsione cognitiva in base alla quale una persona poco istruita tende a sottostimare la complessità di fenomeni che non conosce, credendo di trovare spiegazioni sensate senza bisogno di approfondirle; viceversa più si è acculturati maggiore è la probabilità di trovarsi a disagio di fronte a problemi in campi nei quali non si è abbastanza  preparati così da sovrastimare la complessità dei fenomeni. Nei Nobel questa tendenza rischia di venire a mancare, portando queste persone a credere di poter dare sempre e comunque delle risposte, diventano  Nobel per la tuttologia.

Ad ogni modo mi ci sono volute alcune ore per accorgermi che il video mi era stato mandato non per una bizzarra iniziativa personale, ma perché girava in rete ed era in sostanza la risposta dei fascisti climatici ai “gretini” dell’ambiente e alle loro manifestazioni. Il potere che sta devastando il pianeta con conseguenze che ci saranno in particolare per i più poveri tra i Paesi e all’interno dei Paesi, non può permettersi di essere assente, anche quando la difesa dell’ambiente acquisisce caratteristiche misticheggianti e non va quindi a toccare le cause ovvero il sistema di consumo – sfruttamento che ci domina. Va simulata comunque un’opposizione che tenga vivo il disorientamento, anzi in questo momento la confusione è quanto mai opportuna per impedire la possibile saldatura fra temi sociali, politici e ambientali.

Insomma gretini e rubbiani si trovano sullo stesso piano di discorso ancorché su posizioni contrapposte e francamente mi domando quale delle due fazioni sia più pericolosa se quella che ottusamente  nega ogni causa antropica del cambiamento climatico per favorire la continua della predazione planetaria o quella che invece affronta il problema come a se stante senza avere il minimo sentore che è la struttura dell’economia di mercato e di profitto che porta alla iper produzione e quindi all’iper inquinamento. E’ un modo di affrontare le cose tutte all’interno di uno schema americano dove ogni protesta non deve mai mettere in questione il sistema se non nelle sue espressioni marginali. Quanta gente protesta contro le guerre senza individuare la logica sottostante, come se si trattasse esclusivamente di un problema morale del ceto dirigente? In qualche modo siamo tutti un po’ gretini, è lo spirito del tempo.


Il coraggio dell’audacia

67738260-pegno-solitario-di-scacchi-davanti-alla-squadra-nemica-coraggio-e-audacia-concetto-con-pezzi-di-scacNegli ultimi trent’anni le mappe della politica sono profondamente cambiate e se ancora alla fine degli anni ’80 la definizione di destra e di sinistra era sufficiente a collocare topograficamente partiti e movimenti, ora questa indicazione è del tutto inadeguato alla descrizione del paesaggio politico. Non è che destra, centro e sinistra siano scomparsi, ma sono solo uno dei criteri da tenere in considerazione: ad essi vanno affiancati altre  coordinate che sono divenute prevalenti come per esempio quelle di forze di sistema  di opposizione o antagoniste o ancora quelle di governismo e di alternativismo, di appartenenza o di utilità, di radicamento o di opinione.

Se volessimo creare un algoritmo per dare un senso di base a una battaglia politica delimitata entro i confini angusti posti dalle oligarchie europee e dalla posizione internazionale del Paese potremmo dire che l’area di sistema è un fattore zero e il governismo un valore di 0,1: il primo annulla qualsiasi moltiplicando, mentre il secondo ne riduce le potenzialità di un fattore 10: quindi destra o sinistra qualunque valore abbiano sono riportate a zero e giacciono indifferenziati sulla carta a quadretti, oppure nel caso siano solo governiste riducono le differenze a valori così piccoli da non poter essere effettivamente distinti . Questo accade anche con le forze di opposizione che non contestando le basi del sistema, ma solo le sue modalità, subiscono la stessa sorte matematica, azzerandosi o decimando le proprie potenzialità. Solo le forze antagoniste mantengono intatto il loro valore iniziale anche se l’entità di quest’ultimo viene poi determinato da addizioni e sottrazioni come l’opinione, l’appartenenza, l’abitudine, l’area di clientela, la presenza mediatica e così via. Per fare un esempio ovvio diciamo che la destra berlusconiana x sistema x governismo dà come risultato lo stesso che si ha moltiplicando il centro sinistra per i medesimi fattori: ovvero politicamente zero il che è anche confermato dalla mobilità interna di questo grosso corparccione conservatore al contro. E questo vale per Leu e per tutti gli ectoplasmi comparsi in vista delle elezioni ad eccezione di potere al popolo che si presenta come unica formazione antisistema. Se vogliamo sottrarre il Movimento 5 stelle all’area di sistema, nonostante Di Maio, comunque non possiamo salvarlo dal governismo e quindi ad una decimazione delle sue potenzialità.

Certo se l’Italia fosse un Paese libero e sovrano l’algoritmo sarebbe radicalmente diverso, ma in queste condizioni abbiamo una sorta di insieme magmatico le cui differenze sono in gran parte immaginarie e non soltanto negli slogan, ma anche nel concreto, vedasi il capitolo sui diritti del lavoro o sull’immigrazione dove c’è stata una staffetta reale e un contradditorio solo verbale. Il fatto è che il governo del Paese è decentrato e avviene nella sostanza altrove, mentre il mondo politico nostrano non è altro che un’ombra cinese. Qualora se ne volesse una prova basterebbe leggere questo passo del Corriere: «C’è un aspetto poco sottolineato, nella campagna elettorale. I partiti hanno cominciato a mostrare maggiore consapevolezza sull’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea. Fino a qualche mese fa, sembrava che l’europeismo fosse scomparso dall’orizzonte. Silvio Berlusconi criticava le istituzioni di Bruxelles e proponeva una doppia moneta. Il M5S teorizzava un referendum per uscire dall’euro. La Lega martellava contro euro e Nato. Perfino il Pd renziano additava «i burocrati europei» che non concedevano maggiore flessibilità ai governi italiani in materia di spesa pubblica. Oggi, invece, l’adesione ai vincoli continentali è diventata quasi corale: anche se con qualche contorsione e, da parte di alcuni, strumentalità». I servi gioiscono per il fatto che nessuno contesta più il padrone, nonostante quest’ultimo goda ormai di una salute precaria e che di conseguenza abbia accresciuto il suo cinismo senile pur con speranze di vita assai meno prospettiche rispetto al passato anche recente.

Quindi da una parte abbiamo elezioni quanto incerte nei risultati e probabilmente prodromo di un qualche governo di unità o di emergenza, dall’altro abbiamo al contrario un panorama uniforme e piatto che rende del tutto indifferente l’impasto dei futuri governi i quali  non saranno comunque in grado di governare alcun processo e anzi finiranno per accelerarli con la loro inazione provocando un aumento drammatico delle disuguaglianze. Come ho avuto occasione di dire qualche tempo fa siamo di fronte a un voto così ininfluente rispetto alla realtà che forse vale la pena mettere nell’urna più che un segno di rassegnazione al presente, un seme per il futuro. Essere per una volta audaci invece che spaventati e proni è in fondo già un po’ di futuro.


Nevica sulle disguaglianze e sulla distruzione

jpegBuone, anzi ottime notizie per questo mese di consumi e regali: per meno di centomila euro potrete convertire una stanza della vostra casa in una specie di sauna al contrario dove mettervi sotto la neve in qualunque mese dell’anno. Certo divorerete un bel po’ di energia, ma volete mettere il divertimento di stare sotto i fiocchi come se foste in Lapponia? Se poi non riuscite a farvi fare un prestito dalla finanziaria cravattara per la vostra caverna della neve, con appena 300 euro potete acquistare una stampante 3d che vi permetterà di creare i più stravaganti pankakes, oppure un refrigeratore portatile per angurie o, se la cucina innovativa non è nelle vostre corde e siete a corto di idee, con la stessa cifra sarà vostro  un meraviglioso smatphone per cani che “consente agli animali domestici di avviare chat video bidirezionali con la semplice pressione di un pulsante posizionato sul pavimento della casa”. Se poi la gente crepa di fame in Congo per far sì che le multinazionali scavino indisurbate tantalio che serve ai produttori di telefonini a fare più profitto, non è colpa vostra che dopotutto siete a vostra volta uomini domestici. E’ per queste inutili schifezze che stiamo distruggendo il pianeta e consumando le sue risorse, provocando fra l’altro la perdita di suolo e di habitat vitali per il cibo.

Ma la crescita non può essere fermata, questo è l’imperativo degli oligarchi, della politica subalterna ed è il modo per distrarre le persone dalla loro condizione. Consumate e sarete felici, voi valete molto quando comprate e sempre meno quando lavorate, le sirene del marketing che usano le scoperte della neuroscienza per farvi desiderare di tutto, non dormano mai. E ovviamente qualsiasi oggetto del desiderio è ormai progettato per avere una vita media molto breve, vuoi dal punto di vista della funzionalità, vuoi da quello della desiderabilità o dell’usabilità, così che il ciclo non conosca cadute. Ma del resto che senso avrebbe l’esistenza dell’ homo consumatore senza il consumo? Alcune ricerche sembrano infatti dimostrare che il livelli di consumo sono pressoché identici tra chi sostiene di avere una coscienza ecologica, parrebbe comprendere gli impatti sull’ambiente e chi invece non ce l’ha o comunque se frega. Anzi i primi finiscono per consumare anche di più, effetto che va forse attribuito al maggiore reddito di queste persone: il meccanismo che si è instaurato ha una logica propria, che prescinde dalle intenzioni e dalla consapevolezza, come se fossimo posseduti. In qualche modo anche la più meticolosa opera di risparmio e riciclaggio viene prima o poi vanificata da qualche consumo che vale cento volte la monetina ambientale risparmiata. Il problema è che dentro questo sistema i singoli comportamenti non sono in grado di cambiare poco o niente, vengono inevitabilmente trascinati e travolti,  è il sistema stesso che deve cambiare.

Secondo una ricerca Oxfam la metà più povera della Terra contribuisce all’inquinamento del pianeta solo per il 10 per cento evidenziando così anche una drammatica disuguaglianza energetica. Che peraltro esiste anche all’interno delle società sviluppate: che ha un reddito familiare medio altro (individuato da Oxfam intorno agli 80 mila euro) inquina 175 volte più di chi appartiene al 10% più povero della popolazione: e dunque gli 830 mila italiani che dichiarano un reddito superiore ai 75 mila euro inquinano più di tutti gli altri. D’altronde una crescita media del 3% all’anno, ovvero quella ritenuta auspicabile da tutti i centri finanziari oltreché dai governi, porta a un raddoppio ogni 24 anni rendendo di fatto impossibile conciliare la visione neo liberista con la sopravvivenza, anche se non tutta la crescita implica la dissipazione di risorse naturali.

Tuttavia queste facce toste del neo liberismo e dell’oligarchia si giustificano e si assolvono con la clamorosa e sfacciata bugia secondo la quale  la crescita economica così concepita è essenziale per alleviare la povertà, cosa che non solo è smentita dall’evidenza dell’ aumento di disuguaglianza che possiamo ben sperimentare nella nostra vita concreta, ma persino dai loro stessi “uffici dei numeri”: la Word economic review calcola che il 60% più povero della popolazione mondiale riceve solo il 5% del reddito aggiuntivo generato dall’aumento del pil così che per ridurre e per giunta di poco la povertà occorrrebbe una produzione complessiva uguale a 175 volte quella attuale, ovvero impossibile. In compenso però muovono i loro fili per creare teorie, concetti, illusioni e persino settarismi salvifici che in realtà non servono proprio a nulla se non a dare la falsa impressione che si possa davvero fare qualcosa all’interno di questo sistema economico, e renderne dunque più facile la  sopravvivenza nonostante contraddizioni e aporie. Per questo il discorso economico appare ormai fuori persino, in qualche modo astratto e frivolo, una pezza di appoggio per il potere di pochi. Occorre ricominciare dai bisogni reali e non dai profitti per creare un mondo diverso da quello del lusso privato e povertà pubblica, ricchezza di pochi e povertà dei tantissimi: prima ancora di una scelta politica diventerà una scelta di sopravvivenza.

 


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