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La cura del dottor Goebbels

esercito-coronavirusSe non puoi più promettere il paradiso, spalanca le porte dell’inferno. Mi piacerebbe poter dire che si tratta di una antica perla di saggezza è invece è una considerazione talmente innestata nel presente da parere inattuale: è quasi una costante che quando le grandi illusioni falliscono il potere costituito non  passa ad obiettivi più modesti, ma al loro esatto contrario. Una ritirata progressiva porterebbe alla crisi di paradigma e alla contestazione degli assetti di potere, mentre il ribaltamento improvviso delle prospettive è talmente scioccante da annichilire ogni reazione. Situazioni simili sono studiate in psicologia sperimentale, ma anche al di fuori della provetta ce ne sono parecchi esempi  e forse il più vicino nel tempo è quello della battaglia di Stalingrado e il successivo celebre discorso  di Goebbels sulla guerra totale: il regime hitleriano avrebbe potuto minimizzare la disfatta, ma ben presto lo stesso avvicendamento delle truppe al fronte avrebbe spalancato la verità e la gente, sottoposta a bombardamenti quotidiani e a continui sacrifici,  si sarebbe chiesta che fine avessero fatto il Reich Millenario, l’infallibilità del Führer, le folgoranti vittorie degli anni precedenti per le quali aveva sopportato ogni tipo di vessazione. Si sarebbe insomma creato uno spazio per i generali, impazienti di mettere fine alla guerra e impossibilitati a condurla con criterio incalzati e minacciati dai deliri di Hitler.

Goebbels ebbe così l’idea geniale di non nascondere nulla e anzi di drammatizzare all’estremo la situazione e suggerire l’idea di una imminente invasione russa e bolscevica contro la quale bisognava mobilitare tutte le risorse e di creare una nuovo stile di vita dal quale qualsiasi libertà anche quella di andare al bar doveva essere abolita. Il giorno prima si vinceva an allen fronten, il giorno dopo era la catastrofe: questo fu il baratro cognitivo che permise al regime di sopravvivere alla fine delle sue nefaste illusioni e a durare fino all’estremo. Quello della guerra totale è un discorso che andrebbe letto non fosse altro che per la straordinaria similitudine con la successiva retorica Nato, ma immagino che i lettori si chiederanno cosa c’entri tutto questo con l’oggi. C’entra eccome perché la pandemia per le elite un po’ come è un po come la Stalingrado per Goebbels: le oligarchie dominanti, ormai rarefatte a poche migliaia di attori principali, si sono rese conto che il loro sistema è sull’orlo del collasso sotto ogni punto di vista, sanno che il crollo se non imminente è inevitabile e sanno anche che un numero sempre maggiore di persone è ormai consapevole che il futuro migliore fatto balenare loro a patto di deporre le armi della speranza e delle lotte sociali, era ormai dietro le spalle. Si è così colta un’occasione, la comparsa di un virus naturale o artificiale, diffuso ad arte o sfuggito per errore, tutte dinamiche secondarie da questo punto di vista, per creare  lo choc della pandemia e cercare di ribaltare il tavolo dove cominciavano a perdere. Avrebbero potuto scegliere molte altre occasioni , le epidemie del 2017 o quella del 2009, o del 2001, ma è solo oggi che le crepe si sono fatte evidenti su molti piani da quello geopolitico dove la nazione guida del neoliberismo è stata imbrigliata nelle sue mire, arenandosi nel pantano mediorientale, la formidabile ascesa della Cina, ma anche di altri Paesi emergenti, le bolle borsistiche ormai giunte al parossismo, le “rivolte” popolari che hanno innescato la brexit o moti di contestazione permanente contro una disuguaglianza ormai spaventosa, l’impossibilità di domare facilmente come in passato regimi eretici come il Venezuela o di poterne ricattarne altri come l’Iran, la stessa resurrezione della Russia e infine l’inatteso successo di una forma di capitalismo non globalista negli stessi Usa hanno suggerito di sfruttare a fondo l’occasione. 

Qualcosa di non troppo difficile avendo in mano praticamente tutta l’informazione e per giunta anche la ricerca medica che dipende ormai quasi per intero dai soldi delle multinazionali del farmaco e può confondere più che chiarire,  essendo soci di maggioranza, anche se occulti (ma poi nemmeno tanto) di quasi tutti governi occidentali, avendo le redini della finanza e dei ricatti: media trasformati in bollettini di guerra, diffusione quotidiana di panico, numero di decessi gonfiati a dismisura, processioni di bare esibite come trionfo della morte, segregazione, mascherine inutili e dannose, ma segnale di sottomissione al culto pandemico e spersonalizzazione, distanziamento sociale che vieta ogni manifestazione, messa in mora delle Costituzioni, stato di polizia, tentativo criminale di bloccare terapie efficaci a basso costo, delirio vaccinale. Tutte cose che alla luce dei dati peraltro disponibili sembrano una pura follia e che peraltro si sono dimostrate inutili, ma che in realtà sono stati strumenti molto efficaci per creare diffidenza e scontro laddove si stavano coagulando nuove aggregazioni sociali, per rendere impossibili le reazioni collettive, condanna ai domiciliari davanti a un continuo effluvio dei prodotti ipnotici della società dello spettacolo. Troppo per poter guardare ai numeri con un minimo di lucidità.

Questo è destinato ad azzerare gran parte della classe media da dove veniva la principale forza di contestazione e non poteva essere ottenuta se non attraverso un choc cognitivo che riferisse ad altro il fallimento della società neoliberista e l’impoverimento di enormi masse di persone ormai non più in grado di opporsi alla tecnocrazia  e a una governance che trasforma l’emergenza in normalità, la normalità in un incubo ben ordinato e ogni dubbio in eresia da stroncare.  Per fermare l’ assalto della pandemia ideologica e antropologica, ci sono ormai pochissime armi: solo le reazioni caotiche sempre presenti nelle vicende storiche e la divisione del mondo in più placche geopolitiche può metter in crisi il progetto della crestocrazia.


Fallacia, ovvero come perseverare nella commedia

ostrich head in sandUna delle più insistenti obiezioni che vengono fatte a chi si pronuncia  contro la segregazione forzata e la sospensione dei diritti costituzionali è che vabbè, ma dopotutto ha salvato delle vite. Ora questo ragionamento oltre ad essere indimostrabile, non ha alcun senso dal punto di vista epidemiologico, ovvero scientifico perché scelte di questo tipo possono solo rallentare nel breve periodo i contagi e non diminuirli in totale, peraltro causando più decessi complessivi a  causa di interventi chirurgici e diagnosi posticipati, suicidi, overdose di farmaci, depressione, aumento delle morti per infarto o per mancata assistenza. In ogni caso la teoria della segregazione come salvavita viene smentita in maniera empirica dai fatti concreti ovvero dalla constatazione che non esiste un rapporto tra severità della segregazione e numero di morti: Paesi come Israele, Svezia, Brasile dove le misure di segregazione sono state minime se non inesistenti hanno avuto meno morti di quelli che hanno invece adottato misure più severe. La cosa è dimostrata anche dagli Usa dove le misure di contenimento sono state diverse fra stato e stato e dove le minori restrizioni hanno comportato un numero minore di morti. La cosa potrebbe sembrare strana perché la correlazione esiste, ma è contraria a quella attesa e proclamata sulla cui base viene giustificata la carcerazione domiciliare, ma invece rientra perfettamente nella logica dell’invenzione epidemica: dove la segregazione è stata più vincolante c’è stato un interesse specifico a catalogare i normali decessi come opera del Covid invece di attribuirle alle reali patologie, tenendo conto che il decesso è quasi sempre determinato nelle fasi terminali da un qualche microrganismo opportunista degli oltre 200 che ospitiamo normalmente. In poche parole la severità delle misure non è determinata dalla severità della malattia, ma al contrario la severità del male è determinata dal livello cui si vuole portare l’esperimento sociale di segregazione e di distanziamento sociale.

E’ per questo che il mainstream tenta con particolare accanimento di nascondere o di raccontare frottole mal acconciate su questa evidenza sull’inutilità della domiciliazione coatta , proprio perché cerca di nascondere il cuore essenzialmente narrativo della presunta pandemia e questo nonostante i dati ufficiali siano disponibili a chiunque voglia farsi carico di comprendere le cose. Tuttavia la reazione, “ma comunque ha salvato delle vite” , corrisponde a una reazione assolutamente istintiva che in psicologia prende il nome di fallacia del costo sommerso. Si tratta, come fa osservare l’Aier, ovvero l’American institute for economic research, di un tunnel della mente per il quale quando si è speso molto in termini reali o emotivi per qualcosa, si fa molta fatica a tornare indietro e ci fa insistere in azioni o visioni fallimentari perché cambiare strada sarebbe come ratificare le perdite. Gli esempi di questa resilienza sono moltissimi e vanno dal leggere fino in fondo un brutto libro perché ormai l’abbiamo comprato, o sciare nella tormenta perché abbiamo lo skypass, oppure insistere in una relazione appassita perché vi abbiamo già speso emotivamente tanto o mettere soldi in un impresa che già si è dimostrata fallimentare. Così in un certo senso dopo essere rimasti due mesi a casa, aver visto interrompere la scuola, aver perso il lavoro o aver subito consistenti perdite economiche diventa difficile constatare che tutto questo è servito a poco o nulla e soprattutto diminuisce la resistenza verso ulteriori e magari più severe  segregazioni, perché si è già speso e perduto così tanto che rifiutarsi di obbedire a disposizioni inutili o folli sarebbe confessare di aver puntato e creduto in qualcosa di sbagliato. 

E’ precisamente su questo tunnel della mente emotiva che contano gli sperimentatori del nuovo ordine sociale per evitare reazioni radicali alla cancellazione delle libertà a fronte di una mortalità complessiva largamente sovrapponibile a quella influenzale e anzi minore. In realtà di gran lunga minore se proprio in virtù dei confinamenti non si fosse diffuso il virus proprio tra la parte più a rischio della popolazione: ospedali e case di riposo. Quando lo si capirà sarà comunque troppo tardi.


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