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Chi semina paura raccoglie tempesta

Coronavirus in Italy: phase 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci hanno provato nei mesi scorsi, ma nessuno tra i lettori dei miei post ha potuto dimostrare che io sia una complottista: non ho mai sospettato, anche se l’ipotesi gotica di pipistrelli e virus fatti circolare per propagare la peste è narrativamente più efficace, né tantomeno adombrato che l’epidemia fosse l’effetto velenoso di una trama oscura. Però ho da subito avuto la consapevolezza del suo uso perverso per giustificare il passato, legittimare il presente e ipotecare il futuro.

Quindi tutti a dare addosso al nemico n.1, responsabile dell’apocalisse anticipata rispetto alle previste sette trombe dei rispettivi sette angeli, sostituite dalle profezie e dalle sentenze di virologi, immunologi, santoni facenti parte del governo di salute pubblica.

A giustificare il passato ci pensa la numerologia pandemica, sotto forma di studio  del “Covid Crisi Lab”  della Bocconi chiamato a pronunciarsi sul caso “Lombardia”, che avrebbe  accertato come “l’epidemia abbia comportato per il Nord Italia i costi umani più alti mai visti dal Dopoguerra”, alla faccia del terremoto del Friuli, dell’alluvione della Valtellina, del disastro del Vajont, e pure del susseguirsi di polmoniti, infezioni ospedaliere, influenza asiatica, asbestosi contratta in fabbrica, tutti incidenti della storia archiviati a posteriori come catastrofi naturali e ineluttabili.

Spiega quindi il Professor Ghislandi, uno degli autori dell’indagine, che le morti  causate dall’ondata epidemica possono essere attribuite  “anche” ai servizi ospedalieri congestionati o a fenomeni come l’aumento degli infarti di cui ha parlato la Società italiana di cardiologia,  “ma, in ogni caso, sono tutti decessi che hanno una relazione con il Covid-19”.

E a questo proposito, aggiunge, incoraggiante, che  una volta finita l’emergenza, quando la mortalità potrà tornare a livelli fisiologici, “la perdita di vita attesa a Bergamo si abbasserebbe a 3,5 anni per gli uomini e a 2,5 per le donne,  perché  molte persone che sarebbero morte nel corso dell’anno lo hanno fatto già nei suoi primi 4 mesi”.

A significare, dati alla mano o forse algoritmi come piace ai bramini della grande fucina della futura classe dirigente, che tutti dobbiamo morire e che per qualcuno, che si è preso avanti,  la falce fissata per sabato è stata anticipata a lunedì.

E che in sostanza,  per anni, avremmo avuto uno stillicidio di decessi diluito nel tempo a causa  di una situazione di crisi già da tempo identificata ma mai contrastata, per via della demolizione dei sistema sanitario pubblico, della sua consegna a malaffare e corruzione, per l’inadeguatezza della dirigenza politica, della consegna della ricerca all’industria farmaceutica, dell’inadeguatezza  del personale ospedaliero, ma che è spettato al coronavirus innescare o forse semplicemente accelerare l’esplosione di una bomba.

Una bomba, che non era sotto controllo a  pensare alle vittime annuali di polmonite, di influenza, di patologie trascurate,  ma che veniva lasciata là come quelle rimaste inesplose dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, “normalizzate” dalla mentalità collettiva e dai decisori impossibilitati, per via dei bilanci dissestati e dei costi che comporta l’appartenenza all’impero, a mettere in campo le risorse per disinnescarle.

Quindi non si poteva fare di meglio, l’ordigno è scoppiato, la fase 1 è in realtà ancora in corso e c’è un concorso di soggetti che si sono convinti e cercano di persuaderci che non si poteva fare altrimenti, che sono state praticate le soluzioni possibili, che era necessario anzi doveroso imporre un nuovo ordine sanitario e sociale con le sue inevitabili restrizioni della libertà, con le ineluttabili limitazioni del libero arbitrio, con l’elargizione di una pedagogia severa per vigilare e circoscrivere i comportamenti indocili e insubordinati di un popolaccio immaturo e refrattario al senso di responsabilità, come succede quando il diritto diventa un’arma della repressione e singole norme non dichiaratamente anticostituzionali eccedono rispetto ai poteri attribuiti e attribuibili all’esecutivo.

Era quindi inderogabile il ricorso a autorità supreme svincolate dai lacci e laccioli della democrazia parlamentare, a decretazioni di urgenza (magari pubblicate a distanza di una ventina di giorni in Gazzetta Ufficiale, forse per alimentare quell’aria di mistero che accompagna poteri necessariamente autocratici, quando trasformano le loro misure in leggi naturali che rispondono a esigenze fatali), e altrettanto fatale esigere che venisse messa al bando la  critica all’operato di chi aveva l’oneroso compito di tenere nelle sue mani il processo decisionale, quel governo di salute pubblica  intorno al quale ci si deve stringere a coorte, tutti uniti, malgrado abbia ispirato il suo operato al criterio della divisione della popolazione tra chi poteva salvarsi dal pericolo, isolato tra le pareti domestiche ampie o anguste che fossero, con la apparente sicurezza di garantirsi il posto di lavoro grazie alle magnifiche sorti della tecnologia, approvvigionato di viveri, acqua, luce, rete, gas, telefilm doppiati, cronache fitte dei comandi e delle raccomandazioni dei santoni e dei cerusici in forza all’esecutivo.

Tutti servizi questi garantiti dall’altra parte della cittadinanza cui è stato imposto il “sacrificio” in cambio della pagnotta, martiri sanitari, ma pure eroi forzati  nelle trincee dei supermercati, dei magazzini di Amazon, delle produzioni industriali essenziali, alcune altre convertite dal superfluo all’inutile sotto forma di mascherine delle quali non è stata accertata l’esigenza, pony e facchini, donne delle pulizie mobilitate per il business delle disinfezioni, milioni di persone delle quali abbiamo perso il conto, stipate nelle metro e nei bus, dove il “distanziamento” salvifico aveva carattere “volontario” e discrezionale.

Altrettanto ineluttabile era la cessione definitiva della sovranità all’Europa in cambio della carità pelosa dal suo Piano Marshall,  dell’attivazione del prestito del Mes per fronteggiare le spese sanitarie, con 7 miliardi di interessi, a fronte dei 4-500 milioni erogati, costretti a  esprimere gratitudine per la concessione a incrementare il debito che ci condanna allo status di cattivi pagatori ricattati sempre di più dalle condizionalità.  Per non parlare della resa festosa alle banche, con la loro beneficenza a rapido risarcimento, definitivamente designate a  potere unico cui affidare  il governo della cosa pubblica, come perorato del prossimo tecnico della Provvidenza pronto a affacciarsi con il plauso plebiscitario di tutti.

E infatti il tempo della concordia è finito, il Dopo incalza, dà la sveglia agli appetiti e anche alla tardiva presa di coscienza di chi si era preso un sabbatico stando sul divano, rinviando la consapevolezza, grazie alla rimozione del futuro, che gli affitti   e le fatture e i mutui accumulati vanno pagati, che alla cassa integrazione non saldata segue la disoccupazione, che miglia di esercizi sono costretti a chiudere, che si è conclusa l’età dell’oro dei B&B, che sono a rischio anche i salari degli statali, che a quelli che sono stati bollati come choosy, parassiti, scansafatiche toccherà andare a fare i braccianti “volontari” in concorrenza sleale  con gli immigrati o gli steward nelle spiagge non più libere, che il cottimo dei lavoretti alla spina è un ricordo di tempi felici, quando la competizione era scarsa e lo smart working una delle baggianate care ai guru della Leopolda.

A mettere le loro ipoteche sul rilancio ci sono già gli Orlando e i Delrio cui non basta l’assoggettamento del Governo Conte ai desiderata di Confindustria, le garanzie offerte agli azionariati imbelli delle imprese criminali, la spregiudicata protervia con la quale la ricostruzione diventa l’occasione per far ripartire i cantieri delle Grandi Opere, perché in empatia ideale con Forza Italia e la Lega sarebbe ora di sanare la frattura con i “ceti produttivi” riportando il paese alla Normalità, quella che perfino il Financial Times descrive come “portatrice di ulteriori e più gravi iniquità” in considerazione della globalizzazione digitale, che cambierà il mondo del lavoro, che favorirà le delocalizzazioni, l’impiego di manodopera precaria, la riduzione del personale della scuola e degli impieghi pubblici, il precariato.

È che hanno bisogno di un governo forte che consolidi le eccezioni ottenute grazie all’emergenza sotto forma del bastone della repressione dei comportamenti e delle opinioni disobbedienti,  a cominciare dagli scioperi e dalle agitazioni dei primi di marzo nelle fabbriche “essenziali”,  e della carota della carità pelosa. Ieri il Corriere dava spazio alla predica di Veltroni che preoccupato dei fermenti che potrebbero provenire dai margini della società, con la solita sfacciata pretesa di innocenza chiede alla politica di portare “rispetto” per il Paese e di “evitare, con azioni veloci e concrete, che la responsabilità diventi rabbia”.

E dal canto suo il Fatto ci prova a mettere in guardia dai “professionisti del disordine” e gli impresari dell’insurrezionalismo aiutati dalla stampa cocchiera, come se ci servisse il Giornale per farci sapere che “C’è il pericolo di una crescente esasperazione sociale basata sull’insoddisfazione delle popolazioni che potrebbe portare a varie forme di rivolta su scala senza precedenti”, come se ci fosse bisogno del dossier “choc” di Kelony, agenzia di risk-rating a livello mondiale   o dei sondaggi della Ghisleri che concordano sull’analisi secondo la quale  “il 64 per cento degli italiani  si dichiara consapevole del rischio di importanti tensioni sociali soprattutto nella parte più produttiva del paese”.  E conclude: “Questure e prefetture monitorano attentamente la situazione nelle varie province….. l’attenzione si concentra già sull’autunno, quando il malcontento potrebbe assumere una dimensione diversa, specie se l’iniezione di liquidità nell’economia non dovesse bastare”.

Non c’è da rallegrarsi se alla paura che ci hanno voluto incutere, fa seguito quella che suscitiamo in loro. Non c’è da esserne soddisfatti, ma da usarla come riscatto quello si.

 

 

 

 

 

 

 

 


I “conticini” che non tornano

zekAnna Lombroso per il Simplicissimus

Di una cosa possiamo essere certi, nessun dirigente scolastico ha pensato di introdurre nel programma di scuola a distanza, l’home schooling come la chiamano quelli dello smart working e del lockdown, una qualche lezione di educazione civica.

E’ probabile sia rimandata ad una auspicata Giornata della Memoria della Democrazia, da anni progressivamente svuotata, grazie a leggi elettorali che hanno retrocesso il voto a conferma notarile, alla cessione di sovranità votata sottobanco dal Parlamento, a norme ad personam e alla personalizzazione della politica, alla progressiva demolizione di quei corpi intermedi che dovevano tutelare la partecipazione e anche la rappresentanza di bisogni e diritti, a un’accelerazione nel rafforzamento degli esecutivi che poteva essere ancora più incontrastabile se avesse vinto l’inesauribile bonapartino,  affetto da personalità distruttiva, da misure di ordine pubblico che confermano disuguaglianze fatali a norma di legge, a una informazione assoggettata ai poteri padronali per via di editori impuri o meglio di azionariati purissimi.

Non poteva essere altrimenti anche se di educazione civica ce ne sarebbe più bisogno, quando si è materializzato un nobile concorso di decisori e pensatori volto a persuadere questo popolino di bambinacci riottosi e scriteriati che sussistono motivi superiori, per ratificare una temporanea sospensione al dettato costituzionale, per ricorrere diffusamente ad atti di indirizzo e normative d‘urgenza, per incaricare soggetti e autorità svincolate dal controllo parlamentare, per rafforzare il potere sanzionatorio e repressivo delle forze dell’ordine.

Tutto questo alimentato da un humus retorico all’insegna dell’amore, quello patrio, quello per la salute diventata bene supremo, ma anche tra simili, che suggerisce denuncia e delazione ai danni di chi non ne dimostra altrettanto, riscoperto insieme alla virtù dell’obbedienza, in modo da istillare la convinzione che la coesione sociale e la solidarietà ai tempi del coronavirus si manifesti con un consenso cieco e deferente e con la totale accettazione dei comandi e delle decisioni delle autorità tecniche e politiche.

Così qualsiasi voce fuori dal coro rappresenta l’insana e inopportuna rottura di un tacito patto per la salvezza, qualsiasi obiezione e dubbio alla luce di omissioni, falle, errori, deve essere giudiziosamente rinviato al “dopo”, perché così si combini la progressiva criminalizzazione dei trasgressori (runner, anziani spericolati e sfrontati, disertori di guanti, mascherine  e autocertificazioni), con la demonizzazione di personalità invise per non essersi allineate  alla “verità” ufficiale vigente, in modo da scaricare sulla collettività  il peso della risposta all’emergenza.

Grazie alla generalizzata indulgenza riservata alla cerchia che ha assunto il controllo, adesso che è cominciata la Fase 2, è iniziata, nel solco della tradizione di scurdammuce o passato,  la rimozione. Un processo che riguarda l’opacità dell’Oms, i ritardi e i silenzi iniziali, seguiti dalla drammatizzazione apocalittica successiva, la tolleranza nei confronti dei crimini regionali, le direttive  contraddittorie dei consulenti scientifici affetti da esibizionismo compulsivo, gli ostacoli frapposti alla diagnostica e all’applicazione di terapie sottovalutate e osteggiate,  oltre che la sopravvalutazione dei dispositivi di sicurezza, guanti e mascherine, diventati territorio di scorrerie malaffaristiche, le diatribe sui tamponi e sugli accertamenti sierologici, materie sulle  quali è opportuno anzi doveroso stendere una coltre di pudico silenzio, pena essere immediatamente arruolati a forza tra i salviniani o i meloniani.

Ma non basta, grazie all’analisi ponderata e assennata degli intellettuali chiamati a raccolta con lo slogan “Basta con gli agguati” su una pagina del Manifesto, che aspira a scalzare il fatto Quotidiano dalla funzione di house organ del governo tramite il Pd, chi critica Conte e l’esecutivo viene immediatamente affiliato a una cerchia oscura   “espressione degli interessi e delle aspirazioni di coloro che vogliono sostituire questo governo e la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa”.

Intendendo dunque quelle categorie  dedite alla speculazione e al profitto, con in testa Confindustria, cui, si vede, non è bastato stabilire e imporre al governo quali cittadini dovevano rischiare il contagio in qualità di “attività essenziali”, decidere come e quando adottare misure di sicurezza a tutela dei lavoratori, purchè temporanee comunque,  in modo da poter tornare alla normalità dei morti sulle impalcature o gli altoforni, chiedere e obbligare alla repressione degli scioperi di inizio marzo, esigendo il silenziatore sulle manifestazioni che pretendevano il rispetto delle elementari norme di profilassi.

O indicare come prioritario il riavvio dei cantieri delle grandi opere, nel quadro della Ricostruzione post bellica, in modo da aggiungere quel contributo  ineguagliabile di speculazione e corruzione ai brand e ai comparti della “salute”, compreso quello del controllo sociale tramite app.

L’azione per squalificare chi osa criticare il governo, perfino quando è mossa da soggetti che rivendicano una superiorità culturale e morale, dimostra quanto bisogno ci fosse e ci sia di un bel ripasso dei fondamenti e delle basi della democrazia, perché l’accusa rivolta è sempre la stessa,  ritorta contro, cito,  “non si prende davvero la responsabilità di dire cosa farebbe al suo posto, come andrebbe ponderata una libertà con l’altra, una sicurezza con l’altra, e quale strategia debba essere messa in campo per correggere le lamentate debolezze dell’esecutivo”.

E difatti, siccome non c’è uomo di governo che almeno una volta non abbia la tentazione di difendersi dal dissenso, proprio come i tranvieri di una volta, trincerandosi dietro al cartello: non disturbate il manovratore, ecco che Conte rispondendo piccato a un giornalista che criticava l’operato del commissario Arcuri in merito alle mascherine: “se lei pensa di poter fare meglio, ne terremo conto alla prossima emergenza“.   E poche settimane addietro, nella sua prima visita a Bergamo, sempre lui a una cronista che gli chiedeva conto delle eventuali responsabilità del governo sui ritardi nella istituzione della zona rossa nella Bergamasca: “Se avrà ruoli di governo, ha risposto,  scriverà lei i decreti“.

Aiutato dalla vasta schiera di fan, a forza di sentir dire che questo è il miglior governo che potesse capitarci in un simile accadimento, ci crede anche lui,  a forza di sentir dire che nessuno vorrebbe stare sulla sua scomoda poltrona durante questo drammatico incidente della storia, ci crede anche lui.

Così non bastano le leggi marziali, la militarizzazione di vaste aree del territorio nazionale, l’induzione di una psicosi che dovrebbe far dimenticare, con l’imposizione di una disciplina emergenziale, la vera origine della “catastrofe”, demolizione del sistema sanitario, cancellazione del welfare: occorre anche ricondurre ogni forma di opposizione o all’insurrezionalismo (c’è stato anche questo), o al disfattismo, o alla copertura di miserabili interessi lobbistici, o all’adesione al complottismo rovinologico.

D’altra parte tocca perfino a me, a chi scrive per un blog, a chi commenta sui siti online rispondere oltre che del delitto di lesa maestà di quello ancora più infame di non proporre una composizione di governo alternativo, di non offrire “soluzioni altre”, di non mettersi nei panni scomodi di chi sta in alto, come se,  perfino i ragazzini di prima media sono tenuti a saperlo, il nostro assetto istituzionale, non affidasse al Parlamento eletto il potere legislativo e al governo quello esecutivo.

Come se negli anni, dalla promulgazione della Costituzione in poi non fosse stato avviato in forma bipartisan un processo volto a circoscrivere la possibilità per i cittadini di esercitare controllo sul processo decisione.

Come se la stampa ormai accorpata nell’Unico Grande Giornale degli italiani non fosse impegnata a offrire una verità suggerita dal suo padronato.

Come se salvo rare auree eccezioni, non sia stato sempre scoraggiato il ricorso a referendum, ultimo fronte rimasto al popolo per impugnare leggi anguste o ingiuste, se i pronunciamenti non siano stati traditi, compreso il No a quello costituzionale, aggirato, ancora di più proprio in questo nostro tempo, dal ricorso a fiducia e Dpcm, se il loro impiego è oggetto di dissuasione preventiva, come nel caso di alcune normative vergognose, Legge Bossi-Fini, decreti di ordine pubblico.

Eppure i modi per contare ci sarebbero, a cominciare dalla disobbedienza, lecita e giusta anche vedere il successo dei santini con il sindaco Luciano incollati su ogni profilo social, a cominciare dalla possibilità di revocare la delega concessa a rappresentanti indegni, come sarebbe lecito e legittimo fare con le regioni che si sono macchiate dei delitti di strage, a cominciare dalla obbligatorietà, per chi oggi difende da militante sottomesso e rispettoso l’azione del movimenti o dei partiti di maggioranza, di riprendersi la cambiale in bianco concessa sfiduciando le scelte compiute.

Altrimenti è troppo tardi: lo ricordano quelli che sono già senza lavoro, quelli delle partite Iva condannati a passare dal domicilio coatto alla domiciliazione sotto i ponti, quelli che hanno come unica forma di sostegno un ulteriore indebitamento del quale è impossibile il rimborso, quelli che ritengono di essere al sicuro, dipendenti pubblici, lavoratori garantiti, che presto non avranno il salario contrattuale, le donne che hanno creduto di conciliare con il part time bisogno di un reddito con il lavoro di cura sostitutivo dello stato sociale e che ora soffrono la concorrenza dei nuovi forzati dello smart working, quelli delle varie economie sommerse dell’accoglienza turistica, dei B&B allestiti nella casetta dei nonni, delle gelaterie in franchising, dei lavoretti alla spina che parevano provvisori e adesso sono diventati la frontiera più appetibile per generazioni di disoccupati e sottoccupati.

È talmente tardi che si capisce perché il Rilancio, la Fase 2, salvo qualcuno criminalizzato per aver voluto provare l’ebbrezza della libertà ritrovata in fila all’Ikea o dell’apericena ai Navigli, avrebbero accertato la ragionevolezza del popolo, passato dalla paura del contagio da virus a quello del contagio da miseria.

 


Casino Royale

caAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ti dice che sia una disgrazia, chi ti dice che sia una fortuna, verrebbe da dire oggi, quando tutti se ne escono con una massima da saggezza popolare die nostri vecchi, quelli che morivano di morte naturale e non di concomitanza di pandemia, cancellazione del diritto di cura, patologie pregresse: nulla sarà come prima!

Certamente sarebbe una disgrazia:  perché è stato il “prima” che ci ha fatto precipitare in un accadimento a lungo preparato dall’orgia neoliberista, dal processo di globalizzazione che ha fatto circolare liberamente armi destinate alla imprese di conquista e sfruttamento, i capitali da investire nel casinò finanziario, una “etica” del merito che deve convincere che sono degni di ottenere beni, rispetto e tutele solo quelli che “servono” al profitto,  che socializza malattie, inquinamento, milioni di lavoratori senza garanzie sradicati dai loro luoghi nativi, immiserimento delle classi subalterne, mentre privatizza a beneficio di pochi formidabili risorse economiche e gli strumenti politici, tecnologici e mediatiche per assicurarne  il controllo e il possesso.

Certamente sarebbe una disgrazia, perché se è evidente che la pressione della malattia e le morti sono da imputare allo smantellamento del Welfare,  agli effetti dei decenni di privatizzazioni e di tagli alla spesa pubblica che hanno colpito con particolare severità le strutture e le risorse professionali,  delle quali solo oggi si riconosce l’esigenza,  del sistema sanitario, è altrettanto chiaro che tutto non sarà come prima, sarà peggio di prima perché la collettività che si è vista negare assistenza e cura, sarà chiamata a pagare di tasca propria i costi della crisi “virale”,  proprio come ha “risarcito”  le speculazioni criminali delle banche, i fallimenti e gli assassinii di aziende svendute e la loro scia di sangue.

Certamente sarebbe peggio di prima, perchè  significa non solo dismettere la legittima aspettativa che si dia avvio a un new deal, a una fase di ricostruzione del sistema sociale, con investimenti indirizzati verso le infrastrutture, la tutela del territorio, la ricerca, ma affrontare le tremende conseguenze economiche della paralisi delle attività: aziende chiuse, artigiani a spasso, negozi che non fanno parte del circuito delle grandi catene, soffocati da affitti, tasse, sempre vigenti malgrado l’inattività, il tutto combinato con i vincoli esterni che impongono la rinuncia alla difesa  degli interessi nazionali richiesti dalle frattaglie di una Europa  a conduzione franco-tedesca priva di ogni legittimazione democratica.

Certamente potrebbe essere una fortuna se davvero si imparasse la lezione della storia, se davvero il sollievo di essere sopravvissuti all’evento epocale sapesse rendere tutti più consapevoli della obbligatorietà di riconquistare l’autodeterminazione che ci è stata consegnata dalla resistenza e messa per iscritto dalla Costituzione, respingendo la pressione che viene dagli enti regionali che rivendicano maggiore autonomia, quando abbiamo provato cosa significa il mancato coordinamento tra Stato e  periferia, quando si è avuto conferma che il federalismo ha coperto di una coltre ideologica l’aspirazione a sottrarre risorse al settore pubblico per beneficare soggetti privati, nell’assistenza come nell’istruzione scolastica e universitaria.

Certamente potrebbe essere una fortuna se uscissimo dal terrorismo culturale che è stato esercitato nei confronti del ruolo della partecipazione democratica retrocessa a populismo e della funzione dello Stato centrale, arretrata a sovranismo, per ristabilire quei principi di sovranità economica, monetaria, politica, abiurati per compiere l’atto di fede nei confronti dell’Europa e rinnovare continuamente la manifestazione di ubbidienza e uniformità al contesto atlantico, come addirittura succede in questi giorni, quando non è prevista la quarantena per l’attività industriale del polo di Carneri di produzione degli F-35.

Potrebbe essere una fortuna se davvero saranno serviti gli scioperi degli operai che non vogliono essere condannati alla trincea in fabbrica senza le condizioni minime di sicurezza, se sarà servita la collera che suscita la Ministra in forza a Italia Viva che predica sulla inopportunità della protesta, se ci ricorderemo dopo del patto osceno stretto da Confindustria, governo e parti sociale che non prevede obblighi vincolanti da parte del padronato nel rispetto dei criteri per la tutela della salute nei posti di lavoro,  per reclamare che requisiti di salvaguardia siano indispensabili e inderogabili, per contrastare la peste sempre attiva  dello sfruttamento.

Potrebbe essere una fortuna  se gli inni alzati dalle finestre e sulla rete per celebrare il sacrificio di chi produce e lavora alimenti, o li consegna, di chi procura che esca l’acqua dai rubinetti, si accenda la luce se premiamo l’interruttore, ci fa parlare su Skype coi parenti lontani, insomma la gente come noi, non le major della spesa online, non i gigante delle telecomunicazioni, non i manager delle multinazionali,  davvero si traducessero nel rifiuto alla cancellazione dei valori, delle conquiste e dei diritti del Lavoro, oggetto di “riforme” che hanno magnificato e realizzato la rinuncia alla dignità, alla difesa delle prerogative maturate e meritate,  che hanno costretto alla scelta, salario o salute, a subire il ricatto, fatica o tutele.

Il fatto è che dipende solo da noi che niente sia come prima, o peggio di prima. Non dipende dalla fortuna o dal fato avverso, nemmeno dai tenutari del Casinò: chi vuole la libertà di scelta, il rispetto della dignità, la consapevolezza e la tutela dei diritti, deve saper dimostrare di guadagnarseli, conquistarseli e conservarli.


Benedetto Pasolini…

Polizisten gehen am 30.04.1968 vor dem Justizgeb‰ude in Rom massiv gegen...Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati più di 50 da quando Pasolini pubblicò la sua provocazione: quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Come successe molte volte, fu profetico  perché oggi è probabile che giovani disoccupati che vengono dai bassi sulle cloache; o dagli appartamenti nei grandi caseggiati popolari, si trovino a scegliere tra malavita e vita da sbirri, esistenze difficile, parimenti a rischio, soggette a paura, ricatti, intimidazioni.

Fu profetico,  ma non fu bravo storico, perché l’irruenza della difesa dei figli di poveri, che vengono da periferie, contadine o urbane che siano, gli fa dimenticare come fossero stati mandati dal dopoguerra in poi in battaglie feroci non solo contro i figli di papà, ma contro i loro padri, fratelli, amici, uguali per sfruttamento, soggezione e rabbia.  E se da allora molto è cambiato, nessuno oggi può dire di non sapere che i ragazzi contro i quali alzeranno gli scudi antisommossa o invece quelli cui vendono la cartina di veleno sono la loro immagine speculare, abbiano gli stessi occhi cattivi,  siano altrettanto paurosi, incerti, disperati  e non più sicuri nella loro cuccia piccoloborghese ormai degradata a sottoproletaria, figli della stessa classe e della stessa triste disperazione senza domani.

Nelle “Istruzioni pei funzionari di pubblica sicurezza”, del 1867 quando era ministro dell’Interno, Bettino Ricasoli sottolineava che  un buon poliziotto deve saper “scrutare i bisogni delle moltitudini, conoscerne gli interessi morali ed economici, indagare il grado della loro educazione, e studiarne le vere condizioni sociali…perchè non poche questioni di sicurezza pubblica sono intimamente connesse a gravi problemi sociali, la cui soluzione non può dipendere da semplici misure di polizia, ma da provvedimenti governativi o legislativi di interesse generale”.

Ma 100 anni dopo, in barba a quegli insegnamenti, in quei vent’anni dall’insediamento di Scelba sulla poltrona del Viminale, in quei diciotto anni dalla repressione di Tambroni, non si contano le violenze contro le manifestazioni di piazza dei lavoratori, contro gli operai in sciopero. Qualcuno si è preso la briga di calcolare che durante le gestione di Scelba al Ministero degli Interni, gli scontri lasciarono sul terreno oltre cento morti e migliaia di feriti. A questi bisogna poi aggiungere gli arrestati: 148.269; fra questi 61.243 condannati per un totale di 20.426 anni di carcere. Gli scontri di Genova (la storia si ripete),una città che nel 1960 soffre in una grave crisi economica per via della chiusura di diverse industria, tra cui l’Ansaldo dove la scelta di tenervi il congresso del Movimento Sociale  viene dettata provocatoriamente dalla volontà di dar vita a un braccio di ferro, hanno un tremendo effetto a cascata: a Licata gli scontri a seguito di una manifestazione di protesta del sindacato e del relativo blocco della stazione ferroviaria vedranno un morto e 24 feriti,  a Roma durante una manifestazione presso la Porta San Paolo i reparti a cavallo della polizia caricano violentemente i manifestanti, il 7 luglio una manifestazione sindacale a Reggio Emilia finisce in tragedia quando la polizia e i carabinieri sparano sulla folla in rivolta, provocando 5 morti. A Palermo in nuovi scontri si registrano due morti e 36 feriti da arma da fuoco.

Le cariche delle forze dell’ordine non sono dirette solo contro le proteste operaie: nelle lotte per la riforma agraria, è stato calcolato che  «i contadini denunziati furono 3.185, quelli assolti 386, quelli processati 2.323, e condannati complessivamente a 293 anni e 36 mesi di reclusione e 7.543.280 lire di multe».

Proprio nel ’68 a Avola contro i braccianti che hanno incrociato le braccia e abbandonato gli aranceti dilagando lungo le stradi provinciali accorre la polizia con nove camionette e una novantina di uomini armati di mitra, bombe lacrimogene, elmetti d’acciaio. Dopo una battaglia a colpi di lacrimogeni, i poliziotti cominciano a sparare. Le file dei braccianti indietreggiano, la polizia rimane padrona del campo: a terra rimangono due lavoratori uccisi dai proiettili e una trentina di feriti. A Battipaglia nel 1969 nel corso dello sciopero contro la minacciata chiusura della fabbrica, le operaie sono attaccate dalla polizia. Due persone restano uccise, un giovane tipografo colpito alla testa da un proiettile sparato da agenti di P.S. che morirà un’ora dopo all’ospedale e un’insegnante anche lei colpita da un proiettile mentre era affacciata alla finestra di casa propria.

Si smentivano così i fasti del boom, perché quando dopo l’inebriante sbornia della ricostruzione, che non investì lo Stato e le istituzioni come avrebbe dovuto, la contestazione viene nuovamente interpretata come un segnale eversivo, la richiesta di riconoscimento di diritti e garanzie come illegittima rivalsa nei confronti di governi e classe imprenditoriale intenti a regalare al Paese un immeritato benessere, purché costituito nell’ordine e nella disciplina. Valori che la lotta al terrorismo ripristinano, quando l’impegno di contrasto alla oscura strategia della tensione, certamente con minore mobilitazione per quanto riguarda le stragi nere, richiede spirito si servizio unitario di istituzioni, corpi dello Stato, partiti chiamati a emarginare e deplorare i compagni che sbagliano, a mettere in campo misure di autodisciplina.

Ma qualcosa si stava muovendo comunque, lo Statuto dei lavoratori aveva assunto un formidabile significato anche simbolico, sancendo prerogative indiscutibili che lo Stato e le istituzioni erano chiamate a tutelare, via via aveva preso avvio il processo di sindacalizzazione della Polizia che segna il periodo della parziale riforma democratica sancita dalla legge 121 del 1981, dando vita alla Polizia di Stato. Perfino nella capitale dell’impero dell’auto si sa di questori e funzionari che si sottraggono ai ricatti della Fiat, che aveva costituito una sua milizia privata operante in fabbrica ma anche fuori; in molte città investite dall’autunno caldo e poi dalle prime lotte di territorio per la casa e per i servizi, si sa di dirigenti di polizia che scelgono la via della trattativa e del dialogo, in situazioni di tensione. Si fanno strada opinioni e interpretazioni della “missione” di custodia dell’ordine in contrasto con la sua privatizzazione o militarizzazione, contestando anche le inopportune deleghe che si cerca di attribuire alle polizie municipali in aiuto a sindaci sceriffi e nuovi podestà.

Non si erano fatti i conti con il vento che tirava dai regni carolingi, quell’ordoliberismo che doveva  trasmettere i valori della competizione dalla sfera economica a quella sociale, nel quale lo Stato espropriato di poteri deve comunque assolvere a un ruolo di forza “togliendo” la politica dalle relazioni sociali e economiche per permettere al libero mercato di esprimersi e esercitando una funzione repressiva con l’ausilio di istituzioni tecniche autonome (Fmi, Bce ecc.), e di rappresentanze di interessi particolari – imprese, sindacati, lobby. Ed è simbolico il caso del G8 di Genova, quando divenne necessario dimostrare ai grandi convenuti l’immagine di una città e di un Paese soggetto alle regole imperiali,  strade pulite e niente panni stesi alle finestre proprio come durante la visita dell’Alleato a Roma il 6 maggio del’38.

Per questo non c’è da stare tranquilli: questa idea non nuova di ordine sociale non viene esercitata interamente dall’alto, ha occupato e infiltrato i tessuti connettivi della società. Nei ranghi delle forze di polizia non ci sono più razzisti o potenzialmente devianti di quanti ce ne siano in proporzione fra la popolazione anche se dovremmo volerne di meno rispetto alla funzione cui sono chiamati, anche loro ricattati e intimoriti contro altri ricattati e intimoriti, anche loro costretti o persuasi ai comandi.  Anche loro sono oggetto della continua distrazione di massa che orienta l’opinione pubblica contro alcune insicurezze ‘di comodo’, fatte diventare le più appariscenti o fabbricate ad arte da un ampio arco di forze come dimostrano i “disordini” del Primo Maggio a Torino, quando la pubblica sicurezza è stata convocata a dar  man forte alle “ragioni” dei progressisti e dei riformisti che volevano il palco per sé, per urlare con l’altoparlante le ragioni della Tav, che hanno prodotto il Jobs Act e la Buona Scuola e la Legge della conterranea Fornero,  che hanno visto come un modello da rafforzare poi con qualche innesto sgangherato e smodato il sistema repressivo di Minniti, pensato per criminalizzare gli “altri”, quelli che si vorrebbero invisibili, immigrati e non, per punire gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi, facendo dei poliziotti i lavoratori usurati addetti alla segregazione, all’emarginazione, alla difesa del decoro.

Ci hanno voluto persuadere che la sicurezza altro non sia che la legittimazione della paura, la difesa personale dalle minacce, la prevaricazione come salvaguardia di beni e garanzie, un diritto da esercitare contro gli altri per difendere i propri, che probabilmente è preferibile delegare a corpi speciali, gestiti direttamente dai poteri economici che così ci garantiscono quel benessere minacciato da chi persevera nella ricerca della libertà e dell’uguaglianza, sperando che tra questi ci sia qualcuno che non si arrende alla condanna di essere sbirro in concorrenza con altri sbirri più feroci e meglio pagati, sotto forma di contractors  e mercenari.

 

 


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