Archivi tag: schiavismo

Statue e facce di bronzo

statue-abbattute-1200In questi giorni di “soffocamento” nel vero senso della parola, abbiamo assistito  alla trasformazione di un episodio orribile, anche se purtroppo frequente, ovvero l’uccisione di un  nero da parte di un poliziotto, in altrettanto orribile dimostrazione di idiozia da parte di dimostranti che in America e in Gran Bretagna si sono dedicati a una sorta di iconoclastia improvvisata con l’abbattimento o lo sfregio  di statue di personaggi più o meno illustri che vengono considerati compromessi col razzismo, seguendo le orme di analoghe proteste ai tempi di Obama. In Gran Bretagna ne hanno fatto le spese anche monumenti dedicati a Churchill e David Hume lasciando davvero desolati per tutta la cultura dell’effimero che queste azioni lasciano trasparire, la loro strumentalità e occasionalità. Dunque esse stesse in qualche modo preludono agli episodi di inaudita violenza ai quali abbiamo assistito, essendo così radicalmente vacue e peraltro visibilmente eterodirette da non costituire una solida cultura contro il razzismo, ma solo un coagulo di protesta che dimostra solo se stessa.

Forse – a proposito di Hume e della sua legge – la contrapposizione tra l’essere ovvero lo stato delle cose e il dover essere ossia la visione di un cambiamento delle stesse è in questo caso soltanto apparente, puramente scenica, una dialettica senza sintesi, come del resto è dimostrato dal fatto che analoghe proteste si accendono ogni tanto senza cambiare una situazione che è rimasta invariata persino sotto la presidenza Obama. Ma al di là di questo, le azioni dimostrative che si occupano di decapitazioni statuarie nascono sempre all’interno delle immaginazioni di un ambiente benestante e colto, , dimostrano di non rinnegare affatto l’ipocrisia che essi rimproverano alle culture precedenti: essi infatti come individui e come classe sono il prodotto del razzismo di rapina che l’Impero anglosassone, prima da Londra e poi da Washington ha sempre esercitato permettendo l’accumulazione di capitale che ancora oggi rende possibile il ricatto e l’appropriazione indebita di risorse. Quelli che abbattono le statue sono anche quelli che a tutti i costi vogliono mettere le mani sul petrolio venezuelano e considerano il bolivarismo come una dittatura da rovesciare in nome di una democrazia diventata pura astrazione semantica, nonostante la continua serie di elezioni che si svolgono in Venezuela e che non vengono contestate dagli osservatori, nemmeno da quelli prezzolati. Sono gli stessi che per tenere tra le grinfie il medio oriente e le riserve petrolifere provocano milioni di morti – sempre in nome della democrazia ben s’intende – sono i nipoti e i pronipoti di coloro che si sono arricchiti con gli schiavi o con i proventi dell’impero indiano, o con la guerra dell’oppio in Cina o con le miniere di oro e diamanti in Sudafrica, sono i figli di quelli che parlavano di open society nei buoni ristoranti mentre le loro amministrazioni bruciavano col Napalm un milione di cambogiani  come effetto collaterale dei bombardamenti del sentiero di Ho Chi Min. E sono infine quelli così stupidamente felici  del globalismo ultra capitalistico da barattare l’ipotetica battaglia contro razzismo, con la concreta fine delle conquiste sociali che del resto sembra interessargli assai poco. Non si accorgono che è un modo diverso di declinare la stessa esclusione e il  medesimo principio di disuguaglianza. Insomma vediamo perfettamente in atto il totalitarismo liberale, la sua tendenza alla dittatura del grande capitale e alla orwellizzazione sociale in cui l’antirazzismo funge da valore di copertura. Ma si tratta di un assegno a vuoto, di un pagherò  che non verrà mai onorato. Ancor peggio poi se lo sfregio di opere d’arte come è accaduto in Italia proviene da ascari di ignobile stupidità che non merita nessun commento.

Se volessero davvero protestare contro l’odio razziale coinvolgendo il passato in maniera così assurda e poco intelligente, dovrebbero più  coerentemente suicidarsi perché senza l’eredita di un razzismo variamente declinato nel tempo, loro nemmeno esisterebbero. E ancora oggi sono completamente ciechi rispetto alle differenze culturali, perché sono portatori di una forma razzismo che si esprime al meglio con l’imperialismo culturale di cui sono la punta di diamante. Ai ceti di comando è sempre piaciuta questa espressione, sia nella sua ovvia eccezione capitalistica che nella versione leninista. Ma naturalmente ciò che conta non è  il diamante, ma chi impugna lo strumento e di certo loro potranno avere qualche barbaglio, ma le mani della storia sono altrove.


Il neo libero – schiavismo

industry16_sizedCari amici non c’è l’ho fatta a trattenermi dato il peso dell’infinita leggerezza delle sciocchezze quotidiane che si è costretti a tollerare, angosciato da questo avido brancolare nei meandri del nulla che mormora incessantemente . Quindi, insoddisfatto del post di ieri sull’  Involuzionismo aggiungo un seguito più specifico sulla genesi del rosario unico che viene recitato e biascicato senza sosta tra gli incensi mediatici con l’intento di mostrare che in effetti stiamo procedendo verso il passato e verso quella società inglese del  primo ‘700 che fa da calco alla contemporaneità, che la distanza fra il liberalismo di allora e il liberismo selvaggio di oggi ha il modesto spessore di uno specchio, che una teoria antropologica diede origine a una teoria economica e che oggi una teoria economica sta creando un antropologia a sua immagine e somiglianza. Sebbene tutto questo mondo e le sue varie incarnazioni prendano il nome dalla radice della libertà essa vi si aggira come un fantasma in catene piuttosto che come un’obiettivo. La libertà vi è stata sempre intesa come libertà per pochi.

Cominciamo con il padre nobile e cioè con John Locke, vero trait d’union tra l’ancien regime e la presa di potere della borghesia, il quale pensava che al’inizio  la terra appartiene allo stesso modo agli uomini  quale dono di Dio, ma poi essi le danno valore con il lavoro che si trasforma in proprietà ed è pertanto su quest’ultima che si fonda la società, divenendo il presupposto di ogni possibile governo e delle sue leggi. Pertanto esse non si applicano allo stesso modo a tutti gli individui che compongono la comunità umana: nel suo sistema i poveri devono essere incolpati della loro povertà. Una raccomandazione che sostiene chiaramente in un rapporto intitolato “Le  basi delle politiche sulla povertà” saggio in cui egli suggerisce riforme orientate alla disciplina che infondono le caratteristiche che considera positive, come il duro lavoro, l’essere costretti a prestare servizio il servizio coatto navale o, in caso di crimini, al lavoro obbligatorio e ovviamente non retribuito nelle piantagioni coloniali. In realtà Locke non fa che giustificare se stesso visto che era uno dei principali investitori della Royal African Company, un pilastro nello sviluppo della tratta degli schiavi e in veste di azionista dell’attività di mercificazione umana, diretta principalmente verso le colonie  americane ebbe una parte non marginale parte stesura delle Costituzioni fondamentali della Carolina ( poi divisa tra il nord e il sud nel 1729). Quanto ai nativi americani, visto che essi vivono di caccia e pesca, dunque non lavorano la terra non possono essere considerati proprietari della stessa e vanno espropriati.

Molto più ambiguo  e per questo anche assai più contemporaneo , è uno dei suoi successori,  Jeremy Bentham che da una parte sostiene le libertà individuali ed economiche, la separazione tra chiesa e stato, la libertà di espressione, la parità di diritti per le donne e persino la depenalizzazione degli atti omosessuali, ma dall’altra vagheggia il Panocticum come fabbriche con un controllo totale del lavoro  e con gli operai che dovrebbero essere in divisa come soldati. Così da un lato canta le lodi della libertà e dall’altro discute attraverso un altro aspetto della sua dottrina chiamato ” utilitaristico ” la necessità di militarizzate il lavoro dei i poveri per la sola ragione che sono poveri. E’ del tutto evidente che qui manca totalmente qualsiasi espressione che anche di lontano ricordi i concetti di uguaglianza e di solidarietà. Ancora una volta si parla di libertà per pochi. Tutto questo si è in qualche modo concretizzato al tempo della carestia irlandese (1846 -1851) durante la quale morirono un milione di persone e altri due milioni dovettero emigrare senza che la Gran Bretagna a cui l’isola apparteneva muovesse un dito per soccorrere i suoi stessi sudditi pur essendo al tempo la maggiore potenza economica d tempo era fuori questione per i capitalisti britannici, e per la dottrina del laissez faire liberale,  contrastare i flussi di capitali generati dall’esportazione di cibo verso altri Paesi.

Si è parlato poi di genocidio e non caso perché un secolo prima di Hitler un altro padre nobile del liberalismo, Herbert Spencer, filosofastro da pub, ma soprattutto editore della rivista  The Economist, grande quotidiano liberale che con  il Times incoraggiò la non assistenza durante gli anni della grande carestia irlandese,  fu l’ispiratore convinto delle teorie del darwinismo sociale e dell’eugenetica di Francis Galton, secondo il quale occorreva preservare  a tutti i costi le elite assediate dai poveri. Su spinta di Spencer che fu anche tra i primi candidati al Nobel per la letteratura anche se non lo vinse, Galton fondò il British Eugenics Society Education, che contò tra i suoi membri attivi  illustri liberali tra cui  anche  Winston Churchill. I paesi anglosassoni e in particolare gli americani sono fortemente rappresentati nel primo congresso di questa nobile società aperto da un discorso di Lord Balfour. Il secondo Congresso si svolgerà a New York nel 1921. Inoltre, molto prima della Germania, gli Stati Uniti furono  in prima linea nel campo dell’eugenetica. Sono stati  anche i primi a introdurre una legislazione eugenetica con le note limitazioni di carattere razziale  nelle leggi per l’immigrazione, in particolare considerando di razza inferiore quelli provenienti quelli provenienti dall’Europa orientale e meridionale. Ma queste politiche sono state perseguite anche in altri modi: lo stato dell’Indiana praticava  dal 1899 sterilizzazioni sui criminali intenzionali e sui ritardati mentali. Questo stato approvò nel 1907 una legge che prevedeva la sterilizzazione dei “degenerati”. Nel 1914, trenta stati promulgarono testi per l’annullamento dei matrimoni di coloro che venivano classificati in termini di idioti. (attualmente diciannove Stati hanno ancora questa legislazione nei loro testi).  Ed ecco alcune citazioni che rendono chiaro il clima di bertà che si vorrebbe spacciare:  “Mi piacerebbe molto vedere le persone di classe inferiore impedite completamente di riprodursi e quando la natura dannosa di queste persone è sufficientemente manifesta, dovrebbero essere prese misure a tal fine. I criminali dovrebbero essere sterilizzati e alle persone deboli dovrebbe essere proibito avere discendenti ”, indimenticabile eppure dimenticata frase di  Theodore Roosevelt. O “La moltiplicazione innaturale e sempre più rapida dei malati e dei pazienti psichiatrici, a cui si aggiunge una costante diminuzione di esseri superiori, economici ed energetici, costituisce un pericolo per la nazione e per la razza che non può essere sopravvalutato … Mi sembra che la fonte che alimenta questa corrente di follia debba essere tagliata e condannata prima che passi un altro anno. ”  Opera della penna di  Winston Churchill, premio nobel per la letteratura. 

Tuttavia in questi ritratti di famiglia ci si può mettere anche il nevrotico Alexis de Tocqueville, uno dei cantori della democrazia americana. “Tocqueville proponeva di applicare il modello di colonizzazione americana in Algeria,  teorizzava la “guerra giusta” contro i “selvaggi “e l’istituzione di un apartheid “che garantisca la supremazia bianca ”. Secondo l’aristocratico francese “La razza europea ha ricevuto dal cielo o ha acquisito con i suoi sforzi una superiorità indiscutibile su tutte le altre razze che compongono la grande famiglia umana, che l’uomo ha posto con noi, con i suoi vizi e la sua ignoranza in ultimo gradino della scala sociale, è ancora il primo tra i selvaggi ”.

Tutte queste non sono affatto deviazioni dallo spirito della libertà che ci viene proposto  ma invece logiche espressioni di una libertà solo per elite, che sono state ereditate dal neoliberismo, il quale ha cambiato solo pelo retorico, ma non vizio ideologico. Ancora oggi chi è povero viene colpevolizzato ed emarginato pur nel pieno dell’ enfasi globalista e diventa in pratica una sorta di schiavo morale; magari non viene mandato nei campi di lavoro, ma è privato dei suoi diritti reali anche se teoricamente conserva quelli formali e non ha alcuna possibilità di ascesa sociale E in effetti quella libertà di cui si parla è solo forma, non sostanza: è stata qualcosa di più di un fantasma quando i ceti popolari premevano verso l’alto e rivendicavano eguaglianza , ma dopo essere stati sterilizzati con promesse inavverabili, con la loro trasformazione da insieme sociale a consumatori atomizzati,  la trama sottostante si fa sempre più chiara.


Il povero è negro, una lezione americana – prima parte

NottGliddon1Tutto cambia sempre più vorticosamente, ma tutto rimane anche immobile proprio come le onde marine che non spostano l’acqua orizzontalmente, ma solo in verticale o al massimo lungo un’orbita circolare: i frangenti spazzano i moli, si avventano sui fari, aggrediscono il litorale, frantumano falesie ma l’acqua che li forma rimane più o meno dov’era prima o vi torna dopo una breve e schiumosa ellisse. Così cambiano gli approcci magari gli oggetti di riferimento, ma non  le intenzionalità e il modo di guardare, per cui non ci possiamo stupire di certi eterni ritorni che nel caso di cui voglio parlare ci riportano indietro di circa 2400 anni. Proprio allora verso il 380 avanti Cristo Platone scriveva il celebre dialogo La Repubblica nella quale esprimere a Socrate una delle verità fondamentali della civiltà agricola mercantile, fondata sulla proprietà, nella quale tuttora viviamo nonostante i cambiamenti epocali degli ultimi tre secoli.

Il filosofo di strada  riassume in poche parole l’essenza di una civiltà che conosciamo fin troppo bene: “Voi cittadini dello Stato siete tutti fratelli, ma la divinità, mentre vi plasmava, nel generare quelli tra voi che hanno attitudine al governo mescolò dell’oro e dunque  il loro valore è altissimo; per gli ausiliari (potremmo chiamarlo ceto medio con terminologia moderna) usò argento, mentre ferro e bronzo per gli agricoltori e gli artigiani. a causa di questa generale comunanza di origine dovreste generare figli per lo più simili. Esiste un oracolo per cui lo Stato è destinato a perire quando la sua custodia sia affidata al guardiano di ferro o a quello di bronzo.” Poi Socrate si rivolge a Glaucone con cui sta dialogando chiedendogli: “conosci qualche espediente per indurli a credere a questo mito ?” E l’allievo risponde: “no, non ne conosco, ma ne conosco però  per indurre a ciò i loro figli, i posteri e il resto della futura umanità”. Questo per quanto riguarda gli uomini liberi, senza nemmeno prendere in considerazione gli schiavi.

Come si vede Platone in veste di Socrate enuncia per primo e nella maniera più chiara la teoria delle elites e della società divisa in classi ontologicamente distinte all’origine, ma avendo pienamente coscienza che si tratta di un mito, di una menzogna funzionale al buon governo. Questa concezione fu in gran parte offuscata, quanto meno in termini teorici, dalla contemporanea diffusione della più grande invenzione istituzionale di tutti i tempi: lo stato repubblicano romano che estendeva a tutto il territorio le caratteristiche della città stato e per le necessità connesse a questo allargamento non poteva concepire una distinzione aprioristica degli uomini su base etnica ancorché in stato di schiavitù. A me vengono i brividi quando mi capita di incocciare nelle tristi e ottuse vulgate anglosassoni che non sanno vedere altro che legioni e potenza militare oppure gladiatori nei circhi, ma sono completamente ciechi di fronte a tutto ciò che semmai ne era alla base. Dal 200 avanti Cristo epoca della definitiva affermazione di Roma come potenza egemone nel mediterraneo fino al 300 dopo Cristo, ossia durante la durata effettiva del potere romano, ci fu in effetti una sorta di età dell’oro in cui il servaggio era un fatto sociale e funzionale, ma non rispondente a una diversa essenza degli uomini tanto da dare origine al concetto di Humanitas. Ovviamente si trattava di una società elitaria, ma i passaggi di condizione sociale, per quanto ardui ardui e rari, soprattutto negli ultimi secoli, non erano impossibili.  Poi col cristianesimo, con la fragilità dell’occidente che trasformò ben presto i pastori di anime in gestori del potere civile, ossia grazie al peccato originale della chiesa cattolica, le vecchie concezioni,  mai del tutto sopite rispuntarono: il monoteismo imponeva che dio stesso venisse coinvolto nella storia e perciò man mano ritornò in auge il concetto del potere come diritto divino: l’ingiustizia e la sopraffazione erano questioni da dirimere nell’altro mondo, ma il comando e il servaggio non erano arbitrio, derivavano invece dalla volontà del signore celeste che garantiva il potere e lo arricchiva persino di un contenuto magico o sacrale derivato dal paganesimo arcaico con la possibilità per esempio dei re di guarire i malati (vedi nota).

Difficile tematizzare in poche parole questo lungo passaggio attraverso la lotta delle investiture, la servitù della gleba, lo scontro con le società orientali e infine la grande espansione negli oceani, ma il risultato è stato paradossale alla luce del messaggio evangelico cui il monoteismo cristiano dice di far riferimento: un ritorno della schiavitù, prima concepita solo come condizione per gli infedeli, poi estesa all’essenza umana di questi ultimi e alla inferiorità dei selvaggi incontrati nelle americhe. La schiavitù era ammessa proprio perché si tratta di esseri inferiori, così come la servitù era giusta perché negli imperscrutabili disegni di dio.

Ho titolato questo post una lezione americana perché è alla luce di questi concetti, sia pure imborghesiti dalla riforma protestante che i Quaccheri puritani si imbarcarono sul Mayflower: l’inferiorità degli uomini di altre religioni, di altro colore di pelle, di altre culture  e la ricchezza come segno del favore divino. E è attraverso questo “passaggio a nord ovest” che la questione si prolunga oltre i margini delle rivoluzioni e perciò entra entra nel mondo moderno, mano a mano si riveste di scienza, vi fonda i suoi alibi e si estende alla lotta di classe per arrivare fino a noi. Thomas Jefferson fu forse uno dei primi fautori di una tipica teoria americana nata nella prima metà dell’ottocento, quella della poligenesi  umana che si prefiggeva di ergersi a giustificazione dello schiavismo oltre ché del massacro delle nazioni indiane: le varie razze hanno origini indipendenti e dunque hanno diverse capacità, laddove quella bianca è decisamente superiore: “Avanzo anche solo come sospetto l’ipotesi che i neri fossero originariamente  una razza distinta o resa distinta dal tempo e dalle circostanze, che siano inferiori ai bianchi per caratteristiche sia corporee che mentali”. Un’ idea del resto sorprendentemente coltivata dallo stesso Lincoln che sino alla fine della sua vita si oppose al suffragio della popolazione di colore, dimostrando che le ragioni della guerra di secessione risiedono in altri interessi. Abbiamo da questo punto di vista abbondanza di testimonianze che vengono sia dai dibattiti Douglas che da notazioni personali pubblicate per esteso un secolo dopo da George Sinkler in un libro mai tradotto per la colonia italiana, “The racial attitudes of American Presidents, from Abraham Lincoln to Theodore Roosevelt”. Eccone un piccolo esempio: “Uguaglianza del negro!  Frottole! Per quanto tempo nel governo di un Dio grande abbastanza da creare e reggere l’universo, dei bricconi continueranno a spacciare e gli sciocchi ad arzigogolare un argomento di bassa demagogia come questo.”

Tuttavia mentre queste parole venivano pronunciare la scienza progrediva, c’erano già le lezioni Cuvier, di Lamarke, di Humbodt e già prima della guerra di secessione era stata pubblicata l’origine delle specie di Darwin, un soffio prima che Wallace giungesse alle stesse conclusioni: la teoria della poligenesi era al tramonto, ma si apriva allo stesso tempo una grande spazio per il razzismo moderno che aveva oltretutto un grande vantaggio rispetto a quello fondato su un qualche dio o investitura metafisica: quello di poter valere indifferentemente sia per le altre etnie, che per tutti i cittadini e le classi inferiori che cominciavamo a diventare perciò stesso i nuovi negri: la potente leva che vediamo all’opera anche oggi, anzi oggi più che mai in tempi di neoliberismo si chiama determinismo biologico.  E’ la “cosa” di cui parleremo nella seconda parte.

Fine prima parte

 

Nota Dalla linguistica sappiamo che il termine Re (rex in latino, rix in celtico e raja nei dialetti indiani) si è conservato agli estremi dell’area indoeuropea e indica originariamente un elemento sacerdotale e sacrale (sanscrito rag àn) che ritroviamo poi nelle corti dei miracoli, mentre lo stesso termine in ambito germanico perde in parte questo elemento e si concentra più sul semplice potere dando origine attraverso reiks a reich che indica sia un impero che la ricchezza, rich in inglese e via dicendo.


Amazon for dummies

sciopero_amazon_675Scusatemi se oggi sarò didascalico nell’affrontare il nuovo, ma purtroppo non inatteso episodio di schiavismo di Amazon, deflagrato due mesi fa in occasione del famigerato Black Friday, ultima vaccata americana di importazione: si ha in animo di mettere ai dipendenti una specie di braccialetto elettronico che li guida e ne controlla tutte le mosse. L’analogia con i medesimi strumenti usati per il controllo il controllo dei carcerati in permesso premio o sorvegliati speciali è immediato e tutt’altro che casuale, anzi voluto come emblema delle nuove condizioni di lavoro. Possiamo protestare, possiamo indignarci, ma credo che scoprire i trucchi del prestigiatore neo liberista proprio mentre produce le sue orride magie possa servire meglio allo scopo della liberazione mentale dai precetti – catene dello schiavismo incipiente

Qualche settimana fa mi sono trovato a tentare di spiegare a un ragazzino ancora alle elementari il significato reale della parola competitività a cui lui e presumibilmente i suoi compagni addestrati sin da piccoli, attribuiscono una connotazione positiva. Io gliel’ ho spiegata così, con un esempio ideale: prendiamo 10 Paesi che chiameremo A, B, C e così via fino alla L. Il Paese A, che si trova ad affrontare qualche problema di occupazione in seguito al declino del suo mercato, su suggerimento dei gran sacerdoti della Chiesa Economica, decide che i suoi prodotti per essere venduti e creare occupazione debbano costare meno (o produrre più profitti) e dunque occorre sgravare le aziende da contributi, tasse, regole e trovare un sistema per abbassare i salari mentre si fanno tacere in qualche modo le lotte sociali. La manovra si rivela in un primo momento efficace e così anche i Paesi B, L, E decidono di percorrere la stessa strada ottenendone qualche risultato, sebbene inferiore a quelli ottenuti dal primo che ha inaugurato il dumping sociale e a questo punto anche tutti gli altri sei Paesi rimanenti sono costretti a fare le stesse scelte per non rimanere indietro così che la situazione si riequilibra e tutti e dieci i partecipanti al gioco della competitività tornano allo stesso livello.

Tuttavia si scopre che la diminuzione dei salari e gli sconti fatti alle imprese ha prodotto una contrazione del mercato interno e ha causato minori entrate di bilancio che costringe in successione gli stati  a tagliare il welfare e i fondi destiati alla sanità e alla scuola. Ma non solo: si scopre anche che il progressivo adeguamento alle regole di questo grossolano tipo di competitività  non ha significativamente ridotto la disoccupazione. Così è necessario ripetere il ciclo: il Paese  A attua nuovi sgravi alle aziende, distrugge i diritti del lavoro, seguito dagli altri Paesi  e così via all’infinito o meglio fino a che non si arriva allo schiavismo e/o all’azzeramento dei profitti. Il processo, apliacabile siu qualunque scala dunque anche alle aziende, è così cieco che via via vengono sacrificate all’altare di questa visione che Amazon fa propria sino al midollo, tutti i fattori di reale e virtuosa competitività che consistono nella possibilità di far leva sulla svalutazione monetaria, sulla qualità del prodotto, sulla tipicità, sulle propensioni di certe aree rispetto alle altre,  sull’inventiva, sul sapere, sulla ricerca, sulle culture, insomma su tutto ciò che fino a un trentennio fa riequilibrava le economie e permetteva una tenuta civile. La competività intesa esclusivamente come dipolo profitti salari, porta alla rovina.

Infatti da quando il profitto e il mercato sono diventati un assoluto, la lunga marcia verso il declino è cominciata inarrestabile. E non può essere confutata dai giochi di prestigio delle statistiche pensate ad hoc per nascondere la realtà. Pensate solo – come esempio – che le vanterie di Trump sul fatto che il tasso disoccupazione è oggi tra i più bassi di sempre  che non soltanto viene considerato come occupato chi lavora un’ora a settimana, ma che sfuggono all’indagine 100 milioni di americani considerati inattivi e dunque un terzo della popolazione è escluso dal conto. Il tasso di disoccupazione calcolato con i criteri di appena vent’anni fa sarebbe drammatico. Cosa che del resto si evince come palese contraddizione, dall’indebitamento sempre crescente dei privati, dal fatto che nell’ultimo anno il tasso di risparmio è sceso al 2,9% un record quasi storico, mentre il 61% delle famiglie non è più in grado di permettersi spese mediche, al punto che il web è costellato dalle suppliche, dalle collette e dalle elemosine (sfruttate poi da appositi siti) per potersi curare il cancro. Ah già gli idioti lo chiamano “crowdfunding” ma è esattamente la stessa cosa, anzi peggio perché i malati sono impegnati in una disperata gara a chi fa più pena. E il demente con la ricrescita capillare parla di sogno americano.

E’ vero nella mia didattica ho usato un linguaggio più semplice ed esempi più adatti all’età dell’alunno temporaneo, ma  ho il sospetto che questa fiaba in cui tutti vivranno infelici e scontenti, potrebbe servire anche agli adulti.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: