Falò della Vanità, gli “influencer” dell’Influenza

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A leggere il libro Cuore, si capisce che il piccolo Enrico, poi magistralmente interpretato in tv dal nipotino del regista che fin dall’asilo voleva approfittare delle opportunità dinastiche per farsi  allievo di Montezemolo, leader,  sindaco,  premier,  presidente, Ad, imperatore, e i suoi compagnucci di scuola da grandi sognavano di fare gli esploratori, i pompieri, i medici missionari, gli inventori.

Poi i tempi sono “evoluti”, e con essi la progettualità infantile popolando l’immaginario delle nuove leve di comandanti dell’Alitalia, hostess, agenti segreti, più tardi grazie alle serie televisive, di magistrati, poliziotti e Ultimi, e di calciatori e veline fidanzate di goleador, art director e top model. Infine, in coincidenza con la fine del “lavoro”, la demolizione dello studio e l’illusione dell’estinzione della fatica, la proiezione del sé di domani, si è ridotta da talentuoso imprenditore di start up in garage, a pilota di droni, a manager dell’accoglienza nel B&B a casa di nonna, a dinamico e indipendente consegnatario di Glovo.

Ma il vero sogno nel cassetto  pare sia accreditarsi come influencer. Operazione non poi così difficile, a vedere i casi di successo, e che richiede come unico talento irrinunciabile, una sgangherata autoreferenzialità e una tendenza all’egolatria.

Non a caso si deve al Covid, alla Grande Influenza, l’auto accreditamento di nuovi soggetti che rivendicano una funzione di persuasori per comportamenti eticamente ineccepibili  e ad elevato contenuto di responsabilità sociale: attori di serie Tv, garrule starlette prestate ai Grandi Fratelli, referenza prestigiosa vista la carriera portentosa di un partecipante del passato, talent scout di rapper,  neo melodici, coristi di jingle, compositori e “produttori”, sono impegnati h 24 a  convincerci della bontà  dell’ignoranza e del valore igienico dell’obbedienza, lanciando l’anatema contro chi non si vaccina quando per anni ha invece ingurgitato bevande e cibi, farmaci e droghe senza premurarsi di sapere cosa ci sia dentro.

E istigandoci a restare così nella beata inconsapevolezza e spensierata osservanza dei comandi  che ci risparmiano dallo sforzo di conoscere, interrogarsi, decidere.

Da adesso poi diventare influencer, testimonial, e pure sponsor a titolo gratuito delle case farmaceutiche, è più facile ancora, grazie a Vanity Fair, rivista non casualmente nata in America, che lancia la sua campagna social pro piazzando su Instagram il faccione del sindaco Sala, e  invitando tutti  a seguirne il fulgido esempio, postando  la propria foto con l’adesivo #iomivaccino che si trova sull’account del magazine.

Guardatela, quell’immagine è proprio al sintesi perfetta dei miti distopici della Capitale Morale che ieri non ha saputo fronteggiare la neve, non sorprendente a quelle altitudini, come non era sorprendente una superiore incidenza di un virus nella regione più inquinata, trafficata e urbanizzata.

Quello della “Milano da bere” che si è fatta mangiare perfino dagli emiri, svendendosi il territorio, cacciando i residenti in un mesto hinterland e che spera di resuscitare buttando quattrini e risorse nei giochi invernali dopo il flop dell’Expo. Quello delle riviste patinate  che hanno aperto virtualmente ai ragiunat i luoghi dei mega-dirigenti, degli Ad, e pure del Cavaliere, rivelando i loro consumi, le loro sartorie, le loro cantine, le loro letture e i loro Pantheon, ammettendoli sia pure solo virtualmente, in cerchie “esclusive” legittimate a sfruttare, dissipare, corrompere, pretendere, scopare a pagamento, mettere l’orologio sopra il polsino e tirare la cocaina.  

E quello di un sindaco che a onta dei  più remoti e dei più recenti insuccessi, si ricandida spudoratamente, accomodato nell’ultima trincea, quella olimpionica,  dove si celebra la bulimia costruttrice e speculatrice nell’urbanistica negoziata della Moratti, di Albertini, di Pisapia,  del «Progetto Porta Nuova» (pro­prietà fon­diaria comprata da emirati e principati), della riconversione dei sette scali ferro­viari, circa 1 milione e 300 mila mq,  dei grotteschi  grattacieli di una City Life (la prima «Nuova Milano») sull’area dell’ex-Fiera, assediati da impressionanti cataste di casamenti, a imitazione provinciale  della Dubai dei sette emirati, o delle città nuove saudite,  dove invece la tendenza è a abbandonare la distopia delle torri smisurate che graffiano il cielo.

E che pare inossidabile alla vergogna tanto che dopo aver  sacrificato i lavoratori essenziali santificando il profitto dopo aver riaperto le fabbriche e fatto viaggiare i tram stracolmi chiudendo i reparti ospedalieri troppo pieni, dichiara la sua vicinanza agli elettori recando il “panetùn” natalizio agli indigenti indigeni – quelli stranieri preferisce renderli invisibili grazie alla pulizia etnica delle forze dell’ordine –  come fosse un Salvini qualunque,  motivando l’acquisizione della sua pagine di propaganda elettorale:  “credo che chi oggi abbia responsabilità politica deve sentirsi la responsabilità di dire, senza se e senza ma, che si vaccinerà, mi pare veramente il minimo, io lo faccio con convinzione”.

Mica è il solo, il Bonaccini ha indetto, molto fotografato e in tempestiva coincidenza con l’epopea sotto zero dei camion refrigerati, narrata con gli accenti epici dello sbarco in Normandia e con quelli biblici  dell’inaugurazione della salvifica Arca di Noè,  il V-day, inteso come Giorno del Vaccino,  a Modena, da dove  è partita la campagna che  si estenderà a tutta la popolazione, al grido entusiasta “ce l’abbiamo fatta, tutti insieme”, perché se “il 2020 si era aperto, scrive il Feltri jr, con lo strisciare da rettile della pandemia si è chiuso con l’arrivo dell’antidoto, non so se sia sacrilego spendere il termine di miracolo, miracolo umano”. 

Saremo salvi, ci fanno capire,  se tutti seguiremo l’esempio dei Vip, politici, campioni sportivi, attori, subrette salvo qualche deplorata ballerina, mentre manca all’appello un buon numero di medici e infermieri, alcuni dei  quali già prontamente denunciati agli ordini professionali grazie alla  doverosa confusione che mescola le schiere degli empi no-vax che rinnegherebbero perfino Sabin con le pattuglie eretiche di quelli che si interrogano su efficacia e trasparenza del prodigio Pfitzer, tacciati di rozzo antiscientismo, di quelli che ne mettono in dubbio la portata liberatoria e redentiva se porteremo per sempre la mascherina, dovremo mantenere il distanziamento, verranno ordinati nuovi lockdown e se è ancora incerta la durata dell’immunità per chi si è sottoposto e la sua possibile contagiosità per gli altri, per non parlare degli effetti collaterali, le controindicazioni e i danni a breve e lunga distanza.

E così come lotofagi, potremo guarire con l’oblio dalla memoria di anni di demolizione del sistema sociale, dell’assistenza, della cura, dell’istruzione, finalmente immuni al rischio di pensare, agire in libertà, lottare contro soprusi e sfruttamento.

È che la dolce persuasione morale cui ci stanno sottoponendo ha lo stesso carattere imperioso e obbligatorio delle raccomandazioni dei Dpcm.

Non verranno a prenderci a casa i battaglioni del vaccino come nei film di fanstascienza per tradurci nei rosei padiglioni di Arcuri, non ci metteranno al camicia di forza per inocularci il miracolo con le  siringhe a altra prestazioni del suddetto commissario, ma sono già predisposte le liste di proscrizione per il personale sanitario disertore, Zaia ha anticipato con festoso entusiasmo che hotel e compagnie aeree rifiuteranno i loro servizi ai traditori,  il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa in Tv, lancia il tema dell’obbligatorietà come pre-condizione per chi lavora nel pubblico: “se ci dovessimo rendere conto che evidentemente c’è un rifiuto che non si riesce a superare, io penso che nel pubblico non si possa lavorare”.

E se il vice ministro alla Salute Pierpaolo Sileri afferma che “se un medico non capisce l’importanza del vaccino ha sbagliato lavoro” e che se necessario l’obbligo per il personale sanitario non è affatto da escludere, dando una inedita interpretazione del concetto di obiezione di coscienza che avremmo voluto venisse adottata per gli antiabortisti, Rossana Dettori, segretaria confederale della Cgil con delega alla sanità, salute e sicurezza rilancia in nome dell’unità dei lavoratori: “se il Governo dovesse decidere per l’obbligo, questo non può valere per una sola categoria. Deve valere per tutti i lavoratori, non solo per quelli della pubblica amministrazione. Anche per chi lavora nel privato…” .   

Alla Vanità in Fiera, non ci resta che preferire un bel Falò della Vanità di sacri e profani, boriosi e penitenti, peccatori e savonarola.

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