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La Scuola Fantasma

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso che si capisce che il virus può essere sottoposto a interpretazioni discrezionali, che non segue la regola del “ndo cojo cojo”, tanto che milioni di individui che viaggiano in vagoni e bus pieni e che, secondo le tesi della scienza applicata, lavorano in condizioni di “pericolo”, non corrono però i rischi di chi vorrebbe andare al Poldi Pezzoli. E adesso che tutte le denunce sulla malasanità  si rivelano come miserabili invenzioni giornalistiche grazie al tocco del grande demiurgo che ha restituito alla Campania Felix la sua reputazione, adesso che l’indubitabile carisma e l‘efficienza di Zingaretti hanno risparmiato ai cittadini del Lazio l’impedimento a andare dal barbiere, ecco, chissà se finalmente anche i più scalmanati ultras del governo che fanno il tifo per  la tribuna dei vip si porranno qualche interrogativo.

 E chissà se cominceranno a chiedersi se non si poteva fare meglio di così, fermo restando che a seguito della definitiva demolizione dell’impianto  del sistema di prevenzione, cura e assistenza c’è da preoccuparsi anche di un brufolo o dell’uveite, se non sia trascorso il tempo lecito concesso per attribuire tutte le responsabilità ai danni del passato come alibi all’ignavia del presente (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/04/governo-tersilli/).

Risale a luglio una spericolata affermazione della ministra Azzolina, della quale sia proibito criticare l’operato a meno di non collocarla nelle ultime postazioni della graduatoria dei peggiori, dopo La Fedeli o la Gelmini o andando indietro, la Moratti, rimuovendo invece prudentemente Berlinguer o De Mauro  o Mussi o Giannini. 

Per carità nessuno nega che la cosiddetta riforma Gelmini ha tagliato in 3 anni  oltre  8 miliardi di euro in termini di spesa per l’istruzione, e di conseguenza, 81.120 cattedre e 44.500 personale non docente, con la chiusura di molte strutture rinchiudendo allievi e docenti in classi-pollaio.  E nessuno deve dimenticare il vero proposito della Buona Scuola renziana, quello di cancellare anche la memoria e il progetto di una istruzione pubblica. O che l’austerità reco con sé precarietà e che le riduzioni di stanziamento hanno ingrossato l’esercito dei supplenti (nell’anno scolastico 2013-2014 erano 136.000 e in quello 2020-2021 ammonteranno a più di 200 mila) e diminuendo quello dei docenti di ruolo.

Ecco. a luglio, Azzolina ebbe a dire: “voi che mi criticate, vi dovrete ricredere, quello sui banchi si dimostrerà un investimento”, in occasione della gara pubblica europea indetta dal commissario straordinario  Domencio Arcuri   per la fornitura  di 3 milioni di banchi – 1,5 milioni   monouso tradizionali e fino a 1,5 milioni di tipo più innovativo – dei quali doveva essere assicurata la consegna  entro il 31 agosto.

Non vale nemmeno la pena di tornare sulla insensatezza dissipata e sospetta di questa iniziativa, nemmeno di ricordare che per ammissione dello stesso commissario i termini non sono stati rispettati, neppure di andare a recriminare sull’impianto ideologico che presiede all’unica azione messa in campo per garantire il diritto all’istruzione da quando è diventato secondario rispetto a quello alla salute.

E quando quello che doveva essere un intervento complementare: l’identificazione di 3000 stabili dove si sarebbe potuta garantire la didattica in presenza, è rimasto sulla carta, dopo aver cancellato via via tutte le ipotesi, dalle caserme agli hotel, considerate inadatte o troppo costose.

In sostanza per la scuola pubblica, quella con l’insegnante la cattedra e la lavagna, i testi sacri del sapere e gli alunni che si abbeverano alla fonte della conoscenza, sono stati previsti, tolto il malloppo dei banchi a rotelle e innovativi, e utilizzando le risorse del Fondo per l’emergenza epidemiologica da COVID-19 istituito nello stato di previsione del Ministero dell’istruzione,  € 377,6 mln nel 2020 ed € 600 mln nel 2021, successivamente incrementati  con € 400 mln nel 2020 e di € 600 mln nel 2021,  destinati all’acquisizione – in affitto o con le altre modalità previste dalla legislazione vigente, inclusi l’acquisto, il leasing o il noleggio di strutture temporanee – di ulteriori spazi da destinare all’attività didattica, anche grazie ai cosiddetti patti di comunità che non devono avere incontrato un grande favore se ormai l’ultima frontiera resta al didattica a distanza.

E infatti il “Piano Scuola” stanzia 85 milioni nel budget del “Decreto Ristori”  che “serviranno agli istituti scolastici per l’acquisto di dispositivi digitali e strumenti per le connessioni da fornire in comodato d’uso agli studenti meno abbienti”,  a conferma che è proprio un chiodo fisso quello di consegnare la soluzione di tutti i problemi, del lavoro, dell’istruzione, anche della sanità, se pensiamo a Immuni fallita e a una medicina territoriale esercitata dai medici di base più solerti via WhatsApp, alla digitalizzazione.

Consiglio dunque  la lettura del rapporto riassuntivo delle misure adottate a seguito dell’emergenza Coronavirus sul sito della  Camera (qui: https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1218064.pdf?_1590338246360  che riconferma come la scuola pubblica del futuro, grazie al Covid, sia destinata ad essere  “virtuale”, malgrado ci siano innumerevoli conferme del danno culturale, sociale e psicologico della didattica a distanza. E proprio quando è stata resa nota la indagine secondo la quale il 57% degli studenti delle scuole superiori che hanno svolto e svolgeranno la didattica a distanza pensa che la propria scuola non abbia saputo offrire un servizio efficiente, affidandone la attuazione alla tradizionale pratica di  scaricabarile sulle spalle di docenti volonterosi e famiglie, come vorrebbe quel    Patto educativo di corresponsabilità  sottoscritto da genitori e studenti contestualmente all’iscrizione  “che”, cito, “enuclea i principi e i comportamenti che scuola, famiglia e alunni condividono e si impegnano a rispettare. Coinvolgendo tutte le componenti, tale documento si presenta dunque come strumento base dell’interazione scuola-famiglia”.

Se sforzi ci sono stati, sono quelli che vengono continuamente rivendicati dalle cheerleader di Conte, e si tratta di quelli destinati alla “profilassi”, nella somma di 43 milioni per la pulizia straordinaria degli edifici, quelli che negli anni precedenti, Renzi, Gentiloni e Conte 1 regnanti, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza grazie al programma Scuole sicure, in modo da avere soffitti lindi e sanificati nel caso crollino sulle teste mascherate degli allievi. O quelli per gli accertamenti e le sostituzioni del “personale” eventualmente affetto dal Covid.

Il fatto è che in attesa di quella europea che si riaffaccia con sempre rinnovata ferocia, il Covid impone la sua austerità doverosa: un mese fa si faceva un gran parlare di rientro in sicurezza, di investimenti, di nuovi spazi, di concorsi.

Però il prossimo concorso ordinario  prevede l’assunzione nella scuola secondaria di circa 33.000 docenti (su 430.000 candidati) sugli 85 mila promessi dalla ministra Azzolina cui si dovrebbero aggiungere i 40 mila nuovi assunti precari, in sostituzione dei 30 mila andati in pensione nell’anno 2019-2020,  con contratti però condizionati all’avvio regolare della didattica di presenza. E in ogni caso insufficienti a garantire la didattica con il rispetto delle turnazioni e dei requisiti del  distanziamento nelle circa 50 mila scuole pubbliche italiane.

Eh si, con formidabile tempismo la “curva” che ha preso il posto nell’immaginario della spreed, impone il ritorno alla Dad, come perorato  dai presidenti regionali, capeggiati da  Bonaccini che avevano chiesto da tempo di tenere a casa gli studenti per non esercitare una pressione eccessiva sui mezzi di trasporto pubblico, salvo contraddire così l’autorevole commissario straordinario Arcuri che ha messo in guardia minaccioso: le mura domestiche sono i primi focolai!  

Così anche la ministra è giustificata se annulla tutti i propositi e le misure promesse in otto mesi di chiacchiere vergognose, così l’altra ministra può dedicarsi a tempo pieno ai cantieri da riaprire rimpallando l’onere della razionalizzazione dei trasporti su altri colpevoli, che il governo comunque si esime dal commissariare come sarebbe sua facoltà.

Per quelli che pretendono da altri cittadini esautorati come loro e espropriati del diritto di parola e di critica, ma che non vogliono recedere da quello di pensiero, che cosa avrebbero fatto, che altre decisioni si dovevano prendere, potrebbe valere il rapporto subito gettato nel cestino della carta straccia redatto dalla commissione istituita a marzo e presieduta da Patrizio Bianchi che considerava l’emergenza come una occasione per intervenire davvero sulla scuola pubblica, secondo un principio caro ai fan dei grandi eventi dei quali si dovrebbe approfittare come opportunità per realizzare interventi strategici.

Invece nemmeno quello è andato bene, il Dpcm del 13 ottobre chiude definitivamente la sterile ricerca degli spazi esterni dove “fare lezione”: nella scuola non si esce e preferibilmente non si entra, non si può insegnare in spazi “altri” meno che mai quelli dove invece sono stati condannati a vivere per anni i terremotati.

Così la didattica a distanza è la distopia realizzata per incrementare quelle disparità all’origine che premiano la scuola privata, se perfino i fondi del “Piano Scuola” si preoccupano di riservare finanziamenti alle paritarie, se molti genitori scelgono forma di istruzione autarchiche, se ore di lezione vengono sostituite per pedagogici ammaestramenti sulla profilassi e la lotta al virus.   

Invece c’era qualcosa da fare: un piano di investimenti per tutelare un diritto che dovrebbe essere alla pari con quello alla salute e che dovrebbe valere gli stessi miliardi promessi per la sanità ma con regole differenti da quelle che hanno dimenticato la medicina territoriale e di base, la riorganizzazione degli orari e delle presenze,  scaglionando gli ingressi,  riducendo il numero degli allievi e assumendo personale, almeno centomila unità tra insegnanti e personale, che possano concorrere alla fine dell’allevamento dei ragazzi in batteria,  che risale a ben prima della crisi sanitaria, che allora chiamavamo crisi sociale e che dovrebbe assicurare lo stesso percorso pedagogico a tutti gli alunni.

Invece stiamo condannando i nostri figli a diventare una generazione fantasma che guarda il panorama sul desktop e gira il mondo su Skype, che dialoga con Wathsapp e che vive nella paura dell’uomo nero infetto e senza mascherina.   


Lavoro. Gli assassini dei diritti

lav 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi succede di ripetermi, ma ho un’attenuante: troppe cose si ripresentano, spesso in forma peggiorativa. Come, ad esempio, la riduzione a flebile commemorazione e a celebrazione retorica di eventi, lotte e conquiste che avrebbero potuto renderci più liberi e migliori.

In questi giorni si ricorda che lo Statuto dei Lavoratori ( Legge 20 maggio 1970, intitolata ‘‘norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”) compie 50 anni e infatti puntualmente è arrivata puntuale la liturgia istituzionale. Così sembra paradossale che i giornali del 22 maggio 1970 titolassero: “La Costituzione entra in fabbrica”,  in un tempo, il nostro,  nel quale pare che la Carta sia uscita dai luoghi di lavoro, dalle case, dagli uffici, dalle piazze e dalle strade, se diritti che parevano meritati, acquisiti e inalienabili ci sono stati sottratti sostituiti da  elargizioni arbitrarie, mance discrezionali, riconoscimento limitato di prerogative e inclinazioni, il cui libero esercizio  è circoscritto a chi se le può permettere.

Ancora più paradossale è ricordare i perché dell’astensione del Pci, riassunti nelle dichiarazioni dei suoi rappresentanti alla Camera: “Ci siamo astenuti per sottolineare le serie lacune della legge e l’impegno a urgenti iniziative che rispecchino la realtà della fabbrica ….il testo definitivo contiene carenze gravi e lascia ancora molte armi, sullo stesso piano giuridico, al padronato”, come l’esclusione dalle garanzie previste dalla legge nei confronti dei lavoratori delle aziende fino a 15 dipendenti e la mancanza di norme contro i licenziamenti collettivi di rappresaglia, se pensiamo al ruolo giocato dal partito che negli anni a venire ne avrebbe dovuto perpetuare la vocazione e rispettare il mandato di rappresentanza e salvaguardia dei bisogni e delle rivendicazioni degli sfruttati.

Quel partito cioè che nelle sue ultime configurazioni, di nome e di fatto,  rivendica di incarnare il  “riformismo” e che ha  incrementato, appoggiando perfino le misure berlusconiane e grazie alla rimessa in uso, perverso, della cinghia di trasmissione con il sindacato, la frammentazione della classe lavoratrice, con una molteplicità di contratti di lavoro anomali. L’intento dichiarato e la strategia, riuscita, era pagare meno e isolare gli “occupati” e i sottooccupati ma a norma di legge, a cominciare dal decreto Tremonti, in linea con il Protocollo  del 23 luglio 1993, col quale le parti sociali e il governo concordavano  un  quadro di principi e di regole per rendere coerenti i processi contrattuali   con le politiche economiche e dei redditi in modo da il conflitto e allinearsi al Trattato di Maastricht.  E poi a seguire, sotto tutti gli esecutivi di Berlusconi, Prodi, D’Alema, Berlusconi, Amato, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, il pacchetto Treu, il decreto legislativo n. 368/2001, la legge Biagi, il collegato lavoro, e poi la legge Fornero, il Jobs Act, fino al decreto Dignità.

Adesso per una di quelle strane fatalità che ci consegna la storia, questo anniversario cade proprio quando la quarantena porta alla luce drammaticamente la struttura di classe della nostra società, dopo che  per anni hanno cercato di persuaderci che per molti motivi le differenze di ceto fossero superate, o diventate indefinibili e impercettibili per via del passaggio da una economia produttiva a quella “finanziaria”, certo, ma anche in virtù delle formidabili mutazioni che aveva prodotto il Progresso, grazie a quelle conquiste della scienza, si, proprio quella che dichiara impotenza e manifesta tracotante improvvisazione davanti a una prevedibile epidemia, e della tecnologia, si, proprio quella che doveva  risparmiarci dalla fatica manuale, donandoci quella condizione di onnipotenza virtuale, dal lavoro seduti sulla poltrona di casa a far cadere una bomba spingendo un bottone,  e in due mesi ha mostrato i limiti della sua inadeguatezza.

Tutto questo non è certo accaduto ora e per caso. Quello che è stato definito un cigno nero, per sottolinearne la imprevedibilità e rarità, mentre era nell’ordine “naturale” e tante volte ne era stato profetizzato il verificarsi, ha la qualità di una rivelazione che stupisce solo quelli che non volevano vedere. Sono quelli che rimuovono la triste epifania che ha reso ancora più profondo il solco che divide chi appartiene, forse temporaneamente o occasionalmente, a ceti che finora hanno conservato qualche bene, qualche privilegio, qualche rendita o qualche opportunità, qualche sicurezza e garanzia, qualche livello “superiore” di istruzione che attribuisce a chi lo possiede una malintesa supremazia morale, e gli altri,  che hanno già perso o stanno perdendo tutto.

Già i primi dati –  a metà aprile l’Inps denunciava  che la crisi sanitaria sta pesando maggiormente su precari, giovani e part time e che a essere colpiti sono i lavori “anomali”, le occupazioni saltuarie, quelle economie sommerse delle startup farlocche, dei B&B, dei franchising dei gelatai e pizzaioli –  dimostrano gli effetti di trent’anni di “flessibilità”, mobilità e  della cancellazione  di quelle tutele viste come impedimento per la competitività.

A una generazione di lavoratori  senza diritti, quando ormai ha preso piede la narrazione epica, resta solo da contribuire alla ricostruzione del dopoguerra, nella trincea dei cantieri riaperti per le grandi opere e le infrastrutture, che se non si devono tirar su i palazzi bombardati la macchina di pace della corruzione e del malaffare del cemento è pronta a rimettersi in moto. Oppure si apre per loro l’opportunità di tornare ai solchi bagnati di servo sudor come piace agli editorialisti che da anni denunciano l’indolenza dei ragazzi (salvo la loro prole), la leva degli scansafatiche colpevoli a un tempo di non essere abbastanza competenti, malgrado la Buona Scuola e le Università degradate a fucine per disoccupati specializzati grazie a un succedersi di riforme “progressiste”, e di avere troppe pretese, come se fosse una indebita pretesa non prestarsi per una paga da fame in pieno regime di “caporalato”. E infatti ci hanno pensato subito Bonaccini, che voleva mettere ai lavori forzati i percettori di reddito di cittadinanza, la Bellanova in veste di neo-lachrimosa, seguiti dai vertici di Confagricoltura che reclamano il ritorno beato ai vaucher, per usufruire dei servizi a poco prezzo di vari “ soggetti che possono lavorare con prestazione occasionale: pensionati, studenti nei periodi di vacanza, persone disoccupate che siano iscritte nelle liste di disoccupazione del centro per l’impiego, percettori di prestazioni integrative del reddito ovvero cassaintegrati, ecc”. In attesa dei quali è stata adottata una “sanatoria” rivolta ad un pubblico ristrettissimo di migranti a cui è scaduto il permesso di soggiorno e che potranno richiederne uno nuovo a patto che il vecchio sia scaduto entro il 31 ottobre 2019, quelli in sostanza già “regolari” ma soggetti a un rinnovarsi di ricatti e intimidazioni.

Così si ripropone con forza la questione salariale, esaltata dall’attuale contingenza che condanna a una sempre maggiore vulnerabilità sempre più soggetti, individui, famiglie di qualsiasi genere, età, etnia, in un paese dove si guadagna meno di 30 anni fa, a parità di occupazione, professione, livello di istruzione e gerarchico. E quando la minaccia di una invasione di immigrati che rubano il posto rivela la sua natura di grande distrazione di massa, perché le aperture a questo bacino di forza lavoro prevedono di esercitare la pressione intimidatoria per costringere tutti a un abbassamento delle remunerazioni, come a recedere da richieste e rivendicazioni, tutti parimenti ridotti a stranieri in patria, Terzo Mondo fuori e dentro i confini.

Come andrà per il lavoro nel Dopo Covid19, si è capito da subito, quando nella conferenza stampa dell’11 marzo Conte, interpretando le preoccupazioni di Confindustria ammette che in Italia si puù chiudere tutto, università scuole, parrucchiere, osterie, hotel, musei, ma non le fabbriche, pena l’estromissione dal mercato globale.  E quando dal giorno dopo si indicono scioperi e fermate in tutta Italia, nelle aziende dove si doveva arrivare pigiati nei mezzi di trasporto diradati e lavorare senza le mascherine salvifiche – soprattutto per la Pivetti, senza dispositivi sanitari, senza distanziamento, senza disinfezione, scatta immediata la reazione contro gli irresponsabili, la censura, il silenzio sulle loro proteste, l’anatema contro chi osserva che anche prima le condizioni sui posti di lavoro erano indegne dei più elementari criteri di profilassi e di sicurezza come dimostrano i dati sulle morti bianche, ma che il Covid19 ben lungi da imporre l’adozione di criteri e requisiti più stringenti aveva sortito solo l’effetto di limitare gli interventi unicamente all’emergenza e in forma “temporanea” e volontaria.

E poi si stupiscono se di fronte a queste disumane e feroci disuguaglianze l’unica autorità che sanno esprimere le élite e le leadership è la paura,  se l’unico modo mediante il quale la classe dominante rende naturale la sua egemonia è l’imposizione di un ordine economico e morale consiste nel reprimere autodeterminazione, nell’isolare gente che ha identità e interessi comuni perché non sappiano più riconoscersi e lottare insieme.

Pare non avesse ragione Gramsci a dire che il vecchio è morto e il nuovo non può nascere, se a perdere la vita e prematuramente sono gli anziani poveri, così come a perdere forza e visioni del futuro sono vecchie conquiste soffocate da un “nuovo” senza domani, senza lavoro, senza popolo.

 


Patrizi e plebei

pat2 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma mica credevate davvero di conquistarvi meriti presso la casta sacerdotale dello sviluppo, presso i profeti della competizione globale, mandando i vostri figli, con grandi sacrifici, alla Luiss, alla Bocconi, pagando  a caro prezzo quei disonesti parcheggi  sotto forma di master in prestigiose strutture formative gestite da acchiappacitrulli e propedeutici a brillanti carriere nella City?

Ma davvero  credevate che così sarebbe stata assicurata loro la scalata sociale e per voi il riscatto, grazie all’automatica affiliazione in quelle cerchie del privilegio, in quei delfinari dove l’inclusione invece è proibita a chi non vanta appartenenze dinastiche o di censo, proprio come lo è nel vostro ceto per il terzo mondo esterno che si affaccia da noi.

Ma davvero vi credevate che fossimo dentro a un film di Frank Capra, dove la virtù, l’onestà, l’onore vengono premiate, dove Mr Smith  va a Washington, diventa senatore come un qualsiasi  5stelle ma restando integro, innocente, specchiato riesce a far valere i suoi lodevoli propositi, o che i  format Publitalia o Leopolda garantissero che studi, curriculum, che potessero avere lo stesso peso e la stessa influenza delle raccomandazioni  ai tempi di Andreotti. Perché se che è vero che  continuano a declinarsi a vari livelli gerarchici in tutte le geografie del clientelismo e del familismo, ma  è altrettanto verificato che non possono competere con le impari opportunità  elargite a chi nasce da sacri lombi, da casati illustri con azionariati incorporati.

Dopo la irresistibile e irriducibile ascesa del cavaliere, dopo le scalate dei due matteo e di qualche altro esemplare in corso,  di archetipi di homo novus  se ne affacciano pochi,  perché certi cursus honorum richiedono investimenti, protezioni, appartenenze speciali e non bastano più i codici genetici dell’arrivismo,  della spregiudicatezza, che costituiscono la dotazione iniziale dei social climber.

E ormai non si vedono più in giro e sui rotocalchi per famiglie le favole edificanti di Cenerentola che sposa il principe, di Pretty Woman che sposa Gordon Gekko, di un personal trainer, o un attore o un giornalista (professione che ha perso smalto) come in Vacanze Romane, che innamora l’ereditiera o la futura regina: le interazioni di ceto sono evaporate nella polarizzazione tra una minoranza che ha e che accumula e depreda per avere sempre di più, combinandosi con altri che perseguono gli stessi obiettivi, e una larghissima e variegata molteplicità sociale con una classe che un tempo coincideva con l’alta, media e piccola borghesia, ormai impoverite, quelle che impropriamente viene indicata come “signorile”  contando sul mantenimento di margini ampi di sopravvivenza,  e i sommersi.

Tra queste  declinazioni pare non ci sia più scambio, interconnessione e reciprocità, grazie anche all’ideologia del politicamente corretto che congela queste gerarchie e differenze, le normalizza, nel timore che diano luogo all’unico conflitto che spaventa, quello appunto di classe.

Infatti è da un bel po’ che gli investimenti sulle generazioni a venire, pur guardati con generosa benevolenza, soprattutto se indirizzati verso università, scuole private, formazione a pagamento persuasive della bellezza del volontariato e della gratuita prestazione d’opera a scopo pedagogico, sono annoverati tra i consumi dissipati di un popolo che vuole troppo, che ha fatto il passo più lungo della gamba, ben oltre i propri meriti. Sono questi gli effetti distorti del mito della meritocrazia, che ha saputo convertire perfino la parola uguaglianza in una bestemmia o in un tabù e che ha convinto milioni di lavoratori dipendenti che   fosse doveroso rinunciare a rivendicare diritti e salari, esigibili e erogabili solo in presenza di risultati produttivi.

E figuriamoci cosa succederà da ieri in poi, quando il lento e cauto riavvio del paese dirige milioni di persone versa una accelerazione traumatica dell’impoverimento,  secondo i dati del Def, che parlano di  un incremento del debito a fronte della contrazione dei consumi, una flessione degli investimenti, un peggioramento del tasso di disoccupazione, una caduta dei redditi da lavoro, un crollo del monte ore lavorate.

Se avete pensato come Renzi che la Buona Scuola, la privatizzazione soprattutto morale dell’università grazie ai ministri che si sono susseguiti, in testa quelli dell’area riformista, fossero il prezzo da pagare per mettere i vostri figli in condizione di rispondere alle sfide del mercato globale, di conquistarsi un posto  in prima fila nel grande teatro dello sviluppo e di un lavoro libero dalla fatica grazie all’automazione, all’informatica, se eravate convinti che il progresso fosse una divinità da adorare perché alla faccia cattiva delle disuguaglianze, del colonialismo, dell’oppressione opponeva quella buona delle conquiste scientifiche, della lotta alle malattie, dell’alfabetizzazione, dell’onnipotenza virtuale, temo che stiate per avere un gran brutto risveglio.

E basta pensare non solo alla guerra persa contro il cambiamento climatico, l’inquinamento, le patologie che ne derivano, alla correità nella demolizione della ricerca e dei sistemi presidiati alla cura, all’assistenza alla salvaguardia della salute, ma alla fine del lavoro inteso come valori di emancipazione, conquiste, quelle sì meritate con la lotta, diritti, ormai cancellati come optional cui è doveroso rinunciare in condizioni di “necessità”

Basta pensare  a quali sono e saranno le occupazioni per i vostri figli, se non si piegano all’appello della ministra ex bracciante e del presidente di regione che chiamano a raccolta, obbligatoriamente, quelli che indegnamente percepiscono redditi di cittadinanza e sussidi, perché restituiscano il maltolto, o quelli che dovrebbero gettare alle ortiche da raccogliere per il risotto e la frittata, anni di studio, curriculum e referenze, per tornare ai campi, in quelle funzioni fino a ieri sottratte occupate abusivamente dagli immigrati, ma con emolumenti inferiori perfino ai loro, come è imperativo nell’attuale stato di emergenza.

Governo e Confindustria le hanno individuate e designate con l’aggettivo “essenziali”: pony, facchini, magazzinieri, operai metalmeccanici e nel settore della fabbricazione di strumenti bellici, cassiere, commessi, camionisti, autisti di bus, guidatori di metro e treni con i quali portare in fabbrica, al supermercato, al call center, in uffici con orari flessibili altri inservienti, donne delle pulizie, postini, netturbini.

Perché contrariamente a ogni ipotesi dell’immaginario pandemico, nulla lascia prevedere  che vengono un futuro richieste figure professionali oggi esaltate, virologi, epidemiologi, specialisti pneumologi, cardiologi, perché la sanità già malata andrà verso l’agonia per i costi dell’emergenza, per risarcire scelte sbagliate del passato e del momento, e pure per non scalzare la casta sacerdotale che inebriata dal primato assegnatole non mollerà le poltrone accademiche e televisive.

Invece potete star tranquilli, manovali, operai sulle impalcature, subacquei addetti all’eterna manutenzione della potente opera ingegneristica veneziana occupata dalla cozze e dalla ruggine, talpe dell’alta velocità, quelli sì sono richiesti per mansioni servili e a termine nella lotteria delle grandi opere mai sospese per coronavirus, sempre attive e instancabili come la speculazione, lo sfruttamento, la corruzione che movimentano un una eterna ammuina.


Poveri ricchi

perso Anna Lombroso per il Simplicissimus

In forma ricorrente e come se non bastasse quello che ci viene inflitto ogni giorno in perdita di garanzie e diritti, oltre che di beni e di tutele sociali che abbiamo contribuito a creare, siamo anche costretti a subire l’affronto di “datori di lavoro” che lamentano di dover dichiarare fallimento perché nessuno risponde alle loro offerte di lavoro, preferendo di gran lunga quella forma di parassitismo studiata apposta per bamboccioni  indolenti e pigri e flaneurs,  rappresentata dal reddito di cittadinanza.

Proprio in questi giorni ne circolava uno di questi accorati appelli: il gestore di un caffè di Rovigo lamentava di essere costretto a  chiudere i battenti per mancanza di personale. Gli ha risposto dalle colonne del Gazzettino la barista che aveva lavorato nel locale senza contratto, senza assicurazione, senza contributi pagata in contanti di tanto in tanto con la cifra di 300 euro per sei mesi.

Eppure par di sentirli quelli delle varie maggioranze silenziose che di volta in volta si materializzano, i cumenda col cappotto di cammello e le sciure col visone di Corso Vittorio Emanuele di un tempo, gli elettori del cavaliere: “lavoro, guadagno, spendo, pretendo” e oggi molta di quella società signorile, quella cerchia che non si arrende a essere diventata classe disagiata e che gode di una autoproclamata superiorità sociale e anche morale perché è riuscita a conservare qualche garanzie e qualche rimasuglio di benessere e privilegio e che riservano la loro riprovazione alle nuove generazioni, purchè siano frutto di lombi altrui, accusate di essere troppo viziate, poco determinate, troppo esigenti, poco duttili. Quelle che dovrebbero prestarsi a lavori precari, servili, umilianti, malpagati,  per liberare il paese dalla morsa ricattatoria della competizione messa in atto dagli immigrati, disposti, loro sì, a fare di tutto senza lagnarsi, senza esigere, senza pretendere, come è doveroso fare quando c’è la fame.

Ma anche la fame è un concetto relativo, oggetto di statistiche elastiche e fantasiose come quelle sul numero di disoccupati nel quale non rientrano gli scoraggiati che vivono in quella zona grigia ai margini, che il lavoro non lo cercano più perché sono disperati, che non vengono considerati disoccupati ma inattivi o uomini persi, o quelli che invece vengono annoverati tra gli occupati perchè   lavorano un’ora alla settimana.

E infatti ben oltre la media del pollo di Trilussa l’aritmetica degli analisti esclude dalle geografie della miseria chi può offrirsi “consumi eccedenti”  il livello di sussistenza  pari a 500 euro mensili pro capite, sicchè circa cinquanta milioni di italiani sarebbero comunque abbienti  per la semplice circostanza di “vivere sopra la soglia di povertà”. Peccato che il pallottoliere usato per questi calcoli sia quello del dopoguerra e di prima della vittoria della lotta di classe dei ricchi contro i poveri e che gli standard che distinguono chi gode di un certo benessere dai nuovi poveracci, siano quelli di allora, il bagno in casa, l’acqua corrente, il riscaldamento.

Mentre gli indicatori di oggi dovrebbero essere tarati sulla crisi greca, sulla guerriglia dei gilet gialli, sulla nostra incazzatura quotidiana, perché è vero che non facciamo a meno del cellulare, ma è altrettanto vero che dobbiamo rinunciare alle spese mediche, non contribuiamo alle performance delle scuole pubbliche obbligate a dividere gli scolari in gerarchie di merito corrispondente agli investimenti familiari, la tredicesima serve a pagare tasse e mutui arretrati, la pensione di chi ce l’ha è in parte destinata a mantenere gli studi dei nipoti o a foraggiare improbabili iniziative di discendenti che affittano la casetta al paese come B&B, come succede nelle società “dell’arrangiarsi”, dove le dinamiche del benessere appena un poco più su della sopravvivenza non sono più dovute ai redditi da lavoro.

Si è fatta strada una regressione del pensare comune che istiga alla resa e alla rinuncia: quella al riconoscimento dell’esperienza, della vocazione, del talento, della preparazione e quella alla dignità.

Non molto tempo fa Ichino, che in passato si presentò in qualità di penoso caso umano per via della precarietà insita nella funzione di rappresentante del popolo eletto democraticamente che implorava una compassionevole rielezione, invitava l’Italia a copiare la Germania che ha esaltato le opportunità della libera contrattazione decentralizzata, allineando i contratti e dunque i salari alla produttività. Il risultato desiderabile che si raggiungerebbe da noi, sarebbe quello di diminuire le paghe nel Sud, dove il costo della vita è inferiore come anche le pretese e la domande di beni, incoraggiando le imprese a assumere e favorendo l’occupazione.

C’è da giurare che questa modesta proposta, che purtroppo non ha l’intento satirico di quella di Swift, anche se il cannibalismo c’entra, avrà un posto di rilievo nell’agenda delle regioni guidate da Lega e Pd che rivendicano l’autonomia, e anche nelle prossime esternazioni di Prodi in merito all’auspicata riduzione dei sindacati a uno solo, perché corona il sogno liberista di una determinazione dei salari  a livello di ciascuna azienda e senza restrizioni su base nazionale, a coronamento definitivo delle politiche del lavoro del fronte riformista, cancellazione dell’articolo 18, Jobs Act, mobilità e legittimazione del caporalato, come sta avvenendo con il caso degli appalti navali Fincantieri, a Marghera e Monfalcone e il reclutamento e gestione della manodopera straniera sul mercato transnazionale.

La rinuncia, l’accontentarsi, l’abiura dei diritti in cambio della sicurezza aleatoria della paga, che poi si riduce a quella della fatica, fa parte di una vera e propria dottrina che ci insegna che la mobilità è una forma di avventurosa e appagante libertà, che il cottimo ha una moderna qualità di indipendenza se quelli di Foodora vengono considerati dalla piattaforma “lavoratori autonomi” –  contro leggi, regole e anche la Cassazione che ha finalmente stabilito il loro status di lavoratori subordinati.

Con l’arrivo della bella stagione si moltiplicheranno le segnalazioni di stabilimenti, hotel, pensioni, bagni in cerca di personale, proprio in quella pingue Emilia Romagna che ha registrato il successo degli autori della cancellazione definitiva dei valori, delle prerogative e delle conquiste del lavoro, dove da anni si è consolidato un sistema di potere  del PD, delle COOP, dell’Unipol, della CGIL, dei patronati che formano una rete indissolubile  di relazioni politico-clientelari in stretto accordo con la Confindustria, le banche locali, ben visto dagli avventizi dell’antifascismo della “diversamente destra” che ci vuol persuadere che i cantieri della Tav portino pane e lavoro, che la mafia sia un fenomeno calabrese e siciliano,  che ragione e buonsenso indicano che se non sai mantenere al meglio il tuo patrimonio è meglio svenderlo, che se in ospedale non hai l’assistenza che meriti è opportuno rivolgersi alle assicurazioni indicate dalle confederazioni, ormai diventate procacciatrici di fondi.

È triste ma vero, solo la fame, quella vera potrà portare il riscatto, far ritrovare la dignità, muovere la collera verso la liberazione.

 


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