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C’è poco da rider

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Collaboratori a cui si applica la disciplina del lavoro subordinato per quanto riguarda aspetti retributivi, previdenziali, assicurativi, di salute e sicurezza”. A questa conclusione è giunta l’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Milano per i profili penalistici e dall’Ispettorato nazionale del lavoro, a cui hanno partecipato l’Ispettorato del lavoro e il nucleo ispezioni lavoro dei Carabinieri di Milano, l’Inps e l’Inail e che riguarda “l’inquadramento dei rapporti di lavoro dei rider”.

”Non schiavi ma cittadini, ne vanno assunti 60mila”, ha dichiarato il Procuratore di Milano annunciando che sono state indagate 6 persone, tra amministratori delegati, legali rappresentanti o delegati per la sicurezza delle società Uber Eats, Glovo-Foodinho, JustEat e Deliveroo, alle quali sono state “contestate ammende ” sui profili di sicurezza dei fattorini per “oltre 733 milioni di euro”. 

In realtà un anno fa i rider di Foodora avevano ottenuto lo stesso riconoscimento grazie a una sentenza della Cassazione, che pose fine a un contezioso iniziato nel 2017 quando alcuni fattorini avevano fatto causa all’azienda. Già allora la Corte,  nell’ ammettere l’assimilazione del contratto di lavoro subordinato e a tempo indeterminato alle “forme contrattuali comuni”, in virtù degli  obblighi di pagare una penale se non effettuano la consegna a tempo debito, quello di sostare in luoghi prestabiliti in attesa, quello di  verificare la corrispondenza tra l’ordinazione e il prodotto  ritirato dal ristorante o dal magazzino e di comunicare l’avvenuto recapito, intendeva colpire gli abusi di chi  impedisce di fatto il riconoscimento del loro status di lavoratore dipendente.

Allora come oggi, siamo nuovamente di fronte a un esercizio di potere sostitutivo della magistratura chiamata a coprire le falle della politica e le sue  giravolte propagandistiche come nel caso dell’iter del decreto Dignità che in prima battuta dava una interpretazione del lavoro subordinato,  estesa a “chiunque si obblighi, mediante retribuzione, a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale, alle dipendenze e secondo le direttive, almeno di massima e anche se fornite a mezzo di applicazioni informatiche, dell’imprenditore”,  per poi invece riallinearsi al dettato del Jobs Act, condannando questi mestieri alla precarietà estemporanea.

Toccherebbe dire grazie al Covid che ha rivelato la dipendenza totale del sistema dalle infrastrutture logistiche globali, che sono state consacrate come  “essenziali” per la sopravvivenza della società “confinata”, riconoscendo al settore la condizione di operatore di importanza vitale e ai suoi dipendenti quella di eroi predisposti al sacrificio  a dispetto di sicurezza, garanzie e diritti.  

L’indispensabilità  dei servizi online, siano essi di chat, videochiamata,  app comprese quelle intese alla sorveglianza, di acquisto e consegna a domicilio, ha consolidato il regime monopolistico delle reti della logistica e delle società di intermediazione commerciale just in time (consegna di prodotti a domicilio, dai pasti ai libri). E si sono aggiunti alla rete di dominio anche i principali gruppi di vendita al dettaglio che hanno  accelerato la loro conversione all’e-commerce e al recapito a domicilio,  contenendosi il pubblico che continuerà per chissà quanto tempo a vivere e consumare sotto la minaccia costante del contagio.

Per questo è altamente improbabile che la sentenza e le indagini delle quale istintivamente abbiamo goduto come di un elementare segnale di civiltà,  diano risultati concreti. Intanto perché  l’epifania del vaccino lascerà immutato lo stato di eccezione delle restrizioni, delle chiusure, delle mascherine, dei distanziamenti, e poi perché il sistema economico e sociale non fa retromarcia rispetto a certi fenomeni: l’assetto delle relazioni produttive e delle abitudini di consumo  non lo permette, come abbiamo verificato con la eclissi del commercio al dettaglio di vicinato, con la demolizione delle cattedrali del consumo, centri, mall, empori che da tempo si misurano con la necessità di convertirsi alla vendita online e alla consegna a domicilio, e che ora  sono in procinto di trasformarsi anche loro da intermediatori in produttori.

Anche in questo caso la riconversione di interi comparti posizionerà la consegna a domicilio  come asse centrale intorno alla quale si metterà alla prova lo spirito di iniziativa e il potenziale  dell’azienda che inevitabilmente farà ricorso a una manodopera non qualificata e a basso costo.

Per quello c’è da aver paura della rivoluzione digitale come la immaginano i suoi profeti che ha bisogno di eserciti sempre più numerosi sicché la figura del rider, da marginale che era nella forma di test da eseguire per sperimentare l’applicabilità di nuove forme di sfruttamento e di sorveglianza, sarà generalizzata e normalizzata con grande soddisfazione padronale.

Si tratta infatti di una tipologia di lavoratori  caratterizzata da una bassa sindacalizzazione, effetto  non solo dei ricatti e delle intimidazioni aziendali e contrattuali, ma anche dalla sua composizione sociale: se prima si trattava  di giovani   che intendevano quell’occupazione come temporanea, utile a arrotondare la paghetta, dando l’impressione – come succede con i cosiddetti lavoretti alla spina – di conservare margini di autonomia, oggi invece annovera meno giovani,  padri di famiglia, cinquantenni in cassa integrazione, partite IVA che fanno consegne come integrazione ad altri lavori o ai sussidi di disoccupazione.

Per questi ultimi il cottimo digitale viene percepito come un riscatto che li emancipa dallo status di disperato e al tempo stesso di parassita, conquistato lavorando con ritmi schiavistici e con un lordo a fine mese che arriva a 1200 euro, ma che sottratti  ritenuta d’acconto, benzina non tocca i 1000/900 euro, tanto che viene inteso come un non-lavoro così da non esigere coscienza della propria condizione, difesa dei propri diritti, salvaguardia della propria dignità, facendo della precarietà allo stato puro una posizione vantaggiosa che concede spazi di “autodeterminazione” da un datore di lavoro virtuale che permette di scegliersi il tragitto, il mezzo di locomozione, il percorso e la facoltà di farsi spolpare h24, festivi compresi.

Così si perpetua l’equivoco anche quando da secondo lavoro, da part time o cespite aggiuntivo si è trasformato in unica fonte di reddito, grazie al quale la subordinazione a un algoritmo è meno iniqua di quella al sciur paron in braghe bianche,   anche se è soggetto alla concorrenza con altri più giovani, più scafati tanto da mettere in piedi piccoli sistemi di caporalato, anche se si deve sottostare a una sorveglianza feroce, a arbitrarie verifiche di produttività e efficienza.   

Le forme di ricatto si faranno sempre più provocatorie e la pressione sempre più potente, perché il bacino dei potenziali addetti è sempre più largo e perché la scurezza economica e quindi contrattuale delle major della logistica consiste sempre di più in un altro brand, quello della commercializzazione die dati, che riguarda i consumi, le preferenze, le inclinazione, la diponibilità economica e di spesa degli utenti, che a clienti sono diventati produttori e dispensatori gratuiti della loro merce fatta di informazioni sensibili.

Tempo fa un rider bolognese che partecipava a una trasmissione televisiva ha confessato che da quando la nuova clientela esigente e taccagna si è aggiunta, approfitta delle opportunità del Covid per sputare sui campanelli dei destinatari che non gli danno la mancia. Altri, sempre in Tv se la sono presa sulla concorrenza sleale degli stranieri, quei maledetti immigrati che si accontentano di poco, ancora meno di loro. I sindacati confederali non si preoccupano di un target che non si iscrive, non va nei patronati, non fa tesoro del Welfare aziendale, le piazze le attraversa solo in bici e non ha rilevanza mediatica, indifferenti al fatto, non sorprendente, che l’unica organizzazione che ha messo in piedi una iniziativa di settore sia l’Ugl.

Così non sappiamo nulla del fatto che da settembre sono in corso mobilitazioni dei dipendenti di  fattorini che dipendono dalle aziende di Assodelivery (Glovo, Deliveroo, JustEat), che a Torino e Milano sono stati promossi blocchi per impedire l’asporto della merce, cortei scampanellanti in bici per bloccare  le arterie principali e che nei social si formano gruppi di denuncia e protesta.

Invece c’è da sperare che gli ultimi diano una sveglia ai penultimi che stanno nella loro tana ancora per poco protetta aspettando la pizza e gli spring rolls, senza voler sapere che sono già avvelenati dall’ingiustizia.    

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Gli “smartinitt” di Milano

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando si cominciò a parlare di industrie a rischio, dopo incidenti apocalittici, ci fu chi si rese impopolare ricordando come interi quartieri sorti ai confini di aziende inquinanti fossero frutto di una pratica negoziale tra abitanti e enti locali che avevano concesso varianti in modo, si diceva,  da accontentare i dipendenti delle fabbriche tossiche che volevano risiedere vicino al posto di lavoro, si trattasse della Farmoplant, dell’Olivetti, dell’Acna.  

E si citavano pendolari che prima abitavano lontano, madri di famiglia che potevano correre a casa per cucinare un pasto allattare i bambini o badare al nonno arrivato dalla campagna.

In realtà solerti amministratori appagavano i desiderata padronali: molti quartieri satellite erano di proprietà dei patron delle industrie, gli stessi che promuovevano allora asili e servizi privati con l’aspettativa, coronata oggi dal welfare aziendale, dai suoi fondi, dalle sue assicurazioni e  bolle, di sfruttare due volte, che è meglio di una volta sola. Con il risultato di raddoppiare cancro e patologie “professionali”, dentro alla fabbrica e fuori.

E difatti malgrado il passare degli anni, non è cambiato niente a vedere il destino di quartieri e popolazioni condannati a morte, per malattie, per esposizione a agenti inquinanti, oppure per la deindustrializzazione che ha spostato investimenti e produzioni, che gode di impunità e immunità, e perché, comunque, l’occupazione è talmente condizionata da ricatti e intimidazione che ha reso impossibile scegliere tra salute e ambiente oppure salario e posto.  E a vedere come ormai l’urbanistica e la pianificazione siano state definitivamente ridotte a trattativa, contrattazione tra poteri pubblici e interessi privati che alla fine hanno sempre il sopravvento.

Figuratevi quindi se non dovevamo aspettarci dall’operosa e dinamica Capitale Morale, dove vige l’imperativo: lavoro, guadagno, spendo pretendo, dove il mito del merito si traduce in negoziati per la cessione della città che ricompensano solerti sceicchi, cordate immobiliari e cementiere, una proposta per adattare lo smartworking in evidente difficoltà in una formula più domestica, ancora più “agile” e che ha anche il merito indiretto di ridurre la pressione sui mezzi di trasporto che da dieci mesi attendono una razionalizzazione ispirata principio di precauzione, invece applicato a scuole, musei, biblioteche, teatri,

 “Né in ufficio né a casa”, riferisce estasiato il Corriere della sera. E infatti “c’è una «terza via» per qualche migliaio di dipendenti comunali nel prossimo futuro”. Sarà  quella del “posto di lavoro di prossimità, l’ufficio di quartiere, del «nearworking» – è già pronta la definizione nel gergo imperiale – sintesi perfetta tra il salotto di casa e l’ufficio in centro”.

Ci ha pensato la Giunta del sindaco uscente e ricandidato, che deve a lui la suggestiva immagine di una città “dei 15 minuti”, di una metropoli cioè “in cui tutto ciò di cui si ha bisogno sia concentrato nel raggio di poche centinaia di metri”, grazie a questa  terza via che a detta dell’assessora Tajani “supera i limiti di un lavoro confinato nell’ambito domestico,  spostandolo nelle varie sedi decentrate del Comune o in uno dei settanta spazi convenzionati col Comune già attrezzati per il co-working”. Ma non solo, perché, chissà a che affitti, si sta lavorando insieme a Assolombarda “in modo che si possano mettere a disposizione spazi di grandi aziende in questo momento sottoutilizzati”.

Di questi tempi la statistica è definitivamente regredita a creativa trasposizione della teoria dei polli di Trilussa, ciononostante potrebbe essere illuminante conoscer il numero di dipendenti comunali che ancora risiedono dentro le mura di Milano, (d’altra parte Sala all’atto della firma dell’accordo con Fs per il  riutilizzo e la valorizzazione dei sette scali ferroviari “liberati dalla vecchia funzione”, rilasciò un’intervista con questa sprezzante premessa: “noi non facciamo case popolari”, a conferma del destino e dell’immagine di una città proiettata soltanto alle sua “visibilità” commerciale e alla sua appetibilità di marketing).

Sarebbe utile analizzare i dati dei censimenti che dimostrano la tendenza – con alti e bassi – in atto da più di dieci anni con una espulsione degli abitanti dal centro verso hinterland a fronte di uno sviluppo occupazionale soprattutto del terziario concentrato sul polo centrale urbano, e quelli dell’incremento del costo delle case della periferia in continuo aumento che spinge ancora più “fuori” gli strati popolare e genera crescenti movimenti di pendolari.

A volte c’è da chiedersi, mettendo da parte interessi opachi e l’adesione a un modello feroce, distante fino all’ostilità dalla realtà e dai bisogni della gente, se i “decisori” non vivano in una loro arcadia, con una percezione arcaica e letteraria popolata di Travet sottomessi, del popolino delle ringhiere di cucitrici, portinaie, del piccolo commercio di quartiere: lattai e prestinai,  dei trumbè e dei ferèe,  mentre il vigoroso ceto operaio si appaga di contribuire alla società risarcito con i corsi serali dell’Umanitaria. Esonerandosi così dalla loro stessa correità nella trasformazione del lavoro in precariato, della cancellazione di conquiste pagate care e pagate tutto e della demolizione di un edificio di garanzie e di diritti, quelli della dignità del salario, del “mestiere”, del tetto sopra la testa, del tram puntuale che sferragliando ti porta in ufficio, alla bottega, in fabbrica, a scuola.

Solo così si spiega la sfrontatezza venata di lirismo con la quale ancora una volta concorrono a  prenderci per i fondelli dopo mesi di celebrazione della magnifiche sorti e progressive dello smartworking che avrebbe dovuto garantire a un tempo la tutela di quel ceto medio impiegatizio, che probabilmente rappresenta il bacino elettorale della cricca progressista e assicurato i servizi dell’amministrazione sia pure in forma ridotta. E con un beneficio in più: quello di mettere le basi per la marginalizzazione di larghe fasce di lavoratori poco agili per età e formazione, preliminare a licenziamenti, conversioni in part time inabilitati alla sopravvivenza, tagli in busta paga legittimati dalla difficoltà di misurare le prestazioni.

E lo credo che come narra entusiasticamente l’assessora Tajani il bilancio di questi mesi di smart working  sia “positivo”, grazie allo schema dei 10-12 giorni di lavoro da casa,  a discrezione e su  “valutazione del dirigente” simpatica figura di kapò come piace al Jobs Act e alla Buona Scuola ,  che non avrebbe diminuito la “produttività” mentre promette di diminuire i salari, costringere a una disponibilità e reperibilità h 24, distorcere la gamma delle prestazioni e delle competenze.  

E lo credo che nello spirito del tempo come si applica il colonialismo all’interno dei paesi, regioni e ceti più forti che rivendicano il talento e le opportunità ingiustamente offerte per sfruttare geografie e popolazioni più deboli, allo stesso modo adottano le metodologie care all’imprenditorialità che ha contribuito a rendere la Lombardia la zona più esposta e ferita dell’emergenza sanitaria,  realizzando piccoli esodi quotidiani, complicati da un sistema territoriale di residenza, trasporti  e comunicazioni inefficiente e disorganico.

Non occorre certo essere complottisti per intuire che lo scopo sia quello solito, colpire chi lavora nella sua quotidianità, rendergli più incerta e amara l’esistenza, svalutare le competenze che ha maturato spostandolo come un numero o una pedina,  sradicarlo dalle abitudini e da quelle relazioni che potrebbero sortire l’inopportuno effetto di riconoscere in altri da sé l’umiliazione e lo sfruttamento. E ribellarsi.


La Scuola Fantasma

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso che si capisce che il virus può essere sottoposto a interpretazioni discrezionali, che non segue la regola del “ndo cojo cojo”, tanto che milioni di individui che viaggiano in vagoni e bus pieni e che, secondo le tesi della scienza applicata, lavorano in condizioni di “pericolo”, non corrono però i rischi di chi vorrebbe andare al Poldi Pezzoli. E adesso che tutte le denunce sulla malasanità  si rivelano come miserabili invenzioni giornalistiche grazie al tocco del grande demiurgo che ha restituito alla Campania Felix la sua reputazione, adesso che l’indubitabile carisma e l‘efficienza di Zingaretti hanno risparmiato ai cittadini del Lazio l’impedimento a andare dal barbiere, ecco, chissà se finalmente anche i più scalmanati ultras del governo che fanno il tifo per  la tribuna dei vip si porranno qualche interrogativo.

 E chissà se cominceranno a chiedersi se non si poteva fare meglio di così, fermo restando che a seguito della definitiva demolizione dell’impianto  del sistema di prevenzione, cura e assistenza c’è da preoccuparsi anche di un brufolo o dell’uveite, se non sia trascorso il tempo lecito concesso per attribuire tutte le responsabilità ai danni del passato come alibi all’ignavia del presente (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/04/governo-tersilli/).

Risale a luglio una spericolata affermazione della ministra Azzolina, della quale sia proibito criticare l’operato a meno di non collocarla nelle ultime postazioni della graduatoria dei peggiori, dopo La Fedeli o la Gelmini o andando indietro, la Moratti, rimuovendo invece prudentemente Berlinguer o De Mauro  o Mussi o Giannini. 

Per carità nessuno nega che la cosiddetta riforma Gelmini ha tagliato in 3 anni  oltre  8 miliardi di euro in termini di spesa per l’istruzione, e di conseguenza, 81.120 cattedre e 44.500 personale non docente, con la chiusura di molte strutture rinchiudendo allievi e docenti in classi-pollaio.  E nessuno deve dimenticare il vero proposito della Buona Scuola renziana, quello di cancellare anche la memoria e il progetto di una istruzione pubblica. O che l’austerità reco con sé precarietà e che le riduzioni di stanziamento hanno ingrossato l’esercito dei supplenti (nell’anno scolastico 2013-2014 erano 136.000 e in quello 2020-2021 ammonteranno a più di 200 mila) e diminuendo quello dei docenti di ruolo.

Ecco. a luglio, Azzolina ebbe a dire: “voi che mi criticate, vi dovrete ricredere, quello sui banchi si dimostrerà un investimento”, in occasione della gara pubblica europea indetta dal commissario straordinario  Domencio Arcuri   per la fornitura  di 3 milioni di banchi – 1,5 milioni   monouso tradizionali e fino a 1,5 milioni di tipo più innovativo – dei quali doveva essere assicurata la consegna  entro il 31 agosto.

Non vale nemmeno la pena di tornare sulla insensatezza dissipata e sospetta di questa iniziativa, nemmeno di ricordare che per ammissione dello stesso commissario i termini non sono stati rispettati, neppure di andare a recriminare sull’impianto ideologico che presiede all’unica azione messa in campo per garantire il diritto all’istruzione da quando è diventato secondario rispetto a quello alla salute.

E quando quello che doveva essere un intervento complementare: l’identificazione di 3000 stabili dove si sarebbe potuta garantire la didattica in presenza, è rimasto sulla carta, dopo aver cancellato via via tutte le ipotesi, dalle caserme agli hotel, considerate inadatte o troppo costose.

In sostanza per la scuola pubblica, quella con l’insegnante la cattedra e la lavagna, i testi sacri del sapere e gli alunni che si abbeverano alla fonte della conoscenza, sono stati previsti, tolto il malloppo dei banchi a rotelle e innovativi, e utilizzando le risorse del Fondo per l’emergenza epidemiologica da COVID-19 istituito nello stato di previsione del Ministero dell’istruzione,  € 377,6 mln nel 2020 ed € 600 mln nel 2021, successivamente incrementati  con € 400 mln nel 2020 e di € 600 mln nel 2021,  destinati all’acquisizione – in affitto o con le altre modalità previste dalla legislazione vigente, inclusi l’acquisto, il leasing o il noleggio di strutture temporanee – di ulteriori spazi da destinare all’attività didattica, anche grazie ai cosiddetti patti di comunità che non devono avere incontrato un grande favore se ormai l’ultima frontiera resta al didattica a distanza.

E infatti il “Piano Scuola” stanzia 85 milioni nel budget del “Decreto Ristori”  che “serviranno agli istituti scolastici per l’acquisto di dispositivi digitali e strumenti per le connessioni da fornire in comodato d’uso agli studenti meno abbienti”,  a conferma che è proprio un chiodo fisso quello di consegnare la soluzione di tutti i problemi, del lavoro, dell’istruzione, anche della sanità, se pensiamo a Immuni fallita e a una medicina territoriale esercitata dai medici di base più solerti via WhatsApp, alla digitalizzazione.

Consiglio dunque  la lettura del rapporto riassuntivo delle misure adottate a seguito dell’emergenza Coronavirus sul sito della  Camera (qui: https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1218064.pdf?_1590338246360  che riconferma come la scuola pubblica del futuro, grazie al Covid, sia destinata ad essere  “virtuale”, malgrado ci siano innumerevoli conferme del danno culturale, sociale e psicologico della didattica a distanza. E proprio quando è stata resa nota la indagine secondo la quale il 57% degli studenti delle scuole superiori che hanno svolto e svolgeranno la didattica a distanza pensa che la propria scuola non abbia saputo offrire un servizio efficiente, affidandone la attuazione alla tradizionale pratica di  scaricabarile sulle spalle di docenti volonterosi e famiglie, come vorrebbe quel    Patto educativo di corresponsabilità  sottoscritto da genitori e studenti contestualmente all’iscrizione  “che”, cito, “enuclea i principi e i comportamenti che scuola, famiglia e alunni condividono e si impegnano a rispettare. Coinvolgendo tutte le componenti, tale documento si presenta dunque come strumento base dell’interazione scuola-famiglia”.

Se sforzi ci sono stati, sono quelli che vengono continuamente rivendicati dalle cheerleader di Conte, e si tratta di quelli destinati alla “profilassi”, nella somma di 43 milioni per la pulizia straordinaria degli edifici, quelli che negli anni precedenti, Renzi, Gentiloni e Conte 1 regnanti, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza grazie al programma Scuole sicure, in modo da avere soffitti lindi e sanificati nel caso crollino sulle teste mascherate degli allievi. O quelli per gli accertamenti e le sostituzioni del “personale” eventualmente affetto dal Covid.

Il fatto è che in attesa di quella europea che si riaffaccia con sempre rinnovata ferocia, il Covid impone la sua austerità doverosa: un mese fa si faceva un gran parlare di rientro in sicurezza, di investimenti, di nuovi spazi, di concorsi.

Però il prossimo concorso ordinario  prevede l’assunzione nella scuola secondaria di circa 33.000 docenti (su 430.000 candidati) sugli 85 mila promessi dalla ministra Azzolina cui si dovrebbero aggiungere i 40 mila nuovi assunti precari, in sostituzione dei 30 mila andati in pensione nell’anno 2019-2020,  con contratti però condizionati all’avvio regolare della didattica di presenza. E in ogni caso insufficienti a garantire la didattica con il rispetto delle turnazioni e dei requisiti del  distanziamento nelle circa 50 mila scuole pubbliche italiane.

Eh si, con formidabile tempismo la “curva” che ha preso il posto nell’immaginario della spreed, impone il ritorno alla Dad, come perorato  dai presidenti regionali, capeggiati da  Bonaccini che avevano chiesto da tempo di tenere a casa gli studenti per non esercitare una pressione eccessiva sui mezzi di trasporto pubblico, salvo contraddire così l’autorevole commissario straordinario Arcuri che ha messo in guardia minaccioso: le mura domestiche sono i primi focolai!  

Così anche la ministra è giustificata se annulla tutti i propositi e le misure promesse in otto mesi di chiacchiere vergognose, così l’altra ministra può dedicarsi a tempo pieno ai cantieri da riaprire rimpallando l’onere della razionalizzazione dei trasporti su altri colpevoli, che il governo comunque si esime dal commissariare come sarebbe sua facoltà.

Per quelli che pretendono da altri cittadini esautorati come loro e espropriati del diritto di parola e di critica, ma che non vogliono recedere da quello di pensiero, che cosa avrebbero fatto, che altre decisioni si dovevano prendere, potrebbe valere il rapporto subito gettato nel cestino della carta straccia redatto dalla commissione istituita a marzo e presieduta da Patrizio Bianchi che considerava l’emergenza come una occasione per intervenire davvero sulla scuola pubblica, secondo un principio caro ai fan dei grandi eventi dei quali si dovrebbe approfittare come opportunità per realizzare interventi strategici.

Invece nemmeno quello è andato bene, il Dpcm del 13 ottobre chiude definitivamente la sterile ricerca degli spazi esterni dove “fare lezione”: nella scuola non si esce e preferibilmente non si entra, non si può insegnare in spazi “altri” meno che mai quelli dove invece sono stati condannati a vivere per anni i terremotati.

Così la didattica a distanza è la distopia realizzata per incrementare quelle disparità all’origine che premiano la scuola privata, se perfino i fondi del “Piano Scuola” si preoccupano di riservare finanziamenti alle paritarie, se molti genitori scelgono forma di istruzione autarchiche, se ore di lezione vengono sostituite per pedagogici ammaestramenti sulla profilassi e la lotta al virus.   

Invece c’era qualcosa da fare: un piano di investimenti per tutelare un diritto che dovrebbe essere alla pari con quello alla salute e che dovrebbe valere gli stessi miliardi promessi per la sanità ma con regole differenti da quelle che hanno dimenticato la medicina territoriale e di base, la riorganizzazione degli orari e delle presenze,  scaglionando gli ingressi,  riducendo il numero degli allievi e assumendo personale, almeno centomila unità tra insegnanti e personale, che possano concorrere alla fine dell’allevamento dei ragazzi in batteria,  che risale a ben prima della crisi sanitaria, che allora chiamavamo crisi sociale e che dovrebbe assicurare lo stesso percorso pedagogico a tutti gli alunni.

Invece stiamo condannando i nostri figli a diventare una generazione fantasma che guarda il panorama sul desktop e gira il mondo su Skype, che dialoga con Wathsapp e che vive nella paura dell’uomo nero infetto e senza mascherina.   


Lavoro. Gli assassini dei diritti

lav 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi succede di ripetermi, ma ho un’attenuante: troppe cose si ripresentano, spesso in forma peggiorativa. Come, ad esempio, la riduzione a flebile commemorazione e a celebrazione retorica di eventi, lotte e conquiste che avrebbero potuto renderci più liberi e migliori.

In questi giorni si ricorda che lo Statuto dei Lavoratori ( Legge 20 maggio 1970, intitolata ‘‘norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”) compie 50 anni e infatti puntualmente è arrivata puntuale la liturgia istituzionale. Così sembra paradossale che i giornali del 22 maggio 1970 titolassero: “La Costituzione entra in fabbrica”,  in un tempo, il nostro,  nel quale pare che la Carta sia uscita dai luoghi di lavoro, dalle case, dagli uffici, dalle piazze e dalle strade, se diritti che parevano meritati, acquisiti e inalienabili ci sono stati sottratti sostituiti da  elargizioni arbitrarie, mance discrezionali, riconoscimento limitato di prerogative e inclinazioni, il cui libero esercizio  è circoscritto a chi se le può permettere.

Ancora più paradossale è ricordare i perché dell’astensione del Pci, riassunti nelle dichiarazioni dei suoi rappresentanti alla Camera: “Ci siamo astenuti per sottolineare le serie lacune della legge e l’impegno a urgenti iniziative che rispecchino la realtà della fabbrica ….il testo definitivo contiene carenze gravi e lascia ancora molte armi, sullo stesso piano giuridico, al padronato”, come l’esclusione dalle garanzie previste dalla legge nei confronti dei lavoratori delle aziende fino a 15 dipendenti e la mancanza di norme contro i licenziamenti collettivi di rappresaglia, se pensiamo al ruolo giocato dal partito che negli anni a venire ne avrebbe dovuto perpetuare la vocazione e rispettare il mandato di rappresentanza e salvaguardia dei bisogni e delle rivendicazioni degli sfruttati.

Quel partito cioè che nelle sue ultime configurazioni, di nome e di fatto,  rivendica di incarnare il  “riformismo” e che ha  incrementato, appoggiando perfino le misure berlusconiane e grazie alla rimessa in uso, perverso, della cinghia di trasmissione con il sindacato, la frammentazione della classe lavoratrice, con una molteplicità di contratti di lavoro anomali. L’intento dichiarato e la strategia, riuscita, era pagare meno e isolare gli “occupati” e i sottooccupati ma a norma di legge, a cominciare dal decreto Tremonti, in linea con il Protocollo  del 23 luglio 1993, col quale le parti sociali e il governo concordavano  un  quadro di principi e di regole per rendere coerenti i processi contrattuali   con le politiche economiche e dei redditi in modo da il conflitto e allinearsi al Trattato di Maastricht.  E poi a seguire, sotto tutti gli esecutivi di Berlusconi, Prodi, D’Alema, Berlusconi, Amato, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, il pacchetto Treu, il decreto legislativo n. 368/2001, la legge Biagi, il collegato lavoro, e poi la legge Fornero, il Jobs Act, fino al decreto Dignità.

Adesso per una di quelle strane fatalità che ci consegna la storia, questo anniversario cade proprio quando la quarantena porta alla luce drammaticamente la struttura di classe della nostra società, dopo che  per anni hanno cercato di persuaderci che per molti motivi le differenze di ceto fossero superate, o diventate indefinibili e impercettibili per via del passaggio da una economia produttiva a quella “finanziaria”, certo, ma anche in virtù delle formidabili mutazioni che aveva prodotto il Progresso, grazie a quelle conquiste della scienza, si, proprio quella che dichiara impotenza e manifesta tracotante improvvisazione davanti a una prevedibile epidemia, e della tecnologia, si, proprio quella che doveva  risparmiarci dalla fatica manuale, donandoci quella condizione di onnipotenza virtuale, dal lavoro seduti sulla poltrona di casa a far cadere una bomba spingendo un bottone,  e in due mesi ha mostrato i limiti della sua inadeguatezza.

Tutto questo non è certo accaduto ora e per caso. Quello che è stato definito un cigno nero, per sottolinearne la imprevedibilità e rarità, mentre era nell’ordine “naturale” e tante volte ne era stato profetizzato il verificarsi, ha la qualità di una rivelazione che stupisce solo quelli che non volevano vedere. Sono quelli che rimuovono la triste epifania che ha reso ancora più profondo il solco che divide chi appartiene, forse temporaneamente o occasionalmente, a ceti che finora hanno conservato qualche bene, qualche privilegio, qualche rendita o qualche opportunità, qualche sicurezza e garanzia, qualche livello “superiore” di istruzione che attribuisce a chi lo possiede una malintesa supremazia morale, e gli altri,  che hanno già perso o stanno perdendo tutto.

Già i primi dati –  a metà aprile l’Inps denunciava  che la crisi sanitaria sta pesando maggiormente su precari, giovani e part time e che a essere colpiti sono i lavori “anomali”, le occupazioni saltuarie, quelle economie sommerse delle startup farlocche, dei B&B, dei franchising dei gelatai e pizzaioli –  dimostrano gli effetti di trent’anni di “flessibilità”, mobilità e  della cancellazione  di quelle tutele viste come impedimento per la competitività.

A una generazione di lavoratori  senza diritti, quando ormai ha preso piede la narrazione epica, resta solo da contribuire alla ricostruzione del dopoguerra, nella trincea dei cantieri riaperti per le grandi opere e le infrastrutture, che se non si devono tirar su i palazzi bombardati la macchina di pace della corruzione e del malaffare del cemento è pronta a rimettersi in moto. Oppure si apre per loro l’opportunità di tornare ai solchi bagnati di servo sudor come piace agli editorialisti che da anni denunciano l’indolenza dei ragazzi (salvo la loro prole), la leva degli scansafatiche colpevoli a un tempo di non essere abbastanza competenti, malgrado la Buona Scuola e le Università degradate a fucine per disoccupati specializzati grazie a un succedersi di riforme “progressiste”, e di avere troppe pretese, come se fosse una indebita pretesa non prestarsi per una paga da fame in pieno regime di “caporalato”. E infatti ci hanno pensato subito Bonaccini, che voleva mettere ai lavori forzati i percettori di reddito di cittadinanza, la Bellanova in veste di neo-lachrimosa, seguiti dai vertici di Confagricoltura che reclamano il ritorno beato ai vaucher, per usufruire dei servizi a poco prezzo di vari “ soggetti che possono lavorare con prestazione occasionale: pensionati, studenti nei periodi di vacanza, persone disoccupate che siano iscritte nelle liste di disoccupazione del centro per l’impiego, percettori di prestazioni integrative del reddito ovvero cassaintegrati, ecc”. In attesa dei quali è stata adottata una “sanatoria” rivolta ad un pubblico ristrettissimo di migranti a cui è scaduto il permesso di soggiorno e che potranno richiederne uno nuovo a patto che il vecchio sia scaduto entro il 31 ottobre 2019, quelli in sostanza già “regolari” ma soggetti a un rinnovarsi di ricatti e intimidazioni.

Così si ripropone con forza la questione salariale, esaltata dall’attuale contingenza che condanna a una sempre maggiore vulnerabilità sempre più soggetti, individui, famiglie di qualsiasi genere, età, etnia, in un paese dove si guadagna meno di 30 anni fa, a parità di occupazione, professione, livello di istruzione e gerarchico. E quando la minaccia di una invasione di immigrati che rubano il posto rivela la sua natura di grande distrazione di massa, perché le aperture a questo bacino di forza lavoro prevedono di esercitare la pressione intimidatoria per costringere tutti a un abbassamento delle remunerazioni, come a recedere da richieste e rivendicazioni, tutti parimenti ridotti a stranieri in patria, Terzo Mondo fuori e dentro i confini.

Come andrà per il lavoro nel Dopo Covid19, si è capito da subito, quando nella conferenza stampa dell’11 marzo Conte, interpretando le preoccupazioni di Confindustria ammette che in Italia si puù chiudere tutto, università scuole, parrucchiere, osterie, hotel, musei, ma non le fabbriche, pena l’estromissione dal mercato globale.  E quando dal giorno dopo si indicono scioperi e fermate in tutta Italia, nelle aziende dove si doveva arrivare pigiati nei mezzi di trasporto diradati e lavorare senza le mascherine salvifiche – soprattutto per la Pivetti, senza dispositivi sanitari, senza distanziamento, senza disinfezione, scatta immediata la reazione contro gli irresponsabili, la censura, il silenzio sulle loro proteste, l’anatema contro chi osserva che anche prima le condizioni sui posti di lavoro erano indegne dei più elementari criteri di profilassi e di sicurezza come dimostrano i dati sulle morti bianche, ma che il Covid19 ben lungi da imporre l’adozione di criteri e requisiti più stringenti aveva sortito solo l’effetto di limitare gli interventi unicamente all’emergenza e in forma “temporanea” e volontaria.

E poi si stupiscono se di fronte a queste disumane e feroci disuguaglianze l’unica autorità che sanno esprimere le élite e le leadership è la paura,  se l’unico modo mediante il quale la classe dominante rende naturale la sua egemonia è l’imposizione di un ordine economico e morale consiste nel reprimere autodeterminazione, nell’isolare gente che ha identità e interessi comuni perché non sappiano più riconoscersi e lottare insieme.

Pare non avesse ragione Gramsci a dire che il vecchio è morto e il nuovo non può nascere, se a perdere la vita e prematuramente sono gli anziani poveri, così come a perdere forza e visioni del futuro sono vecchie conquiste soffocate da un “nuovo” senza domani, senza lavoro, senza popolo.

 


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