Il teatrino dei burattini: barcamenarsi sul nulla

output_immagineChe pena alla mia età assistere a un teatrino dei burattini mentre il Paese affonda, ma ancora peggio è sentire che il rumore delle teste di legno non viene principalmente dalla scena ma dalla platea dove si alzano sonorità da marimba: Santori e sardine contro Salvini,  Renzi in agguato, la zattera della medusa dei Cinque Stelle, i piddini degli affari sottobanco e il tamburo ipnotico del Quirinale. Baruffe ridicole e farsesche perché tette le parti in lite sono portatrici  della medesima ideologia neo liberista, della medesima idea di disuguaglianza sociale e semmai differiscono solo nei particolari marginali, quando non solamente nella retorica utilizzata o nella furbizia espressa. Partecipare a questa batracomiomachia, essere coinvolti in un tifo privo di senso serve soltanto ad accelerare la fine, senza risolvere proprio nulla, anzi facendo entrare ancora più in profondità la lama del male oscuro.

E’ notizia di questi giorni che più di 800 mila giovani con una notevole percentuale di laureati sono emigrati da Lombardia e Veneto a causa della deindustrializzazione indotta dall’euro e dalla regole europee espressamente concepite per favorire l’egemonia tedesca: eppure sono le stesse regioni che chiedono il separatismo, come se andassero a mille, come se il sistema veneto non fosse costellato di macerie e come se dovessimo illuderci di una imponente crescita a guardare lo skyline milanese orrida imitazione bonsai degli emirati. Come se queste  richieste non nascessero dalle necessità di una speculazione di piccolo cabotaggio ormai messa alle corde dalla crisi endemica e vuole prosperare come un  lichene o un fungo parassita sui grandi eventi e le grandi opere inutili: Viva Arlecchini/  E burattini/ Grossi e piccini. Ma invece di guardare il baratro che si apre di fronte allo sguardo , a un’emigrazione che diventa molto più alta dell’immigrazione perché è meglio importare schiavi da pomodoro che formare e dare lavoro ad ingegneri, ci si perde in occasionali baruffe prive di qualsiasi senso politico, vacue dalla prima all’ultima parola, non si lotta più si fa happening per il quale non c’ nemmeno bisogno di ragioni o di idee, basta l’invito.

Ma in fondo questo fatto dell’emigrazione per quanto possa essere drammatica, per quanto riveli le reali condizioni del Paese più di ogni discorso e di ogni evasività non dispiace affatto alle teste di legno che si battono con inutile foga nel teatrino: eliminare il disagio sociale buttandolo fuori, significa anche eliminare le possibilità che il malcontento esploda o metta in questione l’intero sistema e i suoi strumenti: è insomma un modo per mantenere lo status quo, per conservare il potere.  Questo è un fatto storico: è la medesima dinamica che ha arginato le lotte sociali post unitarie in Italia con la fuga verso le Americhe o le altre aeree europee oppure ha permesso alle vecchie strutture di comando di conservarsi in Germania oltre il loro tempo, mentre oggi serve egregiamente ad impedire che i Paesi africani esplodano mettendo in crisi il gigantesco sfruttamento a cui sono sottoposti. E questo naturalmente appare ai ciechi come un afflato di civiltà.

In queste condizioni fa spavento vedere quanta parte dell’opinione pubblica che poi si incista nei social, dia credito alle più evidenti fesserie, si lasci trascinare da polemiche inventate per costruire una sorta di agenda politica narrativa laddove c’è il nulla assoluto, se non l’obbedienza. Questo per non parlare di certi patetici relitti della sinistra che plaudono regolarmente a ciò che sembra riecheggiare tempi passati (passati anche per colpa loro) purché naturalmente sia assolutamente innocuo e non tocchi le loro rendite di posizione e la loro audience, sempre e strettamente collegata al potere che detiene i loro strumenti di produzione ovvero giornali, riviste, televisioni, università meglio se private  e dove è estremamente apprezzata la polvere da sparo bagnata che fa clamorose cilecche: Barcamenandomi / Tra il vecchio e il nuovo, /Buscai da vivere,/ Da farmi il covo.

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