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Truffa ai terremotati, continuità di governo

sisAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si pareva davvero un terremoto quello che si proponeva di sgretolare il sistema politico italiano, sbriciolandone i piani alti e condannando un progetto politico che aveva la finalità manifesta di abbattere l’ultimo argine alla cancellazione della democrazia, quella diga antica ma ancora solida, anche se non pienamente realizzata,  per difenderci da cento milioni di vaucher in aperto contrasto con  l’articolo 36 della Costituzione, secondo il quale la retribuzione del lavoratore dovrebbe essere “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, contro la svalutazione e derisione dell’istruzione pubblica svalutata in aperto contrasto con gli articoli 33 e 34 della Carta, contro la malasanità promossa dall’abolizione del Welfare in aperto contrasto con i principi di assistenza e cura garantiti  dall’impianto costituzionale perfino nel vecchio Titolo V che prevedeva la surroga statale in caso di disuguaglianze e inefficienze delle Regioni.

A dispetto di chi aveva voluto trasformare la consultazione in un plebiscito bonapartista, in un atto notarile a suggello della insostituibilità di un governo e della sua ideologia proprietaria e tirannica, il popolo è entrato nel merito dando un giudizio politico dettato dal suo profondo malcontento e dal rifiuto per lo status quo, nella convinzione che la Costituzione serve ancora, e così com’é anche nella parte  relativa alla distribuzione dei poteri dello Stato,  a difendere giovani e anziani, precari e pensionati, impiegati e operai, partite Iva e soggetti in mobilità, ex cococo e beneficiari di vaucher, meridionali o settentrionali, tutti a vario titolo colpevoli del crimine di non avere ambizioni, disinvolta intraprendenza, spregiudicatezza e arrivismo, tutti a vario titolo Untermenshen, schiavi riottosi talmente ricattati e intimiditi da dover per forza piegarsi in condizione di totale soggezione a un esecutivo finalmente libero da contrappesi, riscattato da regole e leggi, come da istituzioni e tribunali ancora  indipendenti, e a una cultura egemonica, quella degli allegri venditori porta a porta delle balle della Leopolda, quella dei media posseduti dalla narrazione di regime, compresa delle apocalittiche profezie sulla rovinosa vittoria del No, compresa degli spettri della destra  montante,  diversa forse da quella di governo? Come se quella che si stava coagulando intorno alla battaglia per la Costituzione non fosse l’unica vera testimonianza rappresentativa di una opposizione sociale, responsabile e consapevole che quella Carta non è una salma ormai rifiutata perfino da vecchi marpioni e mummie irriducibili, ma una barriera e a motivo di ciò odiata, irrisa, vilipesa da un impero sovranazionale spaventato dalla sua vocazione antiautoritaria, democratica, egualitaria.

Pareva proprio un terremoto mentre avevano sperato fosse lo squillo di tromba della resa definitiva, la bandiera bianca levata tristemente dopo un trentennio di arretramenti, sconfitte, perdita di diritti, salario, stato sociale e  potere contrattuale.

E lo è stato di certo, a dispetto del governo dello Stuntman insediatosi ieri, dei suoi gregari pronti a porgere la borraccia e all’estremo sacrificio di addossarsi la colpa del doping e della sua rivelazione, assuefatti al destino dei numeri due che godono di luce riflessa e soffrono di pene patite per interposta persona. A dispetto dei tentativi patetici delle figurine del presepe, pronto per essere collocato alle spalle del fine dicitore del discorso di fine anno che mima i concetti cari al re mai abbastanza detronizzato e dei suoi suggeritori, per accreditare quel 40 % in qualità di vittoria morale che  legalizza – ma non legittima – il suo ruolo inderogabile di partito di maggioranza relativa, convinti che ci beviamo l’ennesima balla stratosferica di una maggioranza coesa, di una forza inossidabile e inviolabile. E non, come davvero è, una merce scaduta che non  vale più del 26-28%, molto meno cioè della maggioranza relativa, con alleati poco manovrabili, altri troppo avidi, altri improbabili, tra maldipancisti, vecchie turcherie e nuove sinistre un tanto al chilo, sultanati e feudi territoriali, revenants e zombie, figure amletiche con preferenza per romei delusi piuttosto che per principi pensosi.

È stato talmente un terremoto che si comportano come fanno con quelli reali, facendoli sprofondare nell’oblio delle bervi di cronaca, rimuovendoli dalla loro coscienze nere e oscurandoli agli occhi di chi preferisce non vedere, chiedendo la  ribalta per mostrare le affissioni propagandistiche della fabbrica delle menzogne, per far calare l’ombra sui risultati, ricorrendo a un altro cascatore del cine in funzione di imperituro commissario per tutte le stagioni e i sismi, ineguagliabile nello stendere veli impietosi su inefficienze, illegalità, ritardi, soprusi e magagne con l’aiuto del solito spaventapasseri a guardia di appalti e controlli.

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E infatti il governo Renzi Bis- meglio chiamarlo così piuttosto che “diversamente Renzi” – è un dopo sisma come quello di Amatrice e Norcia, dove abbiamo appreso che il primo grande appalto del dopo terremoto è andato a una ditta sotto processo per traffico di rifiuti e truffa, un’azienda che per almeno due anni ha affidato le operazioni di movimento terra a un imprenditore sotto inchiesta per legami con la camorra. Che si chiama Htr Bonifiche è stata incaricata di rimuovere tutte le macerie provocate dal sisma nelle Marche e nel Lazio, un’operazione che implica lo spostamento di migliaia e migliaia di tonnellate di detriti  dai comuni devastati dalle scosse.  Che le centinaia di  persone non hanno  accettato  il trasferimento in strutture alberghiere: anziani, sì, ma soprattutto allevatori che non volevano abbandonare le loro attività, sono ancora in attesa dei moduli abitativi promessi “in attesa della casette di legno promesse per la primavera. Che ai più fortunati è stata elargita una soluzione alternativa, un container di 15 Mq per famiglia. Che i privati che vogliono arrangiarsi sarebbero accusati di violazione dei piani regolatori: i prefabbricati di fortuna  vengono considerati un abuso edilizio, comprese quelle portate là dalla Charitas e quelle offerte dalla Curia, che di solito gode di trattamenti di favore.

La lezione è la stessa: i terremoti non si dimenticano. Abbiamo l’obbligo di ridare dignità e non solo un tetto a chi è stato colpito e ha perso tutto. E abbiamo il dovere di restituirla a noi stessi, quella dignità che abbiamo respirato come un’aria fresca dopo tanto veleno, insieme alla speranza di un riscatto che credevamo irraggiungibile. Se l’abbiamo difesa la Costituzione, adesso sarebbe proprio ora di attuarla.

 


Baciamani e leccapiedi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Referendum (definizione della Treccani): rientra, insieme all’iniziativa legislativa popolare  e alla petizione, tra gli istituti di partecipazione diretta dei cittadini alla democrazia.

Referendum (definizione aggiornata secondo lo spirito del tempo): istituto arcaico, populista e infine molesto, lanciato, fino a prossima, auspicabile estinzione, come una bistecca per placare gli ultimi appetiti di partecipazione, prima di necessari aggiustamenti di carta costituzionale e legge elettorale che finalmente ridurranno il Parlamento a figura accessoria ed il voto ad atto notarile di conferma delle imposizioni dell’Esecutivo.

Perciò quando qualche rigurgito plebeo ne richiede l’esecuzione, giustamente e con finalità educative e pedagogiche, si raccomanda  alla marmaglia di andare a rumoreggiare altrove, di dedicarsi a più gustosi diversivi, gite al mare, picnic, calcetto, lasciando ad altri, più indicati per saggezza e competenza, il compito di decidere nell’interesse di tutti.

A volte però anche quell’attrezzo primitivo, può essere esibito ed ostentato come tabernacolo, quando lo si può condizionare grazie all’appoggio incondizionato di un padronato locale o estero – sia pure con qualche rischio, e al favore, quello indiscusso della stampa e dei cosiddetti opinionisti un tanto al chilo, in modo che possa felicemente trasformarsi in plebiscito a vantaggio di figurette neobonapartiste e di dittatorelli neo fascisti, che sfogliando il Bignamino hanno sottolineato con l’evidenziatore il paragrafo su  Napoleone e i due pronunciamenti che lo fecero console a vota prima e imperatore poi, o quello del ’29 a ratifica della “riforma” (già allora la parola era soggetta a osceni abusi) della rappresentanza politica.

Così non c’è da stupire che adesso i costituzionalisti del Pd, quelli che guardano alla sciacquetta istituzionale come a un faro, sempre in caccia di adepti per il Si, tra trombati, desaparecidos della politica, accademici assatanati di comparsate in tv e, potendo, di un partigiano, almeno uno, vogliono togliere un po’ della naftalina salvifica che avevano cosparso dopo il quiz che non erano riusciti a truccare sulle trivelle e prima di una temibile batosta, con un si o un no, purtroppo solo locale, in favore o contro le Olimpiadi. Per carità, mica lo vogliono davvero. Lo stesso ducetto ha raccomandato sobrietà, anzi ha fatto finta di ritirarsi in buon ordine, che nemmeno Milano le vuole, gli stessi marpioni del Coni hanno assunto un atteggiamento di signorile e sportiva prudenza. Ma gli vien bene agitare il drappo rosso davanti agli intemperante torelli di Roma, perché fa parte della gamma di ricatti, intimidazioni, avvertimenti trasversali da cani che non vogliono mollare l’osso, delle richieste minatorie di risarcimenti e danni.

Il racket dei giochi non ci sta. Indifferente al fatto che la Raggi è stata votata, perfino da gente come me, proprio in ragione della sua conclamata opposizione alle Olimpiadi, in contrasto con il favore entusiastico e dissennato espresso dal suo competitor. Indifferenti al fatto che se volevano un sindaco che si battesse per la candidatura romana, beh, ce l’avevano eccome, quel Marino che le aveva imposte con un voto del Consiglio comunale, con il no dei 5Stelle e di Pomarici, in qualità di “strenna per i romani”. Indifferenti al fatto che allora era sembrato sufficiente anzi legittimo che la decisione riguardasse solo un’amministrazione locale, mentre ora ha assunto la rilevanza di scelta epocale che pesa sul Paese, compromette la sua credibilità internazionale, che saggiamo ogni giorno come è noto, quando ci viene ricordato che siamo a livello di una espressione geografica, una nazione secondaria, indisciplinata e inaffidabile, governata da camerieri ai quali da un momento all’altro potrebbero essere dati gli otto giorni.

Ma alla sacra alleanza di ludi e cemento interessa poco. C’è da sospettare che non li interessasse nemmeno che Roma vincesse la gara, proprio come a De Coubertin a loro premeva partecipare, imbandire la tavola, iniziare il commercio delle promesse, degli incarichi di studi, smuovere il mercato delle cordate e degli appalti “in vista di….”  e dare occasione al governo per dare vita a altre “riforme”, di quelle che semplificano rendendo più liscia la via delle rendite e delle speculazioni, preparando il terreno per leggine speciali, commissari straordinari e eccezionali deroghe e licenze. Tanto che l’aristocratico distacco ostentato dai manichini fa prevedere che un risarcimento lo esigeranno dai loro attachés del governo.

Però quello è business, è il Mercato, la divinità cui quella pletora di gentlemen impagliati e ingessati ha giurato fedeltà: la loro cieca ubbidienza e i profitti che ne ricavano sono spiegabili.

Lo è meno il coro mesto che si leva a causa della rinuncia. O invece è spiegabile, come lo è stata per anni  la contemplazione ammirata delle gesta dell’unico re d’Italia riconosciuto, dei suoi orologi sopra il polsino e della sua fama di sciupafemmine. Come lo è stata l’indulgenza sorridente per le imprese losche fino al crimine del puttaniere, cui tanti hanno guardato come a un simpatico corsaro. Troppi tra i testimoni del nostro tempo, che però vengono remunerati, ma anche tra le vittime, sono estasiati da bricconi che fanno il baciamano, da carnefici in doppiopetto o maglioncino, da golpisti che cantano ‘o sole mio e fanno i complimenti alle signore, che siano nati signori o lo siano diventati per intrallazzo, ruberia, fidelizzazione al potere. Così si fanno incantare dalle loro buone maniere mentre si scandalizzano per la screanzata del Campidoglio che per una volta ne ha fatta una di giusta.

Per quello al referendum, quello vero, mi auguro che sapremo essere maleducati, molto maleducati.

 

 

 

 

 


Capre e capri … espiatori

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Contro ogni statistica e contro ogni dato scientifico, il vero male del secolo è il vittimismo, un contagio e un’epidemia che hanno colpito soprattutto quelli che stavano meglio, quelli estratti dalla lotteria naturale per nascere dalla parte “giusta” del pianeta  sempre più ingiusta verso l’altra, ma che oggi  vivono con rancorosa frustrazione la perdita di beni e sicurezze, come una punizione iniqua e inattesa, anche se largamente prevedibile.

È che sentirsi oggetto di sopruso, danneggiati da prepotenze, succubi di sopraffazioni, soggetti a persecuzioni, rappresenta il modo più efficace per sentirsi esonerati da responsabilità personali e da colpe collettive,  per autorizzare accidia difensiva, per legittimare sospetto e diffidenza.

Perché, comunque si declini, l’autocommiserazione, l’inclinazione a sentirsi perseguitati sarebbero suscitati, e comunque vengono motivati,  per via di una superiore sensibilità, di un’indole generosa, ingenua ed indifesa, esposta perciò a offese e tradimenti, facilmente vulnerabile da slealtà e meschinità. Quella che, tanto per restare nello spirito dei giorni, fa dire a tanti meglio le bestie degli uomini, che quelle non ti deludono, non ti offendono, non ti sono infedeli. Infatti il vittimismo non può prescindere da una pretesa di innocenza, da una rivendicazione di integrità, con effetti sorprendenti, perché da questo tratto identitario sono caratterizzati poveri  e ricchi, umili ed influenti,  plebei e nobili in ugual maniera, anzi, forse, con maggiore intensità e forza quando a lagnarsi per gli schizzi delle macchine del fango che hanno manovrato fino ad allora, a lamentarsi per inqualificabili critiche, troppo tardive, a dolersi per perdite di consenso immeritato sono proprio potenti e prepotenti, carnefici in pausa pranzo, boia in provvisorio sabbatico o kapò nel pieno delle funzioni che improvvisamente tremano per rischi e sorti pericolanti, che loro stessi hanno prodotto e che potrebbero compromettere la prosecuzione dei loro malefici.

Tanto per fare un esempio, in questi giorni siamo stati afflitti da un accorato appello di  alcune signore francesi, ex ministre, notabili,  figure di spicco della gestione della cosa pubblica sempre più privatizzata, e tra le cui firmatarie si nota l’ingombrante presenza di Madame Lagarde, che, denunciando e chiedendo solidarietà per via di un ignobile caso di molestie, si scagliano contro il sessismo che alligna nella politica e si consuma nei palazzi istituzionali.

Non taceremo più, scrivono, forti della possibilità di gridare lo scandalo da una tribuna  autorevole e influente, che alle normali cittadine è negata, facendo credere così di parlare anche in nostro nome. Ora mi chiedo con quanta svergognata sfrontatezza pensino di testimoniare e rappresentare la condizione di vittime le corree della spoliazione di diritti e garanzie, le complici dell’impoverimento di lavoro e welfare che colpisce prima di tutto e doppiamente le donne e che proprio da quei palazzi  prende le mosse per incrementare prevaricazioni sessiste, per coltivare usi patriarcali, per minare la possibilità di vivere con serena aspettativa la maternità, fino a colpevolizzare decisioni difficili e responsabili, confinandole nell’area oscura della colpa, della vergogna, della clandestinità.

E che dire di un premier e leader di partito, uno spaccone spregiudicato che non è stato finora costretto a sottoporsi a giudizio nemmeno elettorale, un bulletto assoldato nella manovalanza del racket della malavita in doppiopetto, che per sbruffoneria ha tirato troppo la corda volendo trasformare un referendum su una riforma che deforma la rappresentanza in voto su di lui, in desiderabile ma azzardato plebiscito bonapartista  a sostegno della sua persona e del suo governo di accoliti a sua immagine e somiglianza e che ora si compiange e si duole di non essere stato compreso, che altri, i soliti sospetti, gufi, disfattisti, soloni, arcaici costituzionalisti ma anche comitati e comitatini, vogliano usare il pronunciamento proprio a suffragio di ciò che lui stesso ha cercato e favorito fino a ieri, fino a quando ha sentito cedere il terreno sotto i suoi piedi di fanciullo tanto maturo da diventare marcio.

Ai potenti che esigono benevolenza e approvazione guardo con animoso disprezzo. Ma  non nutro comprensione né simpatia per chi sceglie di farsi vittima volontaria, malgrado abbia potuto e possa largamente essere artefice del suo destino, malgrado sia stato correo della sua ma soprattutto dell’altrui disastro personale e collettivo, complice per indifferenza, disinteresse o cointeressenza in lotte, guerre, crociate, colpevole anche solo di averli votati i carnefici, reo di aver dato la preferenza all’ubbidienza, motivata magari da responsabilità  nei confronti di altri, di generazioni a venire che ha così condannato alla stessa consacrazione di succube. Perché non abbiamo il diritto di espropriare chi è vittima davvero anche della solidarietà, dell’aiuto, della compassione che gli sono dovuti, perché chi può esercitare il libero arbitrio anche in condizioni di limitazione dell’autonomia personale e di popolo non deve sentirsi autorizzato a rinunciarvi: la sua abiura colpisce tutti come una punizione collettiva, contribuisce a ridurre aspirazioni, desideri, facoltà di sognare e produrre la proprio utopia.

 


Brigantaggio costituzionale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sta a noi trasformare la minaccia in promessa: se perdo, mi dimetto. Il suo “garante”, il suo proboviro personale, Verdini, ha commentato: se l’ha detto lo farà, lui ci mette la faccia ed è solito mantenere le promesse.

Non so se vi è capitato ultimamente di vedere uno di quei film sulla carriera di giovani teppisti che aspirando a diventare boss della malavita cementano la loro ascesa con reati e delitti, intimidazioni e prepotenze, ma agognano anche a piacere, a riscuotere fidelizzazione sia pure avvelenata dal ricatto e dall’abuso, ad avere consenso a Brooklyn, nell’East End di Londra,  nei paeselli natii, ma perfino alla Magliana.

I suggeritori del romanzo criminale del governo, più acculturati del giovane Arturo Ui, lo devono aver persuaso che la sua ascesa per diventare irresistibile, ha bisogno oltre che dei profitti e del sostegno non disinteressato del personale del racket dei cavolfiori, dell’applicazione dell’istituto del plebiscito, molto caro a chi nell’eterno avvitarsi della storia ha cercato conferme della sua personale svolta bonapartista, indifferente ai mezzi con i quali viene promossa  e autorizzata la sua affermazione autoritaria e repressiva, persuasivi grazie alla propaganda e a una stampa asservita, alla proprietà di mezzi di comunicazione, o garantita dalla coercizione e dalla forza. E infatti, lo stesso piccolo napoleone di Rignano lo rivendica, non si tratterà del pronunciamento su un rimaneggiamento della Carta destinato a valere negli anni, ma di un voto su un governo temporaneamente in carica,  dall’esito manipolato grazie a  una campagna referendaria segnata dall’egemonia incontrastata della compagine di governo, la stessa compromessa in affarismi e maneggi, con le stesse modalità di    una qualsiasi campagna elettorale a favore di una parte politica, e che farà valere la supremazia di chi dispone del potere, complice un’informazione ormai completamente allineata.

I burattinai o i Ghostwriter del premier finalmente liberi dalle limitazioni delle 140 battute, lo avranno ingolosito con i precedenti illustri: quello del 12 novembre 1933 quando il popolo tedesco venne chiamato ad esprimere due voti, contemporanei e distinti, per sì o per no, su due schede, l’una delle quali comprendeva il simbolo della lista dell’unico partito nazionalsocialista, l’altra la domanda rivolta al popolo se esso approvasse la politica del governo del Reich e se fosse pronto a dichiarare essere questa l’espressione dei suoi sentimenti e della sua volontà e a proclamare solennemente la propria adesione. Ancora meglio quello del 19 agosto 1934, dopo che il governo del Reich aveva il 2 agosto riunite le funzioni di presidente del Reich a quelle di cancelliere,  quando i cittadini furono “consultati” per  pronunciarsi per il sì o per il no su quella misura straordinaria ma “necessaria”, proprio come oggi ci vengono a dire che è necessario sostituire la democrazia partecipativa con  un sistema  di oligarchia, per finalità di “efficienza”, semplificazione, e di contrasto all’immobilismo che affligge il Paese.

O quello di De Gaulle, come se il bullo di Rignano fosse  il capo della Resistenza repubblicana che sbarca in Normandia al fatale momento della liberazione per mettere mano a un progetto costituzionale forte del passato e capace di guardare al futuro. Mentre questa “riforma” sciagurata, messa insieme frettolosamente da ignoranti di leggi, indifferenti ai diritti, incompetenti di politica, guarda di più a altre resistenze, quelle di Pacciardi,   Sogno,   Di Lorenzo, Junio Valerio Borghese, Licio Gelli, quelli del partito trasversale delle logge, dei golpe, delle trame, aiutati dai tanti che negli anni hanno cercato di mettere mano alla Costituzione e alla democrazia per adattarne principi e valori in favore  di governi e “personalità” grazie a bicamerali, commissioni di “saggi”, comitati e comitatini.

Se ne faccia una ragione, le svolte bonapartiste mostravano ai cittadini visioni, magari aberranti, contesti ideali, magari deplorevoli, ma che parlavano di interessi, di bisogni, di desideri. La sua è una prospettiva limitata a scegliere: o lui, o lui. In modo da colloquiare con la paura miserabile dell’ignoto, che pare abbia contagiato quelli che temono l’ideologia, soprattutto quella dell’alternativa, quella dell’utopia e quella della responsabilità, come se non puzzasse di più il quadro distopico che ispira un governo che attribuisce le sue perversioni a una Carta ingestibile, a un ceto tecnocratico che vuole razionalizzare il processo di occupazione dei posti strategici, grazie  all’accentramento a favore del potere centrale e a danno delle Regioni e, nello Stato, a favore dell’esecutivo a danno dei cittadini e della loro rappresentanza parlamentare, proprio quando è svanita la sua sovranità in virtù del trasferimento di competenze strategiche (pace, guerra, sicurezza, giustizia, economia) a poteri privati, opachi e irresponsabili. E che si vuole avvalere di una forma d’investitura popolare nella quale le elezioni vengono retrocesse da  pronunciamento per eleggere il Parlamento, a liturgia officiata per scegliere e investire un governo e il suo Capo.

Non siamo ben messi, da una parte i teppisti promossi da boss, dall’altra ragazzi disorientati da una spaesante elaborazione del lutto. È proprio ora di riprendersi la volontà e subito. A cominciare dal 17 aprile, non dando ragione a chi va al mare, quello che dovrebbero andare all’urna per cercare di proteggerlo, in nome della vanità di un referendum che verrà disatteso come quello dell’acqua (tradito platealmente a Arezzo, dove comitati di cittadini che avevano reso operativa l’abrogazione della “remunerazione del capitale investito” pagando dolo il dovuto, autoriducendo la bolletta, si sono visti tagliare i tubi), o che penalizzerebbe un’occupazione (limitata e lesiva dei principi di sicurezza e precauzione, numericamente imprecisata, senza dire che  le concessioni oggi attive scadranno tra il 2017 e il 2034 e che non sono messe in discussione le attività di manutenzione né, ovviamente, quelle di smantellamento e ripristino ambientale), o che sarebbe, e questa è l’obiezione più infame, già ampiamente superato per via delle norme contenute nella Legge di Stabilità (quando 9 delle 44 concessioni che riguardano la produzione di gas in quattro regioni: Emilia Romagna, Veneto, Abruzzo e Marche,  già scadute a fine 2015, alcune da mesi, altre da anni, addirittura dal 2009, e una volta presentata – senza ricevere risposta – la richiesta di proroga al Ministero della Guidi,  hanno continuato indisturbati a tenere in piedi le piattaforme e a operare).

Ha detto proprio ieri che la campagna elettorale lo attizza, accontentiamolo rendendola più eccitante, facciamola anche noi.


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