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Cattivi maestri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non è stato facile in questi anni  offrire appoggio “sociale” a una categoria che non godeva di buona stampa. E dire che si trattava di lavoratori cui era affidato l’incarico più sensibile e delicato tra tutti, quello di accompagnare le nuove generazioni nel futuro, equipaggiandole del necessario perché talenti e aspettative potessero esprimersi e realizzarsi.

La letteratura sulla loro indole  parassitaria è stata accuratamente nutrita da un repertorio, ma non del tutto creato ad arte, di stereotipi: troppo mesi di vacanza, troppa gente che interpretava la docenza come   una scelta obbligata dopo che vocazioni e aspettative erano state frustrate, e poi troppe donne che così coniugavano gli obblighi famigliari col posto sicuro inanellando permessi, maternità, allattamenti, malattie dei pargoli, per non parlare del mercato nero delle ripetizioni, della preparazione carente e inadeguata alle nuove sfide della modernità.

Lo scopo evidente era quello di  minarne la reputazione per contribuire così alla demolizione della scuola pubblica. E basta considerare come stia concorrendo all’accreditamento e alla sostituzione della istruzione statale  con  quella privata l’incapacità dimostrata in otto mesi di fronteggiare una emergenza, giustificata dalle scelte del passato, impiegate come alibi da tutto il ceto dirigente  di tutti tempi, con scelte insensate e investimenti che fanno sospettare interessi opachi, con una comunicazione confusa e un rimpallo di colpe e responsabilità che hanno persuaso i genitori a investire in alternative apparentemente più efficienti e gli insegnanti a cercarsi collocazioni più sicure e remunerative.

La stessa cosa  si è verificata per il personale sanitario, oggi temporaneamente promosso al rango  esercito di eroi,  prima penalizzato da remunerazioni indegne, turni massacranti, carriere sottoposte a percorsi arbitrari, disagi legati ai tagli alle risorse destinate al settore, tutti accorgimenti studiati a tavolino per promuovere cliniche e clinici extra moenia e Stato, compresi gli obiettori a intermittenza, baciapile in ospedale e  mercanti in clinica.

Anche di loro si denunciavano, ed era legittimo, l’indifferenza al dolore come agli obblighi deontologici, certi aspetti dichiaratamente mercenari, gli errori dovuti a disattenzione o scarsa competenza, perché è più facile e immediato prendersela con un obiettivo vicino e identificabile piuttosto che con la lenta inesorabile morte delle università, con la consegna di ricerca e sperimentazione a enti  in carico alle case farmaceutiche, con stipendi umilianti e con l’applicazione  feroce  della morigerata austerità.

L’impresa ai difendere certe categorie era stata ardua, quella dei docenti in particolare.

È impervio stare dalla parte di una corporazione in conflitto con i suoi stessi interesse e la propria dignità, che si lascia imporre la “buona scuola” dopo anni di progressivo smantellamento dell’istituzione e del proprio incarico, che si dimostra obbediente all’imperativo di trasmettere valori sempre meno civili e culturali e sempre commerciali, per realizzare la distopia di una istruzione rivolta a formare generazioni di esecutori concentrati in una attività specialistica.

Proprio quella, che nelle attuali circostanze subisce le irrazionali imposizioni che si accaniscono contro docenti, alunni e famiglia, costretti a barcamenarsi nell’autoscontro tra banchi a rotelle di stabili insicuri promossi grazie a estemporanee sanificazioni, dove turnazioni scriteriate sostituiscono le necessarie assunzioni.

Una categoria la loro, autoreferenziale e poco partecipe di lotte comuni per il lavoro, il territorio, per un sapere  e una conoscenza che non sia solo al servizio  del mercato, del profitto e dell’esplicarsi delle qualità necessarie ad affermarsi come “classe dirigente”: competitività, arroganze, ambizione, spregiudicatezza.

A salvare l’immagine è stato qualche buon Maestro, spesso arruolato tra i Cattivi, figure ribelli o solo responsabili in una zona grigia, e molti soldatini che nei mesi della didattica a distanza si sono prodigati con inventiva e spirito di iniziativa e pure sacrificio economico, quando la banda larga e la digitalizzazione sono le radiose visioni delle Leopolde e delle task force di Arcuri e Colao.

Beh adesso è più difficile ancora, da quando gli insegnanti – sociologi, professionisti della percezione, statistici ci hanno fatto sapere essere lo zoccolo duro del riformismo sciacallo che ha devastato scuola e università, Berlinguer peggio della Moratti, Fedeli alla pari con Gelmini,  e lo si riscontra nei social,  interpretano con vigore e determinazione un risentito disappunto, fino all’anatema, nei confronti di altre categorie, cui riservano un altezzoso disprezzo per via dell’inferiorità culturale, accanendosi contro gli osti ma non contro Cracco, di una certa tendenza alla trasgressione in materia fiscale, rimuovendo pudicamente le profittevoli ripetizioni in nero, dell’indole venale, che pare colpisca malignamente quelli che non hanno uno stipendio sicuro.   

E d’altra parte è questo il principale successo degli autori dello stato di eccezione, l’incremento delle differenze, delle disuguaglianze  e delle gerarchie di chi ha diritto di stare al riparo e chi l’obbligo di esporsi, di chi ha doveri e chi si accontenta dell’unico diritto alla salute, retrocesso a sopravvivenza. E anche in quel caso c’è chi si merita la sopravvivenza con il pane garantito e chi invece, per aver omesso la ricevuta fiscale, per non aver fatto lo scontrino, non avere regolarizzato il cameriere bengalese o la commessa filippina, deve tacere e ringraziare il cielo se gli arriva, con comodo, qualche elemosina.

Si è formata così una forte e convinta “opposizione” ai virulenti moti di piazza, ai tumulti e alle indisciplinate sommosse sia pure con mascherina, subito arruolate a forza nelle compagini del Pappalardo, immediatamente catalogati come negazionisti, che solo per l’abuso sconsiderato del termine meriterebbero il licenziamento della scuola dell’obbligo.

Pare che chi non appartiene a ceti culturalmente e socialmente superiori, non possa investirsi dell’autorità morale e civile di difendersi e di farsi così carico di altri che patiscono  gli effetti di politiche scellerate di ieri e di oggi. E che per garantire l’ordine sanitario sia necessario riporre in attesa di tempi migliori anche l’articolo 17 della Costituzione, che sancisce il diritto di manifestare pubblicamente.

Da mesi sarebbe dimostrato che l’obbedienza è una virtù e farsene carico sono perfino quelli che in classe agli alunni avranno letto il priore di Barbiana, che la critica è un vizio che va represso per via dei pericoli di contagio,  che l’opposizione va sospesa ragionevolmente quando non può essere riconosciuta solo a Salvini e Meloni, in modo da ridurla a barzelletta oscena.

E quindi che anche la partecipazione democratica (l’abbiamo potuto esercitare solo per il referendum e le elezioni che avevano magicamente contenuto la drammatica “curva” dei positivi ) va obbligatoriamente interrotta per prodigarsi in favore del governo e dei suoi ministri alle prese con l’apocalisse.

Se è stupido  un governo che spende i soldi in bonus per biciclette e monopattini ma non potenzia i trasporti pubblici, non saranno stupidi i governati che si menano tra loro invece di costituire un blocco sociale forte e unito di sfruttati, umiliati ma non arresi? 


Arancio meccanico

pappaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dovessimo giudicare lo stato e la tenuta di una democrazia dalle sue piazze, non ci sarebbe da stare allegri.

Personalmente nutro analogo fastidio per l’arruffapopolo ex militare cacciato dall’Esercito, passato attraverso le più squallide formazioni della “scontentezza”, pallida macchietta di Tejero più che di Pinochet, che per il piccolo arrivista senza né arte né parte se non quella in commedia sotto l’ala  protettrice di Prodi e dei petrolieri, che alterna pensose e troppo brevi  pause di riflessione con l’entusiastica militanza elettorale nell’area progressista, con la stessa aspettativa, un posto al sole, una poltrona, un reddito, l’unico ormai sicuro, sapendoci fare.

Certo l’uno schiamazza e articola grugniti bestiali con Casa Pound, né più né meno di acuti opinionisti o accreditati direttori di telegiornali che li hanno voluti accanto per dialogare in nome del pluralismo, certo l’uno ha dato vita a una calca incompatibile con l’emergenza ancora in corso, nè più né meno  di un pericoloso assembramento di autorità a accogliere festante  la connazionale infine liberata.

Ma diciamo la verità a suscitare biasimo nella pubblica opinione non è tanto la  performance di un attempato aspirante golpista, ex tutto dal Psdi ai forconi, nemmeno l’ostentazione ribellista contro le regole imposte dallo stato di eccezione, equiparata ai vergognosi rave, ai deplorevoli apericena ai Navigli, alle deprecabili grigliate in terrazza condominiale. E probabilmente nemmeno l’alzata di scudi contro il Governo, unanimemente considerato il migliore caduto dal cielo per la gestione dell’emergenza, meno che mai l’odio antistatalista, che aveva rappresentato fino a ieri il sentimento comune, consolidato la convinzione che si trattasse di un padre padrone, inefficiente, forte coi deboli e debole coi forti,  ridotto a erogatore di aiuti generosi ai ricchi e spietati e di assistenza pezzente ai parassiti.

No, è che ai generatori meccanici di indicatori della pubblica percezione, un ceto che conserva ancora qualche sicurezza, più o meno acculturato, grazie al succedersi di riforme perverse della scuola e dell’Università, più o meno informato, grazie a una stampa che via via si è ridotta all’Unico Grande Giornale degli italiani,   più o meno posseduto dal mito del progresso, malgrado qualche tentennamento recente, ammesso che si sia accorto della qualità modesta della nostra comunità scientifica, ecco a quel ceto che rivendica una superiorità sociale, culturale e morale, proprio non gli stanno bene queste piazze cialtrone, ignoranti, belluine che non conoscono il bon ton e le regole dell’educazione.

A ben guardare non gradiscono nemmeno altre piazze che dovrebbero invece appartenere alla loro formazione di cittadini probi, a giudicare dalla indifferenza, quando non riprovazione riservata alle manifestazioni di lavoratori in lotta, di immigrati irriconoscenti degli sforzi per introdurre il caporalato di governo, di No Tav o No Triv, retrocessi a molesti disfattisti che ostacolano sviluppo e lavoro avviato dei cantieri a beneficio di giovani altrimenti pigramente inoccupati.

Non hanno ricevuto il minimo sindacale di solidarietà dai reclusi del divano davanti a Netflix, nemmeno le manifestazioni e gli scioperi dei primi di marzo quando gli addetti costretti ad esporsi alla pestilenza hanno reclamato per ottenere dispositivi e misure di sicurezza.

E d’altra parte nessuno ha pensato di ricorrere agli strumenti messi a disposizione dalle democrazia per impugnare quei decreti di ordine pubblico che si sono susseguiti negli anni, che limitano il diritto di esprimere dissenso in nome del decoro alla pari  del contrasto a violenza insurrezionale e terrorismo, ancora pienamente vigenti e oggi rafforzati in virtù della crisi sanitaria che esige unità e coesione intorno all’esecutivo e ai suoi consiglieri speciali autorizzati a aggirare il controllo parlamentare.

Eh si, le uniche piazze legittimate sono  quelle in favore di governo e qualche governatore, che poi quelli che oggi non riscuotono consenso, sono comunque ammessi a restare al loro posto, oggetto al più di garbata satira, così come gli appelli degli intellettuali, primo caso in assoluto salvo lontane rimembranze che riecheggiano oggetto immediato di anatema.

Vige la pretesa di innocenza, così nessuno si assume la responsabilità di ammettere che piazze e critica sono stata consegnate nelle grinfie di innominabili, che ormai la Repubblica nata dalle resistenza e fondata sul lavoro ha perso il diritto di parola, salvo una, il si, pronunciato in segno di accettazione e fedeltà a un “potere” superiore allo Stato nazionale, che ci offre a caro prezzo la sua carità pelosa  inadeguata, come il Recovery Fund, il cui continuo rinvio conferma l’inconsistenza, per imporci come fatale il Mes, il rimborso senza sconti e i conti ingenti dei tagli della spesa pubblica e degli investimenti  sociali, della privatizzazioni dei servizi pubblici con relativi licenziamenti, delle imposte su patrimonio e immobili, della piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali, di una profonda e radicale revisione del sistema di contrattazione collettiva nazionale nel quadro di un contesto di riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali.

Nessuno dichiara la sua complicità nell’aver permesso che l’ideologia e la pratica neoliberista sconvolgessero il sistema di classe, senza abbatterlo, confondendo i confini delle geografie: proletari, piccola borghesia, segmenti sociali attivi nei settori produttivi e nella pubblica amministrazione sono stati persuasi, dopo la demolizione degli apparati politici e sindacali, della bontà di arruolarsi nell’esercito padronale, per poter godere del rancio e della paga del soldato.  Sono loro che dettano gli slogan del “buonsenso comune” nella piazza virtuale, per condannare alla marginalità, senza parole e senza diritti di cittadinanza, il popolo bue, ignorante, rozzo, rispetto al quale si ha l’opportunità di sentirsi superiori.

In attesa dell’assalto ai forni,  a mobilitarsi sono i ceti medi impoveriti, i piccoli imprenditori, i commercianti, i bottegai, oggetto di generalizzato disprezzo, assimilati a quella maggioranza silenziosa che ci ha consegnato a Berlusconi, mentre l’edificante proposta alternativa era l’avvicendamento di Prodi, D’Alema, Amato, Monti, bersaglio di schizzinosa condanna in quanto vittime predisposte del contagio del populismo e del sovranismo, in quanto restie all’approvazione suicida delle politiche razionali e severe dei tecnici e poco inclini a sentirsi rappresentati nella celebrazione del grande centro, tra destra e diversamente destra progressista, che prevede la gestione “neutrale” e concordata degli affari pubblici.

Vedrete come finiremo per aver perseguito la loro colpevolizzazione tramite ostracismo sociale e culturale, quando gli affamati faranno giustizia di chi pensa di poter conservare pane e denti, ma è già condannato a perdere entrambi avendo rinunciato alla consapevolezza e alla lotta.

Non ci fossero i gilet arancione, dovrebbero inventarli:  si deve a loro l’opportunità di assimilare ogni forma critica e di opposizione alla gestione della crisi sanitaria e di quella economica alle loro formazioni, di condannare ogni legittimo dissenso al silenzio della mascherina sulla bocca e sugli occhi.

 


Pesce d’aprile o pesce in barile

fis Anna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se sono solo di frutto di fantasia le voci di corridoio che sussurrano come dopo il pistolotto di Rula Jebreal a Sanremo si starebbe negoziando una comparsata del fondatore della sardine, Santori.

Diciamo la verità, la sua presenza avrebbe un’autorevolezza superiore perfino a quella della giornalista che pure annovera nel suo passato una relazione d’amore con l’ex Pink Floyd Roger Waters, per via della competenza musicale che l’idolatrato piccolo imperatore delle piazze ha maturata nell’organizzazione del concerto di sostegno alla campagna elettorale del Pd in Emilia, al quale parteciperanno, come lui stesso ha trionfalmente annunciato,  i Subsonica, gli Afterhours e altri, che ci auguriamo non saranno costretti a intonare l’inno del movimento: “6000 (siamo una voce)” che recita “In questi giorni di politici né carne né pesce tutti cambiano partiti come cambiano scarpe. Papà Mameli ci voleva desti, un po’ in ritardo, ma adesso siamo svegli! Siamo Sardine e siamo tante. Siamo formiche col passo d’elefante. Siamo l’Italia che si sta svegliando. Guarda le piazze: stiamo arrivando!”.

Ma intanto, sempre a proposito di colonne sonore,  il simpatico giovanotto ci ha tenuto a sottolineare che le sardine avevano già scelto la loro canzone guida: “Come è profondo il mare” di Dalla, ma che poi la piazza invece li ha superati a sinistra cantando Bella ciao.  E i capi, senza il timore di essere tacciati di populismo pop, l’avrebbero assecondata benevolmente: perché, è sempre Santori, un fan degli ossimori,  a fare outing: “Io sono un “moderato di sinistra” ma le Sardine no, nel momento in cui raccogliamo consenso trasversale. La componente più forte del movimento è progressista, ma non lo possiamo definire ufficialmente di sinistra“.

E’ stata una benigna concessione, quella che ha permesso alle piazze di cantare Bella Ciao, ma, ha ribadito più volte,  il movimento “spontaneo” ha  bisogno invece per crescere di disciplina, di autorità riconosciuta  nelle figure che ne incarnano la leadership autonominatasi, e che, sono le sue parole, “prima di insegnare bisogna fare silenzio”, ma non il suo,  se invece reclama l’imposizione di regole, quelle che devono servire all’affermazione della buona politica – come un Veltroni qualsiasi –  quella  con la P maiuscola che consiste nel “delegare qualcuno che è competente e affronta temi complessi”. Insomma  quella  della rivoluzione pacifica e educata che ha come primo obiettivo, propagandato anche in musica con le bande del 19 gennaio, una settimana prima del voto,  battere la candidata leghista in lizza in Emilia Romagna  sullo stesso terreno, quello del federalismo che Bonaccini chiama   pudicamente necessaria autonomia mentre la Bergonzoni lo rivendica sgangheratamente come riscatto secessionista, ma che poi è proprio la stessa cosa  tenersi parte degli introiti fiscali, favorire il passaggio dei servizi ai privati, penalizzare le regioni “fardello” del Sud chiudendo gli occhi indulgenti sulle proprie evasioni locali, consolidare le suole “paritarie” e le università come propedeutiche al lavoro flessibile, impoverendole della loro funzione formativa e pedagogica.

E che guarda con trepida attesa all’altra rivoluzione pacifica, quella del Pd di Zingaretti, l’unico partito che “ha dato retta alle sardine”, come si può osservare dalla determinazione messa nel cancellare le infami misure del nemico n.1.

Se invece poi non ci avesse  pensato, ci sarebbe da suggerire alla Rai di aggiudicarsi la presenza di un così prestigioso influencer, a dimostrazione che, contro quello che in troppi abbiamo affermato alla sua irruzione sulla scena della politica spettacolo, che cioè incarnasse un vuoto di idee, pensieri, valori,  si tratta invece  dell’elemento di coagulo, nelle piazze benpensanti, dei principi del politicamente corretto che ha coperto il massacro sociale al servizio delle oligarchie dominanti.

Tanto è vero che la loro citazione di quella desiderabile nonviolenza, che andrebbe inserita come ingrediente primario nelle ricette del confronto politico,  inteso come negoziato e contrattazione tra i bisogni della classe meno disagiata  che vive qualche rimasuglio di benessere  e i poteri, reclama la fine dell’unico conflitto che fa paura, quello di classe.

Sarebbe un  palcoscenico appropriato il festival canoro, per quel “pieno” moderatamente di sinistra di quei ragazzi dell’età di Giorgiana Masi, di Walter Rossi, oggi vezzeggiati da quelli che hanno preferito dimenticare chi sono stati o che forse non sono mai stati come dicevano di essere, quel “pieno” di chi accomuna nella repulsione per Salvini largamente condivisibile, il disprezzo per chi sta sotto e che non condivide la loro adesione entusiastica alla visione (che unisce Lega, Pd, Forza Italia, Meloni)  neoliberista, mercatista e privatizzatrice, che corre festosa nel ventre europeo sulle rotaie dell’alta velocità, dentro ai tunnel cadenti d’Italia, sui motorini dei pony di Foodora e JustEat, dentro al cosmopolitismo del turismo, dell’Erasmus, e della cucina fusion che offre opportunità i reduci dai master acchiappacitrulli come lavapiatti a Londra o “volontari” all’Expo o a Eataly trasmessa per via dinastica.

Chissà se qualcuno in quelle  piazze si è accorto che era uno scherzo, un pesce d’aprile o un pesce in barile, quando nessuno ha chiamato a raccolta per quell’effetto del succedersi di decreti sicurezza che si chiama “Dosio in carcere” per il reato di opposizione, o contro i crimini della potenza militare che ha colonizzato anche il loro immaginario, pure quelli ampiamente deplorati e messi al bando dalla Carta costituzionale.

Eppure la loro pretesa di innocenza che per opinionisti innamorati rappresenta la loro cifra, la non “compromissione”  cioè “di chi non porta le (tante) colpe di chi in questo ventennio ha assunto ruoli e funzioni politiche”, non li esonera certo dalla responsabilità per il presente e il futuro.

Sono quelle le  responsabilità che sentono invece tanti  che senza tribune, interviste, presenze televisive,  che non hanno i mezzi potenti e gli appoggi necessari a organizzare concertoni che hanno il loro discutibile precedente nelle celebrazioni del Primo Maggio alla memoria dei valori e delle conquiste del lavoro, magari ecumenicamente insieme a Confindustria, rave, adunate, ma che lavorano invece con la controinformazione per far circolare la volontà dei cittadini a partecipare ai processi decisionali che interessano i loro territori, quelli che si battono contro la Tav, le trivelle, le militarizzazioni di intere aree delle loro regioni, per il diritto alla casa, perché Sigonella e Aviano non siano le servitù che dobbiamo a quello che ancora vorrebbe essere il padrone e il guardiano del mondo, alle organizzazioni di terremotati e volontari che da tre anni vivono la vergogna infamante del dopo sisma, di quelli che hanno capito che il razzismo – quello contro gli stranieri e contro il terzo mondo interno – è una declinazione del totalitarismo, come l’imperialismo, il colonialismo, la xenofobia. Che hanno capito che  non basta detronizzare uno scellerato se non si contrasta il reame e il suo sistema, anche quando assume fattezze più accettabili, ma ne applica le stesse regole, le stesse misure, stringe gli stessi patti osceni nell’inferno libico con despoti e tiranni.

Qualcuno degli entusiasti del fan club ha scritto che “è sempre più evidente che non sono più gli adulti a trasmettere ai giovani saperi, esperienze, conoscenze, competenze, aspirazioni. Ormai la cultura non è più esclusivamente discendente, dai genitori ai figli, ma è in buona parte ascendente, dai figli ai genitori”. Una teoria che assomiglia tanto alla infatuazione delle croniste “fashion victim” e dei sociologi un tanto al metro per Mary Quant, per il look di Carnaby Street, insomma per la moda che a loro dire veniva dalla strada, per le trovate ispirate agli stilisti dagli outfit della ragazze che mettevano insieme gli abiti di mamma, l’usato militare, le pellicce sintetiche e quelle delle star incantevolmente tarmate.

E infatti si parlava di moda. E   di moda si parla anche in questo caso, e la moda è una cosa seria perché muove capitali, però non smuove invece il capitalismo e non vuole nemmeno lontanamente insidiarne l’egemonia e nemmeno il prestigio, semmai aggiungerci qualcosa che lo rafforzi come l’auspicata “democrazia digitale” in sostituzione futurista di quella reale, in fondo al cassetto dei sogni.

Ma non c’è da stupirsi: «Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero» hanno rivendicato i leader nel loro manifesto così glamour, che non annovera tra i pericoli ingiustizia e iniquità, catalogati come adolescenti ancorché trentenni, in corsa verso il domani, e che amano “le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”.

E dire che per anni abbiamo pensato che era da combattere quella pretesa normalità artificiale che omologava, spingendo a una uguaglianza verso il basso: tutti più poveri salvo pochi, tutti più umiliati salvo gli eletti, tutti più servi salvo i padroni, tutti più rinunciatari senza nemmeno il desiderio e l’attesa dell’utopia.

 

 

 

 


Gioventù bollita

den Anna Lombroso per il Simplicissimus

In questi giorni intrisi di spirito natalizio ha avuto successo su Facebook un post che concludeva con la frase “Io ho un’enorme fiducia nelle prossime generazioni, non so voi”, l’ennesima analisi del fenomeno Salvini definito “la Ferragni del disagio”, per dimostrare la superiorità dei fanciulli che su Tik Tok, nella percentuale incoraggiante del 99%, sbeffeggiano le performance del leader della Lega che si esibisce in Jingle Bells  o ballando sulle note di Dance Monkey.

Pare che questo accerti che mentre gli adulti non comprendono la vera natura del personaggio, icona di una plebaglia ignorante e risentita ancorchè “matura”, i ragazzini “ci riescono benissimo”, perché, cito, “hanno vissuto in un mondo nuovo, sono abituati ad accettare la diversità, a non considerarla neppure tale. Per loro un omosessuale, un africano, un orientale, non rappresenta una  minaccia alle proprie tradizioni,  è il compagno di banco con cui parlano tutti i giorni”, mentre “Salvini, in tutto questo, è un intruso, un corpo estraneo, un virus che non riesce ad attecchire”.

Non mi soffermo nemmeno a ricordare che dopo più di 100 anni dalla morte di Oscar Wilde, altro abusato alla stregua di Bukowski e dei gatti, sarebbe ora di aggiornare la sua famosa frase, parlate male di me purché ne parliate: sarebbe un bene per tutti se i Mattei come molte altre icone negative della nostra contemporaneità, venissero condannate al cono d’ombra, punizione che temono più dei risultati elettorali da tempo poco influenti rispetto ai like e pure alle invettive, grazie a leggi elettorali largamente truccate e che non riescono ami a toglierli di mezzo, proprio per via della popolarità che viene loro regalata a costo zero.

E nemmeno perdo tempo a ripetere che ormai le modalità e i contenuti della vulgata antipopulista siano paradossalmente  populisti, se si vuole intendere la condanna di convinzioni e istinti primordiali suscitati ad arte per ottenere consensi ed appoggio, mossi dalla paura, dalla diffidenza e dalla riprovazione per chi è diverso, dunque inferiore, poco acculturato e molto volgare, superstizioso tanto da aspettarsi la salvezza dall’alto, pure dai marziani anziché da se stesso, residenti di geografie marginali e inquietanti, che si riconoscono e si ritrovano, ma pensa un po’, nelle piazze e nelle strade più che nelle idee, ormai superflue se non negative, assimilabili come sono alle ideologie.

E infatti se quelli di Forza Italia mettevano a disposizione i loro cuori pieni di sacro fuoco per combattere i comunisti, i bravi ragazzi a disposizione pure loro del  Bonaccini che vuole la stessa autonomia secessionista di Maroni e Zaia, radunano i benpensanti, quelli per cui vale la promessa di un posto nel regno dei cieli per via della conclamata buona volontà, in uno spazio comune dove  ritrovarsi senza l’ingombro degli ideali della ribellione e della passione civile, della critica e dell’antagonismo, salvo quello sviluppato contro un cialtrone che è diventato l’unica dimostrazione della loro esistenza in vita di antifascisti.

Invece mi voglio soffermare alla cambiale in bianco offerta ai giovani, in forma di delega di chi dopo innumerevoli insuccessi generazionali, causati da impotenza, accidia, ignavia e altri svariati peccati più o meno mortali per l’anima e la democrazia, o di incarico di eseguire i compiti inevasi di tante innocenze perdute.

Era Tolstoj che affermava che nessuno è più conservatore dei giovani, che vogliono ottenere in regalo o in eredità anticipata le conquiste dei padri, che aspirano a beni e successi immediati nella convinzione di averli meritati alla nascita.

Verrebbe da dargli ragione a vedere la buona riuscita della rottura degli antichi patti generazionali, quando i figli e i nipoti, come fossero un Monti o una Fornero qualsiasi, rinfacciano a genitori e nonni di avere vissuto sopra le loro possibilità, di avere dissipato come cicale quando si sono sudati invece di trasmetterlo in tempo reale.

Verrebbe da dargli ragione se non c’è traccia, in tante piazze di ragazzi convinti di appartenere  ancora ad una borghesia progressista, ancora dotata di un buon capitale in beni, fortuna, privilegi e cultura, della volontà di riprendersi diritti e conquiste per le quali hanno lottato le generazioni precedenti, quelli del lavoro, di un tetto, all’istruzione, al riscatto di minoranze che oggi dovrebbero accontentarsi di prerogative di superficie, del minimo sindacale dei riconoscimenti offerti come concessioni benevole.

Verrebbe da dargli ragione, se questi -qualcuno a sua insaputa, altri convintamente accucciati nella loro tana ancora tiepida – più o meno tutti appartenenti alla coalizione sociale neoliberale,  ben incarnata dal Pd ma anche dalla Lega,  uniti nel sostegno alla remissione delle protezioni sociali, alla competizione feroce e all’ambizione smodata come veicoli di affermazione, alla mercatizzazione di beni e individui,  all’indebolimento delle protezioni, si accontentano di elargizioni, di licenze al posto della libertà, quella ad esempio di gestire i propri tempi di schiavi dei lavoretti precari, quella di non avere un interlocutore/padrone ma un referente virtuale non meno spietato che lascia loro l’autorizzazione a scegliere il percorso delle consegne di Foodora o la gratificazione di fare i “volontari” all’Expo, o i cottimisti a Eataly. C’è poco da dire, noi adulti saremo invidiosi, ma loro sono proprio posseduti dalla cultura dell’accontentarsi  del male minore, dimentichi che si tratta comunque dei un male.

È che le generalizzazioni nuocciono alla verità. È improbabile che i liceali che condannano alla marginali, perfino al suicidio, con atti di bullismo o con lo scherno in rete o con la violazione della privacy, detenuta in regime di esclusiva solo dai potenti, i compagni e le compagne di scuola, colpevoli di essere ingenuamente esibizionisti, neri, gialli o omosessuali, siano cinquantenni sotto copertura.

Anche se a volte le generalizzazioni sarebbero opportune in modo da dimostrare che non c’è poi gran differenza tra i leghisti di Codigoro che rifiutano l’ospitalità alle immigrate, gli abitanti stagionali dell’Atene dell’Argentario che temono vengano turbate le loro permanenze stagionali, per lo stesso motivo, i residenti di quartieri periferici che si sono aggiudicati con fatica o con un mutuo che li strangola  un alloggio e che temono venga svalutato dalla molesta presenza degli stranieri, proprio come in Alabama, così come quella tra le leggi di Bossi e Fini, che nessuno ha mai impugnato, di Turco e Napolitano, di Minniti e quella a firma di Salvini, o tra gli Spar aperti e quelli in via di chiusura dei quali si impone la proroga pena la cacciata per strada di donne e bambini.  Eh si, servirebbe proprio un gioco da Settimana Enigmistica per vedere le differenze tra  la deplorevole destra, conservatrice sul piano dei costumi ma liberista sul piano economico, o il cosiddetto centro-sinistra, progressista nello smercio a poco prezzo di valori e ideali, ma altrettanto  liberista sul piano economico, e che in nome dell’ antiberlusconismo ha messo in atto tutte le politiche che hanno portato il Paese alla rovina.

Non so voi, ma io non ho fiducia in una generazione, non ho fiducia in un genere, non ho fiducia in una categoria professionale, nemmeno in un popolo, ma in persone, donne uomini, vecchi, giovani, adulti che conservano le visioni e le aspettative dei ragazzi e ragazzi che coltivano la saggezza degli anziani e che vogliono riprendersi le scelte e le decisioni dalle quali dipendono le loro esistenze e la loro libertà.

 

 

 


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