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La sindrome del ristorante cinese

C_54_eventoCorrelato_2659_img_articoloLa paradossale discussione sullo ius soli che sembra affondare le sue radici in una cultura ancora sostanzialmente razzista per cui è il cosiddetto “sangue” ciò che conta, anche se non può essere apertaemente rivelato, offre molti e curiosi spunti per individuare le concrezioni in cui la xenofobia esce alla luce, magari a seguito di interessi spiccioli e tuttavia forse meno miserabili dei concetti arcaici a cui si appiglia. Tra i tantissimi sintomi di un’estraneità e forse una delle più curiose è la famosa “sindrome del ristorante cinese”, una scoperta relativamente recente, risalente alla diffusione delle cucine asiatiche che ha cercato di dare una spiegazione ai casi, peraltro  rari e forse numericamente inferiori alle corse da frutti di mare nei locali nostrani, di improvvise corse al bagno dopo gli involtini primavera o la zuppa alla pechinese.

Tale fenomeno con contorno inevitabile di mal di testa, malessere generale, orticaria  e un’altra enigmatica panoplia di sintomi a testimonianza inoppugnabile della stranezza e della pericolosità della cucina orientale, ha trovato subito – in mancanza di altre plausibili ragioni specifiche che non avrebbero potuto gettare un sospetto a 360 gradi – un colpevole nell’innocente glutammato di sodio che come si sa dalla Tailandia al Giappone viene usato come insaporitore, permettendo tra l’altro di usare molto meno sale. Naturalmente si tratta di una favola, smentita da tutti gli studi scientifici e confermata empiricamente dal che la popolazione giapponese che ne fa maggiore uso è anche la più longeva del mondo, ma è una favola davvero strana visto che in tutto l’occidente già da un secolo si usavano comunemente dosi massicce di glutammato di sodio ovvero quello contenuto nei dadi da brodo inventati nella loro forma nobile da von Liebig con il suo estratto di carne, ma realizzati nella loro forma moderna di base trent’anni dopo (1880) dallo svizzero Julius Maggi. Per la verità anche prima c’erano stati tentativi di produrre cose simili: ne parla anche Casanova e di certo fu fatto in tentativo diciamo così più scientifico e industriale sotto Napoleone che aveva necessità di rifornire facilmente le truppe.

L’imperatore si affidò per la bisogna a Parmentier, quello delle patate, che tuttavia non riuscì a concludere gran che. Ma la sostanza è che dalla fine dell’Ottocento, prima nella ristorazione e poi nelle case il dado da brodo con il suo 5 o 10 percento di glutammato più quantità massicce di sale per la conservazione, l’ha fatta da padrone e per le medesime ragioni per cui in oriente si usa il glutammato: fornisce ai cibi quell’ “umami” che costituisce il quinto gusto. Forse è per questo che molti, decisi tuttavia a portarsi questo orrendo segreto nella tomba, preferiscono il brodo di dado a quello vero, nonostante la diversa complessità di gusto di quest’ultimo ed è la ragione per cui in Emilia il brodo viene spesso fatto utilizzando anche croste di parmigiano che com’è noto è l’ umami italiano. Tuttavia, nonostante l’uso di massa  non c’è mai stata una sindrome di Liebig o di Maggi o del dado. Essa invece si è manifestata quando interessi di categoria si sono saldati a ostilità ancestrali attraverso una vera e propria invenzione, dimostrata tale anche se ancora accennata dai cialtroni e dagli scalzacani incompetenti che hanno occupato, manu mediatica, anche la nobile arte della cucina.

Si trattava anche di arginare, attraverso i sospetti facilmente creati dal nascente neo salutismo gestito dalle lobby, la curiosità nei confronti del diverso, facendo prevalere il lato oscuro  e mettendo in campo i malesseri come punizione divina per aver osato tradire la civiltà occidentale. Per nostra fortuna – almeno questo – non abbiamo religioni che inseriscono nel loro credo anche comandamenti alimentari, forse perché l’ assurda sessuofobia del cristianesimo doveva essere compensata attraverso la libera gola, e questo ci espone maggiormente alle tentazioni della diversità. Però ogni volta che si parla di civiltà e di identità bisognerebbe sempre andare alla ricerca di ua sindrome del ristorante cinese che attraverso invenzioni di sana pianta possa giustificare l’inamissibile.


Il Placido Don .. Matteo

L'angelo della Storia, Paul Klee

L’angelo della Storia, Paul Klee

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Dal 28 ottobre, quando incominciarono le giornate di gelo, la fuga dei francesi prese un carattere ancora più tragico: divenne la fuga di uomini che agghiacciavano e si abbruciacchiavano a morte intorno ai fuochi e che continuavano in pelliccia e in carrozza a fuggire col bottino dell’imperatore, dei re e dei duchi ….l’esercito francese si dissolse e si disgregò  indipendentemente dal maggiore o minore rigore del freddo, dall’inseguimento, dagli ostacoli del cammino e da tutte le altre condizioni prese separatamente”.

Nessuno pretende che  Renzi, la Pinotti, Gentiloni, Renzi abbiano letto Guerra e Pace. Nemmeno che abbiano visto Il nemico alle porte, preferendogli Checco Zalone. Tutto congiura nel far sospettare che abbiano studiato con poco profitto la storia passata e anche quella più recente. E d’altro canto pare sia stato così anche per Bonaparte, per Hitler, che forse avevano concentrato le loro letture sui fasti dell’Orda d’Oro mongola, quando la stirpe di Gengis Khan invase e conquistò la Russia.

Né  ha tratto insegnamento dalle lezioni del passato, l’alleanza che fa da cagnaccio ringhioso all’impero del “bene”, economia di mercato, democrazie liberali e diritto a consumare, contro il “male”, totalitarismo e direzione centralizzata dell’economia, nuovamente al servizio di una guerra fredda a un quarto di secolo dalla  dissoluzione dell’Unione Sovietica,  per preservare il suo status di potenza dominante fino al Mar della Cina, grazie all’accerchiamento militare della Russia, dimentico di tante guerre perse con disonore compresa quella alla verità mossa perfino con il sostegno di eufemismi e stravolgimenti semantici  che hanno convertito cruenti conflitti in campagne “morali” esportatrici di aiuto umanitario, rafforzamento istituzionale, aiuto a casa loro.

Il fatto è che oggi più che mai bisogna dar ragione a Hegel, secondo il quale “ciò che esperienza e storia insegnano è proprio che i popoli e i governi non hanno mai appreso nulla dalla storia, né hanno mai agito secondo dottrine che avessero potuto ricavare da essa”. Pare che dobbiamo rinunciare a illuderci che il suo studio “applicato” sia un antidoto a stupidità e irrazionalità, che sia ragionevole ritenere che si possa conseguire dalla sua interpretazione la conoscenza di una verità assoluta e definitiva, l’acquisizione di una oggettività irraggiungibile che permetta scelte che contrastino con smanie di onnipotenza, avidità insaziabili di profitto. Così tocca sia pure malinconicamente concordare con chi associa a attitudini totalitarie la pretesa di darne una lettura complessiva e infine benevola, come della narrazione dell’emancipazione progressiva dell’umanità, della “civilizzazione”, come riscatto da ferocie belluine.

E sembra infatti ancora più facile chiamarsi fuori dal complotto dell’oblio che faciliterebbe l’esonero da responsabilità e colpe del passato in  modo da poterle allegramente replicare nel presente, adesso che ci è permessa una benefica astrazione dalla realtà e dagli atti che vengono commessi anche in nostro nome, se le guerre di conquista e sopraffazione vengono compiute  con bombardamenti ad alta precisione tramite un clic su un pc di un ingegnere che la sera torna a casa da moglie e bambini, o  se si usano droni, o se il pilota dell’F16 che sgancia la bomba non giarda di sotto da lassù, che tanto l’obiettivo è un puntino rosso sullo schermo, se, cioè, si crea una distanza remota, una tremenda e asettica lontananza dalle cause e dagli effetti. Proprio come quando remoti decisori prendono decisioni che condizionano le nostre vite, sotto forma di patti, trattati, apparentemente astratti, ma che condizionano le realtà di milioni di persone, come sempre, ma oggi di più, è successo nella storia, grazie alla banalità maligna di burocrazie e poteri inafferrabili.

Così anche se solo li votiamo, ma non è poco, anche se non approviamo le loro scelte, e diventa poco, anche se semplicemente giriamo lo sguardo ne diventiamo correi, perché non possiamo non sapere che c’è un dito indice che preme su un tasto, più o meno persuaso di farlo nel nostro interesse, o perché ubbidisce a un ordine, o per insana smania di potenza, perché non possiamo più  dichiararci estranei alla guerra che viene condotta a livello globale, in difesa di un nostro stile di vita,  quando è evidente che ne siamo e ne saremo vittime anche noi, che dichiariamo così la nostra impotenza a cercarne un altro di modello, proprio come fanno altri fondamentalismi che si oppongono al fondamentalismo occidentale, senza assumere posizioni anticapitalistiche, confermando l’implacabile irriducibilità dello sfruttamento.

Ormai le uniche letture della storia  e le sole narrazioni di eventi del passato ci giungono come il resto, attraverso la rappresentazione, possibilmente quella dello spettacolo, che fa sì grazie alle tecnologie che siano più vere del vero, che ci paia di entrarci dentro, di emozionarci, di farne parte, col sollievo però di uscirne, con la consolazione del distacco, con il conforto del ritorno a una realtà immediata, fissata come in un selfie. E forse  proprio per questo fittizia, perché mentre accade è già pronta ad esaurirsi.

Perché una delle modalità in uso delle contemporanee  tirannie è quella dell’istante, un presente cui ne segue un altro e poi un altro ancora, che vuol dimenticare il passato e che non crede nel futuro, forse in una riposante pretesa di immortalità. Ci vogliono così, affetti da amnesia e senza speranza, malati di adesso e subito. E’ proprio ora di guarire.

 

 

 


Baciamani e leccapiedi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Referendum (definizione della Treccani): rientra, insieme all’iniziativa legislativa popolare  e alla petizione, tra gli istituti di partecipazione diretta dei cittadini alla democrazia.

Referendum (definizione aggiornata secondo lo spirito del tempo): istituto arcaico, populista e infine molesto, lanciato, fino a prossima, auspicabile estinzione, come una bistecca per placare gli ultimi appetiti di partecipazione, prima di necessari aggiustamenti di carta costituzionale e legge elettorale che finalmente ridurranno il Parlamento a figura accessoria ed il voto ad atto notarile di conferma delle imposizioni dell’Esecutivo.

Perciò quando qualche rigurgito plebeo ne richiede l’esecuzione, giustamente e con finalità educative e pedagogiche, si raccomanda  alla marmaglia di andare a rumoreggiare altrove, di dedicarsi a più gustosi diversivi, gite al mare, picnic, calcetto, lasciando ad altri, più indicati per saggezza e competenza, il compito di decidere nell’interesse di tutti.

A volte però anche quell’attrezzo primitivo, può essere esibito ed ostentato come tabernacolo, quando lo si può condizionare grazie all’appoggio incondizionato di un padronato locale o estero – sia pure con qualche rischio, e al favore, quello indiscusso della stampa e dei cosiddetti opinionisti un tanto al chilo, in modo che possa felicemente trasformarsi in plebiscito a vantaggio di figurette neobonapartiste e di dittatorelli neo fascisti, che sfogliando il Bignamino hanno sottolineato con l’evidenziatore il paragrafo su  Napoleone e i due pronunciamenti che lo fecero console a vota prima e imperatore poi, o quello del ’29 a ratifica della “riforma” (già allora la parola era soggetta a osceni abusi) della rappresentanza politica.

Così non c’è da stupire che adesso i costituzionalisti del Pd, quelli che guardano alla sciacquetta istituzionale come a un faro, sempre in caccia di adepti per il Si, tra trombati, desaparecidos della politica, accademici assatanati di comparsate in tv e, potendo, di un partigiano, almeno uno, vogliono togliere un po’ della naftalina salvifica che avevano cosparso dopo il quiz che non erano riusciti a truccare sulle trivelle e prima di una temibile batosta, con un si o un no, purtroppo solo locale, in favore o contro le Olimpiadi. Per carità, mica lo vogliono davvero. Lo stesso ducetto ha raccomandato sobrietà, anzi ha fatto finta di ritirarsi in buon ordine, che nemmeno Milano le vuole, gli stessi marpioni del Coni hanno assunto un atteggiamento di signorile e sportiva prudenza. Ma gli vien bene agitare il drappo rosso davanti agli intemperante torelli di Roma, perché fa parte della gamma di ricatti, intimidazioni, avvertimenti trasversali da cani che non vogliono mollare l’osso, delle richieste minatorie di risarcimenti e danni.

Il racket dei giochi non ci sta. Indifferente al fatto che la Raggi è stata votata, perfino da gente come me, proprio in ragione della sua conclamata opposizione alle Olimpiadi, in contrasto con il favore entusiastico e dissennato espresso dal suo competitor. Indifferenti al fatto che se volevano un sindaco che si battesse per la candidatura romana, beh, ce l’avevano eccome, quel Marino che le aveva imposte con un voto del Consiglio comunale, con il no dei 5Stelle e di Pomarici, in qualità di “strenna per i romani”. Indifferenti al fatto che allora era sembrato sufficiente anzi legittimo che la decisione riguardasse solo un’amministrazione locale, mentre ora ha assunto la rilevanza di scelta epocale che pesa sul Paese, compromette la sua credibilità internazionale, che saggiamo ogni giorno come è noto, quando ci viene ricordato che siamo a livello di una espressione geografica, una nazione secondaria, indisciplinata e inaffidabile, governata da camerieri ai quali da un momento all’altro potrebbero essere dati gli otto giorni.

Ma alla sacra alleanza di ludi e cemento interessa poco. C’è da sospettare che non li interessasse nemmeno che Roma vincesse la gara, proprio come a De Coubertin a loro premeva partecipare, imbandire la tavola, iniziare il commercio delle promesse, degli incarichi di studi, smuovere il mercato delle cordate e degli appalti “in vista di….”  e dare occasione al governo per dare vita a altre “riforme”, di quelle che semplificano rendendo più liscia la via delle rendite e delle speculazioni, preparando il terreno per leggine speciali, commissari straordinari e eccezionali deroghe e licenze. Tanto che l’aristocratico distacco ostentato dai manichini fa prevedere che un risarcimento lo esigeranno dai loro attachés del governo.

Però quello è business, è il Mercato, la divinità cui quella pletora di gentlemen impagliati e ingessati ha giurato fedeltà: la loro cieca ubbidienza e i profitti che ne ricavano sono spiegabili.

Lo è meno il coro mesto che si leva a causa della rinuncia. O invece è spiegabile, come lo è stata per anni  la contemplazione ammirata delle gesta dell’unico re d’Italia riconosciuto, dei suoi orologi sopra il polsino e della sua fama di sciupafemmine. Come lo è stata l’indulgenza sorridente per le imprese losche fino al crimine del puttaniere, cui tanti hanno guardato come a un simpatico corsaro. Troppi tra i testimoni del nostro tempo, che però vengono remunerati, ma anche tra le vittime, sono estasiati da bricconi che fanno il baciamano, da carnefici in doppiopetto o maglioncino, da golpisti che cantano ‘o sole mio e fanno i complimenti alle signore, che siano nati signori o lo siano diventati per intrallazzo, ruberia, fidelizzazione al potere. Così si fanno incantare dalle loro buone maniere mentre si scandalizzano per la screanzata del Campidoglio che per una volta ne ha fatta una di giusta.

Per quello al referendum, quello vero, mi auguro che sapremo essere maleducati, molto maleducati.

 

 

 

 

 


Silvio il Sung

BERLUSCONI: IN MOSTRA NEL VARESOTTO LE FOTO DELL'INFANZIAAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molto tempo fa quando ancora i comunisti mangiavano i bambini, prima che un partito dedito all’oblio avesse come segretario un bambino che mangia i comunisti, arrivava periodicamente nelle case di ardenti militanti un volumetto rilegato di rosso e oro, con una carta sottilissima scritto in ideogrammi, ma riccamente illustrato con le foto di Kim il Sung. E l’associazione Italia Cina per anni ha inviato  opuscoli in un italiano meno approssimativo di quello dell’attuale ceto dirigente, corredati di immaginette votive del grande Timoniere, del Grande Maestro, del Grande Capo, del Grande Comandante Supremo, del Grande   Nuotatore, ben prima della traversata dello Stretto del Grande Comico.

Erano i frutti da esportazione del cosiddetto culto della personalità, quella forma di idolatria che porta alla venerazione e all’esaltazione del pensiero e dell’opera di un personaggio politico cui vengono attribuite doti di infallibilità e alla cui figura di capo si fa risalire tutto il bene di un Paese.  L’imitazione nostrana ancorché feroce, fu più ruspante e più domestica, immortalata mentre trebbiava, arava, cavalcava sui Fori squarciati per consentirne la marcia trionfale, ma solo per i pochi metri utili a foto e documentari Luce  color seppia, sciupa femmine tollerato con compiacimento ma idolatrato pater della famiglia e dell’Impero.

Ma siamo in tempo per la concorrenza, sconcertante perché la personalità oggetto di cieca ammirazione  sembrava essere piuttosto ammaccata, il suo sole al declino,  il suo esercito ridotto a un’armata che perdeva pezzi in giro.

Avevamo sottovalutato il Grande Collante e il suo culto più potente di quello della personalità,  i quattrini e la fascinazione che esercitano spingendo all’emulazione, all’affiliazione, all’ubbidienza nella speranza che si attacchino alle dita come una polverina magica rendendo gli adepti invincibili, inattaccabili, giovani, onnipotenti.

Credevamo che l’adorazione di fosse esaurita con la vena musicale. Ricordate? Prima l’inno di Forza Italia: “Forza, alziamoci,/ il futuro è aperto, entriamoci./ E le tue mani unite alle mie,/ energie per sentirci più grandi/ grandi”. Poi “Silvio forever sarà,/ Silvio realtà,/ Silvio per sempre!/ Silvio fiducia ci dà,/ Silvio per noi/ passato e presente!… “Nobile e giusto,/ Tu ci piaci per questo,/ Sei il pensiero che ci guiderà!/ Il sogno riparte da qua,/ diventa realtà,/ perché Silvio…/ Silvio forever sarà!”, in sostituzione più modesta ma sentita dell’Eroica che aveva comunque il pregio di un ripensamento, anzi un disconoscimento: inizialmente dedicata a che aveva “cavalcato lo spirito del mondo”, diventa poi un componimento per “festeggiare il sovvenire di un grand’uomo”.

Pensavamo che ai cortigiani bastassero le poesie di Bondi ormai rarefatte  e i salmi per beatificare  Silvio, “grande”   e “nobile” e  “giusto” e  “geniale” e “onnipresente” e “carismatico”,  sul ritmo di un jingle pubblicitario, graditissimo dal capo perché si tratta di una idolatria griffato dalla cifra dell’advertising e del consumo, cara a chi pensa di essere un prodotto non degradabile.

Invece l’irriducibile curva sud degli ultra del Cavaliere non si arrende, esce dalla  giungla giapponese dove era stata  acquattata sorvegliata a vista dalla vestale alternativamente badante e sfodera una nuova iniziativa, un museo delle foto di Berlusconi, in quel di Saronno finora nota per gli amaretti ma pronta a darci una nota più amara ancora, quella della perpetuazione tramite immagini del culto pop del perenne Presidente, Imprenditore, Operaio, Premier, Guaritore, Chansonnier. Infatti una mostra di foto di Lui bambino immortalato in una cinquantina di scatti in bianco e nero per raccontarne l’infanzia  a Saronno si sta per arricchire per diventare Museo, anzi, santuario, comprendendo tra le molte anche le istantanee del promettente infante con i   maialini, che si vede che ha proprio una ossessione per porcelli e porcate. Prima dell’insediamento ufficiale della raccolta in un prestigioso e idoneo luogo destinato al culto, gli organizzatori si augurano intanto di portare in giro le icone in un pellegrinaggio pastorale.

Lo ha annunciato l’entusiasta organizzatore, anzi, promoter, tal Luciano Silighini Garagnani, generale dell’Esercito, che vuole  che di Lui non “decadano” nemmeno le foto.


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