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Piovono ladri

gov ladro Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta si pensava che le calamità fossero una livella come la morte. Sappiamo da tempo che non è così, che i soldi allungano la vita, che è meglio addolorarsi in un attico che nella baracca di una bidonville e che una pioggia torrenziale in una metropoli occidentale fa meno danni che nel Bangladesh.

Ma siccome ormai ci siamo consegnati tutti più o meno consapevolmente ad essere un terzo mondo interno alla superiore civiltà europea, quello che pudicamente autorità e giornali continuano imperterriti a chiamare “maltempo” sta flagellando, come titolano i giornali, più o meno uniformemente tutta l’Italia. Con una differenza evidente: in Indonesia, in Thailandia,  in Mozambico quando cicloni, alluvioni, frane si abbattono sul territorio la gente si unisce, si dà una mano, divide la ciotola di riso, aiuta i vicini a tirar su le povere cose dal fango, mentre da noi è in corso una nobile gara a sostituire il “prima gli italiani” del barbaro inviso ma votato e emulato in gran numero, con prima i materani, prima i siciliani, prima i campani, segno evidente che mentre i proletari di tutto il mondo conducono crociate straccione, i padroni sanno sempre andare d’accordo, armando e mettendo i poveracci sfruttati gli uni contro gli altri.

E infatti in barba ai governi nazionali eletti di buon grado o sopportati turandosi in naso grazie a sistemi elettorali che hanno demolito l’edificio della partecipazione democratica né più e nè meno del nostro patrio suolo, la cartina delle campagne di guerra, saccheggio, conquista e svendita dei beni comuni, territorio, suolo, paesaggio, arte, monumenti è fitto di bandierine da nord a sud.

Nella Capitale morale che vanta l’appartenenza alla regione Lombardia traino del Paese e intenta a rivendicare l’autonomia, quella di Formigoni, quella di Maroni che l’ha coperto e prosegue nell’azione di smantellamento della Sanità pubblica e che diede in suo nome a una legge sulla sicurezza fieramente anticipatrice dei decreti di Minniti e Salvini, ecco in quella regione e a Milano, che gode del primato di consumo di suolo, si registra il rischio di esondazione del Lambro, Più o meno come ogni anno in autunno: eppure nel lontano 1989 vennero stanziati, ma non sappiamo dove siano finiti, 5 mila miliardi per la messa in sicurezza del fiume insieme al Seveso e all’Olona per assicurarne la  messa in sicurezza e una potente strategia di risanamento.

Matera la capitale delle Cultura, in Basilicata  dove la Lega ha triplicato i voti alle ultime elezioni e al cui largo si prevedono nuove e proficue trivellazioni, mentre sono in corso le trattive con la Bei per sostenere il “superamento dei prefabbricati post sisma del 1980”, si Matera,  dove c’è una stazione fantasma come nei western-spaghetti ma non arrivano i treni ( e viene da dire meglio così se si pensa che a Balvano in provincia di Potenza si è verificata il più tragico incidente ferroviario della storia),  dove i Sassi sono stati convertiti in albergo diffuso con i presepi viventi dei cittadini che simulano attività tradizionali in barba alle lauree in marketing e finanza, è stata colpita da un fortunale, nome paradossale per una cascata d’acqua che ha invaso case, uffici e negozi con una stima di più di 8 milioni di danni.

Non è andata meglio a Licata travolta da un nubifragio che impone lo stato di calamità, nella Sicilia che dopo la parentesi politicamente corretta del presidente eletto e sostenuto anche per via delle sue esibite inclinazioni in modo che non si dicesse che era vittima di omofobia, si è convertita a un più convenzionale esponente di Forza Italia, tornato talmente nelle grazie del Cavaliere da ideare a suo sostegno un piano eccezionale per il Sud, e lui se ne intende anche per via degli illuminati suggerimenti di adepti, stalliere di Arcore compreso, un regione che non ha gran bisogno della secessione dei ricchi postulata da Veneto, Emilia e Lombardia, perché gode già di una autonomia che è andata a beneficio di lobby private perlopiù né legittime né legali.

E nemmeno a Ravenna, nella pingue Emilia Romagna che scalpita per tenersi i residui fiscali in vista della produttiva avocazione a sé delle competenze e della gestione dei settori della scuola, dell’Università e della sanità, ma non della tutela del territorio che preferisce lasciare in capo allo Stato in qualità di sgradita patata bollente, antica capitale di un impero e ex città portuale come insegnano i sussidiari al centro di una pianura alluvionale da decenni identificata come affetta da tutte le più gravi patologie riferite al dissesto idrogeologico e mai messa in sicurezza, che da giorni ancora una volta teme la minaccia dei fiumi Ronco, Montone, caratterizzati da una incuria delle golene, dall’erosione delle spiagge, fenomeni die quali ci si ricorda ad ogni emergenza che si presenta ogni volta sorprendente e imprevista.

Bei tempi quelli nei quali si diceva “piove governo ladro”, se adesso corruzione, ladrocini, malaffare sono stati talmente normalizzati che non suscitano più sdegno e ribellione, riservate in forma di meritevole richiamo alla nemesi al rancore e alla soddisfatta considerazione che anche i ricchi piangono, che certe calamità sarebbero la pena meritata per il prezzo del caffè in Piazza San Marco, che più che i poteri nazionali e locali meritano riprovazione quelli costretti a votarli grazie a regole che hanno espropriato tutti del diritto al libero consenso o dissenso.

Insomma i governi ladri hanno vinto ancora una volta, destinando risorse a opere inutili e dannose pensate nella loro funzione di macchine mangiasoldi pubblici per foraggiare imprese disoneste e inefficienti, che lucrano sull’incompetenza, i cattivi materiali al risparmio, gli appalti opachi, i ritardi della benefica burocrazia, per oliare i meccanismi grazie alle mance, ai Rolex, alle consulenze, agli appartamenti all’insaputa dei beneficiari, determinando condizioni di crisi che sconfinano nella provvidenziale emergenza vocata a generare trasgressione di regole, regimi di deroghe e licenze, promozione di autorità speciali con poteri eccezionali, la corruzione delle leggi per autorizzare la corruzione in forma di legge.

Hanno vinto ancora narrando delle occasioni occupazionali di grandi eventi, grandi opere e grandi cantieri dove far lavorare un esercito precario a termine, proprio come quello dei dipendenti del Mibact metà dei quali presta la sua opera senza contratto, quando un immenso e qualificato bacino di lavoro potrebbe essere quello della manutenzione, del risanamento, della tutela, della vigilanza e della cura. Hanno vinto ancora impoverendo e costringendo alla fuga il popolo delle campagne e pure quello dei centri cittadini, espulsi verso periferie umiliate dove il brutto originario diventa deposito prescelto per altre brutture e per nuove e antiche povertà da confinare lontane dalla vista di ceti privilegiati arroccati nei loro ghetti di lusso e protetti da polizie private e pubbliche incaricate di salvare il decoro.

I governi ladri hanno vinto e vinceranno perché hanno imparato a dividerci, a farci odiare tra noi in modo che sperperiamo così la collera che dovremmo destinare a loro.


La normalizzazione dell’Apocalisse

Maltempo-oggiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Particolare attenzione è stata riservata dai media alla situazione critica della Liguria: a Rapallo  decine di superyacht, motoscafi e barche a vela di tutte le dimensioni sono schiantate sulla scogliera del lungomare,  uno yacht della famiglia Berlusconim compreso. Minore preoccupazione per il porto di Savona: nel terminal auto a causa delle mareggiate è divampato un incendio che ha interessato più modestamente 150 auto.  Danni enormi nel Tigullio, mentre Portofino è stata a lungo isolata  per il cedimento delle strade. I venti record in Veneto, Friuli, Lombardia, Frusinate ha abbattuto centinaia di migliaia di alberi e provocato vittime. Ancora oggi in Veneto 150mila persone senza energia elettrica, 100mila senz’acqua potabile, A Terracina una tromba d’aria ha provocato diversi feriti, ma tutto il tessuto abitativo e economico della città è compromesso, con decine e decine di senzatetto.   A  Isola Capo Rizzuto, nel Crotonese, tre operai e un imprenditore della zona, sono morti inghiottiti dal terreno che è franato sotto i loro piedi mentre riparavano una fogna.  A Venezia, scappati i buoi dalla stalla, dopo i 160 cm.  di alta marea anomala  con il 70% di città storica allagata e con le isole sommerse, è stato dichiarato lo stato di emergenza e mobilitazione della Protezione civile. Mentre in Sardegna pare rientri nella normalità che a Nuoro, a Villaperuccio e Narcao le case siano state scoperchiate da una tromba d’aria, ed è così per il Lodi di Catanzaro e altre zone costiere calabre. In Trentino, dove ci sono state tre vittime,  gli abitanti sono stati invitati a non muoversi di casa, da dove possono vedere in Tv e in diretta la strage di milioni di alberi, le strade che sprofondano  e le case travolte dal fango.    . Il livello idrometrico  del Po è salito di quasi 2,5 metri in sole 24 ore per effetto delle intense precipitazioni: il livello del grande fiume al Ponte della Becca, in provincia di Pavia, ha raggiunto i  3,5 metri sopra lo zero idrometrico: ossia oltre sei metri superiore rispetto allo stesso giorno dello scorso anno.

Manca certamente qualche dato e qualche aggiornamento all’inventario sommario che ho messo in premessa. Ma il “maltempo” non ha occupato con l’abituale insistenza la Tv del dolore e le cronache dal degrado: i messaggi della propaganda si sono concentrati sorprendentemente  sugli effetti del cambiamento climatico, a suffragio del trend che ne vuol fare un fenomeno naturale, imprevedibile, od anche, come d’altra parte sostenuto dai molti negazionisti, Trump in testa, ciclico, come dimostrerebbe la scienza insegnata nell’ateneo di Jurassic Park, comunque indipendente da responsabilità e colpe umane.  In modo da smetterla con la noiosa nenia della mancanza di manutenzione, di tutela di investimenti e opere di salvaguardia, tema di attualità sì, ma limitatamente alla Capitale, laboratorio di oltraggio, trasandatezza colpevole e inettitudine ormai proverbiale dopo la conclusione dell’età di Pericle incarnata da giunte e gestioni prefettizie immacolate e efficienti.

Proprio vero che la nenia è noiosa, almeno quanto è noioso dire che per esercitare cura e salvaguardia del territorio non ci sono mai quattrini che invece si reperiscono per opere inutili, dannose e annesse penali, che un new deal a  forte contenuto ambientale diventerebbe una formidabile opportunità occupazionale, che le risorse destinate al risanamento e ripristino sono, e è noto, irrilevanti rispetto ai costi economici, sociali e morali delle catastrofi (per riavere i boschi veneti e trentini perduti ci vorranno più di cento anni). E che non servono gli economisti green e nemmeno geologi, ingegneri, scienziati per sostenere  che i fenomeni estremi, più prevedibili almeno dagli anni ’90 a differenza dei terremoti, richiedono la combinazione di misure globali con interventi locali che, come nei terremoti, sono quelli della prevenzione, dell’inserimento di tecnologie e strumentazioni sofisticate, della ricerca e applicazione di materiali, del contrasto alla cementificazione selvaggia e all’abusivismo e soprattutto della gestione corrente e ininterrotta della manutenzione, quella del suolo, del patrimonio boschivo, dei corsi d’acqua.

Il fatto è che non siamo sull’orlo del burrone, ci siamo dentro e non solo nelle regioni dell’Himalaya dove ogni anno le inondazioni provocano almeno un migliaio di morti, o in Texas dove per due volte almeno 64 miliardi di metri cubi di pioggia (più o meno l’equivalente di 26 milioni di piscine olimpioniche) si sono rovesciati su campagne, siti petroliferi e città. Perfino l’IPCC Intergovernmental Panel on Climate Change, in uno dei suoi più recenti report ammette che la situazione del clima è più grave di quanto previsto: anche se tutti i partecipanti agli accordi di Parigi rispettassero gli impegni presi, probabilmente non si riuscirebbe a limitare in modo decisivo fenomeni catastrofici. Se prima si pensava che esondazioni, aumento del livello del mare e strage di coralli e pesci si sarebbero verificati col raggiungimento di due gradi centigradi di riscaldamento rispetto all’era preindustriale, lo studio certifica che si verificheranno anche con un aumento di un grado e mezzo

E non poteva essere altrimenti per via della criminale sottovalutazione delle cause e degli effetti del cambiamento climatico e soprattutto per la pervicace volontà di  risolvere il problema, frutto dell’avidità, dei consumi illimitati e del delirio di onnipotenza  del mercato,  con gli strumenti del mercato stesso. Così è stato deciso nelle due assise mondiali, Kyoto e Parigi,  e nel loro programmi su cui era destinata a basarsi la politica climatica globale.  Peggio, a  Parigi,  non solo sono stati  riproposti i meccanismi flessibili ideati a Kyoto,  basati sull’assunto  che solo la mercatizzazione della lotta al riscaldamento globale e il contributo volontario del settore privato possa salvarci dall’apocalisse, anche in presenza dell’evidente fallimento di questa visione, ma addirittura gli impegni di riduzione dei gas serra hanno perso il carattere vincolante, visto che non si prevedono né procedure di controllo né meccanismi di sanzione.

Così, per estremo paradosso e dileggio della ragione, le élite globali alzano la bandiera della cosiddetta green economy, degli ambientalisti vegani in Suv,  secondo la quale il limite ambientale non deve essere percepito come vincolo allo sviluppo, bensì come  innovativa opportunità di business e motore di crescita.  E intanto mentre si parla di come ridurre l’uso delle fonti fossili, si  spendono 10 milioni di dollari al minuto per sostenere l’industria fossile, il Fmi le finanzia indirettamente promuovendo sfruttamenti aberranti del suolo, delle risorse idriche, delle foreste, Trump intende riaprire le miniere e noi nel nostro piccolo ci concediamo come terreno di conquista per trivelle e condotte.

Resta uguale lo slogan buono per tutte la stagioni, piove governi ladri.

 

 


Sardegna, isolata e svenduta

sardAnna Lombroso per il Simplicissimus

Siamo ormai così abituati alle gerarchie, alle top ten, alle graduatorie perfino dei naufragi con doverose differenze tra navi da crociera e barconi malandati, nella qualità delle vittime, nel valore commerciale delle vite offese, che quando succede qualcosa in geografie periferiche, quando vaste aree del paese vengono sommerse da infauste alluvioni attribuibili perlopiù a cattiva o nulla manutenzione, all’invasione del cemento e all’erosione delle coste, alla speculazione oltraggiosa, più in generale a un cambiamento climatico del quale a vari livelli siamo correi, beh allora la notizia non abbastanza (e lo credo bene per quanto si ripete) sensazionale da  occupare le dirette di Mentana, la tv del dolore della Vita in Diretta o di Barbara D’Urso, scivola via, come se si trattasse di luoghi assuefatti alla disgrazia e che se la meritano, popolati di indolenti, di malcontenti che non si compiacciono della fortuna capitata loro con lo sfruttamento minerario, con quello turistico, con l’arrivo di predoni filantropici che  occupano suolo,  verde, boschi, acqua, mare e li annettono ai loro principati e sceiccato “billionari”.

Nei giorni scorsi la Sardegna, come la Calabria d’altra parte, altra regione di serie C per via della ricorrenza di temporali promossi a catastrofi, è stata colpita per tre giorni da un nubifragio che l’ha lasciata stremata: paesi senza luce per tre giorni, strade interrotte perché (lo dice l’Anas) la pioggia ha eroso il fondo stradale, scavandolo, due morti, in una tragica replica di quello che avvenne nel 2009. Fortuna che è avvenuto adesso, a stagione balneare finita, viene da dire: la Sardegna è un’isola che sale all’onore delle cronache per la sua funzione di servizio, se apre un night, se il Qatar riconferma il suo interesse per l’acquisizione di lunghi tratti costieri, in modo da valorizzarle e da creare occupazione, in una regione che pare meriti solo la carità pelosa, se pensiamo alla squallida vicenda dell’acquisto da parte del gruppo Sider Alloys di Lugano dello  stabilimento ex Alcoa di Portovesme, in Sardegna, il più importante impianto italiano per la produzione di alluminio primario. Grazie a un accordo che parte già avvelenato (Portovesme è uno dei siti più inquinati d’Italia, dopo quarant’anni di scarichi industriali incontrollati: 25 ettari di scarti della lavorazione della bauxite, depositati a partire dal 1978 e separati dal mare solo da una lingua di sabbia finissima), firmato da Calenda nel febbraio scorso e che  coinvolge Invitalia, l’agenzia italiana per gli investimenti, obbligata a portare una bella porzione del tesoretto di 135 milioni di euro necessari al riavvio della produzione in cambio della benevolenza svizzera, senza un piano di bonifica e risanamento, dopo che i fondi stanziati nel  ’90 sono finiti. È la Asl locale che consiglia di non consumare il latte delle pecore e capre che brucano nei dintorni, né mangiarne la carne, né raccogliere mitili e crostacei o vendere frutta e verdura, che raccomanda di non farli consumare dai bambini. Che denuncia che nelle polveri sottili ci sono piombo e cadmio, che il terreno è impregnato di metalli pesanti. La falda sotto Portovesme è un concentrato di veleni, secondo l’ultima relazione dell’Agenzia regionale per l’ambiente diffusa nel giugno 2017: i campioni prelevati nell’area industriale rivelano arsenico, cadmio, fluoro piombo, mercurio, tallio, zinco e idrocarburi policiclici aromatici, tutto in quantità centinaia migliaia di volte oltre i limiti.

A Portovesme c’è chi combatte con presidii di lavoratori e cittadini, anche se le notizie dal quel fornte sono scarse quanto quelle sul nubifragio. E ancora minore è la risonanza e l’eco della battaglie solitarie di chi tenta di contrastare l’oltraggio ripetuto delle disposizioni in materia di pianificazione territoriale promosse in forma bipartisan, con in testa il   Piano Paesaggistico Regionale.  113 articoli in linea con la filosofia del grande suggeritore che non ha smesso di dettare le sue regole dalle piscine della villona teatro di incontri al vertice e cene eleganti che stabiliscono misure che esorbitano dalle competenze regionali, violano il principio di sussidiarietà ed esautorano i comuni dalle loro funzioni più caratterizzanti, specifiche e delicate, quali quelle che attengono all’assetto e all’utilizzazione del proprio territorio. Che nel sancire come unica vocazione dell’isola, quella  dell’accoglienza, permette che in nome della ricettività si stravolga la fisionomia delle coste, si cementifichi e costruisca con criteri speculativi al fine di rendere le strutture alberghiere competitive,  anche grazie all’aumento delle volumetrie turistiche già dimezzate da precedenti disposizioni, si introducano variazioni criminali alla destinazione d’uso agricolo.

Così resort e alberghi potranno allargarsi fino al 25 per cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici», le imprese avranno licenza di costruire nuovi corpi di fabbrica, spa e piscine aggravando l’impatto ambientale. È un regalo miliardario fatto a beneficio soprattutto dell’emirato del Qatar che ha dettato in prima persona  le norme per la gestione delle coste imponendo  vincoli più leggeri: qualche voce ancora libera della stampa locale ha raccontato la performance dell’amministratore delegato di Sardegna Resorts e di Qatar Holding, proprietaria di Porto Cervo e dei blasonatissimi hotel della Costa Smeralda, presentatosi “davanti alla commissione urbanistica regionale con in pugno un documento di quattordici cartelle firmate una per una, come si fa nei contratti civili, con le proposte di revisione della legge per l’edilizia, il piano casa del centrosinistra varato nel 2015”, e persino là, nella fascia dei trecento metri dalla battigia vincolata dal piano paesaggistico di Renato Soru. Provocazioni alle quali la giunta targata Pd ha risposto di si  osando  dove non ha osato neppure l’amministrazione regionale berlusconiana, quella guidata da Ugo Cappellacci. E d’altra parte come dire di no all’augusto benefattore  che in cambio ha deciso di finanziare la realizzazione del mega ospedale Mater Olbia, nella città gallurese, un’incompiuta del San Raffaele per la quale si è speso di persona l’ex premier Matteo Renzi, pensata per ospitare i vip intossicati dall’eccesso di aragoste.

E come dire di no alla proposta magnanima di riempire il paesaggio di Bitti – costellato di venti chiese antiche, un  panorama rurale straordinario ancora incontaminato dai compagni di merende di Briatore e che si era salvato dal saccheggio di 100 mila querce tentato da un industriale padano – con una distesa di specchi e pale, proposta dal gruppo Siemens-Gamesa in nome della “solidarietà” energetica col resto del Paese.

E come dire no alle “ricadute economiche e occupazionali” di cui può beneficiare Domusnovas -piccolo centro sardo di 6.300 abitanti in provincia di Carbonia-Iglesias  conosciuto finora solo da qualche turista per le sue bellissime grotte carsiche, nel quale da qualche tempo si è  insediata una fabbrica di armi della società Rwm Spa, dalla quale solo nel 2016  sono partite esportazioni per un ammontare di  5 milioni di euro di  razzi, siluri e bombe verso varie destinazioni, come si legge nella Relazione sulle operazioni autorizzate di controllo materiale di armamento 2015 del governo, tra le quali figura anche l’Arabia Saudita per il conflitto yemenita, in palese violazione della legge 185/90.  Chi volesse sapere di più di questa inquietante “servitù” non trova risposta da parte dei lavoratori (74) ricattati e zittiti dalla minaccia delle  sanzioni del “codice etico” aziendale, che all’articolo 22 prevede il licenziamento per la diffusione di informazioni riservate e dalla popolazione provata da una crisi che ha investito quelle zone con le  dismissioni delle miniere e le vertenze Carbosulcis, Alcoa, Euroallumina e Portovesme Srl  e dove gli ultimi dati Istat dicono che  la disoccupazione è al 17% con quella giovanile che supera il 60% e che se nel 2014 il Pil procapite del Sud Italia era di 16.761 euro -circa la metà rispetto a quello del Nord- nel Sulcis è di soli 8.800 euro.

D’altra parte la Regione Sardegna “promuove la crescita intelligente, lo sviluppo sostenibile e l’inclusione sociale previsti nella più ampia strategia europea 2020, con la propria Strategia di specializzazione intelligente (detta S3), finalizzata a identificare le eccellenze territoriali in termini di ricerca e innovazione e a individuarne le potenzialità di crescita”. E come dire no quindi ai venerati alleati che hanno contribuito con i nostri governi  a fare  dell’isola un presidio con  il 67 per cento delle servitù militari italiane, con i tre più grandi poligoni d’Europa, TeuladaCapo Frasca e quello di Salto di Quirra, 120 chilometri quadrati di estensione per la più importante base europea per la sperimentazione di nuove armi, missili, razzi e radio bersagli, sito in cui avviene l’addestramento di alcuni apparati delle forze armate: esercito, aeronautica e marina militare e dove dal 1956  l’esercito italiano insieme a svariate aziende private collauda mezzi bellici da esportare nei diversi teatri di guerra nel mondo.

Tante volte si è detto che il tempo della pace in Europa è stato lungo, troppo lungo. E infatti chi non ha vissuto il conflitto mondiale nemmeno sui libri di storia, nemmeno sui temi della maturità, nemmeno da spettatore  al cinema preferendo i cinepanettoni, ha scelto di dichiararne una sua muovendo i suoi eserciti reali e immateriali e occupando quelle propaggini africane indolenti, separate per “progresso e civiltà”, quelle isole remote rispetto ai disegni imperiali, buone solo per farci il bagno in acque che saranno sempre meno azzurre, perché lo sforzo bellico non ama la bellezza e se non può comprarla, la sporca per dispetto.

 


La ritirata d’Abruzzo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come succede ai busti e alle statue equestri dei tiranni, finchè stava su  era un monumento celebrativo dello spitiro d’impresa, della iniziativa economica privata volta a distrubuire benessere e profitti come una polverina magica sulla collettività. Quando crollano, quelli sotto il peso della valanga della toria, questo della neve, rivelano di essere stati edificati sull’argilla, sulla palude della corruzione, della speculazione, dell’iniquità.

Così abbiamo conferma che il relais di Rigopiano si è collocato comodamente sugli antichi e fragili  detriti di  frane e valanghe compresa una particolarmente rovinosa verificatasi negli anni trenta, a dimostrazione di qualcosa che chiunque stia in montagna sa, e cioè che slavine, frane, smottamenti scelgono quasi sempre le stesse vie e gli stessi canali di sfogo della loro irruenza. Che, in ragione di ciò, è ipotizzabile che la sua realizzazione sia frutto di procedure segnate da leggerezza criminale, da deroghe colpevoli alla pianificazione e ai vincoli imposti  dall’appartenenza a Parco del Gran Sasso. A conferma che ormai l’urbanistica –  e l’attività edilizia – è stata retrocessa a un sistema negoziale tra amministrazioni e private, a metodologia di contrattazione   opaca mirata a appagare avidità insaziabili, rendite mai satolle di guadagno, in cambio di prebende, voti, consenso.

Intanto la Commissione Grandi Rischi lancia l’allarme, dopo aver pagato con la perdita di autorevolezza e credibilità la disinvolta sottovalutazione del rischio sismico all’Aquila, preconizzando scosse fino al settimo grado nel Centro Italia, che potrebbero mettere in pericolo la tenuta delle dighe e la stabilità delle scuole, proprio quelle che dovrebbero essere già interessate dalle misure eccezionali messe in campo dal governo Renzi. Toccando così la corda più sensibile dell’immaginario collettivo, anche se a rischio è praticamente tutto il patrimonio edilizio e immobiliare del paese, compreso quello monumentale, le aziende, le stalle, gli ospedali.

Dopo aver criminalizzato la decisione del Comune di Roma che ha detto no alla candidatura alle Olimpiadi, governo, istituzioni, alte autorità ne fanno pratica quotidiana per farci sapere che dopo tanta propaganda al “fare”, adesso è meglio l’inazione prudente, per fronteggiare a un tempo l’illegalità, il malaffare e la corruzione e, insieme, la minaccia di inchieste, ricadute giudiziarie, tali da mettere a repentaglio carriere e elezioni.

Meglio prendere tempo nella prevenzione, nella ricostruzione, nella pura e semplice azione, in attesa che la buriana si calmi, che gli inviati tornino in redazione, che si faccia strada la desiderabilità di soggetti forti, di personalità muscolari, di autorità speciali e onnipotenti in grado di legittimare un auspicabile regime eccezionale, “semplificato” tanto da contrastare l’egemonia burocratica  attuata mediante occhiuta vigilanza, non sufficientemente circoscritta dal depotenziamento della rete di controlli, dalle sovrintendenze alle comunità montane.  Meglio stare quieti e fare la manutenzione dell’emergenza grazie al sistema delle elargizioni e delle promesse: casette di legno tirate a sorte, che ancora non ci sono, per via del funesto accanimento del maltempo, camion di foraggio per il bestiame, che non arrivano perché non c’è il carburante, compreso quello che dovrebbe alimentare i generatori. Meglio andarsene dai parenti, emigrare, svernare negli hotel della costa, che tanto i terremotati dei paesi rappresentano una massa elettorale e di pressione trascurabile e la loro vocazione deve essere quella di fare le comparse in paeselli ricostruiti a uso turistico. Meglio svuotare le dighe, perché potrebbero avere le stesse caratteristiche criminali di quella del Vajont, così in caso di calamità non si andrebbe a “sfrucugliare” nel passato,   nella trascuratezza,  nella sottovalutazione, nella resa accertata ai comandi di padroni il cui delirio di onnipotenza si estende alle forze della natura, più incazzata di noi, pare, se ha ancora la vitalità per ribellarsi.

 

 

 


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