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La normalizzazione dell’Apocalisse

Maltempo-oggiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Particolare attenzione è stata riservata dai media alla situazione critica della Liguria: a Rapallo  decine di superyacht, motoscafi e barche a vela di tutte le dimensioni sono schiantate sulla scogliera del lungomare,  uno yacht della famiglia Berlusconim compreso. Minore preoccupazione per il porto di Savona: nel terminal auto a causa delle mareggiate è divampato un incendio che ha interessato più modestamente 150 auto.  Danni enormi nel Tigullio, mentre Portofino è stata a lungo isolata  per il cedimento delle strade. I venti record in Veneto, Friuli, Lombardia, Frusinate ha abbattuto centinaia di migliaia di alberi e provocato vittime. Ancora oggi in Veneto 150mila persone senza energia elettrica, 100mila senz’acqua potabile, A Terracina una tromba d’aria ha provocato diversi feriti, ma tutto il tessuto abitativo e economico della città è compromesso, con decine e decine di senzatetto.   A  Isola Capo Rizzuto, nel Crotonese, tre operai e un imprenditore della zona, sono morti inghiottiti dal terreno che è franato sotto i loro piedi mentre riparavano una fogna.  A Venezia, scappati i buoi dalla stalla, dopo i 160 cm.  di alta marea anomala  con il 70% di città storica allagata e con le isole sommerse, è stato dichiarato lo stato di emergenza e mobilitazione della Protezione civile. Mentre in Sardegna pare rientri nella normalità che a Nuoro, a Villaperuccio e Narcao le case siano state scoperchiate da una tromba d’aria, ed è così per il Lodi di Catanzaro e altre zone costiere calabre. In Trentino, dove ci sono state tre vittime,  gli abitanti sono stati invitati a non muoversi di casa, da dove possono vedere in Tv e in diretta la strage di milioni di alberi, le strade che sprofondano  e le case travolte dal fango.    . Il livello idrometrico  del Po è salito di quasi 2,5 metri in sole 24 ore per effetto delle intense precipitazioni: il livello del grande fiume al Ponte della Becca, in provincia di Pavia, ha raggiunto i  3,5 metri sopra lo zero idrometrico: ossia oltre sei metri superiore rispetto allo stesso giorno dello scorso anno.

Manca certamente qualche dato e qualche aggiornamento all’inventario sommario che ho messo in premessa. Ma il “maltempo” non ha occupato con l’abituale insistenza la Tv del dolore e le cronache dal degrado: i messaggi della propaganda si sono concentrati sorprendentemente  sugli effetti del cambiamento climatico, a suffragio del trend che ne vuol fare un fenomeno naturale, imprevedibile, od anche, come d’altra parte sostenuto dai molti negazionisti, Trump in testa, ciclico, come dimostrerebbe la scienza insegnata nell’ateneo di Jurassic Park, comunque indipendente da responsabilità e colpe umane.  In modo da smetterla con la noiosa nenia della mancanza di manutenzione, di tutela di investimenti e opere di salvaguardia, tema di attualità sì, ma limitatamente alla Capitale, laboratorio di oltraggio, trasandatezza colpevole e inettitudine ormai proverbiale dopo la conclusione dell’età di Pericle incarnata da giunte e gestioni prefettizie immacolate e efficienti.

Proprio vero che la nenia è noiosa, almeno quanto è noioso dire che per esercitare cura e salvaguardia del territorio non ci sono mai quattrini che invece si reperiscono per opere inutili, dannose e annesse penali, che un new deal a  forte contenuto ambientale diventerebbe una formidabile opportunità occupazionale, che le risorse destinate al risanamento e ripristino sono, e è noto, irrilevanti rispetto ai costi economici, sociali e morali delle catastrofi (per riavere i boschi veneti e trentini perduti ci vorranno più di cento anni). E che non servono gli economisti green e nemmeno geologi, ingegneri, scienziati per sostenere  che i fenomeni estremi, più prevedibili almeno dagli anni ’90 a differenza dei terremoti, richiedono la combinazione di misure globali con interventi locali che, come nei terremoti, sono quelli della prevenzione, dell’inserimento di tecnologie e strumentazioni sofisticate, della ricerca e applicazione di materiali, del contrasto alla cementificazione selvaggia e all’abusivismo e soprattutto della gestione corrente e ininterrotta della manutenzione, quella del suolo, del patrimonio boschivo, dei corsi d’acqua.

Il fatto è che non siamo sull’orlo del burrone, ci siamo dentro e non solo nelle regioni dell’Himalaya dove ogni anno le inondazioni provocano almeno un migliaio di morti, o in Texas dove per due volte almeno 64 miliardi di metri cubi di pioggia (più o meno l’equivalente di 26 milioni di piscine olimpioniche) si sono rovesciati su campagne, siti petroliferi e città. Perfino l’IPCC Intergovernmental Panel on Climate Change, in uno dei suoi più recenti report ammette che la situazione del clima è più grave di quanto previsto: anche se tutti i partecipanti agli accordi di Parigi rispettassero gli impegni presi, probabilmente non si riuscirebbe a limitare in modo decisivo fenomeni catastrofici. Se prima si pensava che esondazioni, aumento del livello del mare e strage di coralli e pesci si sarebbero verificati col raggiungimento di due gradi centigradi di riscaldamento rispetto all’era preindustriale, lo studio certifica che si verificheranno anche con un aumento di un grado e mezzo

E non poteva essere altrimenti per via della criminale sottovalutazione delle cause e degli effetti del cambiamento climatico e soprattutto per la pervicace volontà di  risolvere il problema, frutto dell’avidità, dei consumi illimitati e del delirio di onnipotenza  del mercato,  con gli strumenti del mercato stesso. Così è stato deciso nelle due assise mondiali, Kyoto e Parigi,  e nel loro programmi su cui era destinata a basarsi la politica climatica globale.  Peggio, a  Parigi,  non solo sono stati  riproposti i meccanismi flessibili ideati a Kyoto,  basati sull’assunto  che solo la mercatizzazione della lotta al riscaldamento globale e il contributo volontario del settore privato possa salvarci dall’apocalisse, anche in presenza dell’evidente fallimento di questa visione, ma addirittura gli impegni di riduzione dei gas serra hanno perso il carattere vincolante, visto che non si prevedono né procedure di controllo né meccanismi di sanzione.

Così, per estremo paradosso e dileggio della ragione, le élite globali alzano la bandiera della cosiddetta green economy, degli ambientalisti vegani in Suv,  secondo la quale il limite ambientale non deve essere percepito come vincolo allo sviluppo, bensì come  innovativa opportunità di business e motore di crescita.  E intanto mentre si parla di come ridurre l’uso delle fonti fossili, si  spendono 10 milioni di dollari al minuto per sostenere l’industria fossile, il Fmi le finanzia indirettamente promuovendo sfruttamenti aberranti del suolo, delle risorse idriche, delle foreste, Trump intende riaprire le miniere e noi nel nostro piccolo ci concediamo come terreno di conquista per trivelle e condotte.

Resta uguale lo slogan buono per tutte la stagioni, piove governi ladri.

 

 

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Sardegna, isolata e svenduta

sardAnna Lombroso per il Simplicissimus

Siamo ormai così abituati alle gerarchie, alle top ten, alle graduatorie perfino dei naufragi con doverose differenze tra navi da crociera e barconi malandati, nella qualità delle vittime, nel valore commerciale delle vite offese, che quando succede qualcosa in geografie periferiche, quando vaste aree del paese vengono sommerse da infauste alluvioni attribuibili perlopiù a cattiva o nulla manutenzione, all’invasione del cemento e all’erosione delle coste, alla speculazione oltraggiosa, più in generale a un cambiamento climatico del quale a vari livelli siamo correi, beh allora la notizia non abbastanza (e lo credo bene per quanto si ripete) sensazionale da  occupare le dirette di Mentana, la tv del dolore della Vita in Diretta o di Barbara D’Urso, scivola via, come se si trattasse di luoghi assuefatti alla disgrazia e che se la meritano, popolati di indolenti, di malcontenti che non si compiacciono della fortuna capitata loro con lo sfruttamento minerario, con quello turistico, con l’arrivo di predoni filantropici che  occupano suolo,  verde, boschi, acqua, mare e li annettono ai loro principati e sceiccato “billionari”.

Nei giorni scorsi la Sardegna, come la Calabria d’altra parte, altra regione di serie C per via della ricorrenza di temporali promossi a catastrofi, è stata colpita per tre giorni da un nubifragio che l’ha lasciata stremata: paesi senza luce per tre giorni, strade interrotte perché (lo dice l’Anas) la pioggia ha eroso il fondo stradale, scavandolo, due morti, in una tragica replica di quello che avvenne nel 2009. Fortuna che è avvenuto adesso, a stagione balneare finita, viene da dire: la Sardegna è un’isola che sale all’onore delle cronache per la sua funzione di servizio, se apre un night, se il Qatar riconferma il suo interesse per l’acquisizione di lunghi tratti costieri, in modo da valorizzarle e da creare occupazione, in una regione che pare meriti solo la carità pelosa, se pensiamo alla squallida vicenda dell’acquisto da parte del gruppo Sider Alloys di Lugano dello  stabilimento ex Alcoa di Portovesme, in Sardegna, il più importante impianto italiano per la produzione di alluminio primario. Grazie a un accordo che parte già avvelenato (Portovesme è uno dei siti più inquinati d’Italia, dopo quarant’anni di scarichi industriali incontrollati: 25 ettari di scarti della lavorazione della bauxite, depositati a partire dal 1978 e separati dal mare solo da una lingua di sabbia finissima), firmato da Calenda nel febbraio scorso e che  coinvolge Invitalia, l’agenzia italiana per gli investimenti, obbligata a portare una bella porzione del tesoretto di 135 milioni di euro necessari al riavvio della produzione in cambio della benevolenza svizzera, senza un piano di bonifica e risanamento, dopo che i fondi stanziati nel  ’90 sono finiti. È la Asl locale che consiglia di non consumare il latte delle pecore e capre che brucano nei dintorni, né mangiarne la carne, né raccogliere mitili e crostacei o vendere frutta e verdura, che raccomanda di non farli consumare dai bambini. Che denuncia che nelle polveri sottili ci sono piombo e cadmio, che il terreno è impregnato di metalli pesanti. La falda sotto Portovesme è un concentrato di veleni, secondo l’ultima relazione dell’Agenzia regionale per l’ambiente diffusa nel giugno 2017: i campioni prelevati nell’area industriale rivelano arsenico, cadmio, fluoro piombo, mercurio, tallio, zinco e idrocarburi policiclici aromatici, tutto in quantità centinaia migliaia di volte oltre i limiti.

A Portovesme c’è chi combatte con presidii di lavoratori e cittadini, anche se le notizie dal quel fornte sono scarse quanto quelle sul nubifragio. E ancora minore è la risonanza e l’eco della battaglie solitarie di chi tenta di contrastare l’oltraggio ripetuto delle disposizioni in materia di pianificazione territoriale promosse in forma bipartisan, con in testa il   Piano Paesaggistico Regionale.  113 articoli in linea con la filosofia del grande suggeritore che non ha smesso di dettare le sue regole dalle piscine della villona teatro di incontri al vertice e cene eleganti che stabiliscono misure che esorbitano dalle competenze regionali, violano il principio di sussidiarietà ed esautorano i comuni dalle loro funzioni più caratterizzanti, specifiche e delicate, quali quelle che attengono all’assetto e all’utilizzazione del proprio territorio. Che nel sancire come unica vocazione dell’isola, quella  dell’accoglienza, permette che in nome della ricettività si stravolga la fisionomia delle coste, si cementifichi e costruisca con criteri speculativi al fine di rendere le strutture alberghiere competitive,  anche grazie all’aumento delle volumetrie turistiche già dimezzate da precedenti disposizioni, si introducano variazioni criminali alla destinazione d’uso agricolo.

Così resort e alberghi potranno allargarsi fino al 25 per cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici», le imprese avranno licenza di costruire nuovi corpi di fabbrica, spa e piscine aggravando l’impatto ambientale. È un regalo miliardario fatto a beneficio soprattutto dell’emirato del Qatar che ha dettato in prima persona  le norme per la gestione delle coste imponendo  vincoli più leggeri: qualche voce ancora libera della stampa locale ha raccontato la performance dell’amministratore delegato di Sardegna Resorts e di Qatar Holding, proprietaria di Porto Cervo e dei blasonatissimi hotel della Costa Smeralda, presentatosi “davanti alla commissione urbanistica regionale con in pugno un documento di quattordici cartelle firmate una per una, come si fa nei contratti civili, con le proposte di revisione della legge per l’edilizia, il piano casa del centrosinistra varato nel 2015”, e persino là, nella fascia dei trecento metri dalla battigia vincolata dal piano paesaggistico di Renato Soru. Provocazioni alle quali la giunta targata Pd ha risposto di si  osando  dove non ha osato neppure l’amministrazione regionale berlusconiana, quella guidata da Ugo Cappellacci. E d’altra parte come dire di no all’augusto benefattore  che in cambio ha deciso di finanziare la realizzazione del mega ospedale Mater Olbia, nella città gallurese, un’incompiuta del San Raffaele per la quale si è speso di persona l’ex premier Matteo Renzi, pensata per ospitare i vip intossicati dall’eccesso di aragoste.

E come dire di no alla proposta magnanima di riempire il paesaggio di Bitti – costellato di venti chiese antiche, un  panorama rurale straordinario ancora incontaminato dai compagni di merende di Briatore e che si era salvato dal saccheggio di 100 mila querce tentato da un industriale padano – con una distesa di specchi e pale, proposta dal gruppo Siemens-Gamesa in nome della “solidarietà” energetica col resto del Paese.

E come dire no alle “ricadute economiche e occupazionali” di cui può beneficiare Domusnovas -piccolo centro sardo di 6.300 abitanti in provincia di Carbonia-Iglesias  conosciuto finora solo da qualche turista per le sue bellissime grotte carsiche, nel quale da qualche tempo si è  insediata una fabbrica di armi della società Rwm Spa, dalla quale solo nel 2016  sono partite esportazioni per un ammontare di  5 milioni di euro di  razzi, siluri e bombe verso varie destinazioni, come si legge nella Relazione sulle operazioni autorizzate di controllo materiale di armamento 2015 del governo, tra le quali figura anche l’Arabia Saudita per il conflitto yemenita, in palese violazione della legge 185/90.  Chi volesse sapere di più di questa inquietante “servitù” non trova risposta da parte dei lavoratori (74) ricattati e zittiti dalla minaccia delle  sanzioni del “codice etico” aziendale, che all’articolo 22 prevede il licenziamento per la diffusione di informazioni riservate e dalla popolazione provata da una crisi che ha investito quelle zone con le  dismissioni delle miniere e le vertenze Carbosulcis, Alcoa, Euroallumina e Portovesme Srl  e dove gli ultimi dati Istat dicono che  la disoccupazione è al 17% con quella giovanile che supera il 60% e che se nel 2014 il Pil procapite del Sud Italia era di 16.761 euro -circa la metà rispetto a quello del Nord- nel Sulcis è di soli 8.800 euro.

D’altra parte la Regione Sardegna “promuove la crescita intelligente, lo sviluppo sostenibile e l’inclusione sociale previsti nella più ampia strategia europea 2020, con la propria Strategia di specializzazione intelligente (detta S3), finalizzata a identificare le eccellenze territoriali in termini di ricerca e innovazione e a individuarne le potenzialità di crescita”. E come dire no quindi ai venerati alleati che hanno contribuito con i nostri governi  a fare  dell’isola un presidio con  il 67 per cento delle servitù militari italiane, con i tre più grandi poligoni d’Europa, TeuladaCapo Frasca e quello di Salto di Quirra, 120 chilometri quadrati di estensione per la più importante base europea per la sperimentazione di nuove armi, missili, razzi e radio bersagli, sito in cui avviene l’addestramento di alcuni apparati delle forze armate: esercito, aeronautica e marina militare e dove dal 1956  l’esercito italiano insieme a svariate aziende private collauda mezzi bellici da esportare nei diversi teatri di guerra nel mondo.

Tante volte si è detto che il tempo della pace in Europa è stato lungo, troppo lungo. E infatti chi non ha vissuto il conflitto mondiale nemmeno sui libri di storia, nemmeno sui temi della maturità, nemmeno da spettatore  al cinema preferendo i cinepanettoni, ha scelto di dichiararne una sua muovendo i suoi eserciti reali e immateriali e occupando quelle propaggini africane indolenti, separate per “progresso e civiltà”, quelle isole remote rispetto ai disegni imperiali, buone solo per farci il bagno in acque che saranno sempre meno azzurre, perché lo sforzo bellico non ama la bellezza e se non può comprarla, la sporca per dispetto.

 


La ritirata d’Abruzzo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come succede ai busti e alle statue equestri dei tiranni, finchè stava su  era un monumento celebrativo dello spitiro d’impresa, della iniziativa economica privata volta a distrubuire benessere e profitti come una polverina magica sulla collettività. Quando crollano, quelli sotto il peso della valanga della toria, questo della neve, rivelano di essere stati edificati sull’argilla, sulla palude della corruzione, della speculazione, dell’iniquità.

Così abbiamo conferma che il relais di Rigopiano si è collocato comodamente sugli antichi e fragili  detriti di  frane e valanghe compresa una particolarmente rovinosa verificatasi negli anni trenta, a dimostrazione di qualcosa che chiunque stia in montagna sa, e cioè che slavine, frane, smottamenti scelgono quasi sempre le stesse vie e gli stessi canali di sfogo della loro irruenza. Che, in ragione di ciò, è ipotizzabile che la sua realizzazione sia frutto di procedure segnate da leggerezza criminale, da deroghe colpevoli alla pianificazione e ai vincoli imposti  dall’appartenenza a Parco del Gran Sasso. A conferma che ormai l’urbanistica –  e l’attività edilizia – è stata retrocessa a un sistema negoziale tra amministrazioni e private, a metodologia di contrattazione   opaca mirata a appagare avidità insaziabili, rendite mai satolle di guadagno, in cambio di prebende, voti, consenso.

Intanto la Commissione Grandi Rischi lancia l’allarme, dopo aver pagato con la perdita di autorevolezza e credibilità la disinvolta sottovalutazione del rischio sismico all’Aquila, preconizzando scosse fino al settimo grado nel Centro Italia, che potrebbero mettere in pericolo la tenuta delle dighe e la stabilità delle scuole, proprio quelle che dovrebbero essere già interessate dalle misure eccezionali messe in campo dal governo Renzi. Toccando così la corda più sensibile dell’immaginario collettivo, anche se a rischio è praticamente tutto il patrimonio edilizio e immobiliare del paese, compreso quello monumentale, le aziende, le stalle, gli ospedali.

Dopo aver criminalizzato la decisione del Comune di Roma che ha detto no alla candidatura alle Olimpiadi, governo, istituzioni, alte autorità ne fanno pratica quotidiana per farci sapere che dopo tanta propaganda al “fare”, adesso è meglio l’inazione prudente, per fronteggiare a un tempo l’illegalità, il malaffare e la corruzione e, insieme, la minaccia di inchieste, ricadute giudiziarie, tali da mettere a repentaglio carriere e elezioni.

Meglio prendere tempo nella prevenzione, nella ricostruzione, nella pura e semplice azione, in attesa che la buriana si calmi, che gli inviati tornino in redazione, che si faccia strada la desiderabilità di soggetti forti, di personalità muscolari, di autorità speciali e onnipotenti in grado di legittimare un auspicabile regime eccezionale, “semplificato” tanto da contrastare l’egemonia burocratica  attuata mediante occhiuta vigilanza, non sufficientemente circoscritta dal depotenziamento della rete di controlli, dalle sovrintendenze alle comunità montane.  Meglio stare quieti e fare la manutenzione dell’emergenza grazie al sistema delle elargizioni e delle promesse: casette di legno tirate a sorte, che ancora non ci sono, per via del funesto accanimento del maltempo, camion di foraggio per il bestiame, che non arrivano perché non c’è il carburante, compreso quello che dovrebbe alimentare i generatori. Meglio andarsene dai parenti, emigrare, svernare negli hotel della costa, che tanto i terremotati dei paesi rappresentano una massa elettorale e di pressione trascurabile e la loro vocazione deve essere quella di fare le comparse in paeselli ricostruiti a uso turistico. Meglio svuotare le dighe, perché potrebbero avere le stesse caratteristiche criminali di quella del Vajont, così in caso di calamità non si andrebbe a “sfrucugliare” nel passato,   nella trascuratezza,  nella sottovalutazione, nella resa accertata ai comandi di padroni il cui delirio di onnipotenza si estende alle forze della natura, più incazzata di noi, pare, se ha ancora la vitalità per ribellarsi.

 

 

 


Fottetevi

Restate a casa, spalate, arrangiatevi. Anzi per sintetizzare l’insieme di messaggi di disorganizzazione e impotenza che sale da tutta Italia e insieme di indifferenza sostanziale anche alla sola idea di un buon governo, il messaggio perfetto sarebbe: fottetevi. Di fronte a un periodo di freddo e neve annunciato con una settimana di anticipo, il Paese si è come squagliato dentro l’incompetenza dei suoi eletti, la noncuranza delle aziende che ostentano modernità, la disorganizzazione e l’improvvisazione.

Cinque morti finora, ferrovie sconvolte, treni pendolari fermi da 18 ore in mezzo alla neve con 150 persone a bordo, traghetti che sbattono, scuole chiuse, aeroporti chiusi, soccorsi che non arrivano, sale che nessuno si è preoccupato di accumulare e spargere, autobus senza catene, 160 mila senza luce, una città distrutta dal terremoto abbandonata a se stessa. E per giunta anche le prese per il sedere: la commissione d’inchiesta annunciata da Alemanno per arrivare a sapere chi è quel sindaco incapace e testa di cazzo che non ha saputo governare 30 centimetri di neve. Il sito delle ferrovie che non dice nulla sui ritardi biblici e sui treni bloccati, ma che beotamente continua ad annunciare che il futuro va veloce.

Gli slogan e la realtà. Di fronte a tutto questo, all’evidenza di un Paese dove apatia, profitto, improvvisazione e  favole fanno da scenario a condizioni  sempre più dure, non si è sentita nemmeno una parola dal governo che evidentemente ritiene che non sia compito suo occuparsi di queste cose. Neanche Andrea Riccardi, quello di Sant’Egidio, il santo subito convertitosi alle bastonate ai poveri, ha pensato di spendere due parole per l’emergenza umanitaria. Ma no è troppo impegnato nelle televisioni a fare i compitini, in quel penoso tentativo di mostrarsi ubbidiente e catechizzato.

L’inverno scorso almeno avremmo sentito qualcuno dire che affrontavamo l’emergenza meglio altri, una balla colossale che però era almeno l’offa del potere ai cittadini. Adesso nemmeno quello, il sordo e sordido silenzio, la prova di una totale noncuranza. Che davvero verrebbe voglia di riprendere il senso di quegli annunci grotteschi che giungono da questo o da quello e dire: fottetevi.


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