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Aglio, Travaglio, fattura ca nun quaglia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarò pedante, andando in controtendenza per combattere, nel mio piccolo, la progressiva infantilizzazione del Paese. Hannah Arendt chiama Vita Activa (l’omonimo libro è del 1958) la facoltà che tutti possediamo di agire politicamente in un mondo pervaso dal totalitarismo e dall’egemonia tecnologica contribuendo alla difesa della libertà e dei diritti della cittadinanza.

Non c’era la rete, non c’erano i social, però c’era qualche profeta perlopiù disarmato. Oggi quelli che si qualificano così, sono invece armati fino ai denti, di consenso, tribune, seguito.

Scorrendo i profili delle mie conoscenze su Facebook appartenenti alle tifoserie che fanno finta di prendersi a randellate come nel teatro dei burattini, ho osservato che la più diffusa e organizzata espressione di “vita activa” e di attività di pensiero condivisa sia il copia-incolla degli editoriali di Marco Travaglio.

Personalmente non ho mai nutrito simpatia per gli arruffapopolo, che si sa che i proletari e anche i sottoproletari di una volta si vestivano in modo acconcio e si pettinavano perché erano consapevoli che stare fuori dal processo di civilizzazione sia pure borghese, li avrebbe per sempre condannati alla marginalità e allo sfruttamento della loro ignoranza. Meno che mai mi piacciono i fustigatori di professione che si agitano come dervisci deliranti, stando bene attenti che malauguratamente non finisca una frustata sulle loro schiene, mai incurvate sul solco bagnato di servo sudor, e nemmeno quelli che si prestano a tradurre i versi di chi sta sotto per convertirli in sputacchi biliosi pensando così di nobilitarli, manco fossero Karl Kraus.

Cattivi soggetti, che però possono di gran lunga peggiorare quando dopo aver menato colpi in giro, mettono il bastone al servizio cieco e ubbidiente di un potente, e si danno un gran daffare per trasformare la critica violenta in idolatria ancora più accanita.

Allora si che diventano pericolosi perché usano gli stessi mezzucci del “peggior soggetto” che ci sia capitato, forse più di quello che spediva futuri grandi direttori a colonizzare terre e stuprare ragazzine, oltre che ammazzare oppositori e mandare poveracci a crepare in guerra facendo crepare altri poveracci, quello insomma contro il quale è doveroso esercitare l’odio conquistandosi il patentino di antifascismo.

Perché si accreditano la facoltà onnipotente di interpretare e rappresentare un sentimento che da populista diventa magicamente popolare, virtuoso, condiviso e fertile di effetti demiurgici per la democrazia. Come? Ma grazie al loro tocco e al loro verbo, che diffonde la lieta novella del buon governo incarnato da una figuretta iconica diventata incontestabile, pena il confinamento, che tanto va di moda, nelle sette impure degli eretici, degli irresponsabili, dei terrapiattisti.

Così incontrano un gran successo di pubblico tra quelli che sentono vivo il bisogno di arruolarsi senza la fatica della trincea, così assetati di qualche bevanda gassata che li metta in condizione di “dire la loro” senza lo sforzo di pensare, che si bevono tutto, un referendum che ratifichi la fiducia a un Parlamento che per un anno aveva cincischiato, che adesso viene richiamato con petizione a fare quello che non ha fatto, presto vivificato dal taglio lineare, o la ricostruzione del Paese tramite digitale e Grandi Cantieri, compresa proprio la Tav, antica madre di tutte le battaglie, e perché no? il Ponte sullo Stretto, come magistralmente disegnato nelle slide di Villa Pamphili, canovaccio della procedura di accattonaggio da avviare a Bruxelles per l’erogazione dei nostri stessi soldi in forma di prestito a rendere.

Ma soprattutto si bevono la qualità del miglior governo possibile come sarebbe dimostrato dalla gestione del Grande Male, sicché i lombardi buoni buoni si sciroppano e probabilmente rivoteranno un vertice regionale che l’Esecutivo si è ben guardato dal commissariare, sicché malgrado sia diventata convinzione corrente che i morti – lasciamo far testo alle statistiche farlocche, contraddittorie, fantasiose – sono dipesi dall’incapacità e impotenza degli ospedali pubblici massacrati a far fronte a qualsiasi epidemia, nessuno apre bocca sulla totale assenza di un piano di investimenti per la sanità pubblica.

E oggi si è toccato il fondo con lo sproloquio quotidiano reverenzialmente riportato sui social e intitolato “Ottobre finalmente”, del quale mi vedo costretta a citare il focoso incipit: “Non so per voi, ma per me l’arrivo di ottobre è un bel sollievo. Per tutto settembre ho temuto il peggio. Era dal lockdown che i profeti di sventura e i professionisti dell’apocalisse vaticinavano con aria voluttuosa e acquolina in bocca un autunno caldo, anzi caldissimo, con decorrenza da settembre: disordini sociali, sommosse popolari, rivolte di piazza, cacce all’uomo, assalti ai forni, barricate, violenze, forconi, machete, jacquerie e grand guignol contro il governo di incapaci che ci affama tutti con la scusa del Covid. Io, per non saper né leggere né scrivere, avevo piazzato cavalli di frisia davanti casa e sacchi di sabbia alle finestre”. 

Che soddisfazione si è potuto prendere contro quella genia della quale ha fatto gloriosamente parte in passato, inanellando successi professionali grazie ai pizzini sottobanco dei cancellieri, grazie alla testimonianza di tutti i borborigmi di varie maggioranze silenziose e no, unite dalla ricerca facilmente soddisfatta di un nemico facile facile, da criminalizzare in qualità di puttaniere più che di golpista, di buzzurro più che di secessionista, in possesso della desiderabile caratteristica di stare ben collocato dentro al “sistema”.

Che soddisfazione dare addosso alla stampa cocchiera, come si diceva una volta dei giornali di regime, che in questa gran confusione non si capisce bene a chi dia retta, visto che il principale azionista del Giornale Unico, grazie allo stesso governo che fa finta di criticare, genera mascherine, si cucca aiuti di stato per oltre 6 miliardi.

Che poi l’attuale versione del Fatto deve il suo momento di gloria più che alla meritata eclissi dei competitor, all’averne mutuata la formula, bastone e carota, consenso in una pagina e critica nell’altra, i blog ospitati ma con riserva per trasmettere l’idea del pluralismo, insomma lo stile Repubblica, che ha donato a tanti l’impressione di comprarsi con il prezzo di un caffè e del taglio dei parlamentari, il diritto a un’opinione e l’appartenenza a un club esclusivo.

E che soddisfazione poter scrivere che nessuno assalta i forni, nessuno occupa le piazze lasciare libere dalle sardine, che gli immigrati verranno presto rimandati al mittente in modo da non turbare l’ordine costituito, che i disoccupati sono così stanchi e umiliati che finchè hanno una casa ci stanno stesi sul divano come Andy Capp, che gli operai i cui scioperi di inizio marzo sono stati repressi non ci provano nemmeno più a manifestare, che tanto il loro destino è segnato, se Confindustria detta i patti per la sicurezza che il Governo scrive, se proprio oggi il Fatto si accinge esultare per l’accordo tra i due partner, esecutivo e industriali cui regalare i quattrini generosamente elargiti dall’Ue.  

Ecco Fatto, appunto, adesso è ristabilita la verità: la terra è una sfera, i vaccini sono indispensabili, l’Europa è mamma, l’Istat conta balle (e dire che ve l’avevamo detto in passato), rivela una indole anarcoinsurrezionalista quando sciorina i dati sulla nuova disoccupazione, gli ospedali assicurano a un tempo la cura degli asintomatici e la manutenzione di tanti malati che avevano visto sospendere le terapie, le scuole sono ridiventate sicure officine del sapere grazie alla presenza del personale chiamato a coprire i posti vacanti, i negozi e gli esercizi riaprono, gli hotel fanno ruotare dai loro portieri gallonati le porte girevoli per accogliere i turisti richiamati dal prestigio dell’esecutivo che ha restituito la reputazione all’Italia grazie a Franceschini e alla Cassa Depositi e Prestiti prossimamente consegnata all’Arcuri di Immuni, banchi girevoli, mascherine farlocche quando indispensabili.

Capisco che ormai l’opinione più che pubblica è privata, al massimo social, che chi ha tempo e voglia di esprimerla condividendo il fervoroso opinionista gode di un culoalcaldo, probabilmente di una comoda casa, di un reddito quasi sicuro, di un lavoro agile che gli fa desiderare che un nuovo lockdown lo ripari dal rischio di responsabilità e doveri sociali.

Ma, duole dirlo, dopo ottobre, di solito, arriva l’inverno dello scontento, anche per loro.  


Vecchie Signore sotto la “cupola”

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Macché Patria, macché Costituzione, macché Famiglia, macché Mamma. C’è un valore che gli italiani e non solo sono disposti a difendere a rischio della vita, del buonsenso  e della verità. È la squadra del cuore, sia la Maggica  o la Vecchia Signora, sia la Dea o la Zena, sia il Toro o il Diavolo. Il sostegno totale e la cieca fedeltà si estendono anche a viziatissimi e qualche volta viziosissimi assi del pallone, pibe di oro in odor  di evasione, campioni truffaldini di partite svendute, inveterati consumatori di paradisi artificiali e veline. E in qualche caso anche a patron e proprietari, cui, in nome della leale dedizione al team, si perdonano come peccati veniali  illeciti, aggiramento poco sportivo di regole, abusi e reati fiscali e perfino una certa inclinazione al golpismo.

Ma il furore contro il fatto colpevole di avere per primo informato sulle disinvolte e spericolate frequentazioni di delfini di casa Agnelli con amicizie  malavitose e sulla copertura data ai bagarini ultras legati alla criminalità, espresso con toni adirati sui social oltrepassa la collera per l’indebito attacco alla reputazione della squadra. Garantisti di ferro scendono in campo contro l’ex prefetto di Roma Pecoraro,  in qualità di procuratore della Federcalcio,   di aver accusato il presidente bianconero di aver incontrato esponenti della criminalità organizzata scendendo a patti con loro per mantenere la quiete allo stadio e di aver commesso illeciti con bagarini e ambienti criminali, attribuendogli perfino  rapporti personali con esponenti della malavita organizzata. E mettono in dubbio l’azione investigativa della Direzione Antimafia che ha scoperchiato il pentolone velenoso dei ricatti, delle estorsioni, del business illegale dei biglietti e dell’acquiescenza non disinteressata del giovane Andrea Agnelli, che motiva le sue relazioni pericolose con l’opportunità di contribuire al mantenimento dell’ordine pubblico, sia pure con azzardate autorizzazioni a usare festosi petardi.

Il fatto è che il silenzio della stampa sullo scandalo e perfino sulle ammissioni, rotto da qualche  rara eccezione, non dipende solo dalla ancora viva potenza intimidatoria e commerciale dell’impero torinese sia pure delocalizzato, nemmeno tanto, come ha insinuato qualcuno su Calciomercato.com, dalla preoccupazione, vera, di perdere inserzioni e protezioni, ma anche dalla natura di intoccabili e inviolabili dell’unica autentica dinastia reale italiana, sia pure ormai ridotta a esangue quanto avido azionariato, oggetto di adulazione, ammirazione, invidia e emulazione perfino di vezzi e vizi da polsino della camicia e erre moscia inutilmente imitati,  e che si sono allungate come ombre protettive su rampolli di sangue e di elezione, alle cui performance fallimentari si guarda con deliziata indulgenza.

E d’altra parte proprio la storia del vincolo tra  industria e calcio, di finanziamenti profusi per nutrire passione e consenso,  della combinazione tra bastone e carota, sfruttamento e circenses, della tolleranza per illeciti e truffe blasonate, a proposito delle quali in tempi lontani ma attuali, il promo decennio del secolo breve, il ministro di Grazia e Giustizia Vittorio Emanuele Orlando  dichiarò: “Un’azione penale nei confronti di Agnelli (Giovanni) avrebbe conseguenze negative sulla nascente industria nazionale…”, conserva dei tratti di modernità indiscussa, a celebrazione dell’audacia imprenditoriale, ancorché spregiudicata fino all’illegalità, della libera iniziativa legittimata a aggirare regole e leggi per il benessere comune, del “mecenatismo” sia pure inteso a acquisire proprietà, sviluppare influenza, incrementare benefit fiscali.

Vignetta di Altan

Vignetta di Altan

Qualcuno fa simbolicamente risalire la fine del “lavoro” a quel giorno del 2003 in cui una fila lenta, curva e mesta è salita pian piano per entrare nella camera ardente e rendere omaggio ancora una volta sottomesso, non all’industriale, ma al patriarca, anzi al monarca indiscusso di Torino. A quella liturgia ancien règime nel quale innumerevoli anonimi entrarono nell’inquadratura mediatica per un momento proprio come ai funerali di Lady Diana, quando la morte offre attimi di gloria narcisistica ai dolenti convenuti.

La fine del lavoro era già cominciata, altro che, e semmai quello era il sigillo allegorico sulla conclusione dell’epopea industriale della Torino – per traslato – dell’Italia produttiva, con gli stabilimenti giù allora in disarmo, le aree decotte, le cure dimagranti imposte a Mirafiori, il Lingotto dismesso pronto a ospitare l’evento che sancirà il seppellimento di un altro morto celebre, il partito comunista, la sua tradizione e il suo mandato. E niente investimenti in favore di profitti opachi, niente tecnologia in favore della tumescenza tossica di fondi e strumenti finanziari pensati per possedere sempre di più e condizionare e ricattare il futuro dei lavoratori, costretti a essere a un tempo sfruttati e investitori.

 

Non credo che sui lavoratori soli, intimoriti e abbandonati di Pomigliano, Melfi, Mirafiori  espropriati di garanzie, sicurezza, diritti slavo quello di faticare e esserne pure contenti,  pesi  la fine di un  mito sportivo. Semmai può pesare la vergogna di aver subito, di averci creduto, di aver accreditato la superiorità di stirpi di arroganti e tracotanti padronati. Ma quella è una colpa collettiva per la quale non ci deve essere indulgenza e la cui macchia può essere cancellata solo col riscatto, se sapremo rifarlo.

 

 

 

 

 

 


Lo Sfatto quotidiano non va in Chiesa

lainfo.es-11231-ataqueapalestinaC’era una volta il Fatto quotidiano. Le cronache narrano di un giornale di opposizione che colpiva duro nel gran ballo in maschera del berlusconismo e non aveva paura o timori di sapore political correct nell’appoggiare le opposizioni, nel fiancheggiare la “ribellione” dei Cinque stelle o di schierarsi contro l’informazione paludata. Insomma sembrava un giornale libero fino a che il campo nel quale giocava era delimitato dalla legalità e dal buon senso. Poi Berlusconi è caduto, l’Europa ha fatto cadere la maschera rivelando la sua natura oligarchica, la crisi ha via via devastato lo stato sociale, i problemi posti dall’euro e dalle tesi liberiste hanno spostato la partita dal campetto provinciale dell’antiberlusconismo al discorso di sistema. E qui si sono scoperti i limiti dell’opposizione del giornale che appoggia il sistema globale, ma tuona contro la sua gestione italiota, mormora a mezza bocca contro l’Europa, si fa incerto e umbratile sull’euro e diventa ubbidiente quando si tratta della geopolitica di Washington.

Così accade che i direttori, non potendo esercitare su Giulietto Chiesa la censura vellutata di solito esercitata sull’armata di blogger che lavorano per lo più gratuitamente alla parte più letta e interessante del giornale, hanno deciso di replicare duramente agli interrogativi posti da Chiesa, ma anche da tantissimi altri su questo pianeta, sugli attentati di Bruxelles e di Parigi, accusandolo con toni violenti di fare del volgare complottismo. Insomma hanno ancora una volta usato una di quelle parolette magiche, delle quali fa parte anche “populismo” opportunamente svuotate del significato originario per diventare contenitori adatti a qualunque circostanza. Nel caso specifico evidentemente ” gli strampalati interrogativi” di Chiesa non apparivano poi così assurdi se si è dovuto intervenire pesantemente per dire al lettore cosa pensare, senza lasciarlo in balia di dubbi che tanto danno arrecano alle tesi autorizzate. Questo naturalmente non vuol dire che chi “è contro” abbia comunque ragione o che gli argomenti esposti siano necessariamente persuasivi e corretti, specie in presenza di una complicata macchina di disinformazione: vuol semplicemente invitare a non prendere per oro tutto ciò che luccica, così che le reazioni eccessive e grossolane del Fatto, suonano come una censura non nei confronti di una singolo pezzo, ma vanno ben al di là come se esprimessero una volontà di censura universale.

Appare chiaro, anche alla luce del  recente passato, come la parola complottismo sia passata dal denotare teorie stravaganti e poco credibili al semplice tentativo di esaminare in maniera razionale le verità ufficiali e le loro pezze d’appoggio. Lo stesso giornale ne offre un esempio preclaro essendo stato uno degli indignati portavoce dell’uso dei gas da parte delle truppe di Assad ,nonostante le palesi contraddizioni e ambiguità fattuali. Ma quello che viene dagli adorati “servizi” è oro colato, soprattutto se sono a stelle e strisce, soprattutto se il condirettore del giornale, che ci è andato così inutilmente pesante contro Chiesa, ha la cittadinanza Usa. Un vero peccato che proprio una settimana fa Obama abbia fatto marcia indietro, dicendo che in realtà nessuno aveva detto che i gassatori fossero filo Assad ( vedi qui). Poco male, al Fatto se ne faranno una ragione nel sonno della ragione.


La buona scuola dei cialtroni

stefano-feltri-246577Consentitemi una volta tanto di intervenire su una polemica agostana ormai in scadenza, quella suscitata da Stefano Feltri, vice direttore del Fatto  da sempre responsabile dell’economia del quotidiano e dalla sua singolare concezione di laurea inutile, data in pasto all’inclito e al colto dalle pagine del giornale. Non che mi interessino in alcun modo le idee -uso parole grosse – di questo ennesimo bocconiano  dedito allo stupefacente liberista, ma perché proprio il suo conformismo appena condito di aromi retrò e provinciali come una tigella con erbette e lardo battuto tanto per rimanere nelle zone di origine del nostro , è illuminante  su ciò che pensa dell’istruzione, del sapere, della cultura l’arcaica classe dirigente italiana. Egli ha affermato che è inutile laurearsi in materie umanistiche perché valgono poco sul mercato del lavoro, come se questo non fosse da una parte una spia della povertà sociale e ideativa da cui è afflitto il nostro Paese e come se l’istruzione abbia un senso solo in rapporto al reddito.

Sono 30 anni che leggo banalità del genere e sono stati 30 anni di declino. Ma il bocconiano prima sostiene che lui per fortuna ha fatto la fatto la scelta giusta: “I miei genitori, non certo senza sacrifici, hanno investito parecchio sulla mia educazione. La nomea dell’università e – mi piace pensare – le conoscenze e le competenze acquisite mi hanno permesso di trovare subito il lavoro per il quale mi stavo preparando”. Che brivido linguistico da drogheria quella nomea al posto di reputazione anche se poi questa università privata ha bassissimi indici nelle classifiche internazionali. Ma dopo la notazione personale il nostro si spinge a dimostrare la sua tesi e mostrare di quali competenze sia portatore. E sbaglia tutto: prima scambia per valore in euro gli indici convenzionali di uno studio del Ceps, peraltro ancora in bozza e in attesa di verifica, poi non si accorge che in realtà esso dice tutt’altro, ovvero che ” gli studi  in scienza, tecnologia, ingegneria, matematica non sono i migliori investimenti per gli studenti, specie se sono donne”.

Dunque il nostro “economista” da nomea che ha acquisito tanta competenza da non saper interpretare tabelle chiare a qualsiasi laureato in materie umanistiche e che a quanto pare non sa nemmeno leggere con attenzione continua a lamentarsi del fatto che “purtroppo, migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte”.

Non c’è da stupirsi se la pioggia di critiche lo ha costretto a prodursi in assurde giustificazioni  (ha sostenuto che le legende delle tabelle erano poco chiare, quando invece era chiaramente specificato che si trattava di numeri standardizzati) e a prodursi in altri tre interventi nei quali, dopo aver preso atto della sua fallibilità, ribadisce la medesima tesi (cambiare idea è troppo intelligente) sulla base di altri dati tratti dall’Ocse e di altri organismi, riuscendo però a invilupparsi sempre di più nel circolo dei fraintendimenti, degli errori ed  omissioni e dimostrando non solo il livello di competenza personale, ma anche di chi gli ha concesso il pezzo di carta, anche se nelle università private si è clienti prima che studenti e “figli di” prima che persone.

Rileggendo quelle statistiche e tabelle portate a discolpa dopo le prime castronerie, emerge chiaramente tutta un’altra realtà, sintetizzata da Marco Bella un ricercatore che ha un blog sul Fatto: il numero dei laureati in materie umanistiche è in linea con gli altri Paesi europei, una laurea di qualunque tipo sia consente un vantaggio in termini di occupazione, più si studia più si guadagna, i benefici (statistica Ocse) non ci sono solo  per i singoli, ma per tutta la società. Forse la tesi di Stefano Feltri è costruita su se stesso che sembra l’antitesi del più si studia più si guadagna, visto che dopo tanta fatica è incapace di interpretare  correttamente i dati  più banali ed è tuttavia misteriosamente approdato alla vicedirezione di un giornale oltreché nelle grazie de La 7 e di Lily Gruber. Forse bisognerebbe chiedere a Franco Bernabè le ragioni del miracolo.

In questo senso non si può dire che manchi di strategia: il puntiglio quasi suicida con cui ha cannato tutte le statistiche e manipolato i dati per portare avanti comunque la sua tesi, (immaginiamoci quando pontifica di economia) ne fanno in realtà un elemento prezioso per la classe dirigente che ci ritroviamo e per la sua espressione politica: la grossolanità ideologica e cognitiva con cui è andato avanti non è per nulla un elemento negativo, anzi è una garanzia di adesione a tutte le tesi che converranno e di cui occorrerà convincere l’opinione pubblica. Chi sa mentire è utile, chi si convince delle menzogne è essenziale, ma chi è talmente annebbiato da non essere in grado di raccogliere un capo del filo d’Arianna per uscire dal labirinto perfino quando brilla come un faro, è davvero prezioso. Sì, Stefano Feltri è prezioso per la concezione della nuova scuola come semplice preambolo al lavoro, allenamento alla disuguaglianza e nel migliore dei casi come investimento, quando si tratta di esigue minoranze di privilegiati destinate a perpetuare l’ideologia nella quale quegli stessi privilegi sono tutelati. Se proprio la cultura interessa qualcosa non va affrontata a scuola, ma nel privato come Feltri stesso dice di aver fatto. Spero con risultati migliori che nel suo campo di totale incompetenza.

Per chi voglia approfondire l’argomento può andare qui o qui

 

 


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