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Elezioni Ue: ambiente, niente

gelati 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve la ricordate Greta?

Beh se non ve la ricordate non c’è niente di male. E’ successo anche a quelli che l’hanno ricevuta in pompa magna estasiati e genuflessi davanti a quell’efficace prodotto dell’industria dello spettacolo, soprattutto se impegnato nel filone catastrofista,   che ne ha fatto una piccola Giovannina d’Arco, incarnazione bigotta dell’ambientalismo neoliberista,  affibbiando  responsabilità e doveri alla collettività e ai singoli individui e liberando dal gravoso onere imprese, politica e  governi.

Per averne conferma  basta andare a guardare i programmi di chi vuole più Europa, di chi vuole un’altra Europa, di chi l’Europa non la vuole ma intanto spera di sedersi sulle comode e irrinunciabili poltrone portatrici di prebende e benefits, di chi – i meno credibili di tutti – pensa che in Europa ci entra come un cavallo di Troia per trasformarla da fortezza feroce in confederazione bonaria e generosa.

Sarà che si sono passati gli appunti,  sarà una non sorprendente coincidenza. Ma pare che tutti abbiano tirato giù dagli ultimi scaffali in alto, quelli più impolverati, il Rapporto  Bruntland (1987) la bibbia dello sviluppo sostenibile, dello slogan ambientare lo sviluppo e sviluppare l’ambiente, uno dei più preclari esempi di paradosso o meglio di ossimoro, che mise le basi per tutte le strategie e commerciali strumentazioni commerciali e mercatistiche che hanno poi eretto l’impalcatura del Protocollo di Kyoto e degli accordi successivi: meccanismi volontari e flessibili, incentivi e facilitazioni, licenze e indulgenze pensate proprio  per esonerare l’industria da impegni troppo severi, introducendo permessi e la possibilità di scambiarli  in un mercato concepito per risolvere i danni del mercato così che si possa continuare a inquinare guadagnandoci sopra.

Così nei programmi fotocopia di più Europa, meno Europa, l’Europa che vuole Salvini,  l’altra che si illudono di riformare i compagni di merende di Tsipras abbiamo a che fare, pur di non contestare il sistema,  con tutto il repertorio  di azioni a carico dei cittadini virtuosi, sui compiti che gravano sulle spalle dei cittadini finché le filiere sono visibili, finché cioè si rinuncia all’aria condizionata resa indispensabile dallo sfruttamento e della compromissione delle risorse o al riscaldamento o all’auto irrinunciabile laddove con il welfare urbano si sono tagliati anche gli investimenti per il trasporto pubblico. E finché, cioè,  si arriva al “cassonetto”,  perché da là in poi è risaputo che tutto cade nelle mani  della criminalità quella mafiosa ma anche quella legale o legittimata, sui padroni delle discariche, che si sono riciclati anche loro nel brand degli inceneritori o dell’export di immondizia, oppure insistono nel business come in Veneto, o si arriva all’occupazione militare dell’eolico che ha fatto la fortuna di  dinastie in odor di mafia, ai rigassificatori e all’obolo che si continua a dare a quelli che aspettano l’autorizzazione, malgrado le antiche denunce del guru 5stelle oggi in sonno ecologico, alle trivelle di Eni e Agip e soci  esteri accomunati dall’impegno a esportare danni e corruzione.

Non è che poi si dedichi più che tanto alla salvezza planetaria nelle letterine di natale delle formazioni in lizza per una scadenza elettorale che ha una valenza solo nazionale pensando agli irrilevanti effetti nel consesso comunitario e per il consesso comunitario a vedere le performance di Tajani, della Gardini, della Spinelli, di Maltese. Che si sa l’ambiente è un optional che nelle tenzoni importanti si lascia a formazioni “dedicate” con l’auspicio che possano diventare aghi della bilancia e momentanei partner, proprio come si fa con altri target, femministe comprese, tanto è opinione diffusa che la rivoluzione non si può fare e quindi meglio ripiegare in accomodamenti pratici e realistici  sotto bandiere unificanti che nessuno avrebbe il coraggio di contestare: più parchi, salvo quello dei Nebrodi magari troppo legato a un rappresentate Pd renitente, più fonti rinnovabili come hanno sempre predicato i presidenti di Legambiente passati allegramenti alle file del renzismo e dei suoi sbloccaitalia, più Tav che sviluppa occupazione, più stadi che piacciono al popolo e portano effetti indotti: grandi stabili di uffici vuoti, strade a carico dei comuni. E come recita il programma degli alleati del guappo all’ombra del Partenone una formidabile strategia di riconversione ecologica con investimenti nelle filiere industriali, dei trasporti, dell’efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili, insomma un New Deal che si può finanziare con buoni emessi dalla Banca Europea degli investimenti e sostenuti dalle Banche Centrali Europee, ipotesi che magari incoraggia al voto chi ama la fantascienza e la letteratura visionaria.

Come al solito va a finire che si rimpiangono Bucalossi e Fiorentino Sullo, se lo slogan “stop al consumo di suolo” che occupava i discorsi dell’ambientalismo e della politica è diventato il più blando “contenimento del consumo di suolo” e poi “rigenerazione urbana”, come se speculazione e sacco del territorio fossero crimini che si consumano solo nelle città e come se la concessione delle nostre geografie e dei nostri beni comuni ai privati non riguardasse terreni agricoli e boschivi alienati per farne seconde case, ma anche discariche, parchi eolici e impianti geotermici che mortificano tante aree del Centro-Sud, coltivazioni intensive occasionali, disboscamenti non pianificati. Come se non rientrasse nel consumo dissennato e dissipato il cambio di destinazione d’uso che resta sulla carta in attesa del migliore offerente, sicché diventa oggetto di scambio, ricatto, svalutazione, come se non ne avessimo avuto abbastanza dei grandi eventi che lasciano la rovina e l’abbandono dietro di sé,  come se i danno a carico di tutti noi non riguardassero oltre  alla mancata produzione agricola (l’artificializzazione   del territorio c continua a coprire irreversibilmente aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e fabbricati, strade e altre infrastrutture, insediamenti commerciali, produttivi e di servizio, anche attraverso l’espansione di aree urbane, spesso a bassa densità), all’ impermeabilizzazione del suolo, alla mancata protezione dell’erosione e all’infiltrazione e regolazione idrica, all’assenza di manutenzione ordinaria di corsi d’acqua.

E non serviva Greta, ma bastava MilanoToday per sapere che i dati mostrano che Milano e Torino, con 40 μg/mc di Pm10, sono a capo del gruppo di città che ha superato ampiamente per anni il limite della concentrazione media annua di polveri fissato dall’Oms in 20 μg/mc/giorno tanto che il 2018 segna per la Capitale Morale il «codice rosso»: i 50 μg/mc/giorno sono stati superati in 75 giorni (35 il limite di legge).

E ci era bastato lo Sbloccaitalia di Renzi per sperare che il governo in carica ci risparmiasse lo Sbloccacantieri che riporta allo strapotere dei commissari straordinari e dei poteri speciali, delle deroghe alle tutele dell’ambiente, dei beni culturali e della salute dei cittadini, bypassando anche  la  vigilanza e salvaguardia di beni culturali e paesaggistici.

Ambiente niente, diceva un comico di tanti anni fa in una sua parodia dei Tg, più profetico e lungimirante di altri colleghi, professionisti, dilettanti e involontari.

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Sudditi contenti

sudditi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non stupitevi se per una volta affermo che queste prossime lezioni europee hanno una loro importanza. Non politica, per carità: si tratta di un evento insignificante per le nostre esistenze di cittadini, nella loro qualità di ratifica notarile della resa e dell’assoggettamento,  garantito dalla cerchia di candidati che sono stracontenti dell’Europa così com’è e quelli – non più ammirevoli – che vanno a meritarsi lauto compenso e benefits per trastullarsi saltuariamente con un’altra Europa impossibile.

Mentre invece potremmo apprezzarle in quanto costituiscono un validissimo test per disegnare l’identikit perfetto del suddito ideale che, per dirla con Hannah Arendt, che purtroppo ha meno fan di Fusaro,  non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più.  E per riconoscere quindi l’idealtipo che incarna le vittime volontarie del paradosso della debolezza, che accettano le regole e gli imperativi  imposti anche se illegittimi, sentendosi però libero perché gli viene concesso di deprecarli.

Sono quelli che abitano a buon diritto le geografie delle nuove classi disagiate, ma che si illudono si tratti di un temporaneo e breve incidente della storia e perciò di vergognano delle unghie sporche rappresentate da qualche segreta incursione nel populismo, in attesa di riaffermare la propria paternalistica appartenenza a ceti superiori, più acculturati e autorevoli, minacciati da una plebe di ignoranti e maleducati.

Sono loro che dopo che per secoli dai salotti di Diderot e Galli Della Loggia hanno decantato la bellezza della democrazia, la possibilità concreta di pensare con la propria testa e perciò contare con ognuno dei propri voti, oggi non proprio sommessamente guardano all’opportunità di  selezionare i target elettorali secondo svariate e ingegnose forme di discriminazione, laurea in testa, delimitando il diritto/dovere ai cittadini più “informati”, magari equipaggiati di diploma di neo-antifascismo, di neo-ambientalismo, di neo-antirazzismo, di neo femminismo e così via. In modo che si perfezioni l’ossimoro grazie al quale il suddito vota entusiasticamente per l’imperatore e per i suoi scherani, persuaso senza sollevare dubbi e obiezioni che la verità propinata da palazzo reale sia quella buona, contro le false verità contro le quali  i detentori delle forme innovative di relazioni umane e socialità decidono il doveroso ostracismo neanche la rete fosse l’Atene di Pericle, in maniera che a monte venga effettuata la necessaria selezione della balle da somministrare alla massa.

Non diversamente da Salvini e Borghezio si sono convinti o fatti persuasi di appartenere una civiltà superiore, contro i cinesi che ci hanno rubato l’idea degli spaghetti, che pure avevano tanto sorpreso già Marco Polo e Matteo Ricci, contro l’Islam incompatibile con i nostri valori di rispetto per le donne che non si toccano nemmeno con un fiore, contro gli sparatori nei cine di Aurora, magari con pistola Made in Italy, fatto salvo il diritto a tenere un’arma per legittima difesa.

E così quelli che deridono la non poi folta schiera di terrapiattisti, credono ciecamente  alla partita di golf sulla luna dei padri pellegrini dell’Apollo 11, quelli che mettono la foto di Impastato sul profilo votano il partito che ha tolto la presidenza dell’Ente Parco dei Nebrodi al suo tesserato sfuggito a un attentato della mafia per aver imposto i protocolli di legalità, quelli che stanno con Greta per l’ambiente ma anche con Calenda per le imprese e lo sviluppo, quelli che hanno votato per la sacca di resistenza contro i diktat europei e adesso non sanno più farne a meno, quelli che non vogliono sentirsi dire che sono radical chic ma hanno estratto al pashmina dalla naftalina insieme al progetto insensato di una “riforma” di quella autorità costituita con trattati internazionali che si sovrappongo alle costituzioni nazionali con l’intento di demolirle, che hanno votato No ma adesso votano Si a un’Unione che ha dichiarato fuori legge le Carte nate dalla resistenza, troppo intrise di arcaici valori e principi “socialisti” che ostacolano mercato e sviluppo.

Eh si sono quelli che sbraitano contro gli sbirri che menano i manifestanti No-Tav per risarcire il ministro orbato del pupazzetto di Zorro e dei militanti del Pd orbati del palco del Primo Maggio usurpato, ma danno la preferenza alle madamine che esigono la pronta consegna di Prime.  Quelli che canzonano i lettori degli oroscopi ma affidano il loro destino al Nostradamus della Bocconi, che fa previsioni sullo spread con algoritmi che hanno meno probabilità di prenderci delle lune e degli scendenti di Branko, perché non danno fiducia all’idraulico o al meccanico, ma continuano a riservarne ai “settemestieri” comunitari specializzati in crimini contro l’interesse generale. Quelli che mai rinuncerebbero alla libertà di passeggiare in centro, all’apericena nei dehors, al flash mob per sostenere Lucano e contro il ministro felpato di fuori e dentro di ferro, ma che si sono compiaciuti per la ragionevole difesa del decoro cittadino officiata dei sindaci Pd e dal loro mai abbastanza rimpianto ministro.

Ma anche quelli che pensano che tutto il bene può venire solo dal basso, dall’agire libero e spontaneo delle particelle elementari di cui è costituita la società, meglio se impreparate e inadeguate perché così sarebbero meno condizionate, meglio se profane e inesperte perché così dimostrerebbero di non essere esposte a contagi e corruzione, quando è dimostrato che bisogna essere attrezzati e armati fino ai denti di sapere, conoscenza, insieme all’indipendenza, per contrastare una concezione che colloca l’economia e il mercato al centro del mondo, subordinando alle loro esigenze l’intera gamma della vita sociale e imponendo lo status di merci liberamente scambiabili sul mercato alle persone, al lavoro, alla terra, alle creazioni artistiche, alla memoria, all’aspettativa del futuro, ai diritti.

Eccolo il suddito ideale, non occorre un test dell’Espresso per sapere se siete posseduti dal suo stesso virus.

Basta che vi chiediate se credete davvero che non si possa vivere e scegliere e volere qualcosa di diverso da questo che vi propongono, se pensate davvero che non c’è altro per voi e i vostri figli di lavori precari, dove diritti e garanzie si devono difendere in forma individuale in un corpo a corpo senza difese e speranze, dove la casa, la famiglia, l’espressione di talento, vocazioni e perfino desideri sono un lusso concesso a pochi, dove la cabina elettorale è diventata l’ufficio postale nel quale è obbligatorio timbrare la propria consegna a autorità imposte e indiscusse, cui delegare e offrire in pegno aspettative, garanzie e diritti in cambio di una imitazione della sicurezza e della sopravvivenza. Se da chi vi assicura che sta facendo tutto questo per voi non comprereste una macchina usata, non fatevi affibbiare la loro democrazia di seconda mano.

 


Suonata per tromboni e orchestra

1501593644_tromboniFighetti: è così che Carlo Formenti ( vedi Rinascita)  ha chiamato quei personaggi della sinistra da bere che da tempo ormai immemorabile hanno abbandonato la difesa delle classi subalterne  e dunque l’idea stessa dell’uguaglianza per farsi preziosi alleati del neoliberismo, del cosmopolitismo dei profitti e dello sfruttamento, grazie all’etichetta rosso – rosa gli che era rimasta addosso come il cartellino del negozio. Ma ora molto sta cambiando: via via, quel cartellino esibito su capi di lusso si è stinto di fronte alla realtà e così oggi il sistema di consenso, privo di quell’opposizione puramente figurativa che gli è stata così utile,  ha cambiato tattica, mentre i personaggi più rappresentativi di questo campo stanno tentando di riciclarsi. Per lo più in maniera maldestra e ambigua perché è evidente la difficoltà di cambiare veramente registro e tutti i temi rimasticati in questi trent’anni come in un campo di Pol Pot, ritornano alla gola e all’anatema vigliacco contro una sinistra traditrice che essi per primi hanno incarnato e condotto nei pascoli del blairismo, non possono fare a meno di contrapporre il loro vero volto  continuando come se nulla fosse a lanciare anatemi contro Russia e Cina, a considerare Assange un traditore perché ha svelato segreti che devono rimanere tali – tanto per parlare di democrazia –  e a tenere fermi quei concettoidi economici  che sono stati la loro stella cometa per portare ai ricchi e soprattutto a quelli di oltre atlantico i loro doni in cambio della mancia dovuta ai fattorini di lusso.

Ad ogni modo è abbastanza chiaro che oggi la catena di potere oligarchico ha capito che rischia grosso se va in rotta di collisione contro il malcontento e l’inquietudine che dilagano ovunque, sia pure in forme diverse, visto che il menù che può offrire è sempre meno gradito e si è rivelato vomitevole nelle sue applicazioni. E allora come ho avuto modo di abbozzare in un post, Timeo Greta et dona ferentes , usa l’antichissima tattica dell’infiltrazione: invece di contrastare i temi critici che si sono imposti nel dibattito pubblico, tenta di cavalcarli e guidarli per sterilizzarli e far sì che essi non costituiscano più un pericolo. Il problema ambientale, quello che proprio non può essere in qualche modo digerito nel corpus teologico neoliberista se non ricorrendo all’ipotesi magica che il rimedio consista nel perseverare ancora di più nell’errore, è affrontato imponendo come personaggio chiave una ragazzina – simbolo, che gira il mondo supportata dai media, ovvero dalla narrazione ufficiale e tenta di evitare che nei vari Paesi l’ambientalismo fino ad ora rimasto sostanzialmente neutro nello scontro politico concreto esca dall’antagonismo platonico o al massimo delle sveltine localizzate, per farsi opposizione dura.

Ma il palese disastro europea spinge anche ad impadronirsi in qualche modo di quel sovranismo demonizzato a prescindere. E’ di qualche giorno fa un’articolessa sul Corriere della Sera, ovvero sul messale del neoliberismo italico, nei quale lo storico Giovanni Belardelli, sostiene che  si sta regalando la nazione ai sovranisti. Dunque invita l’oligarchia a riabilitare il concetto di nazione purché esso rimanga confinato agli ambiti marginali e per così dire emotivo – esistenziali della convivenza. Insomma è inutile, anzi disutile contrapporre alla nazione l’europeismo (cosa sia poi quest’ultimo sarebbe tutto da analizzare), facciamoci furbi, riabilitiamo in senso sentimentale la nazione purché questa non pretenda davvero di essere sovrana. Si tratta di un articolo molto interessante perché al contrario della grossolanità espressa dai politici e giornalisti di giro che sovrappongono tout court, sovranismo e nazionalismo, Belardelli invita l’oligarchia a smetterla  con la demonizzazione delle nazioni perché proprio questo rafforza il sovranismo che è poi ciò che davvero preoccupa i poteri  elitari come fonte di problemi infiniti per la post democrazia globalizzata.  Detto con una metafora: non combattiamo scioccamente l’aspetto “folcloristico” purché la cassa rimanga nelle mani degli organizzatori,  cerchiamo di far nostro il tema in maniera da dirigerlo sulla strada che vogliamo.

Ho la certezza che si tratti, almeno a livello italiano, di un colpo di diapason per dare il “la” all’orchestra sinfonica dell’informazione. Il programma non è ancora stato scritto, ma i tromboni stanno già accordando gli strumenti.


Ma che bell’ambiente

gea

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno proprio ragione,  Zizek,il più godibile tra i pensatori acchiappacitrulli che offrono filosofia un tanto al metro,    che se la ride dei popoli che si aspettano la salvezza da fuori dei confini con preferenza per i marziani, o la protagonista del grazioso film italiano che  crede che le sorti sue e del mondo siano nelle mani di Jeeg Robot, i cui superpoteri sono stati suscitati da un’immersione nelle acque fetide e tossiche del Tevere.

In attesa di questi interventi esterni, pare ci si accontenti facilmente di leadership per lo più create ed alimentate dalla macchina propagandistica imperiale o nutrite da capacità comunicative autoreferenziali.

E allora diononvoglia che si  infranga qualche tabù,  che si bestemmi il nome della fanciullina mandata con una certa spregiudicatezza a fare da avanscoperta, e  testimonial presso i potenti della terra, della green economy, la forma più impunita e sfacciata di un ecologismo che vorrebbe convincerci che i danni del mercato si possano risolvere attraverso il mercato. O che ci si permetta di smascherare l’icona del metalmeccanico promosso a notabile che ha da tempo smesso di promettere l’ingresso in paradiso alla classe operaia. Insomma guai a tirare giù dal piedistallo re e regine,  ledere il divieto sacrale  di sollevare ragionevoli obiezioni su simboli inviolabili, specialmente se in quota rosa, sia l’intoccabile onorevole Boldrini o la Michela Murgia, ambedue riscattate, in qualità di fiere oppositrici dell’infamone agli Interni, da qualche intemperanza o ipocrisia, oppure su altri monumenti infrangibili:   Saviano  o Notre Dame, ong, comprese quella di Soros, l’expo della Capitale morale inattaccabile rispetto a quella corrotta, anche se i vizi sono comuni, buche comprese, l’alta velocità del neo futurismo, i futuri colossei per tifosi espropriati di pane e  meritevoli di circenses.

Si dirà che si tratta di figure indispensabili per classi disagiate che hanno conosciuto la demoralizzazione, la malinconia per la perdita di beni che si consideravano inalienabili e la riduzione di slancio morale, che vivono il disincanto democratico avendo da tempo smessa la fiducia nella rappresentanza e negli eletti, che delega loro perfino il pensiero oltre che l’azione, placando così coscienze pigre e giustifica la disaffezione.

Perlopiù invece si tratta di burattini i cui fili sono tirati da abili burattinai o di marpioni mossi da altri superiori marpioni che hanno l’incarico non di pacificare i nostri sensi di colpa, al contrario, quello di biasimarci e di addossare a noi le responsabilità per comportamenti personali e collettivi:  scarsa attitudine all’accoglienza di chi si permette di stare addirittura peggio dei residenti di Bastogi, riluttanza a fare la differenziata cui si attribuisce  effetto demiurgico in assenza di riduzioni delle emissioni di industria ei Stato e non, ostinazione criminale nel recarsi al lavoro in auto, reato moralmente e ambientalmente più  deplorevole della licenza a ammazzare dell’Ilva,  obiezione di coscienza della lotta alla criminalità organizzata che fa disertare la denuncia del racket  dei malfattori piccoli mentre quelli grandi che ne sarebbero incaricati dallo stato si occupano d’altro,  a cominciare dal decoro cittadino compromesso da poveracci che chiedono la carità, frugano nell’immondizia,  manifestano per la casa.

Qualcuno, Marcuse,  che ebbe grande seguito in tempi nei quali addirittura si poteva criticare il sistema e anche i  modi con i quali lo si criticava,  espresse il concetto di tolleranza repressiva, come mezzo per perpetuare il dominio degli oppressori sugli oppressi, affermando che, all’interno di una società che sfrutta e soffoca, i movimenti progressisti che accettano le regole del gioco diventano essi stessi strumenti di schiavitù.

E infatti quando eravamo consumatori ci è stato permesso di scaldarci d’inverno e di condizionarci d’estate, di liberare le casalinghe con le stoviglie usa e getta e di caricarsi di confezioni di bottiglie di plastica più leggere di quelle in vetro, di fare innumerevoli e meritate lavapiatti e lavatrici, di impiegare dissipatamente Pampers e Lines come delle scellerate, di coronare i sogni di potenza di maschi frustrati con auto sempre più veloci.

Mentre oggi è tutta una riprovazione per questi consumi dissoluti ai quali siamo stati persuasi  in cambio della diserzione dalla cittadinanza e dalla responsabilità che ne consegue, tutto un minacciarci di catastrofe imminente se non assolviamo e subito gli obblighi connessi alla conservazione della specie: riciclare, pedalare, stare alternativamente al freddo e  al caldo come in una doccia scozzese punitiva del malcostume ecologico, lavare a mano montagne di panni ma al tempo stesso risparmiare la risorse idrica forse facendo tornare le donne al ruscello. Ruscello però inquinato, perché non a caso gli inviti alla fratellanza con sorella Terra sono rivolti alle periferie riottose e non ai residenti agostani di Capalbio, alle massaie rurali e non alla Marcegaglia, agli utenti di Eni, Enel, Acea e non alle aziende pubbliche e private che rincarano servizi sempre più inefficienti e che hanno fatto delle imprese una macchina da corruzione in patria e fuori a nostre spese, a chi abbandona il sacchetto puzzolente con le lische di pesce fuori dal cassonetto e non ai signori dell’export dei rifiuti o delle discariche e nemmeno agli amministratori che hanno sempre lucrato sulle emergenze della monnezza, ai pendolari in auto e motorino e non al monopolio ferroviario che taglia rami e tratte indispensabili per concimare l’albero marcio  dell’alta velocità.

Perché, diciamo la verità, il cambiamento climatico che tutti in un’economia di scala delle responsabilità dovremmo contrastare, a noi fa male ma per altri fa profitto, grazie ai meccanismi di mercato individuati per commerciare le emissioni in modo da dare licenza e a basso prezzo alle industrie di avvelenare e contribuire al riscaldamento globale, grazie alla diffusione sempre più necessaria di sistemi di protezione dagli eventi estremi, grazie anche agli effetti della guerra che il clima muove contro la terra ingrata. Perché delle misure di riparazione e ricostruzione possono approfittare i soliti noti, quelli che guadagnano dall’eterna ammuina, sempre gli stessi che sporcano e danno una mano di vernice, che scavano e riempiono, che abbattono e tirano su dighe, ponti, raccordi, quelli che ci ammalano e poi ci fanno pagare i loro fondi assicurativi per curarci, quelli che delocalizzano in posti dove si inquina senza limiti come il loro sviluppo auspicato, costringendoci a essere competitivi grazie a salari sempre più bassi e polmoni sempre più sporchi.

È proprio uno slogan della tolleranza repressiva quello, lanciato dal piccolo totem con le treccine, della giustizia climatica,  ad uso di un umanitarismo della compassione, di una solidarietà della beneficienza, di una mobilitazione per diritti accessori, lanciati ai cani affamati come ossi,  quando quelli fondamentali sono stati minati e rubati, quando dovremmo reclamarli tutti e uguali per tutti, di una crociata contro il Moloch feroce del maltempo e dell’afa malsopportata anche in Costa Smeralda, all’Argentario, a Palm Springs e che dovrebbe unire tutti vittima e carnefici, oppressi e sfruttatori, oltrepassando altra lotta meno gradita, quella di classe retrocessa a irresponsabile passatempo per reduci e nostalgici. In attesa che diventiamo nostalgici  e reduci dalla terra dalla quale ci hanno cacciato senza speranza di vita  su Marte.

 


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