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Manifesta Malafede

usig 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una bella differenza tra intelligenze illuminate e profetiche e certe Cassandre che sfilano in questi giorni davanti ai microfoni e alle telecamere e le cui previsioni sono meno credibili del meteo, che si esercitano con l’unico scopo di seminare paure irrazionali che consolidino la loro indiscussa autorità sacerdotale.

E infatti c’è da star sicuri che chi è dotato di lungimiranza e vuole metterla al servizio della ragione e della coscienza, quando la sua preveggenza è confermata dalla cronaca e dalla storia non se ne compiace, al contrario soffre di aver avuto ragion, solitario tra i tanti che rinnegano e rimuovono il passato per il timore si stare anche occasionalmente dalla parte sbagliata o sul carro dei perdenti

E difatti si può essere certi che negli anni Gramsci si sarà dispiaciuto oltre che della fine che ha fatto il suo giornale, della sua facoltà divinatoria e della veridicità scientifica della sua diagnosi sulle affezioni genetiche della cerchia degli usignoli dell’imperatore, degli intellettuali che prima o poi si trovano a gorgheggiare per chi comanda e a reggergli lo strascico, pronti in un battibaleno a dimostrare con l’uso politico della cronaca e della storia di essere stati male interpretati, a smentirsi con burbanzosa eloquenza, sicuri che nessuno li contesterà  alla faccia della memoria da elefante di Google, poiché la loro perdita di credibilità coincide con l’eclissi della stampa libera.

Non l’avrà dunque stupito l’appello con tante firme in calce e aperto a altre adesioni pubblicato dal Manifesto, che appunto ha sostituito la  sua morta Unità in veste di house organ del Pd e in forma più dinamica e  estesa del liberismo progressista.  Il titolo, che calza perfettamente con la retorica bellica che si è imposta in questi mesi: Basta con gli agguati, risalta in testa a un’accorata disamina dell’accanimento esercitato ai danni del governo e della sua saggia guida, l’avvocato degli italiani Conte, da due fronti uniti, con tutta evidenza, da una furia iconoclasta e disfattista, la destra populista, off course, ma, peggio ancora, quello che con altre parole potremmo definire l’avventurismo di  quei (cito) “democratici “liberali”, i grandi paladini della democrazia e della Costituzione, i cui show disinvolti e permanenti non fanno proprio bene al paese, anzi lo danneggiano”.

A guardare ai nomi in ordine alfabetico tra i quali si registrano alcuni ritorni dei vecchi divi sul viale del tramonto dei firmaioli pazzi, sconcerterà i più avveduti la presenza di personalità che a suo tempo si sono schierate per il No al referendum che stravolgeva la Costituzione al fine di sancire in maniera definitiva un rafforzamento antidemocratico dell’Esecutivo.

Macchè, tutto dimenticato: il primato dell’emergenza, l’esigenza di adottare provvedimenti speciali, la improrogabilità di nominare soggetti dotati di poteri eccezionali magari esercitati da Londra, obbliga pensosi costituzionalisti, filosofi militanti, meditativi opinionisti a piegarsi agli imperativi della nuova bio-realpolitik, che da una parte impone di accettare restrizioni della libertà, accertate e ammesse anche da loro: “come quello alla libertà di movimento (limitazioni peraltro previste dall’art. 16 della Costituzione), e … il pieno esercizio del diritto al lavoro, all’istruzione, alla giustizia nei tribunali”,  convertiti entusiasticamente al bisogno di fare di necessità virtù, proprio come sollecitano a fare con l’obbedienza, diventata temperante qualità morale, per salvarsi la pelle dal contagio.

E dall’altra sollecita a abbandonare, temporaneamente si sa, certe convinzioni e soprattutto a gettare alle ortiche quella veste “deontologica” e quell’ indole, che dovrebbe appartenere all’autobiografia  degli intellettuali, alla critica, alla coltivazione del dubbio, alla pratica dell’interrogarsi e del fare domande e esigere risposte dal potere.

Così pur riconoscendo con una certa riluttanza che quello di Conte “non è il migliore dei possibili Governi”, gli attribuiscono la qualità politica e morale di un dicastero di “salute pubblica”, che ha operato  “con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni di enormi e inedite difficoltà, anche a causa di una precedente “normalità” che si è rivelata essere parte del problema”.

È sempre sorprendente e rivelatore come appena conquistata una cattedra, una rubrica sui giornaloni con annesse chiamate a presenziare argutamente nei talkshow, oppure la direzione di una collana in una casa editrice di qualche tycoon noto per i suoi andirivieni dal mondo di impresa alla Repubblica delle Banane, qualcuno sia subito abilitato a  conquistare una capacità straordinaria e sovrannaturale di estraniarsi dalla realtà.

E così non senta più l’obbligo di vedere le disuguaglianze, di denunciare le tremende iniquità, di farsi carico delle ingiustizie che hanno per anni condannato i poveracci a rinunciare a cure, assistenza, sicurezze e diritti.

Fenomeni dei quali questi celebrati teoreti e studiosi hanno improvvisamente contezza, non perché si siano presi la briga di districarsi tra statistiche farlocche e dati manipolati, ma perché quella normalità vergognosa di prima che è causa del problema, concorre a giustificare scelte insensate, repressione poliziesca, stato di eccezione, narrazione apocalittica in grado di generare l’assoggettamento volontario al catastrofismo e al regime del terrore.

Il fatto è che non stiamo parlando di poveracci: da che mondo è mondo la scrematura elitaria degli intellettuali era in grande percentuale espressione di ceti privilegiati, da figli di una borghesia acculturata, con qualche eccezione di formidabili personalità “venute su dal nulla”, che della loro origine hanno fatto l’arma per dare vigore e potenza alle loro vocazioni, al loro talento e alla loro lotta ai soprusi.

Ma, tanto per fare un esempio, una ministra ex bracciante che fa apostolato di sfruttamento anche tramite il caporalato di stato, sta a dimostrare che certe interazioni antropologiche e sociali non sono più possibili, che la visibilità, l’affermazione di sé, sono opportunità in regime di esclusiva di ceti privilegiati o che si ritengono tali per una malintesa superiorità culturale che non fa veder loro come certe prerogative siano già minacciate e in pericolo.

Per questa miopia i loro “pensatori” con le firma in calce, i difensori della libertà di parola, purché sia la loro,  hanno perso autorevolezza, vengono intesi come i soliti culialcaldo (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/28/culi-al-caldo-nella-tormenta/) risparmiati dai crucci della maggioranza di sfruttati, ridotti in stato di servitù con le torture dei mutui, delle bollette, della necessità di ricorre a fondi e assicurazioni per garantirsi il minimo della sopravvivenza, i precari, gli esodati, i cassintegrati e delle futura maggioranza dei profughi del virus, dei sopravvissuti licenziati, delle partite Iva, dei part time, dei call center,  che quando escono di casa possono trasferirsi direttamente sotto i ponti o sui cartoni nel parco, fatto salvo il doveroso distanziamento.

Pensate a cosa devono ricorrere per far sentire la loro voce, coperta dal berciare degli opinionisti della scienza: gli tocca, a queste inossidabili facce di tolla, puntare il dito accusatore contro la lobby “degli interessi e delle aspirazioni di coloro che vogliono sostituire questo governo e la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa”.

Scrivono spericolatamente proprio così, “le cospicue risorse”, intendendo la liquidità e i prestiti a strozzo del racket, intendendo le mance degli indigenti del covid passate da oltre 3 miliardi, a due, per essere ancora dimezzate. Intendendo le elemosine da restituire a breve a chi detiene la cassetta delle collette padronali quella che collettivizza le perdite e privatizza i profitti.

Si è proprio rovesciato il mondo: intellettuali che in nome della libertà di azione di chi sta in alto,  censurano l’opinione di chi sta in basso o altrove, gente che affolla le  piazze per sostenere un partito di maggioranza, intellettuali che firmano appelli per il governo, costituzionalisti che apprezzano le abiure e le abdicazioni alla carta, gente che  si sente nel giusto se rinuncia alla libertà e al libero arbitrio per salvarsi da una malattia non proprio conclamata e gente che deve sentirsi nel giusto se la sfida per salvarsi il magro salario.

No, mi sbaglio, è sempre andato alla rovescia.


Sanders contro il venditore di polli

074748419-59b4c34f-7b61-4919-9b90-4a29941aff76Adesso possiamo dire con ragionevole approssimazione che Trump sarà rieletto per altri quattro anni: lo si capisce bene dagli inediti casini che sono sorti in Iowa dove una app per il voto del candidato democratico ha penalizzato Bernie Sanders e fatto vincere lo sconosciuto Pete Buttigieg  dando così un primo colpo alla credibilità dell’unico candidato democratico che finora ha qualche probabilità di vincere. Degli altri non c’è nemmeno da parlare visto che si tratta di Joe Biden protagonista, tramite il figlio, di una storiaccia di tangenti e ricatti in Ucraina, di una tenue signora ex repubblicana, Elizabeth Warren il cui unico atout è una remota ascendenza indiana oltre che l’amicizia dei Clinton e infine il magnate dei media Michael Bloomberg. Chiaramente una affermazione debole e contrastata di Sanders darebbe molta meno forza al candidato ed è per questo che lo si sta lavorando ai fianchi fin dai primi atti per impedire ad ogni costo l’elezione di un presidente che osa chiamarsi socialista e che dietro di sé ha un forte seguito di militanti. Questo è riconosciuto  dallo stesso io Tarzan tu Jane della Casa Bianca il quale ha detto: “Francamente preferirei correre contro Bloomberg piuttosto che contro  Bernie Sanders, perché Sanders ha dei veri seguaci.”

Per questo si cerca in ogni modo di mettergli bastoni fra le ruote e lo fanno in primo luogo i poteri ombra  che sono dentro lo stesso partito democratico. Benché come al solito si sia insensatamente tentato di accusare i russi di aver sabotato il primo scontro fra democratici. l’applicazione che ha causato i così opportuni problemi in Iowa è stata sviluppata dalla Shadow Inc. (ombra appunto) società gestita da veterani della campagna di Hillary Clinton (presente in Iowa tanto per ribadire) e Barack Obama mentre il suo uso è stato appoggiato da un gruppo no profit democratico finanziato da miliardari di hedge fund tra cui Seth Klarman, un prolifico finanziatore di di lobby israeliane conservatrici ed editore del quotidiano Times of Israel ferocemente antipalestinese. Egli ha anche direttamente contribuito in solido alla campagna di Pete Buttigieg. Un concorrente a sorpresa che promette la fine delle guerre infinite, ma che è stato un agente della Cia in Afganistan. Del resto lui, sindaco sconosciuto della quarta città dell’Indiana che da noi è come dire la quarta città del Molise, è stato portato alla ribalta a livello nazionale, grazie a ricchi assegni da parte di benefattori miliardari e calamitando contributi  da parte dei membri del personale del Dipartimento della Sicurezza nazionale, del Dipartimento di Stato e del Dipartimento di Giustizia. Del resto finora, a campagna appena iniziata,  ha pagato ben 2 milioni di dollari ad appaltatori militari in stile Blackwater per gestire la propria sicurezza. Insomma Buttigieg sembra essere l’ennesimo candidato completamente costruito dal sistema fra i tanti che abbiamo visto e che portano  i nomi (ma sono solo quelli più conosciuti) di Macron e Renzi.

Ma in questo c’è un problema che non può essere arginato semplicemente convogliando valanghe di soldi su un candidato. Trump sembra un bruto, ma ha colto l’essenza del problema: la forza di Sanders sta proprio nell’avere una base politica permanente e sempre mobilitata e non solo episodicamente coagulata per le elezioni, cosa che negli Usa è quasi una rivoluzione sociale perché la gente comune, solitamente distante dalla politica, sta  trovando nuove sedi per registrare il disaccordo e la disapprovazione rispetto al sistema e comincia a riconoscersi come classe lavoratrice se non altro per la mancanza di privilegi. Questo fa paura ai miliardari e all’informazione mainstream che ne è il megafono la quale ha sempre preteso di avere il monopolio delle valutazioni senza essere a sua volta valutata. Non a caso da qualche tempo i cannoni informatici del sistema hanno preso a battere non tanto sull’aspirante candidato Bernie, quanto sull’ambiente che lo sostiene. Diversamente dalla base di fan di Obama nel 2008, i “sanderiani” hanno e interiorizzato l’idea che dovranno organizzarsi e lottare per l’assistenza sanitaria, l’alloggio, l’istruzione, un pensionamento sicuro, un pianeta sostenibile, la giustizia sociale: insomma non stanno soltanto sostenendo un candidato, ma  stanno cercando di trasformare la società. È una dinamica diversa da quella di qualsiasi altra campagna politica ed è  più difficile da battere.

Può darsi, anzi è quasi certo come detto in apertura, che questo non sia sufficiente per andare alla Casa Bianca, soprattutto perché i più acerrimi nemici, come si vede dall’ “incidente” dello Iowa, stato nel quale tradizionalmente atterranno gli alieni, sono nello stesso campo e possono agire a tradimento come  è già avvenuto quattro anni fa quando Bernie Sanders fu vittima delle manovre sottobanco della Clinton. Del resto al contrario di quanto la stampa nostrana, già allertata in proposito, comincia a sostenere, meglio Trump del soldato Buttigieg, ovvero il padrone dei polli visto che il suo cognome di origine maltese deriva dall’arabo siciliano Abu-d-dajā e ha già dato all’isolotto un presidente. Ma a quanto pare non ha nulla a che fare con il padre Joseph noto negli ambienti accademici per aver tradotto in inglese i Quaderni dal carcere di Gramsci. Anzi se il figlio potesse, lo rimetterebbe in galera come pericoloso sovversivo.


Illusioni di seconda mano

im verAnna Lombroso per il Simplicissimus

Un giovane animale metropolitano torna a New York con la sua garrula e ambiziosa fidanzatina conosciuta nel remoto college dove ha deciso di relegarsi, alla quale vuol regalare le emozioni che ha trasmesso, come una pedagogia emozionale, la città a un giovane Holden più di sessant’anni dopo: la pioggia insistente e insinuante, quei bar intimi e bene illuminati, come li definiva Hemingway, la colonna sonora  che già accompagnava gli ultimi fuochi e le feste dove splendevano le fanciulle gardenia, l’incanto di luoghi segreti da rivelare perché diventino il palcoscenico di incontri e l’epifania di sorprendenti affinità.

Capiamo appena lo conosciamo che  Gatsby, così si chiama il protagonista di Un giorno di pioggia a New York, è un indigeno degli attici di Manhattan, una seconda generazione di rampolli cresciuta nel delfinario dei privilegiati o meglio nell’acquario di Wall Street dove si divorano i padri. Ma pare essere poco affetto dalle patologie professionali e ereditarie: avidità, dissipata smania di accumulazione,  indole allo sfruttamento e alla speculazione spregiudicata ed anche da quella assillante bramosia di riscatto che segna chi ha compiuto con successo una ardua scalata sociale. E questo grazie ad una madre che ha convertito la sua origine e il suo trascorso di professionista del mestiere più antico del mondo, in un potente e gentile affrancamento sociale e culturale.

Insomma deve a lei quella educazione che lo ha portato a conseguire il risultato promesso da Keynes, quando si augurava che progresso tecnico andasse ormai tanto avanti da permettere agli uomini di  procurarsi tutti i beni necessari alla sopravvivenza e al loro comfort, persuadendo i ricchi della bontà del dismettere le loro smanie dissipate e feroci per dedicarsi tutti al dolce riposo, alle cose più belle e serie, come l’amore e la cultura, a quelle cioè che definì le delizie della vita, meritandosi così la definizione data di lui da un  famoso economista più disincantato e tanghero:  “Keynes è uno che piscia profumo”.

Oggi la radiosa visione di Keynes sembra sempre più improbabile, le delizie della vita si sono ridimensionate per i ricchi, che preferiscono beni rifugio, paradisi fiscali, la conta dei profitti che derivano dal gioco d’azzardo finanziario e la traduzione di  cultura e bellezza in spese detraibili. E ai poveri sempre più poveri è proibito ormai anche l’investimento virtuale in desideri e aspirazioni, occupati a scendere e salire le scalette delle loro gabbie per topolini, alle prese con mutui, scadenze, tasse, bollette, prestiti, grazie all’imposizione   ormai evidente di una restrizione dell’immaginario oltre che dei bisogni censurati da quando è invalsa l’ideologia del rigore che vorrebbe farci rimpiangere e soprattutto pentire non solo di quello che abbiamo avuto, sempre troppo, pare, ma anche quello di che abbiamo sconsideratamente vagheggiato.

E infatti in questi giorni abbiamo assistito all’ostensione delle pretese al minimo sindacale dei diritti della “comunicazione” redatte dalla scrematura generazionale di una cerchia che non si arrende ad essere diventata classe disagiata, nella veste di giovani ambiziosi e arrivisti che limitano i loro propositi e i loro obiettivi collocandoli nell’ immaginario del “fare cose” divertenti, creative, artistiche, social come Facebook,  dove la libertà si esprime nello svolgere quei lavori che vengono definiti “alla spina”, dove gestisci il tuo tempo da precario, scrivendo a comando sulla bontà del progresso e della tecnologia che buca e trivella, scegliendo in autonomia l’orario di consegna dei cartoni di Foodora, immaginando che la precarietà sia una forma di libertà proprio come il cottimo e il volontariato all’Expo.

Si vede che nessuno vuole arrendersi alla realtà accertata che nella pancia risieda il secondo cervello:  così se è piena permette di immaginare e volere, perfino pretendere, benessere, allegria, amore, affermazione di sé, conoscenza, viaggi, scoperte. Se è vuota,  non ci concede che cupa malinconia, orizzonti angusti che non permettono di guardare oltre rissose periferie, dove i poveri si meritano brutture aggiuntive, sotto forma di brutte case, avvilenti servizi, conferimento di rifiuti anche umani, quelle vite nude imposte ai sans dents e dalla  sono esentati quelli con le pance piene, che li incrociano occasionalmente in tute da lavoro, grembiuli, camici da inservienti.

Eppure  da giorni ci tocca, come se non bastasse, la manomissione del pensiero di una intelligenza illuminata, ad opera dei soliti lettori e interpreti dei risvolti di copertina  o di wikiquote, per contrapporre le passioni festose e felici della bella gioventù benedetta dalle istituzioni, dai partiti e dai movimenti invidiosi e desiderosi di emulare il talento non nuovo di mobilita adunate non sediziose come vogliono decennali misure di rodine pubblico, alle “passioni tristi” del popolaccio affidatosi al populismo, consegnato alle maniere e al linguaggio becero degli arruffa- plebe, contaminato  dai batteri del razzismo, autorizzato come è noto solo in chi si è scelto l’incarico di promuovere la emarginazione dei brutti sporchi e cattivi. Che è obbligatorio condannare  all’anatema del politicamente corretto che colpisce chi non dimostra le qualità per emergere, per affiorare dal fango della maleducazione e della miseria, chi non è perciò all’altezza di far parte del consorzio civile.

E dire che basterebbe scorrere il Bignami dell’Etica di Spinoza. Basterebbe quello per essere informati che il filosofo annovera tra le “passioni tristi” la speranza, che  può produrre l’ effetto iniquo di ottenebrare la ragione, di nutrire anime e menti del gas dell’illusione e delle chimere, di spegnere la collera e perfino l’odio anche quando l’odio è giusto, contro i sopraffattori, quando vuole contrastare l’accidia degli indifferenti. Come d’altra parte sosteneva qualcuno – è la frase che circola con più successo sui social –   che dopo essere stato condannato da un tribunale fascista, è stato condannato una seconda volta dall’Europarlamento e minaccia di esserlo una terza volta dai giudici dell’ideologia del politicamente corretto che vuole annegare consapevolezza di sé, libertà e autodeterminazione nel giulebbe, comminando sanzioni e pene a chi rivendica di odiare l’ingiustizia, lo sfruttamento, la menzogna, la repressione, armi che con l’elargizione di mancette e miraggi, sono di proprietà  esclusiva dell’esercito dei padroni e dei loro soldatini di stagno.


Joker. I poveri sono matti

Joker.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per via di una antica idiosincrasia nei confronti dei fenomeni di moda, con l’aggiunta di un certo pregiudizio snobistico e radical chic che nutro verso i fumetti normali o supereroici, solo ieri mi sono inflitta la visione collettiva con la redazione di questo blog di Joker.

Neppure perdo tempo ad osservare che non esiste prodotto hollywoodiano che riesca a liberarsi dal peso dei complessi maturati nell’infanzia, che motivano e giustificano innocenze perdute, compresi i bombardamenti in varie geografie del mondo, nemmeno mi soffermo sul talento delle major di trasformare in merce patinata le valanghe di immondizia reale e virtuale che popolano le Gotham City occidentali di ieri e di oggi, dalle quali inizialmente veniva rimosso qualsiasi sprazzo di rosso che avrebbe potuto evocare pericolosamente il comunismo.

Cerco invece di spiegarmi il successo nostrano del povero pagliaccio  promosso a incarnazione di una   ribellione che esplode dopo una incubazione di anni e anni, frutto di umiliazioni, emarginazione, dileggio. Non deve stupire, autori e interpreti americani sanno il fatto loro e è per quello che si capisce da subito che l’unica forme di rivolta e ammutinamento all’ordine costituito è quella concessa ai matti, poveri ovviamente e quindi presto o tardi privati di quella alta forma di controllo sociale rappresentata dall’assunzione di grandi quantitativi di psicofarmaci, meglio se spostati anche per appartenenza dinastica a ceppi di bipolari mitomani, meglio ancora se ingannati da narrazioni riguardanti prestigiosi lignaggi che potrebbero restituirli al consorzio civile e, ovviamente, sano di mente.

Insomma la ribellione è sdoganata e autorizzata seppure solo in forma virtuale, epica o letteraria, unicamente se viene esercitata nelle sue forme eversive e violente dai residenti delle corti dei miracoli contemporanee, pazzi, nani, schizofreniche, magari usando le forme eufemistiche imposte dall’ideologia politicamente corretta: disturbati, diversamente alti, fan depresse di Virginia Woolf.

E difatti sia pure presa dalle atmosfere del film, dopo un po’ ho immaginato che si trattasse di un lungo e sapiente spot elettorale in favore delle Sardine con la maiuscola come scrive ormai la stampa ufficiale, inteso a mostrare in una profetica ostensione i rischi e i danni dell’osceno manifestarsi della rabbia degli ultimi, della violenza degli emarginati, della collera irrazionale degli ignoranti. E per rappresentare invece la bellezza del conformismo piccolo borghese, capace di elevarsi fino a far diventare i suoi eroi positivi sindaci e consiglieri regionali, della sua potenza trascinante in grado di coagulare masse e portarle in gita, ai corsi Erasmus, in master per acchiappacitrulli, in scampagnate con il valore aggiunto di raccogliere bottigliette di plastica, possibilmente cantando Bella Ciao il cui abuso ha ormai ha una forza simbolica di gran lunga inferiore  a Azzurro per non parlare del Ragazzo della Via Gluck che è troppo pure per Greta.

Ben contenti di non aver prodotto giù per li rami degli insani disadattati pronti  a andare a manifestare per la nazionalizzazione dell’Ilva, contro la Tav o il Mose o le Grandi Navi, contro la Nato e la sua occupazione militare del suolo italico, contro l’acquisto scapestrato degli F35, quella sì una forma evidente di follia irrazionale e suicida, proprio ieri due dignitari a vario titolo dell’impero hanno reso omaggio alla “contestazione” calda comoda e convenzionale, all’attivismo passivo e benpensante del movimento più fermo che si sia mai visto.

Così Concita De Gregorio ha sfoderato la faccia di tolla dei suoi insuccessi ai danni del giornale fondato da quel Gramsci, che l’Europarlamento depennerebbe dai testi di storia, per celebrare il valore più forte che ispira e intride la specie ittica più presente e festeggiata negli acquari di regime, quel chiamarsi fuori da ogni processo di pensiero e decisionale, per affidarsi in regime di totale delega ai “competenti”, facendo rimpiangere a tutti quelli che la domenica mattina andavano casa per casa a fare proselitismo per la lotta contro lo sfruttamento con l’Unità in mano, che non abbia fatto lo stesso, consegnando la direzione del giornale a qualcuno appena appena più capace di lei, e ci voleva poco.

Subito dopo, peggio mi sento, è sceso in campo – anzi sarebbe pronto a scendere in piazza –  Mario Monti cui il sindaco Wayne spiccia casa pensando a misure inique, sopraffazione sobria ma feroce, subalternità ottusa alle divinità di Gotham:  “Le guardo con molto interesse, queste sardine. – ha dichiarato in un talk show Rai – Mi sembra che stiano dando gambe e voce ad esigenze molto elementaridi una società che però nella politica italiana sono state abbastanza dimenticate, cioè che si ragioni e si parli delle cose in modo pacato, che chi governa se possibile non sia totalmente privo di competenze“. E ancora:  “Sono punti un po’ dimenticati, è un po’ paradossale che occorra andare nelle piazze per farli valere“.

Mi viene proprio da dargli ragione pensando a che lavoro straordinario hanno fatto lui, la sua cerchia, i suoi padroni e i suoi successori, se le piazze non si sono riempite in occasione della cessione di sovranità economica imposta dai cravattari, del salvataggio di banche criminali e dei loro managemet, della famigerata Legge Fornero, del Jobs Act, della Buona Scuola, della partecipazione a missioni “umanitarie” armate fino ai denti, delle misure di rifiuto e discriminazione degli ultimi, stranieri e non, tutte ancora implacabilmente in vigore malgrado l’auto defenestrazione del ministro che incarnerebbe il male oscuro della società.

I poveri sono matti, si diceva. Da quel brutto film si potrebbe allora tirar fuori la minaccia che spaventa di più Monte, De Gregorio, Salvini, Conte, Renzi, Zingaretti, le sardine arriviste e la “buona politica” del bon ton cui aspirano, Boschi e Bellanova, Meloni e Di Maio, quella che i poveri matti che sono sempre di più occupino le piazze, le strade e i palazzi di Gotham City che poi è la loro città.

 

 


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