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Concita malconcia

LAPRESSE - SETTI - Presentazione della nuova veste de "L'Unitˆ"Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci vuole davvero un cuore di pietra come il mio per non esprimere sensi di solidale vicinanza per una eroina del nostro tempo, che denuncia la ferocia dei poteri forti.  Voi fascisti, mi potete anche sequestrare i conti correnti, mi potete impedire di pagare l’acqua e la luce ma non è così che avrete la mia testa e la mia voce, poveri illusi. Che ne sapete voi della libertà”, tuona  da Twitter, proprio come una licenziata della Pernigotti, proprio come una senzatetto del Laurentino, che non può più far fronte ai bisogni dei suoi passerotti nel nido, Erasmus o minicar, cui hanno tolto il Suv per andare a Capalbio a presentare l’ultimo libro di Ammanniti. O peggio come la proprietaria di una villa Ansedonia nel cui giardino l’architetto scriteriato  ha installato una piscina senza permesso, come un ministro nella cui dichiarazione dei redditi il commercialista ha omesso  di denunciare una opulenta proprietà, come un candidato sindaco e ex commissario di un grande evento la cui reputazione viene macchiata dall’intrallazzo di un amico che si è approfittato – a sua insaputa, è ovvio – della sua protezione.

Perché Concita De Gregorio  sarà costretta a pagare 5 milioni di euro in qualità di ex direttore responsabile de l’Unità  dal 2008 al 2011. Un periodo nel quale, racconta, ci sono arrivate ben 145 azioni legali per diffamazione nei miei confronti come direttore, il quale come noto è responsabile in solido con l’editore con l’autore di ogni articolo. Il totale di queste 145 azioni civili è corrisposto alla richiesta di 5 milioni di euro di risarcimento danni. Le varie persone che hanno intentato queste cause, nomi che posso fare dato che corrispondono ad atti pubblici, sono i vari Dell’Utri, Miccicché, La Russa, Taormina, Previti, Angelucci oltre a Paolo, Silvio e Piersilvio Berlusconi ed altri.

Da vera guerriera dunque, oggi si batte per la revisione di una legge arcaica e chiedendo una mobilitazione popolare  contro l’impunità per i reati e gli abusi ai danni della stampa, una lotta che conduce in nome dei giovani che si affacciano fiduciosi nel mondo dell’informazione.  Intento lodevole, anche se c’è da ritenere improbabile che aspiranti giornalisti, cronisti precari e freelance a 20 euro a pezzo possano aspirare a una carriera analoga alla sua se non appartengono a dinastie, figli di.. o orfani eccellenti cui la patria lo deve,  o a cerchie fidelizzate, o, meglio ancora a tutti e due, quelle stirpi che ieri avevano come testimonial Veltroni e oggi Calenda, pescati nel delfinario del privilegio per ricoprire ruoli e funzioni in veste di portatori d’acqua privata e utili idioti, promossi da praticanti a  direttori, da simpatizzante o pioniere a segretari di partito o ministri senza aver passato verifiche elettorali o pubblici esami, salvo quello – perlopiù da raccomandati speciali – per l’ingresso trionfale nella corporazione e che esigerebbe, tanto per fare un esempio delle attribuzioni e degli obblighi di un responsabile.

Eh sì, perché i reati in capo alla De Gregorio sono quelli legati alla sua funzione di sorveglianza a controllo sulla veridicità di quello che scrivevano i subalterni in una fase nella quale l’opposizione e la sua stampa svolgevano un ruolo critico particolarmente impegnato nella diffusione di retroscena pruriginosi, di intercettazioni piccanti, di rivelazioni guidate e telecomandate su usi e costumi degli arcana imperii, spesso suggerite ad arte non solo da traditori e spioni, ma a volte perfino dagli stessi interessati in vena di mostrare il loro lato debole, o di esibire l’altra faccia del potere, quello delle vittime, delle ricattate e degli intimiditi che non ne possono più e alzano la testa.

Si preparava la marea sdegnata del senononoraquando, della gogna per il puttaniere più deplorevole del golpista, del corruttore di aspiranti veline più che di deputati e giornalisti, del tycoon spregiudicato più che del fraudolento istigatore e esecutore di attentati alla democrazia. Quindi oggi dopo una serie di vertenze giudiziarie che l’hanno vista perlopiù perdente, salvo, pare,  8, la condottiera della libera stampa si vede pendere sul capo la pena dei risarcimenti milionari che possono essere richiesti a un direttore che, lo afferma lei, guadagna 2000 euro al mese e non per articoli a sua firma. E non potrebbe che essere così e non solo perché questo stabilisce la legge, ma anche perché vedemmo la fiera contestatrice del Cavaliere esibirsi in faccia a faccia in autorevoli talk show, mostrare la sua indulgente e sensibile indole muliebre, compassionevole delle inclinazioni patologiche di un uomo potente ma solo con il suon priapismo, consigliandoli pratiche umanitarie e solidaristiche che lo distogliessero da quelle sue esecrande abitudini.

Adesso va a capire chi sono i fascisti contro i quali si scaglia inviperita.

Se la pietra dello scandalo sono i giudici che interpretano restrittivamente se non addirittura arbitrariamente delle leggi antiquate e oggi inadeguate più che mai a accogliere la sfida dei nuovi modi di fare informazione, quando il rispetto della privacy è aleatorio, quando chi detiene tribune e scranni altolocati può lanciare anatemi e esigere riparazioni e perfino vendetta a differenza dell’uomo qualunque, quando modesti blogger vengono costretti a smentite o a subire censure se tratta da fascista un fascista fiero e dichiarato, mentre ogni giorno a chi detiene poteri è concesso l’uso di bugie e falsificazioni autorizzate come necessario corredo della comunicazione politica.

Se lo è una dirigenza di partito (quella stessa del  Patto del Nazareno)che ha condotto a morte sicura e nemmeno tanto lenta il suo organo ufficiale, fondato da Antonio Gramsci, come atto finale del suo processo di abiura e oblio del mandato di rappresentanza di sfruttati e diseredati, che l’aveva scelta non malgrado fosse una donna, ma proprio in ragione di ciò, per strizzare l’occhio a pubblici di opinione e elettorali, interessato a far valere le ragioni di un ceto salottiero e alto borghese come target di preferenza da formare e affezionare alla causa dell’azienda, quando invece indifferente all’obbligo di ragguagliare, far sapere, ascoltare e dare voce, talmente dimenticato che proprio in quegli anni lo slogan dei giornalisti che si battevano contro le prevaricazioni e le censure rivendicava appunto il diritto e non il dovere di informare. Talmente rimosso da aver contribuito alla creazione di Raiset, quel mostro che ha integrato comunicazione, spettacolo, pedagogia e intrattenimento, insieme a dirigenza, ideologia di riferimento, creativi, star omologati e scambiati all’interno di un circuito commerciale.

Se lo sono i fantasmi di una proprietà fantasmatica che si è “data”, scomparendo nel gioco di scatole cinesi che ha condotto alle ultime comiche vicende del quotidiano, passato da organo del Pci a oggetto del desiderio e della rivincita morale di Lele Mora, e sfuggendo agli obblighi della  legge 47 del 1948 sulla stampa, che stabilisce che in caso di richiesta danni per diffamazione il giornalista, il direttore e l’editore sono responsabili “in solido” per il risarcimento del danno causato, cioè tutti e tre insieme, sicché  ognuno dei tre deve pagare una specifica parte del danno (un terzo a testa, se non specificate diverse percentuali). Sottraendosi così alla regole tacita ma generalizzata che obbliga gli editori a offrire ampie protezioni ai loro giornalisti più esposti, mettendo da parte fondi e risorse per pagare le loro spese legali, per difenderli in tribunale e per  risarcire coloro che dovessero vincere le cause di diffamazione.

Certo deve essere stata un’amara rivelazione scoprire che anche lei, perfino lei, è soggetta a leggi – anche quelle non da personam, che possono essere ingiuste o applicate come teoremi, che anche lei, perfino lei, può essere vittima di quei teoremi se a torto ha sottovalutato il peso e gli oneri di responsabilità pagati profumatamente e portatori di visibilità e onori,  se anche lei, perfino lei, prova sulla pelle, quella del portafogli, il tallone di ferro dei padroni, proprio come qualsiasi lavoratore soprattutto dopo le riforme volute dal suo partito e come un altro direttore rimosso in questi giorni che avrebbe bisogno dell’articolo 18, se anche lei, perfino lei, è stata costretta ad accorgersi che se si scrivono falsità per una buona causa la causa si perde perchè si è commesso un reato, almeno quello di arrogante cretineria.

 

 

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Zitti! per favore

Ivory_TowerAnna Lombroso per il Simplicissimus

Con prevedibile periodicità di tanto in tanto qualche Augusto Marpione interrompe il suo dorato letargo per chiamare a raccolta la corporazione degli “intellettuali” in modo che somministrino la loro lungimirante saggezza, dimostrata  con l’appassionata e ammirata adesione al sindacalismo territoriale della lega, costola della sinistra,  al pragmatico dinamismo di Craxi, alla punitiva austerità dei sobri prestati al governo, alla rottamazione di Renzi (propagandato da un venditore ambulante di psicoanalisi  “un tanto al metro” come Telemaco, il figlio giusto, capace di guidare la modernizzazione), prendendo a frustate morali e civili la plebe irriconoscente, pelandrona e volontariamente dedita al più bieco servaggio tramite il consueto ricorso a illustri appelli, con in calce   esimie firme   di venerabili maestri, di giovani enfant prodige della petizione, soprattutto di soliti stronzi.

Non mi permetto di scomodare il povera Gramsci frequentato grazie a Wikiquote, né Bobbio, finito nel novero dei disfattisti e nichilisti, gufi e professoroni, quei ”professionisti della cultura che pretendono di fare a pugni con la realtà e l’innovazione” come ebbe a dire l’inarrivabile bullo,   in favore di profeti del Si estratti dalla tomba per servire la causa di recenti giovani golpisti. Gli usignoli dell’imperatore sono  passati dai gorgheggi degli editoriali sui corrieroni ai 140 pigolii su Twitter, con uguale sicumera, pari arroganza e usuale negazione di ogni correità, si tratti dell’esimio filosofo transitato con disinvoltura dalla collina dello Steinhof  alla cadrega di doge, di deputato, di europarlamentare, di  consigliere regionale, devoto di volta in volta di Potere operaio, del Pci poi Ds, sempre in posizione critica e solinga preferendo a tutte la compagnia di se stesso, unico degno di venerazione e autorizzato a esprimersi in favore di una “riforma” che definì contemporaneamente una schifezza, si tratti del Moccia del Marxismo, Fusaro, si tratti  dell’eterno teoreta della bora, Magris, folgorato sui tavolini del Caffè Italia dalla semplificazione, si tratti del cantore vernacolare della Costituzione Benigni pronto a farne carta da macero, dell’immarcescibile Galli Della Loggia, entusiasta del renzismo, del nuovo uomo della provvidenza  e della sua missione di abiura del postcomunismo per lavorare alla costruzione di quella politica realmente riformatrice; e poi giù giù, altre mezze figurine del negazionismo della responsabilità di testimoniare e rappresentare sfruttati, deboli, altre  “pennette” rinunciatarie di pensiero, critica e ragione, i Pisapia, i Serra,  il caravanserraglio della Rai sul tappetino di Fazio o elogiatori  dell’astensionismo e dell’aventinismo come virtù morali e cifra di menti superiori e quindi necessariamente sdegnose, quali il profeta dell’abdicazione Roberto Esposito, seguito da uno stuolo di fan selezionati tra gli speculatori teorici da tastiera, fino a oscuri sebbene molto più titolati insegnanti delle medie, contagiati dalla smania di riconoscersi in un ceto dal quale cervelli del passato darebbero entusiastiche dimissioni.

In questi anni avevamo vissuto una fase beata, il  consenso al regime aveva determinato una produzione di interviste omaggio condotte da redattori genuflessi, ma pure una eclissi di appelli che avevano fatto sperare che l’adesione al pensiero forte li portasse all’estinzione.

Macché, eccoli i dinosauri svegliarsi nel jurassic park  della cerchia degli influenti laddove non esiste più cultura sostituita da nozionismo e gerghi tecnici, non esiste più informazione sostituita da un affastellarsi di comunicazioni grezze, non esiste più verità sostituita da divulgazioni parziali e contraffatte, non esiste più libertà sostituita dalla somministrazione dall’alto di regalie e licenze arbitrarie.

Sono tornati ringalluzziti dalla possibilità di ritagliarsi un posto in prima fila dalla parte della ragione, quella di chi vuole vincere facile nella guerra contro la volgarità plateale, l’ignoranza esibita anche tramite il disuso dei congiuntivi e dei condizionali, la approssimazione e l’incompetenza fino a pochi mesi fa guardati con tenera indulgenza quali manifestazioni di giovanile e appassionata intraprendenza. Ma anche dall’opportunità offerta di affacciarsi dalla loro torre d’avorio, egotica e snobistica, per ritrovarsi con rinnovato spirito di appartenenza al ceto aristocratico nella tenzone – virtuale e teorica – contro la marmaglia, contro il maledetto populismo, contro quel sentiment che hanno contribuito a generare, suscitare, legittimare a forza di puzza sotto al naso, di ripugnanza per le miserabili rivendicazioni che affiorano dal fango delle periferie a di Rio Bo che non vogliono gli “altri”, proprio come a Capalbio (in quella dolce Maremma dove vive uno dei più celebrati esponenti della cricca: ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/24/la-vie-en-rosa/)   salvo che a loro non è consentito perché il brutto è meglio sia confinato nelle geografie del brutto, come la povertà, la malattia, la disperazione.

La fine del lavoro non ha prodotto la fine della fatica. Ma questi non conoscono né l’uno né l’altra e mi viene da dare ragione a una mente luminosa napoletana appartenente a una generazione nella quale pensiero critico, ironia leggera ancora circolavano e che della professione di intellettuale diede la folgorante definizione di quelli cui piace stare comodamente  “int’o liett”,  con preferenza, c’è da dire, per i triclini delle abbuffate del declino dell’impero romano.

 

 

 


Post Pd, meglio così

Foto Andreoli Emilio - LaPresse15 12 2013 - Milano (Italia)PoliticaAssemblea Nazionale PD Partito Democratico presso MICO Milano CongressiNella foto: (da sx) Debora Serrachiani insieme a Francesco Nicodemo, Chiara Braga e Pina Picierno nuovi membri segreteria durante una votazione

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi sono chiesta se non dovessi essere assimilata alla accidiosa fazione degli indifferenti, secondo una frase di Gramsci abusata quanto quella apposta sotto la testata dell’Unità, per via della disattenzione militante che ho dedicato all’assemblea del Pd.

È che l’ho considerata irrilevante, come ormai succede di pensare per la distanza e marginalità della “politica” come esercizio, detenzione e organizzazione del potere rispetto alla “politica della vita”, quando le fratture sociali relative all’accesso alle risorse, le disuguaglianze e le iniquità nella distribuzione del reddito e quindi dei diritti,  sono state ricollocate e declassate dal pensiero forte a  differenziali secondari rispetto all’impellenza di pericoli e minacce cosiddette “superiori”: instabilità, esodi biblici, catastrofi “naturali”, terrorismo che imporrebbero rinunce e smemoratezza di speranze, aspettative, bisogni.

Potremmo guardare con ottimismo al disinteresse  che in moltissimi abbiamo riservato alle beghe di una formazione che rivendicò alla sua origine la liquidità, l’inafferrabilità coerente con quella impalpabile quanto truce dell’egemonia finanziaria, intenta a avvolgere in una caligine velenosa valori, principi e ideali per consolidare il primato dell’autorità del profitto e fare proselitismo della sua teologia.  Perché potrebbe far sperare che perfino chi si era colpevolmente illuso che fosse possibile addomesticare l’austerità con qualche pannicello e qualche mancetta benevolmente elargita, che perfino quelli cointeressati che ancora più colpevolmente hanno  creduto di trarre qualche vantaggio dalla continuità o dall’affiliazione all’azienda godendo di qualche granello di quella polverina di benessere sparsa in forma esclusiva su chi non ne ha bisogno, che perfino chi non riesce a prendere le distanze da un patrimonio identitario e morale ampiamente e slealmente tradito con pubbliche abiure e rinnegato come molesto e arcaico bagaglio, che perfino loro insomma abbiano finalmente capito che a quella specie non si deve nemmeno attribuire la dignità di post-sinistra, nemmeno la nobiltà di movimento rappresentativo di segmenti di gente né di elettorato, ma solo la natura miserabile di una cupoletta variamente malavitosa.

Che non è audace definire così, come una organizzazione criminale che di misfatti e pure di reati ne ha commessi a pioggia contro il lavoro, la scuola, la cultura, il paesaggio, l’assistenza. E contro l’idea di democrazia e  del poco che ne restava. Forse l’unico motivo di interesse  è quello antropologico per disegnare il ritratto di una cerchia che ha affidato la sua sopravvivenza a uno che Walter Benjamin avrebbe collocato senza esitazione tra i “distruttori” per vocazione: quello che conosce solo una parola d’ ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia; e per il quale si può dire che l’ esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso e che dovrebbe garantirgli durata e dominio. O per catalogare una tipologia connotata da un’indole gregaria nei confronti di un padronato globale che trae forza dalla sopraffazione di quelli che condanna per legge e per riforme a stare sotto. O per contemplare con la partecipazione dell’entomologo a una specie che ha fatto del settimo peccato, con destrezza e non, un requisito e un criterio della selezione del personale, della bugia la componente essenziale della comunicazione politica, della corruzione e del voto di scambio lo strumento fondamentale della sia ingegneria del consenso, dell’autoritarismo più becero e grossolano il sistema di governo, umiliando ed espropriando il Parlamento e riconducendo all’esecutivo decisioni e misure sotto la guida incontrastata e proprietaria di un uomo al comando, grazie alla suo talento di generare potenza dalla frantumazione di tutto ciò che gli sta sotto, a cominciare dal partito che l’ ha portato fin sulla cima della piramide, dalla macchina dello Stato, dai corpi intermedi, primi tra tutti i sindacati, che tradizionalmente avevano fatto da filtro e contrappeso, strutture di rappresentanza politica e sociale,   capaci di aggregare individui e frammenti sociali.

Ed è inutile cercare differenze, dare credito di opposizione a qualche presenza incidentale, come se Nardella che attribuisce l’eclissi del decoro e del buon nome di Firenze ai venditori di Kebab fosse diverso da Rossi che si fa i selfie col vicino extracomunitario ma si associa all’empia decisione di un aeroporto e alla realizzazione di un’autostrada invasiva, o ai fuggiaschi che cercano di ritagliarsi una riserva micragnosa differenti dai rimanenti con muso lungo che aspirano a contendersi le misere spoglie con la benedizione del fondatore e padre nobile che dalla sua algida deriva ispira le mozioni degli affetti, distinguere i sindaci che replicano su scala territoriale le incivili strategie del rifiuto alzando muretti e i ministri che vantano le sorti progressive del neocolonialismo, in virtù di alleanze strette con despoti e tiranni,  tra il Poletti che ha adottato i vaucher e lo schizzinoso Damiano che si è scelto l’incarico di esibire la faccia benevola e negoziatrice della cancellazione delle conquiste del lavoro, tra l’educata fotocopia o l’eterno giovinastro che no, non s’arrende, come i cinghiali feriti che popolano il suo pantheon.

Uniti o divisi non moriranno da democristiani: sono pesci che navigano nel fango, mica balene bianche.

 


Guerra di posizione e declino catastrofico

324Antonio Gramsci pensava che i processi di cambiamento della società passassero attraverso la successione di guerre di movimento, spesso perdenti e di guerre di posizione nelle quali lo scontro non avviene per sfruttare le fasi critiche del ciclo capitalista, ma per affermare un’egemonia culturale che è la base per i reali e duraturi cambiamenti sociali. Ma sebbene Gramsci sia stato ampiamente dibattuto nella sinistra italiana, come in tutto il resto del mondo, la lezione pare che sia stata appresa dalla destra che a partire dalla seconda metà degli anni ’70 ha investito più che su semplici vittorie elettorali su un vero e proprio progetto egemonico di lunga durata che puntava a invertire il senso comune delle classi popolari, portando le vittime nel recinto del loro carnefice, come si potrebbe dire con un po’ di senno di poi.

Il fatto è che nel corso di questo conflitto di posizione le sinistre disorientate dalla decomposizione dell’Unione sovietica e dunque anche dalla crisi profondissima degli elementi più rigidi e inattuali del marxismo, ovvero il determinismo storico, hanno interpretato il loro ruolo come “resistenza” e non come contrattacco. Hanno pensato di poter contenere gli attacchi senza produrre alcuna nuova elaborazione e strategia, si sono fatte assediare perdendo terreno giorno dopo giorno fino a  che non sono state egemonizzate esse stesse dal pensiero unico lasciando dietro di sé solo delle enclaves o lasciando aperta solo la strada della disobbedienza, facilmente reprimibile o comunque contenibile. E’ per questo che si è potuto arrivare a stabilire disuguaglianze assolutamente folli e a situazioni inconcepibili fino a qualche decennio fa, trovando l’assoluta indifferenza quando non l’attiva collaborazione delle vittime designate e dei loro referenti politici e sindacali. Un recente studio di  Emmanuel Saez et Gabriel Zucman mostra che la metà più povera della popolazione americana possiede il 12% della ricchezza, mentre l’1% della popolazione più ricca nel possiede il 20%. Negli anni ’80 questo rapporto era del 20% contro l’11% . Per passare al concreto mentre negli anni 80 (a dollari costanti) il reddito della metà più povera era mediamente di 16 mila dollari l’anno, quello dell’1 per cento si aggirava attorno ai 432 mila mentre oggi è di 1 milione e 300 mila. Il tutto accompagnato da un arresto della mobilità sociale, oggi tra le più basse al mondo e che contraddice in pieno il famoso sogni americano. Più o meno la stessa cosa è avvenuta anche nei Paesi europei.

Ma questo è niente perché la regressione catastrofica e l’aumento esponenziale delle disuguaglianze si evince anche meglio da altri fattori: benché secondo l’Ocse la produttività sia aumentata di quasi tre volte sulle due sponde dell’atlantico nello stesso periodo preso in considerazione per la distribuzione del reddito, i salari sono rimasti al palo e anzi è esploso il fenomeno dei sotto salariati , ovvero di quella ampia e variegata fascia di persone con lavoro dipendente, continuativo, precario o episodico che guadagna solo i due terzi o meno del salario orario nazionale lordo. E, sorpresa, essi sono più numerosi proprio dove le cose sembrano andare meglio: se la media della zona euro è del 15, 9 % quella della Germania è del 22,5 %, quella britannica del 21, 3%, quella irlandese del 21,6, quella olandese del 18, 5, mentre è attorno al 15% in Spagna e Italia.  Va da sé che non è stato possibile ricavare il dato in Grecia dove non si sono nemmeno potute fare rilevazioni.

Si tratta di cifre impressionanti ancorché probabilmente edulcorate attraverso le ipocrisie statistiche, numeri che assieme al contemporaneo aumento della disoccupazione e alla messa in mora del welfare, denunciano l’impossibilità di coesistenza fra neo liberismo e democrazia, fra il laissez faire e la libertà, fra capitalismo economico e merito, insomma fra la realtà e la chiacchiera narrativa. Che impongono di salutare i signori che pretendono di fare solo resistenza ovvero tutti quelli illusi di poter cambiare grazie a qualche mobilitazione le logiche della Ue e dell’euro,  ma anche tutti quelli che pensano sia impossibile o indifferente un’uscita a sinistra da questi meccanismi.  Sono persone che hanno già perso la guerra di posizione, che sono già prigioniere dello spettacolo mediatico insensato e grottesco, ai quali di certo non si può chiedere di lavorare per creare una diversa egemonia culturale, di guidare una qualunque traversata del Mar Rosso a meno che non si tratti di una crociera. Fanno persino resistenza a quei rischieramenti resi inevitabili da una crisi endemica e non più ciclica del capitalismo finanziario di cui sono divenuti alla fine fedeli giannizzeri.


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