immagine02Luca Carbone per il Simplicissimus

Confesso di essere all’oscuro della eventuale condanna comminata dai novelli inquisitori del tribunale del Giudizio Universale Contemporaneo contro il grande Gottfried Wilhelm, e di continuare, perciò, candidamente a considerarlo una delle più grandi menti della storia occidentale moderna. Persuasione della quale non mi dissuaderebbe, a ben pensarci, nemmeno la sentenza fatale dell’ultima inquisizione.
Ma debbo anche confessare, altrettanto candidamente – come surplus di disonore – che prima di questi mesi avversi, e nonostante mi ci fossi arrabattato intorno più volte lungo un quarto di secolo, non m’ero ben reso conto di una certa implicazione del più importante principio della sua filosofia: nihil est sine ratione. Per il paio di lettori distratti che non l’avessero ancora afferrato, sto parlando di Leibniz.
Mi limito, qui, a ricordare – anche per non incorrere in micidiali ire antimetafisiche – che quell’apparente latinorum enuncia apertamente, per la prima volta nella filosofia occidentale, la “legge” fondamentale del pensiero moderno, incluso quello scientifico. Certo Leibniz può farlo sulla base del “penso dunque sono” cartesiano – per carità che qualche suscettibile Gallo non s’adombri e s’avventi – ma, fissando, per così dire, la condizione senza la quale è impossibile l’esercizio della ragione e quindi anche della scienza: niente – nessuna cosa esistente, o possibile,
ed anche già esistita – è (stata) – cioè è accertabile, vera, consistente – senza “ragione”, cioè senza “fondamento”, senza “causa”; fondamento e causa che vanno di volta in volta espressamente forniti, con la ragione e solo con la ragione.

C’era bisogno di resuscitare Leibniz per riconoscerlo? Non è banale? Certo; tanto banale che non ce ne diamo, mediamente, alcun pensiero. Ed è forse per questo che, di tanto in tanto, può giovare il ritornare alle formulazioni prime di una banalità, quand’essa non era ancora diventata tale, per rinfrescarne, diciamo così, la percezione. Faremmo forse più attenzione alla tesi leibniziana se la mettessimo a confronto con un’altra tesi, che ci potremmo ricavare da un testo celeberrimo, e la cui influenza nella storia occidentale probabilmente meriterebbe la scrittura di un volume, dagli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, come tutti sappiamo, fondatore dei Gesuiti.

Bene, quegli, proprio nelle ultime pagine dell’opera, la sezione delle Regole, non lascia nulla a desiderare quanto a chiarezza: “Dobbiamo sempre (notate: senza che mai possa andare altrimenti) ritenere, per andare ovunque (notate: in qualunque questione o circostanza), che il bianco che vedo io, crederò che è nero, se la Chiesa gerarchica così lo determina…”; o ritradotto in latinorum: nihil est sine auctoritate.

Desidero far osservare che i troppi novelli zeloti della Scienza italici – proprio gli stessi cittadini della stessa nazione in cui sino ad un anno fa generale era la lamentazione degli scienziati sulla mancanza di una cultura scientifica diffusa e radicata – che nell’impeto del loro fervore da convertiti forse confondono il principio di Leibniz – niente è senza ragione – con quello di Loyola –niente è senza autorità; ma purtroppo per loro i due principi, nonostante la somiglianza dell’enunciazione, in comune hanno solo la L iniziale degli autori. Mi parrebbe appropriato ricordare, se fossi in loro, che la scienza moderna sorge e s’impone liberamente (e non senza lotte durissime) esattamente quando un uomo come Galilei trova il coraggio di pensare e di dire, argomentando razionalmente e rischiando letteralmente il collo, che il bianco che vedeva lui solo era proprio bianco, nonostante l’intera “Chiesa” del suo tempo dicesse: è nero.
Invece tra le tante indigeribili fantasticherie – planetariamente amplificate – che ci è toccato d’ingurgitare, una delle più inebrianti per gli zeloti novelli – e le novelle zelote, che troppo spesso non sono da meno – c’è (stata) quella che la “la scienza non è democratica”. Ed è questa fantasticheria, tra altro, che mi ha portato a riconsiderare la tesi di Leibniz, candidamente da questi enunciata sotto il dominio di monarchi assoluti, lavorando per i quali, con alterne vicende
peraltro, non disdegnava guadagnarsi il pane.

Se la “ragione” è ciò che distingue l’essere umano e umana, dalle altre specie viventi, ed anche ciò che accomuna, almeno potenzialmente, tutti gli uomini e le donne – fissare il principio che ogni cosa è – accertabile e vera e consistente – soltanto se e soltanto in quanto se ne fornisce razionalmente la “ragione” – scientificamente: la causa – vuol dire minare totalmente ogni autorità ricevuta ed acquisita – per grazia, eredità, tradizione o gerarchia. Leibniz recupera poi l’ordine costituito al livello metafisico dell’armonia prestabilita tra le menti-monadi umane e la
mente-causa suprema del Dio fattore e calcolatore universale; ma intanto l’autorità – qualunque autorità – ricevuta e come tale imposta è stata minata nel pensiero sin dalle fondamenta; viene privata della legittimazione storica. E quando andrà in pezzi la cornice teologico-metafisica – la ragione soltanto “umana” dovrà scoprire che nessuna conoscenza è “compiuta”, ma tutte sono perfettibili, e soprattutto revocabili; che nessuna ragione è “assoluta”. Scoperta questa che tormenterà lungamente le notti dei troppo sensibili Immanuel e di Georg Wilhelm Friedrich,
poiché se assunta sino in fondo, comporta la rinuncia definitiva ad ogni assunto dogmatico ed autoritario; e la necessità di poter contare solo e sempre su una “oggettività provvisoria”.

O meglio, lo comporterebbe se noi non fossimo quegli esseri fragili, esposti ad ogni minimo frangente, volubili, incostanti e insieme penitenti, astutissimi calcolatori e incredibilmente ottusi insieme, che invece siamo – soprattutto come individui isolati; e se non provassimo quindi un richiamo irresistibile richiamo verso una qualunque forma di autorità nella pratica – e d’idolatria nello “spirito”; così negandoci di cercare l’autorità nell’unico modo in cui ci è dato trovarla legittima, nell’esercizio del pensiero – mi si perdoni la bestemmia – liberamente collettivo.

Per dirlo in modo netto: la scienza non è – e non potrà mai essere – una Chiesa. Nella scienza non si può credere. La scienza in quanto solo-scienza non può appellarsi ad alcuna altra autorità precostituita – salvo tradire il proprio principio fondatore e costantemente alimentatore: non c’è nessuna cosa in cielo e in terra di cui non si possa e debba tentare di fornire le ragioni con la ragione soltanto. Il quale tradimento non rimane un atto astratto, ma comporta il negarsi in quanto scienziati. Il che accade regolarmente, ad esempio, agli accademici che confondono la gerarchia universitaria, costruita sulla supposta competenza, con l’autorevolezza data da quest’ultima; confondendo l’autorevolezza conquistata nel saper rimettere sempre in gioco il proprio sapere, con l’autorità ‘gesuitica’ di silenziare qualunque voce dissonante. Per parafrasare un paio di detti tanto celebri quanto disattesi: anche se date a Cesare quel che è di Cesare – al potere quel che è del potere – dovete dare solo alla scienza quel che è solo della scienza; ed
ancora: non si può servire la scienza e Mammona, cioè la pecunia, il danaro, il soldo, i dollari. Chi, spesso anche profumatamente finanziato, in nome della Scienza pretende siano applicate misure punitive contro chi contesta le ragioni – e si tratta solo di un esempio tra i molti – della vaccinazione anti-pandemica a tappeto con farmaci sperimentali, non sta parlando da scienziato, anche se lo stesse facendo a reti televisive mondiali unificate. Egli, o ella, se si comportassero (e pensassero) solo da scienziati, dovrebbero limitarsi a fornire le ragioni – solide e rendendole
comprensibili ai più – del perché ritengono necessarie e anche inderogabili le vaccinazioni di massa, o in altissime percentuali della popolazione. E potrebbero e dovrebbero inoltre tentare di confutare le ragioni di chi si oppone a quella soluzione, invece di rilanciare mediaticamente etichette insulse e offensive storicamente, come no-vax e “negazionista”, e quello sarebbe tutto il loro compito da scienziati. E non sarebbe poco, né poca cosa; e la esigeva già più di un secolo fa, peraltro evidentemente invano, Max Weber. E questo dovrebbero chiedere, in prima ed ultima
istanza, i cittadini ed i decisori politici agli scienziati. Poi a quest’ultimi, in quanto cittadini però,nessuno può impedire – nei limiti dettati dalla Costituzione e da un certo numero di Trattati e Convenzioni internazionali – di chiedere misure “obbliganti” alla vaccinazione – ma questa richiesta non è più scientifica, è solo politica; sottoposta cioè all’incertezza, al rischio, ed ai condizionamenti, di tutte le scelte sociali – tanto più accrescentesi quanto più complessi sono diventati i sistemi socio-economici nei quali siamo costretti a vivere ed operare. Né tanto meno loro possono impedire che altri cittadini li contestino, democraticamente. Ci sono certo altri aspetti per cui le scienze moderne presentano affinità al dominio non democratico, ma non certamente quello del loro libero ed impregiudicato esercizio. Così vorrei chiudere con un pensiero di Gramsci che meriterebbe un’attenta meditazione e che, purtroppo, a novant’anni da quando è
stato scritto, suona sempre più attuale: “È da notare che accanto alla più superficiale infatuazione per la scienza, esiste in realtà la più grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, cose molto difficili e che sempre più diventano difficili per il progressivo specializzarsi di nuovi rami di ricerca. La superstizione scientifica porta con sé illusioni così ridicole e concezioni così infantili che la stessa superstizione religiosa ne viene nobilitata (corsivo mio). Il progresso scientifico ha fatto nascere la credenza e l’aspettazione di un nuovo tipo di Messia, che realizzerà in questa terra il paese di Cuccagna (…). Contro questa infatuazione, i cui pericoli sono evidenti (…) bisogna combattere con vari mezzi, dei quali il più importante dovrebbe essere una migliore conoscenza delle nozioni scientifiche essenziali, divulgando la scienza per opera di scienziati e studiosi seri e non più di giornalisti onnisapienti e di autodidatti presuntuosi. In realtà, poiché ci si aspetta troppo dalla scienza, la si concepisce come una superiore stregoneria, e perciò non si riesce a valutare realisticamente ciò che la scienza offre” [Quaderni, vol. II, Einaudi, 2001, pp. 1458-1459].