Luca Carbone per il Simplicissimus

 

Gentilissimo Alberto,

in un periodo tragicamente farsesco come quello che stiamo vivendo, in cui l’inoculazione mediatica si sta rivelando straordinariamente più efficace di quella farmacologica, forse è inopportuno molestare gli amici con quisquilie testuali. Ma mentre rileggevo “devotamente” – come mi accade fare da più di un decennio – i Quaderni di Gramsci mi sono abbattuto in un suo singolare lapsus, peraltro non segnalato nell’edizione critica di Valentino Gerratana. Il lapsus offre il pretesto per un breve, forse non disutile, cenno alla “teoria critica”, la cui pratica sembra malamente caduta intanto in disuso; così gliene scrivo, anche se nell’ormai sterminata letteratura gramsciana – Gramsci sembra sia il teorico italiano del Novecento più studiato nel mondo – sarà stato già segnalato, e magari più volte. Ma, mai come con questi temi, il ripetere giova. In polemica costruttiva verso la polemica distruttiva di Croce contro Marx ed il pensiero marxista Gramsci contesta, nel passo dove compare il lapsus, al Croce – e a tutti quelli che lo hanno pensato e pensano, inclusi molti presunti marxisti – l’identificazione delle “sovrastrutture” sociali – in senso ampio tutte le concrezioni “culturali”, incluse religione, leggi, arti e la stessa filosofia – come “apparenze”, come meri riflessi delle strutture economiche e dei connessi interessi immediati. Ma nello specifico del frammento lo scontro teorico verte proprio sulla “filosofia”. Se Gramsci, che come tutti i più grandi teorici non teme di imparare dagli avversari, accetta dal Croce la non definitività – la non assolutezza – di ogni dottrina filosofica, per cui, stando al Croce storicamente la filosofia “non è una cosa astratta ma è la risoluzione dei problemi che la realtà nel suo svolgimento costantemente presenta” – fermo restando che per Croce il “solutore” unico, sia pure esso in continuo “divenire”, rimane lo “spirito” – al tempo stesso Gramsci non solo rifiuta lo “spirito” come unico “solutore” perpetuo, ma soprattutto rifiuta la possibilità che, per il pensiero marxista avvertito, quindi al di là della polemica pratico-politica, per la filosofia della praxis, la filosofia (e pertanto tutta la “cultura” di cui la filosofia è uno dei vertici) sia solo una mera derivazione, magari “meccanica” delle strutture economico-produttive. E così puntualizza e differenzia, la sua propria posizione teorica.

Proprio in questa parte del frammento, che ora riporto, cade il lapsus gramsciano: “La filosofia della praxis intende invece [cfr. a differenza del Croce] giustificare non con principi generici, ma con la storia concreta, la storicità della filosofia, storicità che è dialettica perché dà luogo a lotte di sistemi, a lotte tra modi di vedere la realtà e sarebbe strano che chi è convinto della propria filosofia [cfr. cioè Marx], ritenesse concrete e non illusorie le credenze avversarie (e di questo si tratta, poiché altrimenti i filosofi della praxis dovrebbero ritenere illusorie le loro proprie concezioni o essere degli scettici e degli agnostici)”. [p. 1299, Quaderni del carcere, vol II, Einaudi, 2001]

Il lapsus è piuttosto sottile. Rileggiamo, variando leggermente l’ultima frase: “…e sarebbe strano che chi è convinto della propria filosofia ritenesse concrete e non [invece del tutto] illusorie le credenze avversarie”.

Per un certo ‘senso comune’, che crede che ogni nuova ‘filosofia’ o concezione del mondo debba solo ‘liquidare’ quelle contro cui si oppone, dimostrandone la ‘falsità’, questa versione sarebbe plausibile senz’altro; ma ritengo sia quella non coerente col pensiero gramsciano, e per diventare tale deve essere riscritta così:

“…e sarebbe strano che chi è convinto della propria filosofia ritenesse NON concrete e [soltanto] illusorie le credenze avversarie”.

Come è esplicitato in parentesi dallo stesso Gramsci – se i filosofi della praxis ritenessero “illusorie” – cioè meramente sovrastrutturali – cioè sempre e solo determinate dalle strutture e dagli interessi economici – tutte le “filosofie” in quanto tali, dovrebbero considerare non concreta anche la propria, di filosofia, oppure risolversi a non credere in nulla.

Il paradosso è che infine è accaduto proprio l’opposto di quello che Gramsci ha pensato – e si è ‘invece’ inverato il suo lapsus: tutte le “filosofie”, inclusa quella marxista, sono state ridotte ad “ideologie”, nel più deteriore senso della parola; a meri e puri riflessi delle strutture economiche e degli interessi a questi connesse; e ciò viene considerato vero anche ‘retroattivamente’.

Questo ha portato ad una immensa svalutazione delle sovrastrutture ‘storiche’ – mentre al tempo stesso si è venuta affermando la tendenza a istituire una sorta di Tribunale da Giudizio Universale secolarizzato – nel quale in base ai criteri e parametri ‘morali’ contemporanei – ma assolutizzati – si condannano agli inferi opere ed ‘eroi’ del ‘passato’ (Colombo, Hume, Kant… per fare qualche clamoroso nome a caso). Oppure si riattualizza il ‘passato’ totalmente in funzione del presente per immediati fini politici come nella de-russificazione dell’Ucraina, o nella de-armenizzazione dell’Artsakh (non a caso meglio noto come Nagorno Karabakh).

Ma ciò che da tempo, e sempre più oggi, mi appare più gravido di conseguenze è che la riduzione teorica sistematica delle così dette ‘sovrastrutture’ alle strutture – cioè per tentare un’immagine plastica, delle cristalline costruzioni socio-giuridico-artistiche ai viscerali intrighi del massimo profitto e del potere immediato ha sortito come effetto paradossale – un paradosso nel paradosso – che quella verità che Marcuse, trent’anni e passa dopo Gramsci, ricordava nei dibattiti con gli studenti berlinesi rivoltosi, sottolineando “che non è ancora stata chiaramente assimilata dalle coscienze” e cioè che “gli argomenti umanitari e morali non sono soltanto ideologie menzognere: possono e devono diventare fondamentali forze sociali (enfasi mia)” – questa verità ha finito col giovare proprio ai cercatori di profitto e ai detentori dei poteri immediati, che hanno colonizzato – senza incontrare una reale resistenza – pressoché l’intera area delle sovrastrutture ‘culturali’ mediante pseudo-argomenti umanitari e morali (tutti parliamo sempre delle televisioni berlusconiane, come se fosse invece ‘normale’, il fatto che alcune tra le più culturalmente prestigiose case editrici nazionali siano in mano ad un solo grande gruppo editoriale, il suo appunto).

Per contro, a me pare, che ancora nessuno si sia giovato sino in fondo della concreta conquista teorica gramsciana: la piena de – assolutizzazione delle ‘filosofie’, nonché, in senso ampio intese, delle concezioni del mondo, inclusa quella attualmente dominante della scienza quale sapere trans-soggettivo prioritario ed unico, e quella dell’ideologia neo-liberista come nuovo Verbo rivelato: ogni “verità” è (stata) la verità, ma di e per un tempo ‘dato’; nessuna verità è (né sarà mai) la verità atemporale ed assoluta, (questo Gramsci assimila dal Croce, ma su un altro piano) almeno nell’ambito del pensiero. Per ciò ‘noi’ possiamo modificare la ‘verità’ – e modificarci mediante essa; nella lotta tra le ‘sovrastrutture’. È già una sconfitta pensare che esista una sfera ‘separata’ della cultura, ed io stesso in qualche modo l’ho pensato per lungo tempo, in cui, come in un iperuranio secolarizzato, vivono ‘eternamente’ i classici del pensiero, dell’arte, della letteratura. Al di là delle spesso furiose (sino al trash) polemiche personali tra intellettuali, filosofi. artisti, di cui pullulano le storie, quelli che restano sono i contrasti tra posizioni ‘estreme’ ed incompatibili, apprendere le quali, ripercorrendole e riattualizzandole ci mette in contatto con le forze vive– non della tradizione come la celebrano i filistei culturali – ma della ‘creazione’ e della critica dell’esistente. Misticismo? Fuga dalla realtà? Può darsi, ma a me dà da pensare.

Per chiudere, un cenno per i polemici italici, quelli convinti che la logica sia stata inventata per cogliere in fallo l’interlocutore – abbatterlo – ed esporne le spoglie in pubblico, e Sé trionfanti (quello che è diventato lo sport globale sui social: una pedantesca logomachia): non c’è una contraddizione patente in Gramsci tra l’appellarsi al Marx che incitava a non limitarsi più a interpretare il mondo, da filosofi contemplativi, ma a trasformarlo, ed il definire e Marx e se stesso ‘filosofi’, anche se della ‘praxis’? Certo che c’è contraddizione! Ma è ancora più certo che Gramsci ne era pienamente consapevole – e, tra molte altre cose, i suoi Quaderni sono anche la ricerca e la risposta alle domande: che cosa intendiamo e che cosa possiamo intendere con ‘filosofia della praxis’: è un filosofare sulla praxis (invece che sullo spirito; è sufficiente cambiare d’oggetto perché cambi il modo del pensiero?)? Oppure è la filosofia che si genera integralmente nella e dalla per la praxis, per il concreto fare e pensare umano e che a questo solo appartiene?

Non è questa la sede per tentare di vedere come Gramsci abbia affrontato queste questioni: moltissimi hanno pensato e creduto, credono e pensano, che il suo sia stato un filosofare sulla praxis. Personalmente invece penso e credo, e lo penso come Lei sa da non marxista, che se non ci si pone sino in fondo la seconda domanda, ci si autoabilita senza alcun dubbio alla carriera gloriosa (per usare un’immagine cara a Gramsci) da mosca cocchiera.

Luca Carbone

Ph. D. in Fundamental Ecology