Archivi tag: Gentrificazione

Vedi Milano e poi muori

milanAnna Lombroso per il Simplicissimus

La Milano che prima era da bere, poi da mangiare, adesso è da vergognarsi.  Come al suono delle trombe dell’Apocalisse sanitaria sono cadute le mura della Capitale morale, mentre tace il rombo futurista del motore dello sviluppo nazionale.

Con ferocia voluttuosa i calabresi guidati dalla Santelli, i veneziani elettori di Brugnaro, i laziali sotto il magister elegantiarum delle mascherine, gli emiliani sollecitati dal loro presidente a prestarsi in qualità di festosi volontari per infoltire  la schiera di braccianti o di ronde, in modo da meritarsi reddito di cittadinanza e altre risorse parassitarie, possono prendersi il lusso a poco prezzo di criminalizzare lombardi e milanesi per la fiducia accordata ai loro rappresentanti, per aver subito l’onta delle morti dei loro cari lasciati soli, l’umiliazione di essere la popolazione più contagiata e contagiosa.

E dire che per capire che un giorno un qualche accadimento naturale o non, più dello straripamento annuale del Lambro o del Seveso più di licenziamenti a raffica, più di un terremoto, più di una nube tossica che avvelena l’aria, avrebbe avuto la funzione di rivelare cosa si nascondeva dietro a orgogliose rivendicazioni e narrazioni epiche, bastava poco.

Bastava poco per diagnosticare che i mali del “caso Lombardia” fanno parte di un contagio nazionale, che non si voleva e non si vuol vedere, per non dover prendere atto che dietro il festoso barzellettiere, il gioviale sciupafemmine a pagamento, il generoso mecenate che si pagava anche il rinfresco del G8 c’era il golpista, il colluso con le mafie, lo speculatore intento a trasferire la sua città ideale della corruzione e del malaffare, le Milano 2 e 3, perfino nel cratere di un sisma.

E mica è colpa dei soli milanesi o dei lombardi se parte delle morti in concorso col Covid sono da attribuire ai furti e agli espropri perpetrati ai danni della sanità pubblica, se poi il divino ladrone celeste pontifica su igiene, salute e profilassi sanitaria e sociale dalle colonne di un autorevole quotidiano nazionale.

O se tuttora il vertice, le teste insomma, del governo regionale che meriterebbero la ghigliottina, perseverano nell’infamia idiota e diabolica, reclamando che si incrementi la loro indipendenza, alla luce delle performance ottenute in cima alla graduatoria di assassinii,  e restano al loro posto pur suscitando la collera della plebaglia, che però è la stessa che riserva un  consenso ammirato per la figura iconica di altro bramino del secessionismo regionale che pretende di  esercitare la dovuta superiore autonomia in materia sanitaria, per via di una statistica meno ferale, e in quella dell’occupazione e della scuola, per fare un severo collocamento di immigrati e percettori di mance e redditi improduttivi nell’ambito del cottimo di stato.

C’è un proverbio che la dice tutta sul disincanto tossico dei romani: er più pulito c’ha la rogna. Ma pare possa funzionare egregiamente a tutte le latitudini, se il Pisapia che viene a cadenza regolare tirato fuori dalla naftalina in qualità di leader di un rinascente progressismo, è stato artefice del processo di svuotamento del centro di Milano dai residenti, proprio come un Brugnaro o un Nardella qualsiasi, per consegnarlo a multinazionali della speculazione, al terziario del lusso, alle finanziarie e alle banche che hanno bisogno di sfolgoranti vetrine per esibire al loro avida smania di accumulazione, agli emiri del Qatar intenti a fare shopping di terreni e di club sportivi a Milano come in Sardegna.

Si adatta a tutto lo stivale se  tutta la stampa nazionale ha partecipato alla narrazione della nuova Grande Milano guidata con destrezza dall’ex commissario di un epico fallimento, segnato da infiltrazioni mafiose sulle quali l’autorità anticorruzione ha dovuto chiudere un occhio anzi due, in nome dell’ineluttabile e incontrastabile “interesse generale”, da un primo cittadino che accoglie il collega disobbediente di Riace come un eroe e permette in contemporanea i repulisti repressivi di immigrati, da un sindaco che sta realizzando le più famigerate espropriazioni di beni comuni per cederli a società immobiliari e costruttori posseduti dal demone dei faraoni, che sognano di lasciare un’impronta indelebile sotto forma di grattacieli che non vogliono più a Dubai, frutti delle visioni tossiche di archistar  la cui reputazione crolla alla prova di un’ovovia o di un colpo di vento.

Sicchè la bulimia costruttiva fa il paio con il gigantismo megalomane di chi concede il passaggio attraverso Venezia delle Grandi Navi da crociera, oggi rimpiante e richieste a gran voce per contribuire alla ricostruzione dopo la guerra al virus,  o con la compulsiva volontà di riaprire i cantieri delle opere infrastrutturali, da anni rivelatesi come formidabili macchine mangiasoldi pubblici per appagare gli appetiti delle solite cordate, o con i propositi del Ministro Franceschini per il rilancio turistico del Paese, grazie alla sua immaginifica visionarietà, la stessa di Farinetti e di Renzi, fare del Sud la Sharm el Scheik d’Italia, della Sicilia un immenso campo da golf, degli Uffizi un juke box, di Venezia un museo a cielo aperto.

Vi avevano detto di stare tranquilli, che niente sarà come prima.

E per una volta mantengono la parola, tutto sarà peggio di  prima se la cifra antropologica degli italiani pare non sia l’arroganza meneghina, la spocchia veneziana, l’indolenza napoletana, la spilorceria genovese, l’ostentazione palermitana,  ma invece un’arrendevolezza brontolona ma docile, la licenza e la piccola trasgressione del così fan tutti al posto della ribellione.

E succede perfino quando tra Franza e Spagna non si magnerà più in un Paese sull’orlo del fallimento, nel quale centinaia di migliaia di persone si affacciano cautamente di casa, con la fierezza del loro finalmente riconosciuto senso di responsabilità, che nasconde la paura di misurarsi col disastro legittimato dalla minaccia apocalittica, con il tentativo di rimuovere o almeno rinviare la catastrofe, pagando pegno per il loro sabbatico con  proibizioni, quarantene, forme di controllo sociale  tecnologiche, bastonate,  controlli perfino con droni e elicotteri, divieti di spostamento, sanzioni  presto comminate dalle ronde che fino a ieri erano l’inaccettabile format ideale poliziesco salviniano, ora irrinunciabile sistema di necessaria vigilanza e contenimento delle disobbedienze oltre che immaginifico bacino occupazionale insieme agli steward sulle spiagge, o ai braccianti al tempo delle ciliegie.

Il poco che ci hanno fatto sapere, fatto di avvertimenti trasversali e minacce, di come immaginano il nostro futuro prossimo dall’Alpi alle Madonie parla di una condanna alla servitù, nel migliore dei casi, quella già ampiamente avviata nella normalità malata di prima della malattia, subendo i ricatti padronali, le ipotesi non remote per i più fortunati di riduzioni del salario a  fronte di aumento dell’orario di lavoro, il caporalato tramite smart working, con l’assillo di dover rendere i prestiti benevolmente concessi, quelli personali erogati da quelle banche oggetto di salvataggi dagli effetti del loro avventurismo finanziario effettuati a nostre spese,  e quelli dovuti all’Ue,  sotto l’intimidazione di nuove e sempre più severe privazioni in qualità di pena meritata per aver dissipato, goduto, consumato in merci e libertà.

E dire che per anni i risparmi dei cittadini, i fondamenti sani del Paese, hanno costituito un orgoglio oltre che la fonte cui attingere al bisogno, e si sa che il bisogno si presentava sempre più frequentemente per ovviare alla distruzione dello stato sociale, a quella del lavoro, della scuola pubblica. Da oggi risparmiare è un lusso come succede durante le carestie, se chi tiene la cassa comune non ha fatto come gli antichi, che riponevano le scorte nei granai. Ed è ancora di più un privilegio curarsi, nutrirsi, istruirsi, viaggiare, studiare, scaldarsi o rinfrescarsi, e poi amarsi, convivere sotto un tetto dignitoso, andare al mare, visitare un museo.

Non sarà stato un complotto di un impero del male quello che ha liberato e fatto circolare il virus, ma dovremmo trovare una parola adatta per definire questa prova generale, che sembra non finire, di repressione delle aspettative in cambio della sopravvivenza, della libertà di decidere di sé in cambio della “salute”, secondo criteri intesi a imporre una autorità morale abilitata a decidere che cosa è il meglio per noi, alcuni di serie A protetti dentro le mura di casa, altrui di serie B incaricati di garantirci i beni e i servizi elementari, come esige lo stesso sistema che vuol farci pagare i danni che ha prodotto, secondo la regola aurea che socializza le perdite e privatizza i profitti.

Forse è ormai troppo tardi per conservarci il diritto di resistere all’ingiusto e di disobbedire all’illegittimo, la malattia ci ha contagiati molto prima del virus.

 

 

 


Morire di ospitalità

venezia-affittasiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare ormai accertata la trasformazione delle città da metropoli, in megalopoli e infine in necropoli, a imitazione di quei siti archeologici che non riusciamo a immaginare che siano stati popolati da gente che nasce, vive, lavora, ama, canta, ride, piange, scrive, legge, ma solo da satrapi, faraoni e tiranni, imperatori e regine impegnati a lasciare l’impronta della loro sfacciata crudeltà tramite piramidi, tombe e monumenti funebri che ne celebrano la potenza in vita e nel ricordo imperituro.

Succede nella grandi e estese urbanizzazioni, ma anche nei piccoli borghi, dove i centri storici si desertificano per l’espulsione forzata dei residenti costretti a lasciare la città in mano ai predoni immobiliari, agli speculatori che svuotano le abitazioni per farne gli uffici delle grandi banche, gli hotel dove ospitare la clientela della fabbriche del turismo, le sedi delle multinazionali e i residence per le loro cerchie di globe trotter de luxe.

Ha certamente contribuito anche quella piccola startup di san Francisco, cresciuta a dismisura che si chiama Airbnb e che negli anni ha catalizzato centinaia di migliaia di piccoli proprietari e affittuari, che inizialmente hanno costituito la base di massa della piattaforma, ma che oggi soffrono della pressione e della concorrenza che li sta divorando, i detentori di  una rete di abitazioni, spesso agenzie multinazionali o grandi proprietà che riescono a garantirsi un reddito costante senza soffrire delle incertezze del mercato immobiliare.

Circola in questi giorni una classifica di Infodata che registra la presenza di Airbnb nelle città europee e che colloca al primo posto  dei centri occupati militarmente dalla piattaforma, Porto con 454,78 appartamenti ogni 10mila abitanti,  seguita da Lisbona e Copenhagen, mentre Venezia e Firenze sono “solo” quinte e seste. Ma la statistica  riguarda   gli alloggi “registrati”, non prendendo in considerazione quelli sommersi e clandestini, che non pagano oneri fiscali e si sottraggono a ogni genere di controllo, e nemmeno tiene conto del rapporto tra residenti e “passanti” la cui permanenza è variabile.

Così l’algida aritmetica non rende l’idea del danno economico, sociale, culturale e morale  del contributo che questa forma di sfruttamento delle città ha dato alla gentrificazione, una parolaccia derivata all’inglese per definire il processo di trasformazione di un quartiere popolare  in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni. Sinonimo questo, adottato in campo urbanistico,  di “valorizzazione” termine impiegato dal liberismo selvaggio per specificare, tanto per fare un esempio, lo sfruttamento di foreste per fornirci di parquet o per allevare in forma intensiva la materia prima degli hamburger.

E infatti si tratta di un prodotto tossico come certi fondi e certi titoli,  promosso dai governi nazionali e locali e finanziato dal debito per il suo un duplice effetto: quello di congelare sia pure temporaneamente il malessere delle nuove classi disagiate strangolate dai mutui e dalle spese condominiali e dal fisco  contribuendo a integrare i bassi redditi di piccoli proprietari e inquilini, offrendo un  reddito perlopiù sommerso e parassitario a figli e nipoti che si integrano nelle magnifiche sorti e progressive della gig economy   diventando affittacamere digitali e globali, e quello di limitare l’offerta delle case in affitto normale  facendo lievitare i valori degli immobili e dei canoni di locazione, espellendo l’indesiderato  ceto medio-basso.

È un fenomeno che viviamo ogni giorno, a Testaccio, a Trastevere, al Pigneto e alla Garbatella investite dalla movida degli apericena coi tavolini sul marciapiedi a godersi la memoria estinta del ponentino, sui Navigli, in quei quartieri che perdono il carattere abitativo per diventare folclore e attrattiva turistica e dove in ogni stabile campeggia almeno una insegna di casa-vacanze,  B&B, affittacamere, punte visibili dell’iceberg di passaparola del mercato sommerso di stanze coi letti accatastati, poche pulizia, bagni in comune e scontrini per il caffè al bar di sotto. Ma si verifica anche tra i masi di montagna delle Alpi, nella campagna un tempo felix intorno alla Reggia di Caserta, nei borghi abbandonati e solitari del Molise dove l’unica popolazione che intravvedi passando è di anziani davanti al bar con la serranda tirata giù a metà,  o in quelli della Lucania dove qualche basilisco cerca di tirare a campare  entrando nel brand di manager dell’accoglienza con l’offerta della casetta di nonna o del rudere pittoresco tra gli ulivi.

Così il veleno che ha intossicato le aspettative degli indigeni e quelle di chi arriva contagia tutto, si perdono i caratteri identitari delle popolazioni, delle attività, delle relazioni e delle memorie per convertire le città in parchi a tema, con i “residenti” che magari dopo aver dato le chiavi e le istruzioni per l’uso vanno a dormire in periferia, ridotti a figuranti, comparse e inservienti. Mentre ai turisti si spaccia una imitazione della vita di una comunità che non c’è più, falsificata, taroccata e banalizzata, desiderabile sfondo per selfie.

Non a caso sono rare le sacche di resistenza al processo, le associazioni e le organizzazioni, i movimenti sociali che combattono la pacchiana ristrutturazione e valorizzazione, i cambi di destinazione d’uso, le svendite del patrimonio immobiliare pubblico accompagnato dal trasferimento dei servizi essenziali fuori dalla “cerchia delle mura”, l’aumento ingiustificato dei prezzi dei generi di consumo accompagnato dall’espulsione delle attività sostituite dai supermercati e dai centri commerciali o dalle catene di distribuzione di merci uguali in tutto il mondo.

Sono pochi ancora e non hanno la visibilità e l’appoggio di fermenti cari all’establishment. E non c’è da stupirsene, pensando a Venezia dove  disposizioni urbanistiche che hanno promosso cambio d’uso di tutti gli immobili classificati come abitazioni anche se sfitti o disabitati (escludendo solo i piani terra), leggi regionali e delibere comunali che hanno liberalizzato e incentivato la trasformazione ricettiva degli appartamenti e delle singole stanze, hanno investito la città e le sue isole, travolte dal dilagare di nuovi alberghi, pensioni e residenze turistiche. O a Firenze, storicamente afflitta da sottoccupazione dove l’unica “opportunità” viene monocoltura della  “fabbrica del turismo”, che vampirizza il patrimonio artistico e culturale che estrae, che consuma, ma che non sa né tutelare né riprodurre.

Prevengo  i fan del cosmopolitismo al posto dell’internazionalismo che obietteranno che è un formidabile progresso offerto dalla globalizzazione la possibilità di muoversi, viaggiare, conoscere e immedesimarsi sia pure temporaneamente in vite e posti nuovi low coast, che questo non deve essere un lusso prec pochi, perché è frutto di lotte e conquiste di diritti.

In verità si tratta di una ulteriore disuguaglianza,  aggiuntiva alle tante della nostra contemporaneità e che contrappone da una parte il turista acculturato che spende e ha il diritto di pretendere, dall’altra quello frettoloso, disinformato  che non possiede le prerogative per godere dei doni della cultura, della natura e della creatività e dunque non li merita, giustamente costretto alla deportazione in pullman, nave, messo in fila in un corteo di pellegrini a sfiorare pietre secolari e dare uno sguardo di sfuggita a opere immortali, finendo per mangiare panini sottovuoto seduto sui gradini del Ponte di Rialto  o in Piazza dei Miracoli e a dormire pagando in nero un letto di fortuna.

Ed è quella che offre di consumi di massa per drogare la massa, elargendo qualche sogno e qualche gita al posto dei diritti e della legittima soddisfazione di aspettative e talenti, sostituendo col selfie e il souvenir uguale a Pisa come a Dubai, la memoria della dignità, e con la foto di gruppo alle immagini di lotta delle piazze dove un tempo ci si trovava tutti insieme, tutti nello stesso tempo e nello stesso luogo per far vedere e sentire come è bella la libertà.


Il bon ton della violenza

Jourdain-Moliere Anna Lombroso per il Simplicissimus

Siccome sono sì, in collera, ma non sono posseduta da insani pregiudizi e da invidia nei confronti di quei bei faccini puliti, di quelle agili menti così impegnate nel sociale da chiamare lavoro anche l’andare in palestra e il prodigarsi nel volontariato, come hanno dichiarato i leader in dialoghi edificanti condotti da intervistatori toccati dalla loro gentilezza, alternata in regime di par condicio con beceri urlanti a pari merito di Auditel, ecco mi sento di dare qualche consiglio alle Sardine, ufficializzate dal quotidiano comunista con la S maiuscola, e che per qualche ora hanno patito quella censura in rete che esigono ragionevolmente per siti di beceri buzzurri, che, tanto per dire, io conosco bene per essere periodicamente oscurata, ma che dovrebbero chiedere a gran voce per chi calunnia e minaccia, protetto da prerogative di intoccabilità e in rigor di legge.

E infatti raccomando loro, come recita il proverbio, di guardarsi soprattutto dagli amici, dai fan, dalle majorette che li stanno promuovendo a movimento capace di incantare le masse, che grazie alla loro gentile carezza si trasformerebbero da lupi in agnelli, magari pure quelli con la A maiuscola per affinità di nascita, cerchia sociale, interessi per le cose divertenti, protezione della stampa cocchiera e di influenti padrini.

Per esempio,  proprio ieri un blog molto frequentato li appaia ad altro fermento che sarebbe stato capace di convertire i movimenti disordinati e dolenti dei milanesi in dinamismo creativo e partecipazione democratica. Scrive lo spericolato Christian Rocca direttore dell’Inkiesta, che le  Sardine sarebbero ” il modello civile e popolare contro demagoghi e babbei di destra e di sinistra”,  proprio come le madamine e soprattutto  come la Milano che scese in piazza contro i no Expo nel 2015.

E continua imperterrito sostenendo che il loro prototipo risale alla mobilitazione spontanea del 2 maggio 2015, a Milano, quando decine di migliaia di persone guidate dall’ex sindaco Giuliano Pisapia scesero istintivamente in strada per rimediare ai soprusi e alle violenze dei populisti no Expo e per difendere con orgoglio lo sviluppo e il progresso della propria città. La nuova Milano di cui tanto si discute in queste settimane, spesso in modo grottesco, è nata esattamente nel giorno di quella rivolta-civile-contro-la-rivolta-populista che è riuscita a disinnescare i ciarlatani, i mangiatori di fuoco e gli scappati di casa che dilagano altrove. Eccola, per esempio, una cosa che Milano ha restituito al paese”.

Non teme il ridicolo insomma l’avventato opinionista che più che un augurio lancia una minaccia, che fiancheggia come un Maroni o un Calderoli qualsiasi, per non parlare del nemico n.1, una indiscussa superiorità democratica e civile della Capitale Morale, ricicciando, come sempre in tempi di carestia, l’ineffabile Pisapia, sponsor sobriamente allupato della grande kermesse Expo, che sostenne con gli occhi foderati di prosciutto come si addice davanti a una “greppia” sull’alimentazione, fingendo di non vedere quali crimini si consumavano, economici, amministrativi, ambientali, penali, compresi quelli ai danni del buonsenso.

Borghese gentiluomo, dolcemente ritroso, teneramente inconsapevole anche quando si scopre qualche piccola ingenerosità nell’assegnazione di un alloggio alla sua signora, come la definirebbero i cumenda, Pisapia, uomo per tutte le stagioni di uno schieramento che con fierezza ha rinnegato l’appartenenza a una tradizione e a un mandato di difesa e rappresentanza degli sfruttati e che lo estrae dalla naftalina a ogni primaria, meriterebbe però il posto d’onore, da contendersi con quello attuale, di miglior sindaco neoliberista di Milano, superando Albertini e la Moratti, ai quali la parola riformista fa aggricciare la pelle, almeno quanto a me per l’abuso che se ne fa.

Intrisa di quei valori che proprio oggi magnifica come da mandato il rettore della Bocconi in attesa di Mattarella indicandoli nella  “milanesità, nella profondità, nell’autoreferenzialità positiva che ha portato questo ateneo a osare prima degli altri, a provare strade nuove e in alcuni casi a indicare una via bocconiana” – che è facile immaginare porti dopo Monti a Draghi, bocconiano ad honorem malgrado la macchia di essersi laureato con Caffè –  la carriera di amministratore di Pisapia comincia con una efficace campagna di accreditamento che convince gli elettori sulla possibile rottura con il passato, sulla discontinuità  con le scelte urbanistiche dell’amministrazione di Letizia Moratti. Quelle migliaia di persone in piazza  saranno poi invece delusi da quel Piano di Governo del Territorio, e da quel Piano delle Regole, che confermano la tenuta di un processo decisionale non partecipato (anticipatore delle farse odierne della consultazione tarocca dei cittadini sulle “rigenerazioni”) e che ha lasciato e lascerà spazio inalterato alla finanza immobiliare.

Sarà Pisapia a lanciare l’accordo di programma con Fs per il riutilizzo degli scali ferroviari, sulla falsariga di progetti analoghi, ex Fiera/Citylife ed ex Centro Direzionale/Porta Nuova, con analoghi effetti di densità speculativa nel quadro di una nuova Milano da bere,  che è riuscita nell’impresa di espellere fuori dalle mura oltre mezzo milione di milanesi, di stravolgere il tessuto abitativo per far posto a uffici di banche, multinazionali, a un commercio con l’ostensione dei prodotti che mostrano le vetrine di Dubai e Miami, humus e frutto della totale finanziarizzazione dell’economia e della società, e che ha i suoi monumenti sorti sulle rovine prodotte da quella che è stata definita una jüngeriana tempesta d’acciaio e cemento, mentre è tuttora priva di un depuratore ed è regolarmente per via dei fiumi Lambro, Seveso e Olona mai regimentati, tutelati e disinquinati.

Diventata la prima in Europa per consumo di suolo, trasformata nella capitale della cazzuola, grazie a costruzioni tirate su per iniziativa liberista e irregolare di imprese, istituti di credito, presidenza della Regione che chiede autonomia per proseguire nella sua folle megalomania incrociata con l’esigenza di appagare l’avidità costruttiva, non discusse e non controllate in alcun Consiglio pubblico, dove, in perfetta coerenza con i fasti bulimici degli sceiccati e degli emirati, molto presenti in città, si elevano grattacieli che specchiano sulle loro pareti di cristallo il volto osceno e irriguardoso del modernismo, si accredita per essere anche la città simbolo della gentrificazione, la sostituzione antropologica, edilizia e sociale degli abitanti e degli alloggi che via via hanno costituito il tessuto urbano, con avventizi, residenti temporanei ospitati nelle geografie del terziario e che vede nella “valorizzazione” dell’ex Citta degli Studi attraverso la messa a disposizione di quel patrimonio al libero mercato.

Chi volesse interpretare e rappresentare lo scontento dei cittadini espropriati, cacciati, dissanguati, ma spinti a sentirsi talmente intoccati dall’umiliazione e esenti dalla colpa di conoscere come unica forma di disubbidienza, l’evasione fiscale, dovrebbe prima di tutto contrastare chi la violenza l’ha esercitata in forma istituzionale, nel rispetto di leggi forgiate e adottate per favorire interessi privati, anche quando mostra una faccia pulita, modi garbati, abiti impeccabili e applica le regole del bon ton allo slogan del marchese del Grillo.


Firenze devastata: il lamento di Attila

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sulle barricate, sventolando il gonfalone del giglio, come in un Delacroix, a difesa della stazione dalla quale si promette che, come una volta, i treni arriveranno in orario grazie a un Si, il sindaco di Firenze ha gridato il suo sdegno: devastare una città è ignobile.

E come non dargli ragione. Prendiamo la sua città, ad esempio.  Con spericolata sfrontatezza si è scelto di celebrare la liturgia del credo renziano, il “derby fra cinismo e speranza”, in temeraria coincidenza con la tremenda alluvione del ’66, ma anche a sei mesi dallo smottamento che ha aperto una voragine di 200 metri sul Lungarno, causata da un “errore umano”, si è detto. E certo non è da attribuire a “cause naturali” che a 50 anni di distanza dal disastro, perfino uno dei più affezionati fan del regime, tornato alla difesa del suolo dopo la tutela e valorizzazione delle  veline di governo, ammette che  «Se agli interventi locali aggiungiamo l’affinamento delle previsioni meteo e la nascita della protezione civile il rischio a Firenze è diminuito, dal ’66, del 30 per cento». Che in altre parole sta a significare che per il 70% è insicura, malgrado di lì siano passati fior di sindaci, uno in particolare, del quale la struttura competente in materia di salvaguardia, Italia Sicura,  che – ma è una coincidenza – dipende direttamente da Palazzo Chigi, tace il nome, pur riconoscendo che oggi a mezzo secolo da allora “si sta correndo contro il tempo per fare quello che si è progettato nel 1968 e poi mai realizzato”, e avvertendo che comunque potrebbero ancora verificarsi “coincidenze disastrose” anche a causa dei “capricci” del cambiamento climatico. Se i fiorentini pensavano di stare sereno con uno che giù per li rami rivendica di discendere dai Medici e che si fa vanto delle sue radici, è meglio che come disse a suo tempo un altro “collega” a proposito di Venezia, preparino gli stivaloni come misura preventiva: per gli interventi di sicurezza mette a disposizione del suo vassallo a Palazzo Vecchio 130 milioni e 70 ne scuce Rossi, con i quali si dovrebbero realizzare le casse di espansione, l’innalzamento di un diga strategica e delle spallette dei lungarni. 200 milioni a fronte di un allarmante “preventivo” in caso di una inondazione analoga a quella del ’66, di circa 7 miliardi di danni solo a Firenze.

E qualcuno parla di pietosi cerotti su ferite forse insanabili, perché il suolo e il territorio della città sono ormai compromessi da una feroce cementificazione, quella degli anni 70, che non si è arrestata malgrado i tradizionali annunci del sindaco d’Italia, e alla quale si progetta di aggiungere la pressione di interventi inopportuni, che si possono facilmente elencare con a fianco il logo degli sponsor che c’è da immaginare non siano estranei ai fasti della Leopolda:  il nuovo aeroporto, voluto da Renzi, ENAC, Toscana Aeroporti guidata dal suo compagno di merende,  e Confindustria; il nuovo inceneritore a Case Passerini nella stessa piana fiorentina, quella in cui  sono stati rilevati i più alti tassi di inquinamento atmosferico d’Europa, per via della pressione del pendolarismo, a poca distanza dell’aeroporto, anche quello a cura di PD, Quadrifoglio (società partecipata dagli enti locali), da Hera e da Confindustria, la  TAV nel sottosuolo di Firenze, ancora appoggiato da Confindustria e dalla Regione, malgrado Cantone l’abbia definita “criminogena”, il completamento della linea 2 della tranvia  e la realizzazione onirica della linea 3, uno stadio che faccia concorrenza al Colosseo, ovviamente  caldeggiato dallo stesso mecenate e a condimento di queste portate principali, quasi una cinquantina di parcheggi molti dei quali nelle viscere della città per ospitare le new entry, quei privilegiati desiderati, attratti, chiamati, blanditi in sostituzione degli abitanti: uno a Piazza Brunelleschi,   a pochi passi dalla Cupola del Duomo pericoloso per i monumenti, lesivo dell’estetica della piazza, che sarà convertita in    tetto di un grande silos interrato.

A dirlo non sono gli “scalmanati”, i barbari sovversivi, quelli che protestavano davanti alla Leopolda, ma l’Unesco che in una lettera (ne abbiamo parlato qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/07/10/unesco-boccia-firenze-da-patrimonio-dellumanita-a-mangiatoia-del-renzismo/) ha bocciato la politica comunale degli ultimi vent’anni, minacciando di annoverare la città tra i siti a rischio, e condannando  l’assedio del turismo ai monumenti, i tunnel della Tav e della nuova tramvia che passerebbero non lontani da capolavori come il Duomo, Santa Croce e la Fortezza da Basso,  lo shopping immobiliare con decine di grandi palazzi che passano in mani private per diventare alberghi o residenze di lusso, il fenomeno che va sotto il nome di gentrificazione,  ossia la “produzione di spazio urbano per utenti sempre più abbienti” attraverso la sostituzione/espulsione dei residenti storici e delle attività commerciali a questi legate, far posto a strutture di accoglienza turistica e residente di lusso (compresa la Rotonda del Brunelleschi), e, in aggiunta «un centro storico a rischio inondazione e la situazione idrogeologica di vaste parti della città, classificata a rischio molto alto».

A Palazzo Vecchio Nardella issò un drappo nero contro la cieca violenza distruttiva  dell’Isis. Ma c’è da temere che dobbiamo issare bandiera bianca a Firenze e nelle città d’arte italiana a segnare la resa  ai barbari nostrani, che stanno riducendoci a guardiani i luna park costretti a tornare la sera nelle nostre periferie per lasciare i beni comuni nelle mani di pochi cui è stato concesso di alienarli e goderne in forma esclusiva, in nome della legge sì, quella   della speculazione immobiliare e finanziaria. A quelli di Gorino o Verona (quelli di Capalbio  invece possono stare tranquilli) dovrebbe interessare sapere che ormai non occorre essere neri o gialli, islamici o buddisti, per essere scacciati, grazie a espulsioni dirette, con gli sfratti, con fitti stratosferici (a Via Tornabuoni si chiedono anche 850 mila euro l’anno per un locale di charme), con il trasferimento di servizi essenziali, con quelle  indirette e trasversali, legate ai progetti di trasformazione urbana che incrementano in maniera abnorme i valori immobiliari delle aree e con quelle virtuali, non meno cruente, che cancellano appartenenza, memoria e socialità convertendo i nostri luoghi in prodotti da consumare per forzati del turismo e merce da acquisire per utenti di lusso.

È proprio vero, devastare una città è osceno, ma lasciarglielo fare lo è vergognoso.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: