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Servi Fedeli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Va bene, mi sono sbagliata, faccio ammenda. Avevo, a torto, pensato si trattasse di uno di quei soggetti ben pasturati alla greppia dei ranghi sindacali senza aver mai conosciuta la fatica, una di quelle praticone che rivendicano la loro adesione entusiasta alla real politik come fosse una virtù e alla spregiudicatezza come condizione necessaria alla gestione della cosa pubblica e pure di quella personale, capitombolata su una poltrona cruciale per chissà quali titoli, non certo quelli di studio, o quali accertate competenze. Messa alla prova la ministra Fedeli rivela di possedere e aver maturato le qualità, i meriti e il sapere richiesti per la desiderata conversione da cittadini discenti in servitori precari, obbligatoriamente ignoranti a dimostrazione che l’esperienza sindacale di questi tempi si è ridotta all’ossequiente sissignore e addirittura all’interpretazione preventiva e attuazione entusiastica degli imperativi padronali.

Zitta zitta, dopo aver suscitato rumore per una disinvolta gestione del suo cursus studiorum favorita da certe fumose misure riformatrici dei suoi predecessori, la ministra colpevolmente sottovalutata alla stregua di una Brambilla e meno allarmante di una Gelmini, ha mostrato invece un  dinamico quanto sinistro spirito di iniziativa indirizzato a combinare la fine della scuole pubblica e in sostanza dell’istruzione con quella del lavoro , dei suoi valori in modo che dalle rovine sorgesse un edificio di perdita di consapevolezza di sé e delle proprie aspirazioni, di certezze e conoscenze, di cognizioni e curiosità, nel quale far crescere e esistere generazioni di sudditi fidelizzati attraverso nuovi analfabetismi, arcaici ricatti, antiche intimidazioni, millenarie insicurezze e nel quale perfezionare l’umiliazione della funzione pedagogica, dell’insegnamento e dalla formazione, della coltivazione di talenti e capacità con la retrocessione dei docenti a somministratori di punti, buoni e penali come ai cari quiz televisivi frequentati da leader di punta della ceto politico.

In compenso la ministra rivendica i suoi di talenti a cominciare da quella domestica indole al risparmio, cifra irrinunciabile del buon governo secondo casalinghe abbonate ai volantini con le offerte dei supermercati e oculati amministratori di condomini. Cui si ispira il liceo breve a suo tempo minacciato da Renzi: 100 classi inizieranno da quest’anno scolastico la sperimentazione del nuovo progetto didattico che termina dopo 4 anni con l’esame di maturità. Circa 1050 ore annuali anziché 900, che dovrebbero permettere un desiderato taglio del “parco docenti” composto da proverbiali pelandroni, da un ceto parassitario che ostacola la modernizzazione de paese e il suo adattamento all’ambito modello del sogno americano, anelato e imitato anche nella sua trasformazione in incubo e che ha mostrato la sua manchevolezza proprio nella selezione del personale politico, nella incapacità di fronteggiare gli stessi cambiamenti voluti e provocati dalla complessità e pure dalla trasformazione del capitalismo, nell’inadeguatezza a vincere la sfida con i nuovi soggetti che si affacciano sullo scenario  della competitività e dell’innovazione tecnologica e scientifica per non parlare dell’eclissi  della creatività e della produzione artistica, e nella letteratura, nell’architettura, nella musica   dominate dalla serialità. E perfino nell’arte della guerra caposaldo dell’egemonia imperiale, nella quale la superpotenza stalker del mondo perde battaglie e faccia malgrado il mostruoso dispendio di bombe stupide, droni portatori di morte pilotati da un desk remoto in modo da confermare il senso di irrealtà e irresponsabilità.

Così la ministra non si accontenta di combinare le sue misure con la weltanschauung del collega Poletti, coi suoi auspici di una fattiva alternanza scuola-lavoro, della utile propedeutica a sontuose carriere tramite calcetto sostituto nostrano delle borse di studio per giocatori di baseball cn scarsa dotazione di QI , con la desiderabilità del volontariato come necessario tirocinio e dimostrazione di fedeltà a un disegno globale di ubbidienza e rinuncia di diritti e garanzie, ma si prodiga parsimoniosa per andare incontro ai desiderata di Padoan, facendo retrocedere quelli che un tempo si chiamavano investimenti alla qualità di moleste spese: le dobbiamo quindi i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario 2017 e la finalizzazione dei finanziamenti a progetti secondo criteri di merito arbitrari e discrezionali. Lo scopo è sempre lo stesso, la mortificazione dell’istruzione pubblica e il rafforzamento degli istituti privati, il depauperamento  della scuola dello Stato e il potenziamento della “formazione” al servizio degli interessi dei poteri che si sono sostituiti agli stati espropriandoli di sovranità autorevolezza e fiducia: corporation. Lobby, multinazionali, capitali e azionariati finanziari che si servono di regimi regolatori globali e di organizzazioni sovranazionali di vario genere, spesso governativi, impegnati anche nel ruolo di labor killing, che a quello servono certi Fedeli servitori.

Non è il migliore dei mondi possibili quello cui guarda la ministra fatto su misura per genitori che si augurano di poter continuare a viziare i loro figli bel custoditi nel loro guscio di noce mentre fuori infuria la procella, cui propone – per il compiacimento degli orgogliosi Giannini – l’Erasmus anche al liceo come contesto di un ideale di Europa per figli di un dio maggiore, ciu suoi bei muri per tener fuori chi per censo o appartenenza dinastica non merita successo, affermazione, carriera, un mondo dove l’economia si attesta al XXI secolo ma la “società” è regredita al feudalesimo, alle sue pestilenze, alle sue guerre feroci, alla sua disperazione nera, efferata e insanabile  che non sappiamo più curare con la speranza da quando ci hanno negato perfino l’utopia.

 

 

 

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Famiglie tartassate, Leopolde beneficate

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Agenzia delle entrate e Caf hanno finalmente redatto  insieme un prontuario ad uso dei contribuenti che elenca natura e entità delle detrazioni   della “stagione dichiarativa 2017”,  e la documentazioni da allegare per accedere ai vantaggi fiscali.  Così  abbiamo modo di apprendere che chi finanzia le Leopolde del Pd, iniziative e campagne elettorali perfino di chi plaude alla disubbidienza e ritiene che l’evasione sia una necessaria misure difensiva, può godere di un trattamento di favore anche quando la generosa donazione è effettuata  da  candidati e da eletti alle cariche pubbliche: dall’imposta lorda si detrae il 26 per cento su un contributo che può raggiungere i 30mila euro e il munificente benefattore che eroga 30mila euro al suo partito potrà detrarre ben 7.800 euro.

Niente di paragonabile con quanto è riservato ad altre “famiglie” meno eccellenti.  Come hanno denunciato le associazioni di difesa dei consumatori le agevolazioni per gite e mense scolastiche, corsi di lingua e di teatro, oltre a spese per la frequenza scolastica, sono irrisorie: la detrazione del 19% per quelle spese “è calcolata su un importo massimo di euro 564 per l’anno 2016 per alunno o studente”,  con un beneficio annuo per il contribuente  di circa 107  euro per ogni figlio.

C’è poco da sorprendersi, è una conferma in più della considerazione nella quale è tenuta l’istruzione pubblica, ampiamente dimostrata non soltanto dal disprezzo ostentato da ministri che barano sul curriculum, eterni fuori corso o plagiari delle tesi di dottorato, ma da tutto l’impianto della Buona Scuola coronato in questi giorni dall’approvazione dei decreti attuativi della empia controriforma che ha raccolto e perfezionato il messaggio distruttivo della Gelmini   annunciando nuovi tagli, cancellando il diritto allo studio, umiliando la formazione  professionale dinamicamente sostituita da perfezionamenti servili  in Mc Donald’s, riducendo il decantato merito alla compilazione dei quiz Invalsi, precarizzando e mortificando ulteriormente il lavoro docente,  rimuovendo oscenamente perfino i bisogni degli studenti con disabilità, introducendo criteri ispirati a discrezionalità e  ad un autoritarismo arbitrario e accentratore nella mani di dirigenti –  manager, sollecitati a fare marketing e fund raising  presso famiglie di ceto elevato.

C’è da aspettarsi che l’osannata alternanza scuola-lavoro, gradita ad ambo i dicasteri interessati,  investirà alunni e docenti: se i primi sono stati premurosamente invitasti a svolgere volontariati estivi per prepararsi a un futuro professionale brillante di inservienti all’Expo, sottomissioni in Almaviva, contratti anomali a colpi di vaucher, la stessa condanna pesa ormai ineluttabilmente sugli insegnanti, a cominciare dagli aspiranti alla stabilizzazione che dovranno accontentarsi di una  vergognosa remunerazione al di sotto dei 500 euro.

C’è una parola che riecheggia intorno e quella parola è umiliazione. Per gli studenti intimiditi da docenti retrocessi a vigilantes, costretti alla rinuncia di ogni rivendicazione nel timore del cattivo voto alla maturità.

Per i professori  convertiti in erogatori di test e quiz come a scuola guida. Per le famiglie esposte alle richieste  ricattatorie e divisive di “contributi” per il funzionamento della macchina-scuola, dalla carta igienica ai pc, dalle gite  diventate il business di un opaco turismo  scolastico obbligatorio, al “sostegno” raccomandato per i ragazzi meno “motivati”  e per il mercato largamente illegale delle ripetizioni. Perfino per gli ideologi di una istruzione indirizzata a preparare all’ingresso nel mondo del lavoro, quelli che hanno predicato la necessaria transizione dalla conoscenza alla competenza, dalla preparazione generale alla specializzazione, che si accorgeranno presto di aver contribuito a generare un mercato che assomiglia alla tratta degli schiavi, soggetti a precarietà e mobilità, insicuri e addomesticati per bisogno all’ubbidienza.

E  per noi tutti che non abbiamo difeso il passato sacrificando il futuro, che abbiamo permesso che la scuola diventasse la deriva cui si sono piegati talenti mancati, vocazioni frustrate, molte donne per via della “compatibilità” con i ruoli domestici, che abbiamo concesso spazio e diritto di parola ai propagandisti di una competitività fatta di sopraffazione, ad uso di chi ha e può pagare tutto a cominciare da prestigiosi master, carriere e posizioni di eccellenza, ai pubblicitari della meritocrazia, forgiata su misura per chi ascese e successi li consegue per appartenenza dinastici, per censo, per affiliazione.

È una Povera Scuola questa, che rende più poveri tutti noi, di sapere, di conoscenza, di dignità, di diritti e di speranza.

 


Il Cepu chiude, tanto c’è la “buona scuola”

luca-giurato-cepu-721884Docenti preparati, improvvisati o incompetenti, volonterosi e non pagati una miseria e spesso non pagati, ma rette sontuose di molte migliaia di euro strappate a famiglie disperate e illuse: con queste premesse il Cepu avrebbe potuto benissimo prosperare, se qualcuno lì dentro avesse avuto una mezza idea didattica e non l’intenzione di rastrellare sempre più denaro e farlo sparire nel lindo Lussemburgo di Juncker. Così adesso si è al fallimento, con la Procura di Roma intenzionata ad aprire un’indagine per bancarotta fraudolenta e agli avvisi di garanzia per evasione fiscale all’Ad Franco Bernasconi.

La vicenda è interessante perché costituisce una sorta di Bignami di tutti i vizi dell’Italia liberale, cialtrona e disonesta rappresentata dal berlusconismo, un esempio estremo, ma proprio per questo chiarissimo, di cosa voglia dire la privatizzazione dell’istruzione e il suo passaggio dal campo della trasmissione del sapere a quello del business. Il Cepu infatti – nato da da una precedente scuola per corrispondenza, la umbra Marcon che nel tempo si era sviluppata al punto da acquisire nel ’95 la più celebre Scuola Radio Elettra di Torino -, si espande all’università e al recupero corsi in tutta Italia sotto l’ala di Silvio di cui il patron dell’impresa, Francesco Polidori, era amico dopo esserlo stato anche Di Pietro quando gli attribuiva  attribuiva una chance di successo politico. Tanto amico che c’è stato un momento in cui le sedi del Cepu hanno rischiato di diventare anche quelle dei circoli della libertà.

E si potrebbe finire qui, con questa pietosa immagine del capitalismo di relazione se non fosse che il modello didattico del Cepu è indicativo dei modelli astratti di privatizzazione cui si ispirava ieri il cavaliere e oggi Renzi, in sostanza un modo per far molti soldi (o risparmiarne nel caso dello Stato) promettendo promozioni facili, esami lisci, ma creando il deserto tra l’impegno e il risultato, cioè imbastendo un bailamme di tutor poco o per nulla motivati, reclutati nelle aree di bisogno dove si può pagare un docente molto meno di un precario per le pulizie delle scale. Per di più con un meccanismo ossessivamente studiato per impedire che questi docenti potessero davvero svolgere il loro lavoro, anche qualora fossero interessati a farlo: la maggior parte di studenti che pagano a caro prezzo la preparazione ad esami universitari o il recupero di anni scolastici, ha infatti problematiche caratteriali più che cognitive per cui un contatto diretto con la famiglia sarebbe vitale. Ma il tutor non può farlo: per il timore che si proponga di persona scavalcando il Cepu, ogni rapporto è indiretto, passa tramite segreterie completamente disinteressate.  Per non parlare dei venditori di corsi ancora meno credibili di quelli che rifilano contratti telefonici, della mancanza di aule, della disorganizzazione, della carenza abissale di materiali didattici e via dicendo: lo scopo era solo quello di far il maggior profitto possibile. Questo era il famoso metodo.

Eppure una simile organizzazione ha avuto il permesso di aprire un’università telematica, con il consenso della tunnelista di neutrini ovvero la Gelmini e nonostante il parere nettamente contrario della conferenza dei rettori delle università italiane. Ma che importa? Quando lo studente diventa un cliente da spennare tutto è possibile perché il merito consiste solo nella disponibilità finanziarie delle famiglie. Del resto tutto questo ha un senso più ampio, coinvolge la stessa concezione della scuola e che è passata da creatrice di cultura a addestratrice di personale sfruttabile dalle aziende e dai padroncini: non è certo un caso che il Cepu nasca sulle ceneri di quelle scuole per corrispondenza che negli anni del dopoguerra davano una preparazione di massima e un foglio di carta a quelli che si inurbavano in cerca di un mestiere nuovo: esso ha trasportato una mentalità adeguata a quel contesto nella scuola vera e nell’università grazie all’atmosfera favorevole alla privatizzazione dell’istruzione e alla sua riduzione a fatto meramente funzionale alla produzione e /o al profitto.

La stesa cosa, in modi meno cialtroni di quelli a cui L’italia  non riesce proprio a sottrarsi, accade anche altrove, specie nel mondo anglossassone, dove l’istruzione si è masterizzata, frantumata in mille rivoli, divenuta oggetto di  business internazionale e fornisce saperi standardizzati dai quali è esclusa l’idea stessa di preparazione critica.  Ed è divenuta il modello al quale si tende con conseguenze anche pratiche che vengono continuamente denunciate, ma che ormai è impossibile scalzare grazie alla sua natura di attività economica.

Così il Cepu chiude, forse perché con la crisi e la messa a nudo sempre più evidente del “metodo” gli affari non rendono più come prima ed è meglio un fallimento che lasci intatti “risparmi” salvati chissà dove che tenere in piedi il baraccone, ma in compenso l’istruzione tende a cepuizzarsi con la buona scuola e successivi upgrade. anzi si può anche pensare che l’impresa chiuda in vista di una generalizzazione dei suoi criteri. Peccato che l’eCampus non abbia fatto in tempo a dare una laurea honoris causa a Renzi o magari a fargli tenere un corso sui selfie. Sarebbe davvero stata una buona scuola.

 


Taglia l’arte e mettila da parte

All%20Art%20Historians%20Must%20DieAnna Lombroso per il Simplicissimus

Abbiamo proprio l’esprit maltournè, sempre a vedere il male dietro a ogni gesto del governo e del Parlamento. Anche tutto questo tumulto in rete per l’abolizione della storia dell’arte dalle scuole votata dalla Commissione Cultura si è rivelato una solenne bufala. Si perché se proprio andiamo a guardare, se proprio si doveva insorgere, beh allora andava fatto ben prima quando la ministra Gelmini senza troppo rammarico aveva già provveduto al taglio necessario, che ora sarebbe stato semplicemente confermato. No, non è una totale eliminazione, si trattava di una di quelle ragionevoli restrizioni suggerite dalla pragmatica volontà di applicare l’austerità a capricci dispendiosi e francamente pericolosi in tempi di desiderabile omologazione verso il basso: cultura, bellezza, arte, pensiero, creatività.

In realtà era sempre stata una cenerentola, praticata sotto forma di consultazioni di libri largamente criptici e immaginifici più che iconografici, che solo in casi straordinari avventurosi insegnanti si arrischiavano a portarci in un museo e di valori tattili per carità non se ne parla, tutti pigiati a guardare di lontano la vetrosa plasticità di Cosmè Tura ola materica profondità di Caravaggio.  Ma adesso suona ancora più paradossale e ingiuriosa la limitazione a un’ora una tantum di una materia che, a detta di quelli che la condannano alla serie B, riguarda il vero petrolio italiano, il più dovizioso giacimento nazionale, il brand più profittevole, la risorsa più ricca promettente. Ma ci sta tutta, combinata con lo stato d’abbandono del nostro patrimonio e dell’arte, consumato ad arte appunto come un delitto premeditato per poi consegnarli nelle mani di sponsor disinvolto, retrocessi a marchio, griffe, spot, scaricabile dalle tasse.

E poi perché mai far studiare i ragazzi sui libri e a scuola quando ormai l’arte è meglio che sia filtrata attraverso la calza di nailon dell’advertising, delle video clip, del cinema, quando Canova è costretto a prestarsi a far da testimonial di biancheria intima, Ponte Vecchio diventa location di cene aziendali, siti archeologici scenari per pomposi matrimoni o banchetti elettorali.  In fondo basta guardare, perché saperne di più, perché scoprire cosa c’è dietro quella sciarpa azzurra di Vermeer o alla luminescenza di quella perla, davanti alla quale sfilano da giorni italiani persuasi da un brutto film, così come erano sfilati davanti al disegno leonardesco retrocesso da anni a logo e illustrazione da dèpliant, così come Mozart fa volare una compagnia aerea o promuove un Cognac e Vivaldi ci fa compagnia aspettando la risposta del numero verde.

Siamo nella società della perentorietà, del guardare senza vedere e senza voler sapere, dove si consuma Venezia passando nel suo fragile ventre dal quinto piano di una nave, senza scendere per restare remoti e superiori, per ridurla a quinta teatrale, a miniaturizzazione di Las Vegas o Disneyland. Una società senza memoria che non vuol mai fare i conti col passato e con la storia, anche quella dell’arte,  e che così si arrende al furto di futuro, e di arte.


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