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Firenze presa a nardellate

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che schifo, hanno votato per Salvini. Che bravi, hanno eletto Nardella.

Chi fosse preoccupato che troppo pluralismo faccia male alla democrazia può stare tranquillo, chi si angustia per il ripresentarsi di quel bipolarismo che ostacola la governabilità, adesso  può rilassarsi.

La linea è tracciata, nel caso non si facesse il buco in Val di Susa, si farà (costo per completare i lavori,  800 milioni) quello sotto Santa Maria Novella (9 km) indispensabile per il celebrato nodo fiorentino dell’Alta Velocita con tanto di stazione con vista sulla Cupola del Brunelleschi, nel caso scriteriatamente i 5stelle volessero fermare che ne so il Mose, in compenso si va spediti verso il restyling dell’aeroporto del Giglio, e se  nel caso poi lo stadio della Roma/Qatar venisse dissennatamente bloccato, ci pensa il rinnovato  sindaco insieme allo scarparo della real casa a realizzare quello del capoluogo toscano.

Ma anche su altri fronti si intuisce che il nostro futuro prossimo è segnato da una incoraggiante unità di intenti e di principi ispiratori: sono una vecchia frequentatrice del Nardella Pensiero e ricordo bene che è stato il primo a applicare scrupolosamente  le misure di ordine pubblico urbano mirate a tutelare il decoro e la sicurezza offesi e minacciati  da molesti poveracci italiani e stranieri, da deleterie esposizioni di kebab, da pericolosi spacciatori di Louis Vuitton contraffatte e da temibili pulitori di parabrezza, arrestati dagli agenti, con il quale il sindaco ritenne opportuno complimentarsi sui sociale, in occasione della manifestazione della comunità senegalese insorta dopo l’assassinio di un compatriota per mano non di un razzista, per carità, ma di un non meglio precisato  “matto” postideologico.

Un po’ sovranista lo è anche lui, in fondo, che quando due sconsiderate  ventenni  Wasp  un po’ brille sono state oggetto di esuberanti familiarità da parte di  due fieri carabinieri ben dotati, si è rivoltato come un Craxi a Sigonella contro le lagnanze statunitensi ricordando ai guardiani del mondo che la sua città esige un comportamento responsabile e virtuoso da parte degli ospiti.

E pure un bel po’ populista se nell’applicare in tempo reale e con entusiasmo la disciplina di Minniti che ha posto le basi del decreto sicurezza di Salvini, ha rivendicato di averle eseguite tempestivamente per interpretare e rappresentare il sentimento diffuso nell’opinione pubblica  e lo “spirito maggioritario dei cittadini”.

È grazie a queste prestazioni che Dario Nardella, fotocopia non poi tanto sbiadita di Renzi, è stato eletto al primo turno con il 57% (un dato storico secondo la stampa fiancheggiatrice).

Il che la dice lunga sui manifestanti con Greta che poi votano il promoter più intraprendente e energico dell’ampliamento di una infrastruttura incompatibile con il Parco Agricolo della Piana, con le attività del Polo Scientifico di Sesto Fiorentino e della Scuola Marescialli, in un territorio già saturo di funzioni urbanistiche e di fonti inquinanti, bocciato dal Tar e per autorizzare il quale la Commissione di valutazione di Impatto Ambientale ha richiesto il rispetto di 142 prescrizioni, che non potranno essere controllate e valutate dei cittadini esclusi dal processo decisionale grazie alla  elusione delle norme sull’accesso alle informazioni. E la dice lunga sulle femministe che gli hanno dato la preferenza al primo colpo, sottintendendo che la violenza su ragazzotte imprudenti e alticcia comporta delle attenuanti. Come la dice lunga sui fan fiorentini di Lucano che mettono come foto del profilo il sindaco disubbidiente e votano quello sottomesso ai voleri degli impresari del sospetto e del rifiuto.

Ma soprattutto la dice lunga sui fiorentini che volontariamente hanno scelto in massa di finire come Venezia anche senza grandi navi (per quanto dobbiamo al rieletto il motto: Firenze è la città che navighiamo) che al resto ci pensa Nardella, che affitta a prezzo stracciato beni artistici e archeologici per gli apericena e le convention degli amichetti della Leopolda,  lui, che lascia crollare gli argini dell’Arno destinando i quattrini delle necessaria manutenzione a opere farlocche che rechino l’impronta della sua gestione medicea, lui, che si ribella alle contestazioni dell’Unesco che gli rimprovera la trasformazione della città in un luna park del Rinascimento, in un albergo diffuso, rivendicando di aver chiuso i disdicevoli trafficanti di kebab,  lui, che come in immobildream e lui in veste di commesso viaggiatore ha convertito gli uffici comunali in agenzia immobiliare,  redigendo un elenco di immobili di pregio con tanto di book fotografico da proporre al miglior offerente estero, lui,  che abolisce i fastidiosi standard urbanistici, quell’obolo che l’amministrazione pubblica chiede ai proprietari costruttori, in modo da favorire i generosi compratori, come è avvenuto in questi giorni con la ex Manifattura Tabacchi, un immobile dismesso nel 2001, concesso alla Cassa Depositi e Prestiti e al The Student Hotel, una società immobiliare olandese a caccia di immobili di prestigio da trasformare in lussuose strutture ricettive.

E sempre lui che si vanta di essere il sacerdote che officia la definitiva trasformazione della città in meta turistica, con oltre 7 milioni di visitatori che con la loro pressione contribuiscono alla cacciata dei residenti espulsi per far posto a alberghi e strutture ricettive, con l’infiltrazione di multinazionali immobiliari che estromettono insieme ai residenti, i servizi, le scuole, gli uffici comunali, le imprese artigiane, il commercio al dettaglio, sicché tutto possa diventare hotel, B&B, greppia, mangiatoia, prestigiosa sede di banca o  showroom di grandi forme uguale a Via Tornabuoni come a Rodeo Drive o a Sheikh Zayed Road.

Eppure si sapeva che gratta gratta, sotto Nardella trovi Renzi, sotto Renzi trovi Berlusconi, sotto Berlusconi trovi i padroni di sempre che non mollano l’osso.

 

 

 

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Stadi, questione De Vito o de morte

stadiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Lo sapevamo già che la storia non insegna niente, figuriamoci la cronaca, compresa quella nera. E infatti pare che malgrado tutti i segnali negativi e le catastrofi penali annunciate, che indicavano come lo stadio della Roma fosse un barattolo di marmellata  avvelenato, come bambini golosi tutti a intingerci  le dita.

E’ che nella nella gerarchia di reati e di annessi malfattori, quelli di mafia capitale con ammazzatine e incendi, minacce e intimidazioni nel contesto delle operazioni di profitto e occupazione militare della città sono n.1  nella classifica, mentre a quelli che manomettono le leggi, speculano sui beni comuni, inquinano l’ambiente, dissipano risorse pubbliche, corrompono e si fanno corrompere si riserva l’indulgenza dovuta a chi è nella norma, che così fan tutti, contribuendo a crescita e occupazione indotta.   Si può quindi immaginare che De Vito dopo la disavventura per la quale è adesso a Regina Coeli (accusato nel corso dell’inchiesta che ha fatto luce su una serie di operazioni corruttive realizzate dagli imprenditori attraverso l’intermediazione di un avvocato e un uomo d’affari, che avrebbero interagito con De Vito al fine di ottenere provvedimenti favorevoli alla realizzazione di importanti progetti immobiliari ), troverà comode sistemazioni, come dovuto a persona esperta e collaudata, adusa a entrare e uscire dalla porta girevole dei tribunali, movimento che costituisce ormai elemento favorevole nel curriculum molto propizio alla progressione di  carriera.

E pare anche che il suo arresta sia un intoppo sgradevole ma che non comprometterà la realizzazione dell’opera del cui  “interesse generale” si è convinta la sindaca un tempo ostile,  tanto che sia Raggi: “io e la mia maggioranza andiamo avanti determinati e compatti. C’è un programma da portare a termine”, che  il DG giallorosso, Mauro Baldissoni, che ha dichiarato che “sullo stadio non ci possono e non ci devono essere dubbi. Non è una aspettativa, ma è un diritto acquisito a vederlo realizzato nel più breve tempo possibile”, tranquillizzano cittadini e tifosi.

Sentir dire “diritto acquisito” la realizzazione di una macchina del malaffare, fa tremare le vene dei polsi. E dovrebbe preoccuparci ancora di più che a tutti i livelli, governativo, amministrativo, territoriale, di vigilanza e controllo uno stadio rivesta il carattere di intervento di interesse primario e di pubblica utilità prioritaria, che può sottostare alle regole di urgenza e indilazionabilità, prerogativa di ben altre opere. Ma che nel tempo è stata autorizzata largamente in modo che grandi eventi inutili e dannosi venissero sdoganati per consentire, grazie all’impiego di fondi pubblici e all’aggiramento di disposizioni urbanistiche, la creazione di  infrastrutture di servizio e interventi viari,  alcuni dei quali  diventati, ancor prima di essere completati,  templi della contemporaneità in rovina e monumenti archeologici.

Roma come Firenze avrebbe insomma bisogno più del pane dei circenses, per dar lustro a due città che necessitano di colossei contemporanei, nuvole, centri commerciali, grattacieli di uffici, neanche fossero Dubai o Las Vegas. A Roma il primo zelante promoter fu il sindaco Marino (Il M5S allora si era tenacemente battuto contro, presentando addirittura una denuncia penale per fermare lo scempio) con un progetto megalomane di improrogabile “anfiteatro”,   con  annessi business park, centinaia di negozi e attività commerciali, reti di collegamento fattibili grazie alla più accreditata fake degli ultimi trent’anni, il sodalizio pubblico-privato chiamato Project Financing, del quale la BreBeMi è la efficace allegoria, un progetto megalomane  mai abbastanza ridimensionato dalla Giunta Raggi (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/19/stadio-tor-ta-di-valle/ ). A Firenze la proposta dello stadio voluto da un Della Valle è stata salutata dalla stampa con giubilo:  “le morbide volute gareggeranno con le guglie aguzze del Palazzo di Giustizia in una gara ideale di architetture contemporanee” , davanti alle quali  i turisti che “visiteranno la periferia nord fiorentina” avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano quando passano su Ponte Vecchio”, grazie al carattere “molto sexy”  di un’arena “che non avrà nulla da invidiare a quelli di Monaco, Bilbao, Bordeaux, Nizza”.

In realtà anche in questo caso lo stadio è un accessorio della  “Cittadella Viola”, un compound con outlet, alberghi e varie attività commerciali, che dovrebbe sorgere su un’area di circa 30-40 ettari attualmente occupata da Mercafir, i mercati all’ingrosso della città comportando la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti e  l’acquisto dell’area di Unipol a Castelli per costruirvi il nuovo mercato all’ingrosso, gravando sul nodo di Peretola, giò congestionato e nel quale  insisteranno anche  il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, ognuno dei quali grande attrattore di traffico. Chi ci metta i quattrini, anche in questo caso non si sa bene ( meglio si sa benissimo), dando per improbabile che se ne faccia carico Della Valle, sia pure adorno della corona d’alloro di mecenate dell’Anfiteatro Flavio per regalare al Giglio  e alla cerchia magica uno  “stadio da Rinascimento”.

Deve essere successo qualcosa di tremendo se i diritti sono stati stravolti, se abbiamo creduto che quelli fondamentali (lavoro, salute, casa, istruzione) sono stati conquistati e sono inalienabili e adesso possiamo farci offrire quelli accessori e “personali”, come se non fossero tutti preminenti, basilari e imprescindibili. E qualcosa di inquietante se vale anche per i bisogni, se hanno voluto convincerci che conseguiti quelli che Agnes Heller definiva “alienanti” e che hanno una natura quantitativa: il possesso di beni, soldi e potere, che non lascia mai appagati; adesso siamo pronti per quelli  “radicali”, che attengono alla più intima radice dell’uomo: l’introspezione, l’amicizia, l’amore, la convivialità. Ed il gioco.

È così che smantellato l’edificio dei diritti e minata l’aspettativa del benessere e della crescita a quelli con sempre meno pane, con sempre meno dignità per un lavoro e un salario svalutati, con cure e assistenze trattate come lussi, con la rivendicazione dell’ignoranza come atout per il successo, in cambio della fine dell’istruzione pubblica, quando anche i desideri devono essere censurati per far spazio alla necessità, ci elargiscono il gioco, che anche quello ce lo dobbiamo meritare e pagare. Una volta si diceva profumatamente, ma in questo caso “pecunia olet”, eccome, e di marcio.

 

 


Firenze pappa anche senza pomodoro

matta Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai quando Mattarella festeggia c’è da preoccuparsi, si tratti dell’acclamazione di un usurpatore o di una esultante inaugurazione, come è successo ieri a Firenze dove alla sua presenza accolto da molti applausi e da un gruppo di bambini che sventolavano bandierine tricolore proprio a lato della fermata, ha tagliato il nastro della linea T2 della tramvia, insieme al sindaco Nardella, al presidente della Regione Rossi, al ministro Toninelli e alla commissaria europea Corina Cretu, che ha annunciato: “Dall’Europa arriveranno altri 40 milioni di euro per completare le nuove linee”:  costo totale 600 milioni di euro, dei quali 26 provenienti dalla Ue. Secondo le entusiastiche previsioni rivendicate  da Renzi il Magnifico, con la linea T1 e la linea T2 volute e regalate da lui alla cittadinanza ci saranno 37 milioni di viaggiatori l’anno, 14 mila tonnellate in meno di CO2, 27 mila auto lasciate a casa, 2,4 tonnellate in meno di Pm10 e il 10% in meno di traffico.

Tutto bene direte voi, peccato che la presenza del Capo dello Stato suoni come il sigillo definitivo su dubbi e opposizioni in merito al complesso di opere e interventi che la cerchia dell’ex presidente della Provincia, dell’ex sindaco e ex premier ha avviato per lasciare la sua impronta indimenticabile sulla città del Giglio e il suo hinterland, e cui il governo non più tanto nuovo guarda con la tenera e comprensiva indulgenza che pare voglia dedicare agli abusi e agli oltraggi del passato.

Non  rassicura di certo la pensosa ponderatezza del ministro delle Infrastrutture che ha fatto effettuare un’analisi costi-benefici della cosiddetta Tav “per capire quanto hanno sbagliato e come possono rimediare a un’opera” che fra inchieste giudiziarie, progetti fallimentari e imprese in crisi “purtroppo è partita male e mi pare che stia purtroppo proseguendo peggio”. Insomma, mica si può rottamare quello che è stato cominciato!  lasciando intendere che se la Regione riuscirà  “ad andare avanti senza di noi (Governo e Stato) andrà avanti”, secondo una interpretazione fatalista del federalismo che la dice lunga sul senso di responsabilità e la lungimiranza del ceto del cambiamento.

Chi si è battuto per individuare gli strumenti di pianificazione per un approccio strategico dello sviluppo toscano e dell’Area Metropolitana Fiorentina e di quali servizi, di quali funzioni pubbliche, di quali trasporti essa avesse bisogno, è stato sconfitto. Patti opachi e l’insano protagonismo de capoluogo sono stati polarizzati intorno al Termovalorizzatore di Case Passerini e, una volta che questo non ha appagato gli appetiti privati, sul nuovo Aeroporto di Peretola.  E intanto l’Alta Velocità (fortunatamente) è ferma, il lotto Mezzana Perfetti Ricasoli al palo come la terza corsia autostradale, il collegamento Firenze-Prato bloccato, la realizzazione del polmone verde e del segno paesaggistico pensato  come il gioiello ambientale per l’area tra Firenze e Prato cancellata, l’Arno ancora da mettere in sicurezza, il Polo Scientifico Universitario incompleto. A rafforzare  la scelta della concentrazione di funzioni a saturazione del centro cittadino e  alla faccia del ruolo di Sindaco metropolitano,  basta pensare a come e dove si realizzerà il sogno viola del nuovo stadio:  riposta nel cassetto l’ipotesi di localizzarlo  in una grande area dismessa e a destinazione commerciale alle porte della città, la nuova amministrazione fiorentina ha deciso di integrarlo al centro urbano già congestionato dei Mercati Generali.

Non a caso le gioconde mosche cocchiere  ieri hanno  acclamato alla celebrazione del dinamico avvicinamento  della città al resto del mondo, inteso come  l’aeroporto, narrato e descritto come un ponte necessario verso la modernità, come irrinunciabile suggello sulla vocazione turistica, come marchio dell’attitudine cosmopolita dell’ex capitale.

Ormai a quell’infrastruttura maledetta siamo condannati, con la  ragionevole accondiscendenza dell’influente ministro del governo – forse tra i più calabraghe degli ultimi anni – che evoca lo spettro di ben altra condanna, quella della Commissione che potrebbe sanzionare l’Italia per aver erogato per l’opera 150 milioni di fondi pubblici sotto forma di aiuti di Stato, per motivare la sua assennata proposta rivolta al presidente della Regione “ di entrare nel capitale attraverso soldi pubblici per gestirli insieme a Toscana Aeroporti, insieme a lui e tutte le altre autorità”.

Insomma si ripete il copione già sentito e che temo sentiremo ancora e che non prevede mai di annoverare la parola No: il ministro ha ribadito con la sua proverbiale fermezza di voler lasciare tutti i soldi a Firenze e alla Toscana, ma ripeto, ha proclamato,  li voglio utilizzare bene questi soldi e senza sanzioni europee. C’è chi voleva la sua banca, c’è chi vuole il suo aeroporto e se non può averlo in regime di esclusiva si accontenta di entrare nell’affare? Perché di affare si tratta, visto che nell’infinito ripetersi di analisi costi-benefici non si viene mai a capo dell’utilità sociale dell’infrastruttura intorno alla quale si agitano ben 32 attori interessati alla trasformazione del  l’aeroporto Vespucci assolutamente congruo con la sua funzione di servizio, in prestigioso scalo intercontinentale che ha avuto il parere positivo della Conferenza dei servizi malgrado l’opposizione delle amministrazioni più colpite dagli effetti collaterali della nuova pista di 2.400 metri parallela all’autostrada A11 Firenze-Mare, dell’hub megalomane, della pressione su un’area densamente antropizzata colpita da accertati problemi ambientali e sanitari.

Tutto in questa impresa è opaco e bugiardo, a cominciare dal fatto che la Valutazione di impatto ambientale è stata concessa sulla base di un masterplan e non di un progetto di fattibilità e dall’indebita decisione del governo Gentiloni di far approvare in fretta e furia  un Decreto legislativo che comportasse  la decadenza di un bel numero delle 142 prescrizioni cui era condizionato il parere favorevole alla Via.

Non occorre poi un ente scientifico per confermare che sorgerà in una zona già compromessa da fattori ambientali negativi e che accerti il probabile impatto inquinante, visto che sono previsti il raddoppio dei voli e vettori di maggiore dimensione quando sanno anche i bambini che l’aereo è il mezzo di trasporto di gran lunga più inquinante a parità di chilometri percorsi.

Per non dire dei costi: è il  governo Renzi che fece piovere sull’iniziativa al 90% privata robusti finanziamenti pubblici: oltre ai 100 milioni messi in campo da Enac (l’Ente nazionale aviazione civile, che dipende dal ministero delle infrastrutture), sono stati stanziati altri 50 milioni dallo «Sblocca Italia» in qualità di finanziamenti che andrebbero a opere complementari, come  la costruzione del nuovo Fosso Reale e di altri interventi che solo la nuova pista rende necessari, ma che attualmente funzionano efficacemente.

Va riconosciuto alla Cgil di non aver ceduto al solito “ricatto occupazionale”: il beneficio in termini di posti di lavoro  è stimato dall’Irpet in 2.500, e ammesso che questa stima sia credibile, si tratterà per lo più di addetti ai bagagli, baristi, commessi, camerieri, taxisti e simili, a confermare che il futuro dei ragazzi fiorentini, ad di fuori dei rampolli delle dinastie renziane, sarà affidato a carriere servili e dequalificate. Sempre la Cgil ha denunciato altre criticità: : dall’interruzione del collegamento fra Sesto e l’Osmannoro, al pregiudizio sullo sviluppo del Polo universitario, alla messa in discussione del Parco della Piana così come previsto dagli strumenti urbanistici di Regione e comune di Sesto, agli ostacoli alla vocazione produttiva e manifatturiera dell’Osmannoro.

Tra i 32 attori interessati all’aeroporto, non ci sono i cittadini, tagliati fuori da ogni decisione (Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge) e da ogni attività di controllo: dalla composizione di un osservatorio preposto a controllare la realizzazione dell’aeroporto, sono stati eliminati i sindaci dei Comuni coinvolti, a favore di un unico “rappresentante locale”, Dario Nardella, Sindaco della Città metropolitana, strenuo sostenitore del progetto insieme all’altro compagno di merende l’ancora onnipresente Lotti. E non è un caso: sono tagliati fuori anche da una città dove si perpetuano le alienazioni del patrimonio immobiliare pubblico, dove i residenti vengono persuasi ad andarsene dai fitti sempre più alti, dallo spostamento nella cerchia dell’hinterland di servizi essenziali e scuole, dalla trasformazione di un centro abitato vivo in un luna park popolato da inservienti, affittacamere, bottegai che propongono merci uguali a Dubai e Singapore. E che il futuro non interessi a chi governa indegnamente la città trova anche una motivazione demografica: dati aggiornati al 2017  mostrano una popolazione fiorentina molto più anziana (65 anni e oltre) della media nazionale (il 26% contro il 21% della popolazione italiana), come a dire che per ogni fiorentino nell’età da 0 a 14 anni vi è un numero più che doppio di ultra sessantaquattrenni. E non sono mica degli anziani Paperoni: la classe degli ultra sessantaquattrenni nel centro storico è meno numerosa rispetto al resto della città, fenomeno attribuibile all’espulsione forzata dei ceti più fragili.

Anche Firenze, come altri centri urbani, come i paesi del cratere del sisma smette di essere una città per diventare un villaggio turistico, un parco tematico a ricordo e vergogna di un popolo di artisti e di comuni che hanno dato forma alle prime democrazie.


Gli ultras dell’ultimo stadio

calcio Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da pensare che ci meritiamo quello che ci capita, se c’è ancora qualcuno che crede che il calcio sia uno sport popolare e domestico, come nei film dopo Mediterraneo di Salvatores, allegoria di pacificazione  e del riconoscersi in una identità nazionale, come nei campetti delle parrocchie,  se ci stupiamo che gruppi violenti malavitosi e solo apparentemente nostalgici intimoriscano e condizionino società, tifoserie, club, guardati con l’ indulgenza riservata alle inoffensive prodezze di ragazzoni intemperanti, se ancora di più ci stupiamo che il troppo influente Ministro dell’Interno si propone di incontrarli per stabilire relazioni pacificatrici e costruttive di reciproca collaborazione.

Ormai è un gioco da “grandi”, anzi un Grande Gioco, proprio come le Grandi Opere e i Grandi Eventi pensati e realizzati per macinare corruzione, quella fisica e quella morale, che concede tollerante o invidioso interesse per i divi milionari del pallone, persuade che uno stadio sia indispensabile e che i ritardi nella sua realizzazione ne facciano una emergenza da fronteggiare con misure eccezionali,  deroghe, favori e regalie a personaggi pluri indagati, investimenti accreditati come necessari per far accedere ai circenses la plebe anche quella svantaggiata delle periferie marginali e oltraggiate cui si riconosce questo unico diritto, andare a far cagnara dentro e soprattutto fuori dal circo.

Ormai è un gioco da “grandi” e infatti lo stesso energumeno all’Interno è solo uno e non certo l’ultimo dei “grandi” nazionali andato un paio di mesi fa a rendere omaggio col cappello in mano ai potenti del Qatar, stavolta addirittura immortalato col mitra in mano che con tutta evidenza e per fortuna non sa nemmeno come si imbraccia, lui prima e dopo tanti altri a cominciare dalla Pinotti che era corsa a dimostrare stima e riconoscenza per gli acquisti eccellenti di 7 navi di Fincantieri e di   24 caccia Typhoon del consorzio Eurofighter di cui Leonardo-Finmeccanica, altra società controllata dal Tesoro, e con l’intento di ammollare agli emiri una patacca all’italiana, la svendita di un immobile dello Stato sede del capo di stato maggiore della Difesa. Da noi  la Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Paese, e la Mayhoola for Investment, la holding che fa direttamente capo all’emiro Al-Thani, hanno fatto man bassa negli hotel di lusso e nella moda (nel 2012 l’emiro ha speso 700 milioni per acquisire il Valentino Fashion Group), in Costa Smeralda (alberghi, golf, il cantiere di Porto Cervo per almeno 600 milioni, più i successivi lavori) e a Milano (rilevato al 100 per cento il progetto di sviluppo del quartiere Porta Nuova, un investimento di sicuro superiore al miliardo). Per questo l’emiro è stato ricevuto con gran pompa a Roma per la sua prima visita di Stato con al seguito una delegazione di ministri che hanno firmato con i loro omologhi una serie di accordi nel campo della sanità, dell’agroalimentare, dei giovani, della ricerca, e dello sport.

E come potrebbe essere altrimenti, il  Qatar che ospiterà nel 2022 i Mondiali (nei cantieri in allestimento si sta consumando una strage  sarebbero quasi 2000 gli operai morti per incidenti e infarto su un milione, provenienti principalmente da India e Nepal, con turni di lavoro di sedici ore, ridotti in condizioni di schiavitù che lavorano con temperature che raggiungono anche 50 gradi all’ombra), da anni ha dimostrato interesse tangibile per questo sport  divenendo (attraverso l’azione del  Qatar Sports Investment,  il braccio operativo in ambito sportivo del Qatar Investment Authority istituito dall’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani per investire i petro-dollari di Doha e che ha acquisito in poco tempo quote di rilievo, tra le altre, in Airbus, Volkswagen, Lagardere, Hsbc, Credit Suisse e Veolia Environnement) il soggetto leader del football finanziario e industrializzato, rivelatosi a  pieno titolo “strumento geopolitico di soft power e   metodo più efficace di legittimazione internazionale”, come recita la stessa stampa che fino a poco tempo fa  descriveva le truci complicità del nemico pubblico n.1 con il terrorismo, raccontando come nel Paese troverebbero generosa ospitalità  almeno otto dei principali finanziatori di gruppi quali il Fronte al-Nusra, al-Shabaab, al-Qaeda ed ISIS.

Comunque c’è poco da chiamare soft power l’occupazione coloniale del calcio attuata in grande stile secondo il dettami  di un programma di sviluppo, il “Qatar National Vision 2030” che stabilisce i principi per uno “sviluppo sostenibile ed equilibrato” del quale fa parte appunto la “Sport Sector Strategy”: il Qatar compra e sponsorizza squadre (Barcellona, Psg, etc,), atleti, arbitri, senza alcun rispetto per il tradizionale fair play che dovrebbe caratterizzare il mercato calcistico e lo sport in generale, affitta ultras da infiltrare nelle partite, all’interno della Fifa compra i voti dei presidenti delle società calcistiche per aggiudicarsi la riffa dei Mondiali, conquistata anche grazie a accordi per forniture agevolate di gas,  al suo  7 per cento di Volkswagen, al suo 10 per cento di Deutsche Bank, alle quote importanti di Harrod’s, dell’aeroporto di Heathrow e di British Airways, di Credit Suisse e di Royal Dutch Shell.

Altro che calciopoli, calcioscommesse, cocaina, veline e giocatori. Ormai anche crimini, reati e interessi sono da grandi. Basta pensare alle partite che si giocano più sugli stadi che negli stadi: quelli “pubblici”, i tre sotto il controllo dei club,  lo Juventus Stadium, la Dacia Arena dell’Udinese e il Mapei Stadium del Sassuolo, quelli che pare indispensabile fare, Roma e Firenze, quelli che vorrebbero primi cittadini posseduti da una insana megalomania, Venezia, tutti comunque dentro la partita ancora più grande, quella della trasformazione, sancita con legge del 1996, delle società calcistiche da associazioni che avevano come scopi quelli connessi all’esercizio della pratica sportiva a imprese con fini di lucro, con la possibilità di quotarsi in borsa.

Molte società di calcio, che in precedenza appartenevano a imprenditori locali, come nelle commedie all’italiana, sono state acquistate da investitori finanziari.  Il 78% della Roma è di due società del Delaware, paradiso fiscale degli USA; il Bologna è del canadese Joey Saputo, uno dei 300 uomini più ricchi al mondo; il Venezia è di una cordata rappresentata dall’americano Joe Tacopina, impegnati a conseguire l’obiettivo primario   di generare profitti da distribuire agli azionisti, da raggiungere solo in parte con le sponsorizzazioni e la cessione dei diritti televisivi, sempre di più con investimenti finanziari e immobiliari.

Si deve al governo Letta la svolta che ha dato spazio alle peggiori speculazioni locali e internazionali con un provvedimento per favorire non solo la costruzione o il rifacimento degli stadi, ma l’edificazione al loro intorno, se non al loro interno, scavalcando così gli enti locali obbligati a dichiarare “di interesse pubblico” i progetti dei privati, aumentando il potere ricattatorio degli investitori privati, nel caso specifico dei padroni delle società calcistiche. E poi al governo Renzi l’estensione dell’applicazione dei favori  alle squadre di serie B cosicché nel 2016 un protocollo di intesa tra Invimit (Investimenti Immobiliari Italiani), B Futura (società di scopo interamente partecipata dalla Lega B) e l’Istituto per il Credito Sportivo adotta “lo strumento del Fondo Immobiliare,  per la promozione di operazioni di valorizzazione di stadi e impianti sportivi”.

Figuriamoci se in questo contesto qualcuno può davvero pensare di criminalizzare la violenza negli stadi quando dentro e fuori, intorno e sopra i circhi della nostra contemporaneità, profitto, sfruttamento, corruzione, prevaricazione, intimidazione e ricatto hanno dato un calcio allo sport come esercizio di convivenza civile per farne un business avido e feroce, e gli imperatori piegano il pollice per godersi lo spettacolo dei gladiatori e del pubblico, noi, mangiati dai leoni.

 

 

 

 

 

 

 


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