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Arriva il conto dell’Europa, ma la sovranità vale solo per Marchionne

imagoeconomica_765272Forse Renzi, abituato a sontuosi pranzi e cene a sbafo, tutti pagati con i soldi pubblici, non pensava che il conto sarebbe davvero arrivato: lui, il suo circolo magico, i suoi clientes e adesso il governo fotocopia si illudevano che la tregua concessa dall’Europa per favorire il Si al referendum potesse durare ad libitum anche in considerazione della debolezza del sub governo di Gentiloni e del duro colpo ricevuto dalle forze che sostengono l’europeismo dell’oligarchia e dell’austerità. Ma appunto si trattava di un miraggio, di una sorta di angosciosa rimozione da parte dei poteri locali e di un inganno nei confronti dei cittadini anche perché ad autunno ci saranno le elezioni tedesche e la Merkel, già in crisi non può assolutamente permettere sgarri. Così in pieno marasma per le banche è arrivato da Bruxelles l’ennesimo ordine, ossia quello di trovare 3,4 miliardi per una manovra correttiva che riporti i conti del bilancio nei binari stabiliti dagli oligarchi continentali: la finzione che tutto andasse bene so a scopi pre elettorali è finita.

Ma si tratta solo di un antipasto in attesa del piatto forte, ossia dell’aumento dell’Iva di 3 punti stabilito dalla clausola di salvaguardia e che andrà a coprire le garanzie governative per le banche. Insomma i due anni di governo Renzi si rivelano per quello che sono, per quello che dicevano i gufi: una giostra di sciocchezze vendute come la panacea di tutti i mali e di rinvii dei problemi in attesa che la riforma costituzionale consentisse il salvataggio del ceto politico anche con il mare in tempesta.  Naturalmente è impensabile che il governo Gentiloni possa opporsi in qualche modo alle richieste europee, nemmeno adesso, in un contesto che si va rapidamente deteriorando e pur sapendo che ogni sottrazione di denaro all’economia reale diventa un passo in più verso la rovina.

Ma proprio in questi giorni nei quali è bastata un po’ di neve e qualche linea appena sotto zero per mettere allo scoperto l’estrema debolezza strutturale del Paese e l’ipocrisia dei suoi governanti che vorrebbero venderci persino l’imprevedibilità dell’inverno sull’Appennino, qualcosa smaschera efficacemente il senso della governance italiana: se c’è da difendere i ceti popolari derubati e impoveriti il governo tace e si sottomette, ma diventa un cuor di leone se ci sono invece da difendere quelli privati del signor Marchionne e dei signori Agnelli. Infatti a Berlino si chiede il richiamo e la “correzione” dei modelli Fiat risultati truffaldini (come del resto quelli di tutti i costruttori) rispetto alle emissioni dichiarate. Ebbene a questa ipotesi ecco che chi si sottomette quotidianamente a ordini del giorno che vanno contro gli interessi del Paese, chi ha firmato trattati capestro, chi ha permesso che la Fiat se ne fuggisse in Usa, Inghilterra e Olanda, sorge come un sol uomo contro le richieste di richiamo, rivendicando – udite udite – la sovranità italiana.

Quando si tratta di spazzare via il welfare, di abbassare i salari, di precarizzare il lavoro, di rapinare le pensioni lo si fa in virtù della sovranità trasferita altrove, ma se si tratta di difendere i profitti di Marchionne e degli Agnelli allora essa ritorna fuori prepotentemente come qualcosa che va gelosamente custodito. Da notare che i modelli incriminati, 500, Doblò e Jeep Renegade sono costruiti tutti fuori dall’Italia e che un eventuale richiamo non penalizzerebbe certo le residuali fabbriche del gruppo ancora presenti in Italia, ma darebbe un po’ di lavoro all’indotto, quindi con questo curioso e improvviso oltranzismo nazionale, non si difende affatto il Paese e il suo sistema industriale svenduto pezzo a pezzo ogni giorno, ma chi ci ha cinicamente lucrato sopra e lo ha abbandonato dopo aver impedito per decenni che altri costruttori si affermassero o venissero a produrre da noi. Immagino che Marchionne sarà grato a questi politici con le idee così chiare che agiscono solo ed esclusivamente a difesa dei ricchi.

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La commedia della premiata compagnia Cop 21

CatturaC’è davvero qualcosa di strano nell’informazione, un fondo insoluto che va oltre la menzogna, la manipolazione, la megafonia del potere, quella – per esempio  – che induce i media mainstream ad accusare i manifestanti di Parigi di aver dissacrato e calpestato il memoriale bricò in memoria delle vittime della strage, quando invece sono stati  i manifestanti a difenderlo e i poliziotti a devastarlo, cosa dimostrano senza ombra di dubbio i video.

Per quanto svergognate si tratta di bugie semplici, di trasformazioni della realtà fattuale che in fondo sono poca cosa rispetto alle sceneggiature interamente interamente ideate, scritte e giustificate come quel grand theatre che si svolge intorno al Cop 21 di Parigi, nel quale per la ventunesima volta si cerca di mettere una pezza all’emissione di gas serra. Partecipano non so quanti governi illuminati dalla possibilità di contenere il riscaldamento climatico a 2  gradi rispetto al periodo pre industriale, ma tutto l’ipocrita falansterio è in realtà sponsorizzato, pagato e organizzato dalle grandi multinazionali che fanno enormi profitti sull’inquinamento, compresi i maggiori costruttori di centrali a carbone sulle quali a quanto sembra si svolgerà il clou della discussione.

In queste condizioni è evidente la montagna non potrà che partorire un topolino come giustamente denunciano le “pubblicità sovversive” affisse in tutta Parigi e che mettono alla berlina queste contraddizioni facendo conoscere una realtà se non proprio nascosta minimizzata. Ma questo è solo l’effetto di un ennesimo summit del clima che nasce all’interno di prescrizioni ideologiche e battaglie geopolitiche che di per sé non possono portare nulla di buono. Il fondamento del Cop 21 si basa su una delle pietre angolari del pensiero unico, vale a dire sulla convinzione che il progresso tecnologico possa permettere una crescita potenzialmente infinita semplicemente diminuendo le quantità di energia usata per unità di prodotto. Solo che per fare profitti bisogna moltiplicare i prodotti e accelerare la loro sostituzione entrando così in una stridente contraddizione, tanto che dalla prima Conferenza delle parti, tenutasi a Berlino nel 1995, il consumo mondiale di materiali è aumentato dell’84%  a fronte di risparmi reali di gas serra intorno al 10%  per unità di prodotto (si tratta ovviamente di medie).

Il fatto che questa conferenza si giochi essenzialmente sul carbone e le sue centrali ha poco a che fare con la Co2 e molto invece con la geopolitica: e non è certo un caso che gli Usa in quali si sono sempre rifiutati di firmare il protocollo di Kioto oggi sono alla testa della battaglia al carbone ovvero l’unica risorsa energetica che sfugge al loro controllo diretto o indiretto. Si tratta di un ennesimo tentativo di imbrigliare e controllare le economie emergenti o di denunciarne le malefatte alle proprie opinioni pubbliche. Il carbone è vero produce emissioni di Co2 dal 20 al 40 per cento superiori al gas (dipende dalla generazioni delle centrali e dalla qualità del gas o del carbone), ma dire che come pure ho visto scritto che è responsabile del 70 per cento delle emissioni serra è una bestialità. Consapevole bestialità dove per emissioni si intendono solo quelle direttamente legate alla produzione di energia elettrica, ma non tengono conto del grosso ovvero del riscaldamento, delle auto, dei trasporti in genere ( quelli aerei sono degli straordinari produttori di  CO2), delle industrie, per non parlare delle tecniche agroalimentari intensive.  Di fatto l’utilizzo del carbone nelle centrali è solo una piccola parte del problema che riguarda l’anidride carbonica, senza tenere conto degli altri gas serra prodotti dall’industria e che tra l’altro sono più pericolosi perché non entrano nel ciclo globale della biomassa.

Per carità ben venga una progressiva sostituzione con le fonti rinnovabili, ( se parliamo di gas non facciamo che la corsa della regina rossa) purché non si faccia credere che gli obiettivi di contenimento del riscaldamento planetario siano raggiungibili in presenza di un aumento continuo dei consumi. Ed è qui che si inserisce il discorso geopolitico: in termini percentuali se non assoluti il carbone è la risorsa energetica più utilizzata nei Paesi in via sviluppo anche se questa espressione risulta un po’ ridicola e può essere ampiamente e proficuamente sostituita con Paesi non  occidentali, quali la Cina e l’India sui quali si fa pressione perché cambino strada. In realtà la Cina è il Paese al mondo con maggiore sviluppo di rinnovabili e di tecniche agricole pulite, mentre l’India forse nel 2050 produrrà tanta energia elettrica da carbone quanto oggi gli Usa.

Ma poco importa perché il calcolo è truccato alla radice: i Paesi occidentali fanno i primi della classe semplicemente perché non calcolano il valore  in termini di emissioni dei prodotti che importano, una quantità ormai gigantesca visto che la logica del profitto e della ricerca di lavoro a basso costo e bassi diritti ha trasformato l’Asia nella fabbrica del mondo. Proprio all’inizio di quest’anno la National Academy of Sciences britannica ha pubblicato uno studio in cui questi tipi di classifiche vengono definiti “falsi in bilancio”. Per di più misurando solamente i prodotti spostati da una nazione all’altra, piuttosto che le materie prime necessarie per creare questi prodotti, si sottovaluta notevolmente l’impiego complessivo di risorse ( e dunque di inquinamento prodotto) da parte dei paesi ricchi.

Dunque a Parigi si vuole scaricare su altri il peso della situazione senza minimamente mettere in discussione il “modello di sviluppo” consumistico e pensando di salvare la faccia con un po’ meno carbone anche ammesso che miracolosamente si arrivi a un impegno globale su una carbon tax unificata.  Ma non è nient’altro che una commedia.


Il software truccato della politica

Mind-the-gapLa politica ormai funziona come il software della Volkswagen e, secondo la stessa organizzazione che ha scoperto il  trucco, come quello di tutte le altre marche che emettono il 40 per cento in più delle schifezze di quanto dichiarano, senza peraltro subire alcun serio controllo. Di fatto nella,maggior parte dei casi, ciò che è cambiato dall’euro 1 in avanti è solo l’entità delle bugie. Ed è esattamente ciò che è accaduto al milieu politico la cui etica e le cui regole sono state stravolte e si è via via trasformata in una specie di emissione velenosa per la democrazia: ciò che la rende ancora credibile è soltanto un software mediatico che nasconde il reale stato delle cose.

Non è solo il susseguirsi allucinante in Italia, ma anche altrove, di scandali a dimostrazione del lobbismo imperante, dell’affarismo più sfacciato che penetra in ogni cosa dalle grandi opere alla inutile rotonda dell’assessore, ma anche la difficoltà a pensare davvero qualcosa di diverso come dimostra  la vicenda greca o l’impotenza della Casa Bianca di fronte ai gruppi di pressione: si fa solo finta di operare per un ipotetico bene comune, ma in realtà lo si identifica con i  dettami del pensiero unico che si è rivelato un mal comune con il gaudio intero di pochissimi.

Poi quando si arriva ai controlli, alle elezioni, ai referendum  scatta il software che fa apparire tutto questo come dentro le regole, come dentro la democrazia: la paura dei cambiamenti che potrebbero avere un costo immediato, l’incapacità di pensarli, la logica del meno peggio che è la peggiore e la più insensata, intervengono a far passare all’esame anche il più incredibile catorcio di idee e di menzogne. E il giorno dopo, appena uscita dall’officina, la politica  fa l’esatto contrario di quanto aveva affermato, promesso, illuso. Non c’è da stupirsi se in  queste condizioni , di fronte alle sempre più evidente esclusione dei cittadini dalla possibilità di intervenire, un numero un sempre maggiore di persone vada perdendo  fiducia nella democrazia, mentre molte altre non sanno come farvi ritorno e come terapia consolatoria scelgono di non vedere piuttosto che agire. Sono come i proprietari di auto menzognere che decidono contro ogni evidenza ( la discrasia universale fra consumi reali e dichiarati è chiara a chiunque)  di credere nelle dichiarazioni, nei controlli e in definitiva nella commedia anche quando essa è stata scoperta.

Ora mentre un’azienda automobilistica può essere essere multata per le sue manovre o perdere quote di mercato, la politica non ha fare altro che aumentare il livello della sua polluzione, portare costantemente il limite più in altro in modo da rimanere teoricamente nelle regole: alza l’asticella perché l’abbassamento di ideazione, comportamento e capacità progettuale non finisca per metterla fuorigioco.


Guardate la luna non il dito Volkswagen

maggiolino-tutto-matto-2ddf35a78faab944f2bfea4e89089b9e6Bisogna cominciare a guardare la luna e non il dito che la indica: la vicenda Volkwagen più che i trucchi sulle emissioni denuncia quelli messi in atto da una governance che da una parte finge attenzione e cura per l’ambiente per accreditarsi come responsabile, dall’altra strizza gli occhi ai potentati dell’auto in crisi di sovrapproduzione, inventando meccanismi di riduzione progressiva fatti apposta per essere di stimolo alle vendite e facilmente aggirabili. Una ipocrisia globale ben conosciuta, ma che è stata “denunciata” solo grazie a una guerra fra multinazionali per mercati meno brillanti del passato e per giunta, almeno negli Usa, sempre più aggredito dalle vendite subprime.

L’Icct, l’organizzazione indipendente che più di un anno fa ha scoperto lo stratagemma di Vw per far apparire le emissioni sempre dentro i limiti e che poi stranamente non ha provato altri tipi di auto, ora sostiene che nel mercato automobilistico il gap tra i valori ufficiali e la realtà è andato crescendo dall’8% del 2001 al 40% del 2014 il che in pratica riduce i progressi reali a poco più di zero: un peccato che l Icct non lo abbia detto prima e che si sia dedicata a sputtanare soltanto la casa di Wolfsburg. Ma non c’è bisogno di alcuna prova ufficiale per capire che il meccanismo è truccato in sé: com’è possibile pretendere che un Suv da due tonnellate e con al minimo 200 cavalli abbia emissioni pari a quelli un’utilitaria? E’ tecnicamente impossibile, ma lo si è fatta diventare una realtà ufficiale in quasi tutti i Paesi attraverso prove di omologazione che consistono in venti minuti sui rulli: per 780 secondi viene misurato il consumo nel percorso urbano, per 400 secondi quello di un viaggio extraurbano, per un tempo massimo di 10 secondi, infine, si raggiunge la velocità di 120 chilometri orari, nemmeno il massimo stabilito dal codice in numerosi Paesi. E tutto con modelli prepararti ad hoc. Praticamente una barzelletta che rischia di rimanere tale anche quando dall’anno prossimo le prove saranno su strada: anche in questo caso si tratta di prove standardizzate nelle quali possono essere usati carburanti speciali, possono essere eliminati i servizi di  bordo (il condizionatore per esempio), adottati pneumatici particolari e mappature del motore diverse da quelle di serie.

Cosa significa tutto questo? Che si voleva tutelare l’ambiente con i fichi secchi, che il modello ipermercatista che si è affermato negli ultimi trent’anni, l’economia basata esclusivamente su un consumo matto e disperatissimo di ogni tipo e genere, è un produttore intrinseco di inquinamento e che le pezze a colore messe qui e là servono pochissimo in termini generali. Per ottenere una reale diminuzione di inquinamento, almeno nelle città, in attesa di sviluppi tecnologici realmente innovativi, non sarebbe meglio  investire in servizi pubblici decenti, sistemi, logistiche urbane e strutture in grado di favorire un uso più limitato dell’auto? E proporre tassazioni progressive e punitive nei confronti di motorizzazioni inutilmente potenti per le condizioni e le norme del traffico, piuttosto che imporre regole puramente teoriche che costringono al rinnovo del mercato quando sappiamo che la co2 complessivamente sprigionata per produrre un’auto è praticamente pari a quella che la stessa vettura emetterà nella sua vita media?

La risposta è sì, sarebbe sensato, anche perché sarebbe l’unico modo per costringere i grandi tycoon dell’auto a investire in nuove tecnologie invece di fare melina mettendo toppe alle vecchie, ma è anche impossibile. In primo luogo perché questo colpirebbe non soltanto l’immaginario dell’auto, ma i costruttori che proprio sui modelli più potenti  realizzano il maggior valore aggiunto, farebbe insomma calare vendite e profitti, diminuire l’appeal di un settore. Ma più in generale è impossibile nel contesto liberista perché richiederebbe tra le altre cose più stato e più investimenti pubblici, più programmazione e punizione fiscale del sovraconsumo: esattamente ciò che le governance occidentali considerano come fumo negli occhi in quanto sistema regolatore che si pone come contraltare a quello di mercato. Per questo tutte le funzioni sono ormai surrogate da una burocrazia stupidamente tecnocratica, non eletta, in balia delle lobby, la stessa che ha prodotto il sistema dei limiti progressivi, di fatto asseverati e controllati dagli stessi costruttori. La Volkswagen non ha fatto che venire incontro ai propri clienti inserendo un software che evita messe a punto più artigianali in vista delle revisioni. Nella logica rovesciata che ci è stata imposta era un gadget, non una truffa tanto che sembra non sia la sola ad averlo adottato.

Alla fine non succederà nulla di importante per i cittadini e l’ambiente: l’industria Usa si libererà di un concorrente temibile sul proprio territorio e darà più spazio alle sue controllate europee, Opel e Fiat che hanno esattamente le stesse magagne se non maggiori e tutto continuerà come prima. Più di prima.


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