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Quelli cui i poveri fanno schifo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La filosofa  Martha Nussbaum ha scelto il termine nausea per definire quell’istintivo sentimento di ripulsa che “tutti” nutrono nei confronti di chi è diverso, attribuendolo anche a chi vanta appartenenze militanti al progressismo laico e tollerante, che non sarebbe esente da una recondita riprovazione per inclinazioni, abitudini, tratti somatici, afrori, di altre etnie o soggetti  “difformi” che potrebbero costituire un rischio per le convenzioni e l’equilibrio sociale.

Dalla Nussbaum,  americana, non si può pretendere troppo anche se è lodevole l’intento di denunciare, storia alla mano, i danni del puritanesimo combinato con l’ideologia della political correctness, praticata soprattutto da quelli che è ancora legittimo chiamare radical chic. E quindi sottovaluta non sorprendentemente l’aspetto classista che assume la “nausea”.

E difatti non solo Cassius Clay scoprì di non essere più “negro” quando divenne campione, ma  i “froci” restano tali a dispetto di Zan, se non sono stilisti, cantanti, attori e coiffeur prestigiosi, e invece vivono doppiamente marginali in squallide periferie dove l’omofobia è un merito e una consuetudine proprio come lo è per Berlusconi, che fece scuola con una sua massima diventata proverbiale.

Ecco per estensione, dopo i “tumulti” e i “tafferugli” – così sono stati definiti dalla stampa che ripropone questi desueti stilemi quando in piazza non sfilano le madamin, bensì la “marmaglia” –  delle categorie sofferenti a causa dell’insana gestione dell’emergenza, possiamo dire che Cracco resta chef, mentre i biechi addetti alla ristorazione, proprietari, cuochi, lavapiatti, pizzaioli e camerieri in crisi nera sono innegabilmente fascistoidi evasori che non meritano solidarietà, mentre la esige l’elegante antiquario che ogni tanto va a procurarsi merce e a rivenderla a caro prezzo nei mercatini dell’antiquariato,ancora celebrato come custode della creatività patria e non assimilabile ai miserabili ambulanti che berciano davanti a Palazzo Chigi, rei di non avervi dato lo scontrino della patacca che sareste pronti a pagare cento volte di più e senza ricevuta a Via del Babuino.

Guai a voi se lo fate presente, perché con la corte dei miracoli brutta sporca e cattiva che ha sfilato in questi giorni nelle città spettrali con le serrande tirate giù, le vetrine impolverato col cartello della vendita giudiziaria, si è visto manifestare qualcuno, anzi gli unici, che ormai è lecito chiamare “fascisti”, risultato recente cisto che si tratta degli stessi cui il fondatore del Pd aveva concesso in comodato una sede prestigiosa, gli stessi che per anni sono stati invitati in costruttivi contraddittorii a seminari e tavole rotonde nelle feste dell’Unità, in tutto omogenei con la forza che secondo autorevoli politologi dovrebbe costruire la nuova destra di cui abbiamo bisogno.

E se ci sono loro è lecito allora astenersi, magari con le dovute cautele solidarizzare da casa, avendo da tempo anticipato le modalità dello Smartworking e dalla Dad con la militanza “agile”.

Tanto è vero che non solo non si è in presenza alle manifestazioni con mascherina dove possono materializzarsi Sgarbi o Montesano, ma quando vanno in piazza restano in quattro gatti i no-Triv invisi ai presidenti di regione che vogliono rivedere le autorizzazioni per non perdere qualche opportunità di sviluppo, le associazioni e i cittadini  che da anni combattono contro la militarizzazione dei nostri territori da parte della Nato, alla quale tutte le forze politiche dell’arco costituzionale hanno nuovamente giurato fedeltà, i senzatetto che si moltiplicheranno dopo lo sblocco degli sfratti, e pure i rider e i dipendenti di Amazon, con i quali qualcuno ha solidarizzato rinviando al giorno dopo l’acquisto del cacciavite o l’ordinazione degli springrolls.

In un momento nel quale impera il dominio dei patentini c’è da aspettarsi che qualcuno proponga  che chi protesta si munisca di un lasciapassare di credo e attivismo democratico – requisito di sempre più difficile definizione in vista della sospensione di garanzie, prerogative e diritti compreso quello al voto- che sostituisca il permesso della autorità, con esclusione probabile degli  scioperi e fermenti di quei lavoratori che non si persuadono della fortuna che hanno avuto e che non partecipano e concorrono alla ricostruzione e alla valorizzazione del loro ruolo di “capitale umano”.

Certo sarebbe tutto più facile così, in modo che si realizza compiutamente quel carattere che ormai contraddistingue il progressismo in forza al neoliberismo, che con le masse è pronto a camminare tra passi avanti, cento passi indietro, per non rischiare, ma mai al fianco temendo il contagio di certa gentaglia, la stessa, peraltro, che partecipa fruttuosamente alla tenuta del governo, dove è solo casuale che Sgarbi non sia stato chiamare a fare il sottosegretario ai Beni Culturali, dove continua a dettare le regole del gioco l’energumeno incarnazione del Male più sgangherato e plebeo.

È che regna gran confusione sotto i cieli, volontaria e spontanea, nutrita tra l’altro dalla nausea liberamente concessa quando si è  autorizzati a marchiare di fascisti tutti quelli che sono stati lasciati soli dall’antifascismo pret à porter, quello che proprio non si convince che a volere la Tav non sono solo le cordate dei capitalisti disegnati da Grosz, ma tutte le forze che partecipano del governo e che, tutte, concordemente approvano i capisaldi di cemento del “rilancio” a base di grandi opere infrastrutturali, comprese le alte velocità, ad esclusione dell’unica componente di opposizione, la Meloni, che non si autodichiara fascista solo, lo dice lei, perché è nata tardi.

Come definire questi schizzinosi cinti d’alloro per via della loro pretesa di innocenza che sfida l’integralismo, questi risparmiati per caso dalla falce delle misure emergenziali solo perché dichiaratamente inessenziali e dunque esentati dalla trincea perché, ci siano o non ci siano, poco cambia in vista di un futuro dove le uniche forme di lavoro saranno quelle manuali e servili, se non con la qualifica di culialcaldo,  appartenenti a un ceto moralmente superiore e dunque legittimato a dare pagelle e riconoscimenti non solo dei meritevoli di risarcimenti e aiuti, ma pure della loro veste di vittime, onore riservato solo a chi può esibire certificato di reduce del Covid o la patente “iorestoacasa” di resiliente del lockdown.  

In momenti più favorevoli era possibile riservare loro una certa compassione: presto pagheranno il conto presentato dal lavoro agile, dalla distruzione creativa che farà giustizia di tutte quello che è Piccolo, quindi la maggior parte dell’economia nazionale, per favorire le concentrazioni in un Grande megalomane, bulimico e forestiero, dalla diminuzione del potere d’acquisto, dalla definitiva cancellazione dello Stato sociale insieme allo stato di diritto e allo stato nel suo insieme incaricato solo di fare da elemosiniere a multinazionali avide.

E pagheranno, da soli nelle loro case, se le avranno,  anche quello presentato dalla storia, perché,  hanno creduto che quelli che forti di una tradizione e di un mandato traditi ci hanno svenduti e umiliati, fossero compagni che sbagliano mentre erano camerati che eseguivano scrupolosamente gli ordini del fascismo globale.


Bonbon Bonetti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non mi piace dire che avevo ragione, ma avevo ragione: questo è il governo più compiutamente postdemocratico d‘Europa, non solo per via della sospensione o forse cancellazione definitiva delle elezioni, non solo per l’affidamento del paese a un commissario che pare non si dimostri abbastanza  diligente per il C.d’A. di Bruxelles che sperava accelerasse le pratiche di liquidazione, ma perché l’intesa degna dei più foschi imperatori bizantini, tanto miserabile da far pensare ai creduloni che significasse una resa alla vecchia politica di Poltrone & Poltrone, dichiara invece che la perversa ideologia che ha ispirato il colpetto di Stato favorito dallo stato di eccezione pandemico ha trionfato, innerva e infiltra ogni scelta, ogni decisione.

Ieri uno dei ministri rimasti in carica, riconfermata per fare un po’ di camouflage alla reputazione compromessa dalla Gelmini o dalla Carfagna e dall’appoggio incondizionato di Salvini e Forza Italia, l’accademica Elena Bonetti,  titolare del dicastero per le Pari Opportunità e la Famiglia ci ha fatto rimpiangere che non ci sia Berlusconi a ricoprire quel ruolo, o, che ne so, un padrone delle ferriere, l’uno perché a modo suo e paradossalmente “conosce” le donne, l’altro perché non copre i suoi misfatti con il bigottismo progressista che è uno dei requisiti della selezione del personale in casa Pd.

Adesso la ministra dirà come mille volte come è già successo di essere stata fraintesa (succede anche ai baroni, anzi, per via delle pari opportunità alle baronesse), ma una delle autorevoli testate di Gedi, in numero di una al prezzo di due, ci fa sapere che, interrogata a proposito della Dad e dello smartworking, la Bonetti, moglie e mamma felice e appagata, ha risposto:  «Bisogna intendersi sul concetto di smart working. Deve essere svolto in alcuni orari ma non è come avere l’orario di ufficio traslato a casa. È in modalità agile, da fare in forme diverse. Se il lavoro in modalità agile non è possibile, si può accedere al congedo parentale», istituto quello, che, lo ricordo,  prevede una retribuzione al 50%.

Ma, ricorda la ministra,  quelle “benedette” dalla fortuna che possono cogliere l’occasione di combinare lavoro agile, part time e festosa precarietà che concede tanto tempo da impiegare in piena autonomia, in cucina, a badare ai ragazzini, a stirare,  a passare l’aspirapolvere, a curare i malati  l’anziano ospitato anche in qualità di affettuoso contribuente, non pensino di poter accedere ai benefici riservati alle meno favorite, in fabbrica, a fare le pulizie, quelle alla cassa del supermercato, alle infermiere, alle camioniste, che poi quando tornano a casa, proprio come le “agili” possono cucinare, stirare badare a malati, ragazzini anziani.

E difatti, mica si possono avere diritti e privilegi senza doveri e responsabilità e dunque per  chi gode dello smartworking non è prevista l’erogazione del bonus baby sitter, che, parola di mamma-ministra, a loro non occorre!

Non occorre essere Prodi, Draghi, Monti, Berlusconi, d’Alema, Renzi, Letta, per essere annoverati nella schiera dei colpevoli di tradimento (ne ho scritto qui https://ilsimplicissimus2.com/2021/03/17/i-traditori/ ).

Ci stanno bene anche le  Lagarde, le von der Leyen, le Fornero, le Boschi, che hanno rotto il soffitto di cristallo che separa dal cielo dei privilegi, delle ambizioni, del potere monopolio maschile grazie alla slealtà consumata due volte, nei confronti di sfruttati, poveri, impoveriti, lavoratori, braccianti, pensionati, braccianti, disoccupati, licenziati, e del riscatto delle donne penalizzate come donne e come  sfruttate, povere, lavoratrici, pensionate, braccianti, disoccupate, licenziate, così che ben oltre alle   pari opportunità ci possano essere superiori offese, superiori affronti e superiori oltraggi, moltiplicati per due.

Si, moltiplicati per due se oltre alla pena inflitta a tutti quelli che patiscono la perdita di lavoro, sicurezze, garanzie e dignità, diritti e assistenza, affetti e amicizie, si deve anche sopportare l’infame ipocrisia delle terziarie neoliberiste, in corsa per la scalata al potere di poche sulle spalle dello sfruttamento e della subordinazione delle tante e grazie all’assoggettamento alle  regole che mantengono in vita il sistema capitalistico, delle guardiane e delle beghine dell’emancipazionismo  guadagnato con la presenza nelle task force permesse e concesse alle badanti degli esecutivi in modo che un passo dietro a grandi incapaci, grandi arraffoni, grandi cialtroni ci siano grandi donnette pronte a sostenerli, emularli e elemosinare posticini e prebende.

Non è un caso se si  accontentano dei “riconoscimenti” caritatevoli del loro ruolo nella “cura” che le ha viste principali protagoniste negli ospedali, nella ricerca, nella didattica a distanza, nel volontariato, nelle famiglie, che si traducono nell’ammissione al tavolo dei decisori sia pure in funzioni gregarie, a portare il caffè della grata ammirazione e a spargere l’incenso della piaggeria, dando in cambio il consenso alle azioni o all’indifferenza che ha fatto delle donne le principali vittime a partire dalla perdita dei 344.000 posti di lavoro tra il 3°Trimestre 2019 e il 3° trimestre 2020 (Istat), legati soprattutto alle occupazioni a contatto con il pubblico, oltre ai 99.000 registrati nel solo mese di dicembre 2020 (Istat). 

Altro che buoniste, sarebbe ora di smettere di essere buone, di essere generose, di fare il lavoro di casa e da casa, di farci carico per scaricare la nostra collera contro i traditori e le fellone, con desinenza in E.  


Scolao

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta il rituale cui si sottoponevano i ministri consisteva nel giuramento  di fedeltà alla Repubblica, osservandone “lealmente la Costituzione e le leggi” e  esercitando  le  funzioni connesse “nell’interesse esclusivo della Nazione”. Da anni ormai chi “promette” è abilitato a sottoscrivere una tacita pretesa di innocenza e un conseguente riconoscimento di impunità.

Non c’è decisore che prima si era accreditato con propositi potenti e visionari, con programmi muscolari, con attestazioni di pragmatica competenza e tenace determinazione, che poi appena mette piede nelle stanze sorde e grigie dei palazzi non ci riveli, sia pure a malincuore, l’accorata presa di coscienza del disastro – imprevedibile – che si è trovato davanti,  dei danni prodotti da indegni predecessori su per li rami, anche quando si tratta di lui medesimo, presente in altre compagini identificabili per numero di progressione: Andreotti 1 e 2, Berlusconi 1, 2,3, Conte 1 e 2, o con altra casacca e dunque esente da responsabilità personali.

Insomma la virtù del politico e la sua qualità sociale si traduce in una dichiarazione di impotenza in sostituzione di esperienza, creatività, capacità organizzativa e pure onestà e trasparenza.

Ne abbiamo un esempio sotto gli occhi: Colao, profeta in terra del superiore conflitto di interesse, chiamato da economisti accademici a dare una mano in veste di manager intraprendente e spregiudicato (mi vanto di aver titolato un post di allora: Colao meravigliao) è stato convertito da consulente di alto profilo del Governo Conte 2 a ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale del Draghi, che potrebbe limitarsi all’1, per via della cancellazione delle cerimonie elettorali in capo alla democrazia.

Dobbiamo a lui nel suo precedente alto incarico un piano per la ricostruzione dopo la guerra declinato in 102 “idee per rilanciare l’Italia”, 3 assi, 6 areee che nei suoi intenti doveva rappresentare l’ossatura della strategia nazionale per accedere al Recovery Fund.

La  visione del riformismo hitech del telefonista spaziava a tutto campo, con un comune denominatore quella semplificazione che innerva i pensierini bipartisan di tutti i think tank, le leopolde, i comitati d’affari alla Cottarelli, gli editoriali di Giavazzi e i copiaincolla al Senato, e che si traduceva in tema fiscale con sanatorie, emersione del lavoro in nero, emersione e regolarizzazione derivante da redditi non dichiarati e regolarizzazione per il rientro dei capitali esteri, dando l’opportunità di redenzione con poca spesa ai grandi evasori proprio come aveva immaginato con più estro Tremonti.,

Politica di investimenti pubblici per rilanciare il settore delle Grandi Opere? Presto fatto, si replica il Ponte di Genova, estendendo il sistema delle concessioni, per combinare proficuamente aiuti e erogazione di risorse pubbliche, controllate da autorità commissariali, e libertà di iniziative privata. Un modello che secondo Colao va applicato al welfare e alle infrastrutture sociali  grazie al combinato disposto di investimenti statali e privati, in modo da realizzare quella ripartizione che addossa alla collettività pagatrice  le perdite e attribuisce successi e profitti alle imprese.

Perfino nella lotta all’inquinamento derivante dal comparto dei trasporti, la ricetta infallibile è la stessa a dispetto dei destini immaginifici del ferro e dell’Alta Velocità, basta cioè applicare le regole dell’economia green, incentivando, a spese del bilancio statale,  il rinnovo dei mezzi pesanti privati con soluzioni più verdi.

Ma la grandiosità dello scenario che voleva preparare per noi e le generazioni future si  concretizzava in quella che viene correntemente definita la “rivoluzione digitale”, da concretizzare anche nella vita quotidiana dei cittadini  attraverso la profonda revisione delle modalità di lavoro, attraverso la diffusione dello smart working nella pubblica amministrazione, introducendo sistemi organizzativi, piattaforme tecnologiche e un codice etico che consentano di sfruttare le potenzialità in termini di riduzione dei costi e miglioramento di produttività e benessere collettivo, tenendo conto anche delle differenze di genere e di età.

Per farlo, inutile dirlo, concordava Colao, che scriveva sotto dettatura le idee e i principi confindustriali, con Bonomi,  è necessario procedere a una ristrutturazione di tutto il sistema industriale e produttivo, tagliando i rami secchi delle realtà minori fisiologicamente restie all’innovazione, togliendo di mezzo soggetti parassitari che alla lunga ostacolano la crescita, salvando solo quelli che vale la pena di assimilare nelle grandi concentrazioni, secondo la soluzione finale promessa dalla distruzione creativa.

Chissà come c’era rimasto male che il suo Bignami del neoliberismo alla matriciana fosse finito negletto in un cassetto, che non ne fosse stata fatta ostensione davanti al parterre dei notabili carolingi a Villa Pamphili. E che soddisfazione si potrebbe prendere adesso che quel canovaccio corrisponde perfettamente con la weltanschauung del commissario liquidatore in preparazione del Grande Reset.

Invece bisogna proprio essere Draghi, possedere il suo inarrivabile narcisismo che gli fa ritenere di aver conquistato una posizione inalienabile, esibire la sua inossidabile autoreferenzialità che lo persuade che la sua ascesa sia incontrastata, per non dover fare i conti con la realtà, con la propria inadeguatezza e anche con l’impotenza che deriva da danni che si è contribuito a produrre.

Che figura cacina: ha un bell’abbracciare il totem della semplificazione che potrebbe regalarci tanti Ponti Morandi, aprire tanti cantieri purché non siano quelli della manutenzione del territorio, far prosperare imprese che non sarebbero costrette a delocalizzare, che basta prendere un po’ di donne in part time, un po’ di giovani a cottimo, un po’ di cinquantenni pronti a ogni umiliazione e recessione professionale e remunerativa, ma poi tocca anche a lui ammettere che tocca fare le nozze coi fichi secchi. Che la rivoluzione digitale trova degli ostacoli, che la banda larga che entra e esce dai programmi governativi da anni si conferma come un irrinunciabile balocco dei giovinastri dell’arco costituzionale, che l’unica anticipazione dei fasti della telemedicina  consiste nel dire 33 e tossire al cellulare su WhatsApp col medico di base. Che intere aree del Paese, lo ha detto lui  in un convegno di addetti ai lavori, non sono collegate e questo  spiegherebbe oltre al fallimento di Immuni, la qualità “classista” della Dad, con 4 studenti su 10 esclusi, che l’informatizzazione della Pubblica Amministrazione, lo ha dichiarato ancora lui, nel migliore dei casi ha investito il 20% degli uffici. Che la rivoluzione digitale si esaurirà nel far comprare un po’ di telefonini e televisori con netflix incorporato.

Non serviva il contabile della Vodafone, il centralinista in forza al neoliberismo a mostrarci l’abisso nel  quale ci hanno spinti i Grandi Borghesi, i tycoon, i tecnocrati, consegnandoci a una autorità tirannica che adesso di offre un salvagente bucato che finora ha permesso di autorizzare aumenti di deficit che pagheremo cari e che sta diventando il coltello degli strozzini puntato alla gola.


La scuola va in Bianchi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Draghi ieri ha firmato  il nuovo Dpcm del “nuovo corso” che prevede la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado nelle zone rosse o dove l’incidenza del virus è di 250 casi per 100mila abitanti, rilanciando l’ipotesi di un allungamento del calendario scolastico.

Subito Michela Marzano, filosofa impegnata secondo Wikipedia sul tema “del posto che occupa al giorno d’oggi l’essere umano in quanto essere carnale”, accademica- insegna alla Sorbona di Parigi dove vive abitualmente, saggista: ha vinto un Bancarella con libro” L’amore è tutto. È tutto ciò che so dell’amore”, parlamentare nella componente “riottosi in quota Pd”  per poi passare al gruppo misto Partito Socialista, Liberali per l’Italia,  e editorialista del Giornale Unico Gedi per Repubblica e la Stampa, si sporca le mani con la realtà invitando a non perdersi in chiacchiere.

La soluzione cui dobbiamo contribuire tutti c’è: vaccino per tutti, insegnanti, bidelli, alunni, genitori, e Dad, che è faticosa, non piace nemmeno a lei che non è una nativa digitale, ma che “stringe i denti” utilizzando Wooclap e Moodle, creando contenuti interattivi, usando Wooflash e Wiki, come si conviene a questa odierna resistenza retrocessa a resilienza.

Basta con le polemiche, scrive,  che “impediscono solo di trovare soluzioni adeguate nell’attesa che un giorno, forse ancora lontano, tutto si rimetta a posto… con l’atteggiamento di chi negando l’evidenza  non riesce più a distinguere tra ciò che vorrebbe e ciò che è”.

Io fossi al Sorbona toglierei l’incarico a una che all’ombra della Bastiglia e in prossimità di Place de la Concorde, sferruzza le sue lezioni di resa, professa il tradimento di una professione che dovrebbe aiutare a cercare dentro e fuori di sé il meglio e a realizzarlo, impartisce lezioni di un realismo ottuso e miope che non permette di immaginare visioni e pretendere azioni che perseguano il bene.

Ma d’altra è invece in quella accettazione e in quell’assoggettamento che consiste l’atto di fede della superiorità occidentale incarnata dall’Europa e decantata dai suoi profeti che concepiscono la rinuncia a sovranità, alla tutela dell’interesse generale, alla dignità di lavoratori e cittadini come una doverosa abdicazione in nome del progresso, dello sviluppo e della lotta al biasimevole populismo dei piagnoni, dei disfattisti, nel cui esercito vengono arruolati insieme a vecchi istrioni e spaventapasseri impagliati, eretici e dissenzienti parimenti oggetto di ridicolo e deplorazione.

Adesso poi, che è in carica il governo degli incappucciati che mescolano litanie e minacce, serve ancora di più il richiamo all’immediato, al contingente in modo da rimuovere la cognizione dei danni del passato, del recente torto subito, dell’impossibilità di proiettarsi in un futuro, visto che  gli approcci finora adottati si sono rivelati criminalmente inadeguati, nel metodo e nel merito, ma rispettavano  e seguivano una logica che è quella che ha accelerato l’avvento del mammasantissima che la cupola imperiale ha mandato per occuparci, rendendo necessario ristabilire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni a forza di intimidazioni, ricatti, timori ancestrali e richiami al pragmatismo, in modo da perpetuarne obiettivi e modalità.  

Non a caso il governo di elevato profilo con un’alta concentrazione di tecnici cui fa da fiacco contrappeso la compagine dei debosciati maneggioni, ha collocato un economista alla guida del Ministero dell’Istruzione, a confermare la volontà di rispettare quelle indicazioni sotto forma di raccomandazioni che ci ha trasmesso l’Europa per dare forma a una “alfabetizzazione culturale” dei partner e dei loro sistemi pedagogici nazionali doverosamente impegnati a adoperarsi e contribuire all’affermazione, alla manutenzione del modello di sviluppo economico e sociale e alla traduzione nella quotidianità dello stile di vita e di benessere che propone.

E difatti basta un breve scorcio al curriculum per capire l’inevitabilità della scelta di Bianchi:   advisor in  progetti di ricerca per istituzioni europee ed internazionali, quali Commissione europea, UNIDO (Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale), CEPAL, IDB-Interamerican Development Bank, UNESCO, con particolare interesse per lo sviluppo industriale e l’innovazione di cluster di  imprese, consulente per l’analisi e l’indirizzo di sistemi formativi e di ricerca, attivo sui temi dell’industria 4.0, e dell’intelligenza artificiale (è stato fino a ieri direttore scientifico dell’Ifab, la Fondazione Internazionale Big Data e Intelligenza Artificiale per lo Sviluppo Umano). Chi poi volesse approfondire può sempre munirsi dell’agile volumetto per i tipi del Mulino che il Ministro aveva tempestivamente pubblicato e intitolato Nello specchio della Scuola, sottotitolo Quale sviluppo per l’Italia, che disegna le sorti progressive del Paese in preparazione del grande reset incardinate sui tre valori fondamentali come enunciati nel noto discorso di insediamento a firma Draghi Giavazzi: istruzione, ambiente, digitalizzazione e nella feroce  e sbrigativa retorica neoliberista che lo ispira.

E difatti l’istruzione secondo Bianchi non deve essere al servizio di principi e finalità arcaiche e regressive, quelle legate alla crescita della persona, alla sua elevazione e redenzione da condizioni di ignoranza e sfruttamento, quelle capaci di rafforzare e realizzare talenti, vocazioni, aspirazioni dell’individuo,  quelle che esaltano non il valore pratico- professionale dell’apprendimento, bensì la qualità e la potenza sociale e morale dello studio che solo apparentemente sembra  “disinteressato”, perché in realtà “l’interesse era lo sviluppo interiore della personalità”.

La scuola deve invece contribuire a quella che possiamo sbrigativamente definire la ristrutturazione del sistema economico in crisi e tentato dal suicidio, puntando a replicare con profitto le disuguaglianze che reggono il suo edificio pericolante con la formazione di un ceto dirigente oligarchico chiuso, impermeabile all’infiltrazione di pensiero critico e impenetrabile e di un esercito globale di esecutori, variamente formati grazie a una alfabetizzazione elementare, a uno slang riferibile solo alla decrittazione di codici e algoritmi,  alla valorizzazione di specializzazioni talmente specifiche da ridursi  a un comando e a un gesto, come avviene già per i professionisti/soldati che premendo un tasto sganciano le loro bombe a migliaia di chilometri di distanza.

A quello devono gli  investimento, a tesaurizzare le scuole e gli alunni in modo da rendere le une  attrattive e gli altri appetibili sul mercato, sicché il diritto all’istruzione diventi il dovere di  generare profitto per altri, secondo regole e obiettivi cui non servono fabbriche, campi, miniere, se non nelle remote province, ma movimentatori di merci, addetti alla logistica, traghettatori e ripetitori di informazioni e funzionari al servizio della produzione e circolazione di dati.

Va dato atto che Bianchi arriva ultimo in un processo al quale hanno collaborato in forma bipartisan ma con un più robusto contributo della fronda riformista un buon numero di demolitori creativi:  ministri confessionali, come Mattarella, Russo Jervolino, Bianco, accademici come Luigi Berlinguer o Tullio De Mauro, faccendieri a mezzo servizio delle parificate  come la Gelmini, la Moratti, la Fedeli o l’Azzolina, comunque tutti consapevoli che gli ignoranti hanno le armi spuntate per ribellarsi, che il sapere rende e dunque chi possiede e vuole sempre di più, lo tiene per sé e lo nega a chi potrebbe emanciparsi grazie alla conoscenza, all’accesso e  alla “padronanza” dei mezzi di produzione, dunque al potere.

È per quello che ben oltre a quello che scriveva Gramsci: “…lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”, la gestione della pandemia, dopo l’attuazione dei principi della Buona Scuola renziana,  concorre a rendere la scuola pubblica complicata, noiosa, frustrante, un peso e una pena da aggirare se si può e quando si può, preferendo istituti più dinamici, aperti, divertenti, gratificanti grazie al contributo di famiglie consapevoli del futuro dinastico della progenie, del suo destino di dirigenza ferocemente stupida e ottusamente crudele.

Informazione di servizio: abbiamo aperto un canale Telegram all’indirizzo https://t.me/simplicissimus2


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