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La bela Madunina ride: falso miracolo a Milano

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non vale nemmeno la pena di commentare ulteriormente la infelice contrapposizione tra capitale infetta e capitale im-morale: basterebbe ricordare se ce ne fosse bisogno la storia negli ultimi 50 di un città che ha nutrito bombaroli neri, dato guazza a una maggioranza silenziosa ben pasciuta e reazionaria che ieri emarginava   meridionali e oggi respinge i profughi, la stessa che ha contribuito all’attuale rovinoso imperialismo finanziario grazie a una casta bancaria e affaristica che aveva tra i suoi sacerdoti  Sindona e Calvi.

Che ha prodotto le fortune di Craxi,  di Bossi e di Berlusconi, oltre a quelle di Turatello,  e delle loro dinastie, quella dei Penati senza Lari, ma comunque protettori di famiglie e cosche di corruttori,  quella che non ha opposto resistenza a ndrangheta camorra, mafia infiltrata comodamente in appalti, servizi, mediazioni immobiliari, night, gioco, lavanderie, agenzie di buttafuori, tanto che come risulta dagli atti dell’inchiesta che portò alla più grande operazione condotta contro la ‘ndrangheta a Milano e dall’allora procuratore di Reggio Calabria Pignatone, si quello di Mafia Capitale, tra le decine di imprenditori, dipendenti della P.A., professionisti, operatori finanziari, bancari, ricattati e tartassati e picchiati, cui hanno magari violentata la moglie, minacciati i figli, bruciata l’auto, appiccato il fuoco all’azienda, nessuno ha denunciato.

E nemmeno perdo tempo a commentare il nuovo terreno del brand dell’inimicizia, (ne ho parlato qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/10/28/milano-cantonate-in-liberta/), così come lo vuole l’Ue che promuove i derby Italia contro Grecia, Portogallo contro Spagna e tutti controi profughi e come questo conflitto ad arte si declini  localmente in un derby tra due città, che piace soprattutto ai bauscia intervistati dai cronisti e ripreso dai coristi dei talkshow, pronti a giurare che si sapeva come  i romani siano corrotti, indolenti,  mangiapaneaufo a spese dei laboriosi e probi milanesi,che invece pensano solo a lavura’,  proprio come se la  macchina del tempo ci avesse scaraventato indietro, prima di Tangentopoli,  negli anni dorati della Milano da bere che ora può riprendere a brindare nel suo eterno happy hour.

Invece c’è da riflettere sul nuovo miracolo a Milano, quello in virtù del quale un evento pensato e promosso dalla cricca di Formigoni e dagli uomini di Comunione e Liberazione per rilanciare l’esangue Ente Fiera di Milano e “valorizzare” i suoi terreni, un’area agricola inutilizzabile, che prima non valeva niente e che con l’Expo vale più di 300 milioni,  sostenuto dalla Moratti cui si deve l’improvvida candidatura, molto caldeggiata dall’allora presidente del Consiglio Prodi e dalla Bonino, ministra del Commercio con l’estero, visto con entusiasmo dalla comunità degli affari, imprenditori, costruttori, immobiliaristi, qualcuno dei quali in buoni rapporti con le cosche mafiose, diventa l’atto  demiurgico e redentivo  capace di dare a Milano la patente di capitale morale, intendendo così il luogo del riscatto della legalità, del lavoro e del meritato guadagno. E quindi anche il simbolo, anzi la parabola del  Trickle-down, quella teoria che da Adam Smith in giù, vorrebbe persuaderci che se i ricchi ci sfruttano, accumulano e diventano sempre più ricchi, qualche goccia di quell’opulenza arriverà anche a noi: sicché è giusto tassarci per il suo successo, veder dirottate sull’infelice impresa fondi che molto più opportunamente avrebbero dovuto essere indirizzati alla tutela   del territorio a cominciare da quello manomesso dalla sciagurata opera, che avrebbe dovuto celebrare la sostenibilità tramite l’apoteosi del saccheggio di suolo, bene comune e risorse: speculazione, impatto, materiali inquinanti, strutture, effimere quando va bene, cattedrali spettrali che vedremo negli anni disgregarsi a futura memoria di una dissipata megalomania  che  peserà sui contribuenti per più di un miliardo di euro. Expo è costata, finora, 2,4 miliardi di euro: 1,3 miliardi per la costruzione del sito; 960 milioni per la gestione dell’evento (840 milioni secondo Expo, ma è un conteggio basato su  acrobazie contabili già censurate dalla Corte dei conti) e 160 per l’acquisto dei terreni, pagati  più dieci volte il prezzo di mercato. Senza contare la bonifica   dell’area, rivelatasi gravemente inquinata ma dopo che era stata comprata a peso d’oro, che ha già presentato un conto da 72 milioni.

 

Si sa che, con buona pace di Netanyahu, succede che a volte i tedeschi facciano autocritica. E’ successo anche con la disgraziata Expo’ di Hannover, considerata un fallimento vergognoso malgrado i visitatori siano stati più o meno quelli dichiarati con gran pompa e come un successo formidabile dell’esposizione milanese. Quello che è stato definito il flop del Millennio, continua a essere una ferita aperta nella narrazione di buon governo tedesca simboleggiata dalla sua tetra icona, una specie di  astronave arrugginita, alta 47 metri,  lo scheletro del padiglione olandese esibito all’epoca come una costruzione avveniristica, ridotto a pericolante rifugio di tossici e senzacasa, periodicamente investito da incendi e crolli, e che fa dire a tutti quelli che si accingono a costruire o realizzare qualcosa “purché  non sia un’altra Hannover”

Non devono averlo detto a Milano. E infatti ancora oggi a Expo chiusa, dopo che le aste per vendere i terreni sono andate deserte, tanto che, indovinate un po’, si parla di un commissario per la destinazione d’uso, non si sa nulla di quel che diventerà il “salone” dove si è svolto il Gran Ballo Excelsior, quando gli espositori stranieri si porteranno via le loro carabattole, quando sarà in corso la diatriba non certo sorprendente tra gli “espropriati”, quelli che hanno dato i terreni in comodato d’uso, quelli che sono stati invogliati a gestire parcheggi deserti, e il Comune e le banche, esposte con 200 milioni, quando si dovranno fare i “conti della spesa” e le radiose visioni del futuro si riveleranno patacche di princisbecco proprio come il Grande Evento. Si parla della realizzazione del nuovo polo delle facoltà scientifiche dell’’Università Statale di Milano,  un proposito da 540 milioni o di creare un polo della tecnologia e dell’innovazione al servizio delle aziende dell’hi-tech, insomma di farne, nel gergo caro all’anglicista di Rignano, un Hub tecnologico, uno start-up incubator, o una  cittadella dell’amministrazione pubblica. Quest’ultima ipotesi potrebbe avere uno scopo pedagogico, in considerazione dei molti funzionari, rappresentanti eletti al servizio dell’interesse collettivo che sono stati a vario titolo coinvolti nella realizzazione dell’Expo e che hanno lavorato e prestano la loro opera in Regione, in strutture ospedaliere rinomate, in  aziende pubbliche. Ma è sempre preferibile all’altra possibilità molto accreditata in questi giorni:   quella di rendere tutta l’area destinata all’esposizione una “zona economica speciale”(Zes) sul modello cinese, un  territorio sottratto alle leggi dello Stato e concesso all’autoregolazione degli investitori economici.

Sono questi i buoni propositi di una città che grazie all’evento è diventata un laboratorio di immoralità, non solo per la presenza criminale della speculazione e della corruzione. All’Expo si è compiuto anche un test della precarietà secondo gli intenti del Jobs Act, grazie all’arruolamento di giovani “diversamente volontari” attirati dal sottinteso richiamo di un impegno  “umanitario”, grazie alla derubricazione della contrattazione nazionale in favore di apposite negoziazioni speciali, istituendo la prestazione gratuita e  sancendo il licenziamento economico.

Si l’Expo è il Miracolo a Milano e a questo proposito viene spontaneo suggerire a Tronca e al governo che, commissariando le politiche locali, persevera nello svuotare di significato e nell’ esautorare le istituzioni democratiche, il trasferimento del Giubileo all’ombra della Madonnina.

 

 

 

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Slot Act

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Volevo scrivere oggi sulle misure della manovra  previste per premiare l’imprenditorialità, l’alta qualità  e la produttività del brand del gioco d’azzardo, i cui “valori” e le cui modalità  sono gli stessi della finanza creativa: promesse, scommesse, rischi, trucchi, come ebbe a notare in tempi ormai remoti  un economista brillante, Robert Schiller.   Tutti e due sono lievitati in maniera abnorme, tutti e due pur nutrendosi di speranze e inganni, dai “sistemi” per vincere alla roulette alle bolle immobiliari, sono legali. E ciononostante ambedue sono  territori gestiti e infiltrati  da una forte presenza criminale, dai vertici bancari oggi nel mirino della magistratura, alla manovalanza delle scommesse, da una qualificata presenza nella Troika, ai commercialisti che usano  il circuito favorito dai governi biscazzieri per il riciclaggio, dagli strozzini travestiti da dinamiche finanziarie ai cravattari tradizionali che sostano fuori dal casinò per prendere al laccio i perdenti irriducibili, e  che va al di là dell’indegno approfittarsi delle illusioni dei poveracci, nello stesso tremendo intreccio tra fenomeno ludico e fenomeno speculativo.

Poi sono stata distratta da un’altra forma di gioco, quella antica, da malandrini di strada, da sciagurati troppo inetti per fare i borseggiatori e troppo codardi per fare i rapinatori, quella  delle tre carte, per la quale basta una cassetta rovesciata, un mazzo truccato e qualche complice, facce da guappi con gli abiti della festa, per prendere per il naso i gonzi disperati che ci vogliono cascare,  distraendoli con le baggianate sulla fortuna che stavolta li bacerà, e magari intanto una “spalla” gira per sfilare qualche portafogli.

E come potremmo chiamare altrimenti forma e contenuti del disegno di legge recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016), definito dal comunicato ufficiale del Consiglio dei Ministri – le “spalle” – che lo ha approvato il 15 ottobre “una manovra finanziaria di 26,5 miliardi di euro, che potrà aumentare fino a 29,5 miliardi in base all’accoglimento o meno della richiesta, avanzata alla Ue, di utilizzare uno 0.2% di spazio di patto in più per la “clausola migranti” e che prosegue il piano di taglio delle tasse, avviato lo scorso anno, intensifica la lotta contro la povertà e la tutela delle fasce più deboli della popolazione, procede con la spending review”.

Dobbiamo credere sulla parola: è un comunicato ufficiale e guai a chi pensa che quel segno che accompagna il pacchetto informativo e il felice slogan della “campagna” pre elettorale, voglia dire “metteteci una croce sopra. Macché, significa Italia col segno più. E apre il dispiegarsi di 30  slide più una cover e una introduzione in meno delle 140 battute di Twitter per annunciarci che da ora l’Italia sarà più forte, più semplice, più orgogliosa, più giusta. Mica solo Carlino vuol darvi solide realtà, c’è Renzi il piazzista di scatole vuote, di quello dei lucidi e delle lavagne, che, nella pratica cialtrona e sfacciata di prendere  per i fondelli, nei giochi da ciarlatano del mercato,  va ben oltre il contratto con gli italiani, si allinea con i proclami e le frasi celebri del puzzone, a cominciare da “le parole in certi momenti possono essere dei fatti”,  e si allena a copiare l’”andate al mare” di Craxi, in occasione del referendum sul sistema elettorale.

Perché oltre quelle 30 paginette, ammesso che qualcuno abbia avuto occasione di stamparle – ma attenti, in bianco e nero si perde molto – non c’è nulla. Oltre i motti storici, coi dovuti sottotitoli: “via le tasse sulla prima casa”,  dopo gli 80 euro un altro segno di fiducia; oppure “intervento per le case popolari” e più giù: ci preoccupiamo di chi arranca; o anche  l’inedito: “un Paese più giusto, pagare meno, pagare tutti” e sotto vai con “lotta all’evasione con la digitalizzazione”. E dire che i media di regime se la raccontano e ce la raccontano con l’estatica ammirazione per il Grande Twittatore e il suo staff di formidabili comunicatori, che immaginiamo alle prese col rimario per mettere insieme i versetti satanici  del Grande Spot.

Sarà stato arduo anche per i padroni europei  accettare e approvare   il compitino del loro valletto, che c’è da rimpiangere Tremonti, c’è da aver nostalgia di Monti, c’è da reclamare a gran voce i carteggi con Berlusconi, si saranno detti. Ma vanno premiate l’ubbidienza e la solerzia: Renzi ha fatto di più per la democrazia si qualsiasi becchino, di qualsiasi boia, di qualsiasi killer.

Ma ancora più arduo è fare l’opposizione,  non solo per la naturale indole alla remissiva accondiscendenza dei penosi avanzi di una sinistra parlamentare più morta della democrazia, non solo per una certa irruente inadeguatezza dei “movimentisti”,  non solo perché ormai il popolo stremato è accampato negli atri muscosi e nei fori cadenti. Ma anche perché è difficile lottare con poltergeist, coi fantasmi, col nulla. O peggio ancora convincere gli allocchi ipnotizzati dal baro, che li sta imbrogliando.


Quo vadis Roma?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da sospettare che uno dei caratteri della nostra autobiografia nazionale consista nel repentino passaggio da cronaca a oblio, senza transitare nella storia. È successo sempre, ma mi limito a citare il secolo breve: marcia su Roma, imprese coloniali, leggi razziali, fascismo ladro e corrotto, guerra sanguinosa, sospensione della giustizia ai fini di una finta pacificazione, costituzione inapplicata,  e a ripetere all’infinito regimi ladri e corrotti, partecipazione a guerre sanguinose, sospensione  della giustizia in favore di leggi ad personam, Costituzione prima disattesa poi stracciata.

Succede che il ricordo a fini storici venga cancellato o perpetuato tramite giornate e commemorazioni annuali, in modo d dimenticare tutti gli altri giorni, o attraverso monumenti, tirati giù con violenza dai piedistalli o eretti come quello al macellaio Graziani approvato da una giunta di centro sinistra e ci si augura sospeso, o la casa del fascio a Predappio promossa a oneroso quanto indispensabile sacrario della conoscenza storica.

Leader nel bene e nel male, a meno che non dimostrino una certa inclinazione immortalità come successe con Andreotti, dirigenti politici autori di svolte storiche, ladroni e santi, criminali e maestri di vita durano poco nell’immaginario, giusto il tempo di schierarsi per sentirsi a posto, in linea con varie topologie conformismo e ad ondate più o meno consolidate di pensiero comune e via, pronti per l’almanacco, per i supplementi illustrati dei quotidiani e dei settimanali e che ogni anno regalano le foto già ingiallite nella nostra testa del recente passato e che sfogliamo con sorpresa.

Succederà anche a quello che ormai universalmente viene definito il “povero Marino” e che in qualità di vittima, che è giusto riconoscergli anche per quando riguarda il suo personale contributo al sacrificio umano, spera di guadagnarsi una fettina di immortalità lanciando minacce per niente trasversali di tirar giù tutti, come sempre fanno i sansoni piccoli o grandi – e francamente veder crollare un po’ di filistei non spiace a nessuno.

La cronaca adesso gli regala titoli di testa e notorietà, gode di un consenso ineguagliato nella sua sorprendente carriera politica, è osannato da fan e premiato da petizioni, ma non ha la tempra – e questo gli va riconosciuto, per restare in sella malgrado il cavallo sia caduto giù dal piedistallo, non verrà chiamato in futuro a Porta a Porta, all’Aria che tira, a Piazza Pulita, a Otto e mezzo insieme a sinistri figuri che hanno devastato come unni le nostre esistenze, il lavoro, i territori, le speranze e che vengono invitati in qualità di tecnici dell’austerità, di fautori sia pure obsoleti del golpe in corso, che poi sono quelle ormai le uniche concessioni al ricordo, riproporci le facce della nostra rovina, cui dobbiamo assuefarci come a una patologia cronica.

È successo per Craxi, l’unico per il quale si sia applicato il teorema che da lui ha preso nome, visto che adesso si può essere presidenti di regione,m sindaci, premier senza sapere nulla degli illeciti commessi dai propri assessori, collaboratori etc. In fondo è successo perfino a Berlusconi, dagli altari alla polvere, resta in vita grazie ai custodi della sua sporca ideologia di maneggione e in virtù dei suoi eredi che stanno coronando le sue imprese con ancora superiore grado di accondiscendenza a padroni interni ed esterni. E che qualche volta viene riesumato appunto in forma di monumento, magari del nemico, così da imprimere l’immagine di ritrovata unità, di sessismo, celebrato nelle aule parlamentari, di imprenditore tanto disinvolto e dedito all’illecito reso legittimo, da trovare emuli perfino oltre oceano.

È che a noi non piace la storia, ed è probabile che la buona scuola provvederà a cancellarla   dalle materie di insegnamento, perché costringe a fare i conti con le responsabilità, anche quelle personali, con la ragione oltre che con le passioni, a esprimere  giudizi oltre che pregiudizi, a guardare a eventi passati e ai loro effetti, inducendo rimpianti, rimorsi, pentimenti, autocritica, tutti sensi e sentimenti cui è preferibile sottrarsi per sopravvivere.

E siccome  la cronaca a differenza dell’angelo della storia,  non cammina con la testa girata all’indietro ci si può esporre nell’immediato, far parte di tifoserie effimere nutrite dalla dimenticanza a dalla rimozione di quello che si è pensato, compiuto, accettato o respinto, voluto o sopportato.

Così nel caso attuale diventa tutto legittimo e tutto credibile: che la pressione per destituire Marino, pur favorita da una sua caratterialità e  dal reiterarsi di leggerezza,  nasconda la pervicace volontà di far fuori un soggetto disturbante e indi­spo­sto ad assoggettarsi a quei poteri forti, criminali e autoritari, in modo che possano agire  e fiorire indisturbati  dalla «poli­tica», dai mass media, dalle alte sfere vaticane. E altrettanto che sia invece l’ultimo atto della parabola triste di un uomo ambizioso “prestatosi” alla politica e all’amministrazione di una città complessa e che non ha saputo ad un tempo rispondere alle aspettative dei capibastoni e a quelle dei romani. A quelle spesso perverse dei suoi sponsor –  ricordo quanto in realtà si spese il Pd, Bettini, Bersani che lo caldeggia con un “signor sindaco del cambiamento”, Madia pronta a rinnovare fiducia nel caso di una seconda candidatura al chirurgo che risana Roma, Bianco che lo omaggia come esemplare unico di integrità, perfino Renzi immortalato ai Fori nel selfie del partito dei sindaci , Boschi che ribadisce: Marino deve restare – alle quali tanto ha tenuto, se in recenti occasioni aveva riconfermato che la sua priorità era  avere il consenso e l’appoggio del premier,  ribadendo il nucleo centrale del suo insuccesso,  la lontananza incolmabile dalla città. E appunto a quelle dei cittadini, delusi o scettici di vecchio corso, colpiti comunque dal ripetersi su scala locale della tossicità delle politiche di austerità, quindi dai tagli ai servizi pubblica, all’assistenza, penalizzati anche dalla fine per molti di quelle compensazioni non sempre legali, mai lecite che hanno prosperato proverbialmente nella capitale: le mezze sòle, impiegati pubblici con doppi lavori, clientelismo, favoritismo, familismo, e che si possono tranquillamente attribuire al succedersi degli ultimi sindaci, che non a caso qui si dice che er più pulito c’ha la rogna.

Ma il gusto della commedia, dei suoi retroscena  e delle sue maschere, fa preferire l’incollerita denuncia del complotto con i veleni negli anelli, come nella cena delle beffe, i coltelli con la lama che rientra e le spade di legno, la rappresentazione dell’eterno conflitto tra Davide innocente e Golia feroce, quando le vittime di un gioco delle parti tra affini mossi dai medesimi interessi, che non sono i nostri, sono i cittadini.

Così perde vigore denunciare l’assenza di una politica per la città, la conversione dell’urbanistica in pratica di concertazione con rendite e speculatori   o in scienza del controllo sociale, la chiusura mai abbastanza precoce di una discarica senza accelerare il negoziato con gli altri attori interessati per una soluzione alternativa che non sia l’onerosa emigrazione dei rifiuti, l’azzeramento benedetto dei vertici di aziende sleali ridotta a beau geste estemporaneo, la riduzione delle linee che collegano quelle periferie infiammabili nelle quali ci si affaccia una tantum, segnate dalle guerre fratricide alimentata dai fascisti, la vaghezza legalitaria sul problema delle case occupate, oggetto di scrupolose liste e del lavoro di commissioni dall’infinita attività di rilevazione,   la chiusura di teatri e cinema, la conferma di scelte irragionevoli e scriteriate: stadio della Roma a Tor Vergata, Candidatura alle Olimpiadi,  la cautela nella riduzione degli spazi edificabili, la svendita di are e immobili preziosi , il nulla seguito alla pubblicazione degli elenchi degli affitti passivi che il Comune paga, e poi le buche, gli alberi che cadono come il soffitto della metro, i Fori pedonalizzati ma che si allagano a ogni temporale, i viaggi da piazzista dei primi cittadini e non perché le gite costano all’erario, ma perché prefigurano la liquidazione di beni comuni. Perché finisce per essere fatto rientrare nella logica del complotto, del linciaggio, della macchinazione, del capro espiatorio, ruolo toc­cato al mal­de­stro e imprudente Marino sulle cui spalle sono state fatte cadere tutte le respon­sa­bi­lità di un disa­stroso declino delle con­di­zioni urbane di Roma che per­dura  da anni, e che pur avendo accettato l’imposizione di assessori e papi neri, badanti prefettizie, sorveglianti ha sempre rivendicato l’autonomia da lobby e da consorterie politiche.

Ma non è che in altre grandi città ita­liane, gover­nate da sin­daci eletti fuori dalle cerchie partitiche e per espressa volontà popo­lare, come Doria a Genova, Pisa­pia a Milano, De Magi­stris a Napoli, le cose  vadano  molto diver­sa­mente, tanto che è più che lecito chie­dersi se il declino  delle grandi città non sia piut­to­sto da ricer­care ben più in alto o ben più in pro­fon­dità, se la loro contaminazione dalla speculazione, dalla corruzione, dalla criminalità non richieda la stessa ricetta necessaria al Paese, il cambiamento che non è l’avvicendamento di sindaci o premier più o meno popolari, più o meno attenti all’interesse generale, più o meno spacconi. Bensì un progetto  alternativo vero che richiede una coalizione sociale  per un governo della città, che si apra ad una demo­cra­zia pub­blica fon­data sulla par­te­ci­pa­zione delle comu­nità locali e dei quar­tieri, con il consolidarsi di nuove isti­tu­zioni di pros­si­mità che sap­piano inter­pre­tare e rap­pre­sen­tare il biso­gno di sicu­rezza, di soli­da­rietà,  con il nutrimento a quegli organismi, quelli che Renzi chiama con disprezzo comitatini, ma che esprimono invece e testimoniano la determinazione a contare sulle scelte e le decisioni che riguardano il posto in cui vivono.

Ma per questo occorre scendere dagli spalti, smettere di essere ultras, diventare cittadini.


Quel gran figlio di due padri

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

E chi l’avrebbe detto: quello che ogni giorno di più appare come un  teppista, vanaglorioso e superficiale, come un bullo, screanzato e facilone,  coltiva la memoria dei suoi grandi di riferimento e rende omaggio al loro esempio. Il fatto è che a differenza dei picciotti cui siamo abituati, non ha un padrino solo. Eh no, quel gran figlio di.. – col necessario rispetto per l’onorabilità della signora Bovoli in Renzi – di padri ne ha due e a scelta, come tira il vento, come suggerisce l’opportunità,  risponde al codice genetico dell’uno o dell’altro.

Così in questi giorni prevale papà Bettino: possiamo immaginarci il giovane premier in stivaloni, gambe larghe, mani sui fianchi, mentre sfida con piglio tracotante, malgrado una mascella non proprio volitiva e una voce niente affatto tonante, minoranze pusillanimi, pavidi disfattisti, moralisti avariati, avanzi decomposti del passato che cercano di ostacolare il ritorno grazie all’Expo, della Milano da bere e dell’Italia da mangiare, e in un sol boccone.  Sempre più decisionista, sempre più autoritario, sempre più piccolo cesare, sempre più anticomunista, proprio come l’esule del quale c’era da temere di avere un po’ di rimpianto, sempre più sfrontato, non rinnega però l’altro padre, sempre più assoggettato a padronati influenti al cui tavolo aspira da buon provinciale a essere ammesso, sempre più irridente di regole, che piega alla sua volontà e al suo interesse, a cominciare dalla Costituzione che oltraggia anche a scopo dimostrativo, in modo da rendere manifesto che l’unica legge a contare è quella del più forte. E come tutti e due si muove tra fedeli e fidelizzati,  lacchè e famigli, fan e cheerleader, ammiratori e groupie che sprona come un vero life coach,  incoraggiandoli  a trasmettere il verbo – probabilmente volere che fa rima con potere –  a non fermarsi davanti a legittimità e opportunità, in favore di autorità e di opportunismo, a impiegare profittevolmente disinvoltura, impudenza, manipolazione, intimidazione, ricatto, corruzione, vizi che i suoi due padri hanno convertito in pubbliche virtù ben prima di lui, ma che lui esaltare con formidabile potenza.

Chi l’avrebbe detto che dopo 70 anni sarebbe arrivato nei panni di un guappo strafottente, quello capace di affossare definitivamente  ogni pretesa di  costituzionalismo, ogni aspirazione  democratica per ristabilire il primato dell’esercizio senza freni e senza limiti del potere  assoluto  ed arbitrario, riconsegnato nelle mani del sovrano, fosse pure  un “re travicello”.    Chi l’avrebbe detto che a forza di restringere la rappresentanza, a forza di limare la democrazia fino a farne un regime formale, è vero, ma nel quale erano ancora, sia pure virtualmente, garantiti i diritti e i riti del suo patrimonio fondativi: il  voto,  le consultazioni referendarie, i congressi dei partiti,  la concertazione con le parti sociali, avrebbe pensato un figlio di papà, senza arte né parte né elezione regolare,  a annientare anche ufficialmente quel poco che restava, la possibilità di assecondare le scelte elaborate all’interno dell’oligarchia, quella di schierarsi pro o contro, come ultima evocazione sbiadita della partecipazione.   Chi l’avrebbe detto che sarebbe toccato a chi non ha mai conosciuto lavoro, seppellirlo insieme a garanzie, conquiste e valori,  a chi ha conosciuto solo l’ubbidienza a padroni vicini e lontani, interpretare  e rappresentare quella formidabile e immateriale  potenza economica, quella cupola costituita da  istituzioni bancarie e finanziarie,  da multinazionali rapaci, da  quella classe capitalistica transnazionale che domina il mondo e che si è scelta killer  e kapò locali, servizievoli, spregiudicati, solerti e premurosi, pronti a spendersi con scorrerie interne e guerre esterne.

E chi l’avrebbe detto che l’avremmo sopportato come fosse una pena inevitabile per scontare il nostro legittimo disincanto, chi l’avrebbe detto che avremmo tollerato che presenze estranee che ci parlano da  distanze siderali, che restano nell’ignoto spazio profondo delle loro rendite, del loro arbitrio, dei loro privilegi ci offendano e ci umilino discettando intorno ai nostri interessi, decidano dei nostri destini, testimonino delle nostre priorità. E c’è chi da là, da quel mondo separato, vuole farci intendere che quello che importa è una legge elettorale “per sapere alla sera della domenica” chi ha vinto, cui affidare una delega in bianco per la nostra rovina. E c’è chi dice che non ce ne frega niente, perché Franza o Spagna purché se magna. E c’è chi dice che lo stato di necessità obbliga a disciplina e ortodossia, soprattutto da parte dei cittadini cui si impone la rinuncia come attestazione di fede come ai loro rappresentanti come fiducia formale e sostanziale.  E c’è chi dice che una riforma elettorale ci riavvicinerà alle urne e chi dice che la coazione a votare degli italiani è l’ennesima riprova che siamo un popolo immaturo, provinciale, legato a forme arcaiche di rappresentanza obsolescenti in società più adulte. Non ci salveranno i marziani, se abitano in quelle stesse galassie. Dovremo salvarci da soli.


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