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Archivi tag: Corte costituzionale

Golpino regionale e ragionieri di Corte

costituzionali_940Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi la Corte Costituzionale, che ha brillato per composto riserbo in occasioni nelle quali un partito di governo proponeva lo stravolgimento della Carta per rafforzare l’esecutivo, limitandosi a esprimersi sulla congruità di un referendum che per fortuna è stato vinto, ha invece parlato per bocca del suo presidente sulle proposte di autonomia regionale che, secondo Lattanzi, “può svolgersi compiutamente solo se è in grado di disporre delle risorse economiche necessarie all’espletamento delle funzioni di competenza e a condizione che esse siano attribuite secondo modi e tempi che permettono una idonea programmazione della spesa”.

A volte, a malincuore, verrebbe da dar ragione agli ignoranti cialtroni improvvisatisi costituzionalisti del Si, che apostrofavano da soloni, professoroni e gufi i componenti del supremo istituto colpevoli di scendere- peraltro in rare occasioni – su indebiti terreni “politici”. Perché la critica della Corte alla svolta che è stata impressa al federalismo dovrebbe avere appunto il significato di misurarne la legittimità e compatibilità con una carta costituzionale che colloca al centro dei suoi principi l’uguaglianza dei cittadini, il pari accesso a opportunità, servizi, lavoro, assistenza, senza misurarsi con le eventuali coperture e con gli obblighi imposti da ragioni di necessità dettate dall’alto e da fuori, incarnate perfettamente dal quel nefasto  memorandum della JP Morgan (sul quale l’organi di garanzia ha virtuosamente taciuto) – coincidente con il programma di governo di Renzi, che sosteneva come “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”, colpevoli di aver prodotto esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo…. Portando (addirittura!) alla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

A quelli cui l’autonomia regionale (avviata dai governi riformisti e progressisti) non piace, deve piacere ancora meno l’abiura della Corte che si piega ai poteri finanziari insistendo non sulla ammissibilità di quel progetto, ma sulla sua sostenibilità economica, confermando, se ce ne fosse bisogno, la sudditanza dello Stato, trasformato in un’azienda commerciale che, in caso di difficoltà, deve perdere potere e competenza per essere eventualmente ‘commissariato’ da superiori autorità finanziarie  e dai loro delegati: Europa, governi tecnici, quelli che come disse Monti, devono “educare i Parlamenti”, o Bce che al momento giusto, come sostenne Draghi, può mettere il “pilota automatico” per  contrastare sovranismi, populismi, ribellismi. Come è già d’altra parte ampiamente successo attraverso il congelamento di un sistema di potere, con sistemi elettorali pensati per non cambiare  nulla salvo promuovere avvicendamenti di persone; con le ‘larghe intese’, che sono la ricetta dell’immobilismo; con le riforme istituzionali, come quella del Senato, che avevano come finalità l’‘efficientizzazione’ del sistema, contro la sua democratizzazione; con la derisione delle scelte plebiscitarie dei cittadini.

La sostituzione della politica con le gli algoritmi e le metodologie dell’economia finanziarizzata è un processo avviato e consolidato con successo anche perché il ceto dirigente senza  eccezioni si è piegato a quella che qualcuno (Foucault) chiamava ‘governamentalità’,  un esercizio della politica poco politico che non è la governabilità decisionista craxiana e nemmeno l’adattamento del riformismo alla realpolitik del compromesso, ma si è trasformato in mentalità e costume.

Sicché al centro della visione e dell’esercizio della politica non c’è la rappresentatività delle istituzioni, ma l’autorità, anzi il potere, degli esecutivi, impegnati a difendere interessi di parte, fino a piegare le leggi per rispondere a esigenze private e personali, alla tutela di lobby, perfino a una interpretazione della legalità adattabile alla salvaguardia di chi possiede prerogative e privilegi che vuole conservare come inalienabili.

Come è dimostrato proprio in questa occasione dalla domanda di autonomia proveniente dalla regioni più “benestanti” e dalla reazione all’epoca del referendum consultivo tenutosi in Lombardia e in Veneto, quando   l’intero arco politico si è compattamente schierato per il SI (Lega -promotrice- assieme a  tutta la destra esplicita, insieme ai 5stelle e a quella implicita, il Pd). Ora il movimento 5Stelle è perplesso, titubante per via della preoccupazione di perdere consenso nel Mezzogiorno (anche se poi scopriamo che è nelle regioni più ricche del Nord che si registra il maggior numero di richieste di reddito di cittadinanza o come diavolo vogliamo chiamarlo).

È che si è avuta così la conferma che quella che viene chiamata la “secessione dei ricchi” sancisce l’appartenenza non solo virtuale di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna al contesto del pingue nord, più affine al Belgio e alla Baviera che alla Basilicata e alla Calabria, in aperto contrasto con la nostra Costituzione stabilendo l’iniquo principio che chi vive in regioni a reddito più alto ha diritto a un livello maggiore di servizi. E premiando le loro performance con la concessione a svincolarsi sempre più dai vincoli costituzionali  vigenti che saldano  ancora allo Stato e alle altre regioni italiane attraverso una ripartizione di competenze e una condivisione di risorse uniformi, riservandosi  una quota maggiore del  cosiddetto “residuo fiscale”, vale a dire della differenza (che in quelle regioni è positiva) tra le entrate fiscali e tributarie di quelle geografie e le risorse che vengono spese dalle pubbliche amministrazioni.

Nessuno dotato di buonsenso o di buona vista può credere alla favoletta del reinvestimento in servizi, cure, assistenza, istruzione, del bottino (circa 30 miliardi)  frutto dell’autodeterminazione della gestione delle risorse, che, l’esperienza già collaudata dimostra, è invece preliminare a altre privatizzazioni, che i presidenti di quelle regioni, che si ritengono titolari di una sovranità  preminente rispetto a quella nazionale, intendono promuovere in modo arbitrario e discrezionale per sancire la loro appartenenza alle cerchie finanziarie e commerciali europee e nel contesto nazionale. In modo da replicare su scala le disuguaglianze che ancora tengono in vita lo zombie europeo, da ripetere le stesse modalità di sfruttamento operata dalle cancellerie grazie alla deindustrializzazione e alla delocalizzazione delle aree produttive e delle realtà industriali superstiti, a criteri, all’applicazione di criteri di competitività destinati ad allargare sempre di più il solco che divide nord e sud ma anche quello che separa la forza lavoro dei paesi più forti dalla manodopera a basso costo che proviene dalla aree “arretrate”.

Qualcuno ha perso tempo ad  analizzare le differenze che caratterizzano la domanda di autonomia delle tre regioni: il veneto per il quale si tratta di una “esigenza” prioritaria e simbolica a sancire il suo ruolo di traino e di motore di istanze secessioniste, La Lombardia che ha avuto un atteggiamento più distaccato, come dimostra l’esito del referendum, l’Emilia che è stata senza dubbio spunta ad aggregarsi per contrastare una eventuale avanzata della Lega, come se si trattasse di un monopolio del Carroccio, quando invece si tratta della eredità avvelenata della riforma del Titolo V, come è dimostrato dall’iter del processo attuale, avviato è bene ricordarlo, dal governo Gentiloni,  che ha addirittura previsto  che il Parlamento possa limitarsi a approvare o respingere l’eventuale accordo stipulato fra regioni e governo, senza possibilità di emendarlo. In verità si tratta di tre laboratori impegnati alla pari a uniformarsi alle disuguaglianze che caratterizzano il contesto europeo e occidentale, a assecondare la privatizzazione della società, dai servizi all’assistenza, dalla scuola e università alla sicurezza, dalla gestione dei rifiuti ai trasporti, dalla salvaguardia del territorio, retrocessa a attività di riparazione marginale, alla ricostruzione e alle misure antisismiche fino alla manutenzione dell’edilizia scolastica.

È quello che si vuole, e mica solo in casa leghista, quando le province non sono mai veramente morte e le aree metropolitane non sono mai nate, quando si sottraggono competenze e poteri allo Stato senza assegnarli ai comuni, stretti nella morsa dei debiti e dell’inettitudine impotente davanti agli appetiti privati, quando non esistono più quegli stadi e quei livelli intermedi che svolgevano i compiti di rappresentanza e mediazione degli interessi territoriali. Quando le regioni assecondano trivelle e tunnel, adottano programmi che dietro al contrasto al consumo di suolo e a sostegni per l’edilizia sociale costituiscono gli alibi per derogare agli standard urbanistici e alle tutele della natura, non licenziano i piani dei rifiuti per creare quello stato di emergenza necessario a favorire l’import-export a beneficio dei privati e delle mafie che la fanno da padrone, sospendono l’accesso dei cittadini alle informazioni nel caso di interventi ad elevato impatto ambientale, rivendicano la potestà a emanare proprie leggi in materie, come il consumo di suolo, per loro stessa natura di preminente interesse statale.

E quando la lotta di classe c’è ma alla rovescia, ricchi contro poveri, da una parte i fautori del libero mercato globale dall’altra il malinteso sovranismo dei neo-nazionalisti. E quando invece di pensare a qualcosa d’altro, si raccomandano la riforma dell’Unione, l’incremento di  de-regulation delle geografie già privilegiate, cancellerie carolinge o regioni, quando la battaglia contro lo stato nazione premia campanilismi e localismi e cancella le identità storiche nazionali per un coagulo globale posticcio.

E infatti il golpe regionale si svolge, nel silenzio dei media, fuori dal Parlamento, fuori dai luoghi della cittadinanza, come succede sempre di più ormai quando si devono prendere le decisioni che riguardano la politica della vita, la nostra vita.

 

 

 

 

 

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Bestie e clown nel circo Orfeo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non avevamo bisogno dell’ascesa al trono di direttore generale della Rai di Mario Orfei per essere certi di non poter più aspirare a una informazione obiettiva e trasparente, come ci si aspetterebbe da un servizio pubblico.

Non ci serviva l’investitura di un fedele servitore del regime, uno che detesta i referendum, siano sull’acqua bene comune, sia quello di “riforma” costituzionale, sopportato e propagandato solo in funzione di plebiscito bonapartista in appoggio al passaggio da reuccio a despota assoluto del suo referente, cui deve quest’ultima promozione peraltro benedetta da tutto l’arco del partito unico nel consolidamento della comunicazione unica e che nel totale giubilo festeggia la nomina dell’uomo giusto al posto giusto, la virtù premiata di un eccellente professionista, di una straordinaria competenza, di un eccelso talento  per bocca, unica anche quella, di Meloni, Gasparri, Brunetta, Guelfi, Romano e così via. in segno di grata riconoscenza   per uno dei più solerti facilitatori di festose comparsate, ubique presenze in talkshow, alacri passaggi di porte in porta, sollecita diffusione di tweet e stati in dinamica sostituzione delle vecchie veline dell’agenzia Stefani, superate ormai da un esercizio costante  di manipolazione, mistificazione, omissione, censura secondo una volontà e un costume unici pure quelli.

Sapevamo già prima di questo sfrontato atto di forza che l’informazione privatizzata agisce al servizio della menzogna, delle divinità del mercato e del dovere di consumare ideologie, valori, prodotti, dell’obbligo di comprarsi e bere le bottigliette commercializzate dalle fabbriche del falso, della “politicanza” che avvilisce e esonera da ogni ruolo  la politica della vita, che si è data il compito di scavare sempre di più la voragine che separa chi ha e possiede e esige sempre di più da noi, desinati ad avere e a contare sempre di meno, esclusi dalle decisioni grazie all’egemonia della mistificata astrazione sulla realtà. Basta pensare a come viene presentato ormai il lavoro, se gli stage altro non sono che volontariato gratuito e umiliante, se il telelavoro viene magnificato come innovativa opportunità e non come strumento infame per impedire la possibilità di organizzarsi e difendersi, se la celebrata indipendenza offerta da prestazioni professionali “libere” incarna la svolta contemporanea impressa al solito antico sfruttamento di dipendenti catalogati e definiti da statistiche, leggi, fisco e media come autonomi.

Siamo sempre più separati e dunque esclusi dall’origine di tutto a cominciare dalle scelte che ci riguardano, dagli alimenti che viaggiano per chilometri prima di cadere in pentola, dal militare che guida il dorme e preme il tasto che a miglia e miglia di distanza farò cadere la bomba. È quello che vogliono: sancire la lontananza remotissima delle cause dagli effetti e delle decisioni dai risultati. Perché è proprio quella che genera impotenza e quella accidiosa indifferenza che permette e autorizza l’esercizio dispotico e autoritario del potere.

E infatti ormai la limitazione dell’accesso dei cittadini alle informazioni sulle scelte che condizionano le loro esistenze avviene anche attraverso leggi e misure che riducono la portata di trattati e convenzioni internazionali volute e prodotte quando ancora non era esplicito il disegno transnazionale di abbattere democrazie colpevoli di vocazioni “socialiste”.

È quello che finisce per legittimare e autorizzare l’alienazione di beni comuni, l’esproprio di proprietà pubbliche, la svendita  del territorio e del patrimonio artistico e culturale, il saccheggio delle risorse, gli attentati contro salute e ambiente.

Basta pensare ai cambiamenti introdotti  in materia di valutazione d’impatto ambientale delle Grandi opere, ma non solo di quelle grandi: linee ferroviarie, autostrade, ponti e anche gasdotti come il Tap.  Progressivi secondo l’ineffabile Galletti   promotore di un decreto legislativo mobilitato sul fronte della indispensabile “semplificazione” delle procedure che ostacolano la crescita e l’iniziativa privata. Peggiorativi  per chi ne individua i contenuti che segnano un non inatteso ritorno alle opacità e alle dinamiche della Legge Obiettivo, uno dei trofei nel curriculum del governo Berlusconi.

Basta pensare a quello che sta accadendo intorno alla realizzazione del nuovo aeroporto di Firenze, alle sempre più assatanate pressioni dei promotori che esigerebbero dalla Commissione Via e dal  Ministero di autorizzare l’incarico per l’Enac, ente proponente, di controllore della realizzazione del progetto e anche del suo stesso operato, secondo il regime instaurato con il Mose a Venezia, e che non vogliono l’istituzione di un molesto Osservatorio indipendente che monitori l’impatto dell’opera e della sua esecuzione.

Basta pensare che le Nazioni Unite  hanno accolto le relazioni delle Ong che hanno denunciano il governo del Malawi che non ha preso le misure necessarie per proteggere i diritti e i mezzi di sussistenza delle persone che vivono nelle comunità danneggiate dai progetti di sfruttamento minerario. Ma pare che Onu e Ue non si siano accorti di quello che succedeva e succede a Taranto, a Broni, a Casale e in tutti quei posti dove la gente non sa nulla del destino che le è riservato salvo la condanna a un unico “diritto”: la fatica in cambio della salute e ormai nemmeno quelle.

Non consola che nelle tenebre che avvolgono le decisioni e le scelte e nell’astensione di chi avrebbe l’incarico di indagare e conoscere per informarci, ci si debba affidare e a male fatto, ai tribunali, ormai guardati con sospetto (ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/06/04/tar-tassate-il-guappo/)m ), vituperati e obiettivi di indilazionabili “riforme”, siano i Tar che impongono il rispetto della legge sulla nomina dei direttori di importanti musei o che annullano il decreto che scippava l’anfiteatro Flavio e i Fori al comune di Roma e alla Soprintendenza speciale, per concederlo ai son et lumière  da avanspettacolo tra musical e tenzoni tra gladiatori in attesa dei leoni, sia la Corte che bacchetta le riforme renziane e pure la sfrontata legge regionale della   Campania  che consentiva di  ottenere il titolo abilitativo in sanatoria per gli interventi che erano stati realizzati senza permesso, “ma che per le loro caratteristiche risultassero conformi al Piano Casa”, estendendo la sanatoria agli abusi.

È una fatica, ma pare che dobbiamo diventare giudici, degli altri e di noi stessi.

 


Governo, la fotocopia degli inganni

faccia_culoIl governo che si profila è peggio che una scialba fotocopia di quello del cazzaro Renzi, è un’offesa agli elettori, messo in piedi da un milieu ormai putrescente per sterilizzare il risultato del referendum e ribaltarne il senso politico. E’ una funesta burla tutta costruita attorno al niente, ovvero alla necessità di una nuova legge elettorale per la Camera come se per questo – è in tempi calamitosi – occorressero mesi, quando invece essa c’è già ed è persino garantita dalla stessa Corte Costituzionale: si tratta di quella che va sotto il nome di Consultellum , risultato delle profonde correzioni apportate dalla consulta al Porcellum nel 2014. Basta abrogare l’Italicum, che nessuno più vuole, nemmeno gli autori che temono la vitoria dei cinque stelle, senza aspettare che la corte dia il suo parere e votare secondo le regole che la Corte stessa ha indicato a suo tempo. Ci si metterebbe una mezza giornata.

Si tratta di una legge proporzionale e senza correzioni che snaturino il voto, forse non la migliore del mondo, ma comunque tale da ridare voce agli elettori e soprattutto da uccidere il fenomeno dei parlamentari nominati, ovvero quello che ha permesso  di far passare dopo la crisi ogni genere di cessione di sovranità, di manipolazione del sistema dei diritti, di diminuzione reale di democrazia. Quindi lo scopo della lunga attesa per le elezioni che potrebbe durare anche un anno per consentire ai parlamentari di prima nomina di aggrapparsi al vitalizio,e dell’incoronazione di un uomo di carta copiativa, anonimo per conto proprio e cazzaro per conto terzi,  risponde a due esigenze: la prima è quella di prendere tempo per costruire qualche marchingegno elettorale ad hoc per tentare di sconfiggere il movimento Cinque stelle e tenere ben stretto il potere di quell’informe partito della nazione che si costruisce intorno alla bugia compulsiva e alla corruzione diffusa, la seconda è permettere, per tramite di un governo fantoccio sia delle marcescenti logiche interne, sia dei poteri continentali, che la troika prenda possesso del Paese a seguito della crisi bancaria senza che gli italiani possano minimamente intervenire. Il governo infatti può decidere senza nemmeno consultare il parlamento di rivolgersi al Mes, meccanismo europeo di stabilità, vero governo ombra di Bruxelles, chiedendo un prestito a garanzia del quale verrebbero chiesti, come da statuto, nuovi massacri sociali. Capite adesso quanto è utile un Gentiloni?

Si vede benissimo in questo caso la saldatura tra le vecchie logiche della politica politicante, appartenenti a un’altra epoca e tramutatesi col tempo in malaffare e quelle delle elites di comando europee, interamente gestite dai poteri economici che dovrebbero indicare il nuovo, sebbene siano in effetti una forma di restaurazione dell’ancien regime. Purtroppo sono convinto che questo disegno così perverso e peraltro così evidente rischia di avere un complice fondamentale negli italiani stessi: non parlo nemmeno perché purtroppo è fantascienza di dare espressione politica concreta al No con una formazione nuova della sinistra che non nasca da precari assemblaggi, (formazione che oltretutto aiuterebbe i Cinque stelle unica opposizione al di là delle alleanze tattiche del referendum) a resistere a  pressioni e contagi di Palazzo di cui cominciano ad apparire i sintomi. Parlo della capacità di comprendere che la vittoria del no non è stata la fine di una battaglia, ma l’inizio di una guerra di sopravvivenza della democrazia e in prospettiva del Paese stesso: non più possibile stare alla finestra e concedere assegni in bianco a questo milieu di oligarchi in pectore che oggi con un pretesto senza fondamento vogliono acconciare una legge elettorale congegnata in maniera da eliminare ogni preferenza in maniera che i candidati non abbiano una consistenza propria e siano solo espressione del partito, che istituisca collegi uninominali dove il peso dei clan politici di riferimento e delle relative clientele sia abbastanza forte da sconfiggere le formazioni che non hanno le mani in pasta, con contempli premi di maggioranza non sul piano nazionale, ma collegio per collegio. Insomma un sistema iper maggioritario, ma che non sembri tale e non incorra nelle osservazioni della Corte costituzionale.

Più che mai bisogna incalzarli, rendere loro la vita difficile, far sentire che non siamo proprio degli sprovveduti contro i furbetti di ogni tipo.

 


Il ratto che fa Topo Gigio

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Guai ai vincitori! Il volto livido, lo sguardo fiammeggiante di sdegno per l’oltraggio subito da parte dei beneficati degli 80 euro, la voce rotta dalla stizza per il tradimento, ergendosi sulle rovine che ha prodotto in 1000 giorni in nome e per conto di quel coagulo  massonico-mafioso al servizio della cupola militar-finanziaria occidentale: dinastie bancarie,  multinazionali,  informazione, latifondisti, servizi segreti, Nato, TTIP, CESA, lo sbruffone ha recitato la commedia dell’orgoglio ferito dall’infedeltà di una plebe che credeva di tenere in pugno col ricatto e la paura, della virtù trafitta dal complotto della conservazione e della demagogia, proferendo l’estrema minaccia: guai ai vincitori.

Valeva la pena di patire per un anno i loro ghigni, le loro intimidazioni, i loro abusi, le loro bugie e le smentite alla bugie, le loro molestie, il loro terrorismo sul dopo, le loro soperchierie sull’ora e subito. E poi la loro arroganza di sevi sciocchi in gita, l’omaggio ai potenti che ci sottraevano sovranità, la soggezione beota di provinciale grati ai grandi che si accorgevano di loro mentre rendevano invisibile e ininfluente il nostro Paese. Valeva la pena per godersi il loro stupore intronato, il livore della batosta subita, le bocche schiumanti di rabbia che – proprio come lo spaccone – proferivano il non sorprendente avvertimento trasversale: guai ai vincitori.

E allora non venite a raccontarci che il baro scoperto mentre truccava le carte ha mostrato di saper perdere con dignità: macché, l’ometto autonominatosi statista era certamente adirato per la sconfitta. Ma lo statista a dimensione di ominicchio era evidentemente sollevato. Perché se la vittoria avrebbe dato un po’ di ossigeno per l’ostensione all’impero e alle intendenze europee della democrazia sugli scudi, come pretendevano, per realizzare il disegno di consegna di territorio e beni comuni ai privati, per appagare con qualche bistecca sotto forma di tav, ponti, ricostruzioni farlocche, autostrade gli appetiti insaziabili di cordate avidissime, per premiare rendita e speculazione, per tirare fuori dalle peste banchieri  e bancari criminali, la strada era impervia, alte corti e tribunali erano sempre in campana, la compagine era turbolenta e incontrollabile e il popolo brontolava, malgrado mancette e carote.

Meglio andarsene con l’onore delle armi e applicare ancora una volta il principio ispiratore della sua politica: adesso sono cazzi vostri. Ce lo riferisce la sua addetta stampa più fedele e accecata d’amore di Agnese: tocca al No dare le carte, ha detto col piglio del biscazziere, li voglio vedere adesso, cosa saranno capaci di fare.

Ma intanto resta segretario del partito per non disperdere, dice, quello che si è costruito. E infatti si può immaginare che febbrilmente in tanti dicasteri si metta mano a provvedimenti d’urgenza per non “disperdere” l’alacre azione avviata, per portarsi a casa qualche straordinario, per mantenere qualche proficua relazione.

Il fatto è che perfino lui ha capito che il No è suonato contro di lui e tramite lui contro il Pd, un organismo che pare vivo solo perché brulicano i vermi e la cancrena pare dinamica, senza iscritti e senza circolazione di idee ma con molta vivacità di interessi, ambizioni, voto di scambio e fritti misti, impresentabili e impuniti. Un corpaccione informe che si aggruma solo intorno all’interesse primario del mantenersi in vita, se quella è vita, della conservazione di privilegi, posti, posizioni e annesse rendite, tutto quello contro il quale era la Costituzione, con i suoi principi e i poteri, le competenze, le rappresentanze che quei valori ispirano e disegnano,  a fare argine contro il potenziamento dell’esecutivo e l’impoverimento  delle camere, contro l’autoritarismo totalitario e la cancellazione della sovranità di Stato e popolo.

Ma sa anche che quel No è suonato contro un ceto politico inadeguato, incompetente, irresoluto, che però resiste, si disfa ma si ricondensa quando si sente in pericolo, ha le stesse dinamiche e le stesse modalità per tutelarsi quando è vicino alla data di scadenza, in previsione della quale deve darsi una legge elettorale propizia in modo che tutto resti uguale in palcoscenico e in platea e soprattutto fuori dal teatro, per strada, con i pochi sempre più uguali a se stessi e i molti sempre di più e sempre più disuguali.  Una cerchia che si ritrova intorno a re mai detronizzati e a sagome indefinite, tutti ugualmente sleali, un establishment di “larghe intese” che si addensa grazie alla identificazione di amici e nemici altrettanto occasionali, con l’unico intento di garantirsi e di rassicurare l’alleanza delle  grandi agenzie di rating, delle grandi banche come la Jp Morgan, dei vertici della tecnocrazia europea, della Casa Bianca, e di ogni potere forte internazionale.

Il bulletto ha voluto rivendicare l’edificio delle sue leggi, scuola, Jobs Act:  quel cumulo di rovine che non sono più buone neppure per rievocare lavoro, certezze, diritti, giustizia è stato possibile anche senza la madre di tutte le riforme, proprio perché quella sarebbe stata il sigillo su un processo di smantellamento della democrazia che ha visto un omogenei concorso di forze solo apparentemente non accomunate da un obiettivo collegiale.

È inutile che ora si chiami fuori, tra le lacrime della squinzia etrusca e il digrignar di denti dei suoi marescialli. Stamattina il sole è sorto, non si vedono cavallette e saranno proprio gli innocenti a vigilare che non si diffondano i contagi di una pestilenza di disuguaglianze feroci,  menzogne oscene, ricatti infami, che non si faccia strage di speranze e aspettative, quelle di un ceto medio retrocesso a miserabile dopo 8 anni di crisi sistemica, di giovani  (tra i 18 e i 34 anni), che hanno trainato il risultato con quasi un 70% di No, della gente del Mezzogiorno offesa più ancora che dall’indifferenza, dall’umiliazione delle miserabili promesse. Non si accontenteranno di un risorto nazareno, di qualche inciucio di salvezza nazionale e salute pubblica, mentre qualcuno dovrà dimostrare di saper governare la vittoria, impresa molto più difficile che fronteggiare l’insuccesso.

Fino a maggio e prima del verdetto della Corte, non si può nemmeno parlare di elezioni, ma quel trionfo del  No ha fatto scoprire a tanti che si può contare, ricordiamocelo e ricordiamo loro. Potremmo cominciare a impugnare l’infamia del pareggio di bilancio, potremmo cominciare a abbattere il Jobs Act, potremmo cominciare a cancellare l’ignominia della cattiva scuola, potremmo cominciare a agire a tutti i livelli locali per vigilare su ricostruzione, sugli abusi e le deroghe che ci stanno espropriando di qualità di vita, territorio, paesaggio, beni comuni, istruzione e cultura.

Non abbiamo più paura.

 

 

 

 

 


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