Colleghi di tutto il mondo, unitevi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il fatto è che il problema non sono gli impresentabili, che per loro natura “ce provano”, bensì i  presentatori, a loro volta sconvenienti, se non per mandanti molto spregiudicati, indecorosi secondo gli antichi criteri che dovevano sovrintendere alle selezione del personale politico, comunque  inopportuni se da chi ci governa e ci rappresenta dovremmo esigere trasparenza, competenza, indipendenza e senso di responsabilità, sostituiti da tempo da valori e requisiti che appartengono al bagaglio di cosche, cricche, logge o, ma non è detto sia meglio, alla cassetta degli attrezzi del marketing e dell’aziendalismo: fidelizzazione, ambizione, competitività, dipendenza e arrendevolezza, docilità e devozione ai padroni. Insomma quell’insieme di “doti” che hanno preso il posto di vocazione, talento, esperienza e preparazione e perfino di quei meriti cui si richiama continuamente l’ideologia che ispira e muove il “regime”, e che intridono come un veleno pensiero, dove c’è, azione, comunicazione e perfino la semantica, attraverso copioni imparati a memoria da  pappagallini e cocorite addestrati a ripetere slogan e jingle, mediante un gergo mutuato dallle tecniche persuasive e euforizzanti delle convention e delle vendite piramidali, con la messa al bando di parole condannate alla desuetudine e all’oblio, derise come ammuffiti avanzi residuali di arcaiche abitudini e deplorevoli ideologie, castigate dalla storia e dalla dinamica modernità.

Stamattina mi è capitato durante il rito che ha sostituito la preghiera laica del mattino, la fugace occhiata alla parata blindata e belligerante del renzismo in tv, di incontrarmi con una di quella faccette indistinguibili cui ci ha  allenato la più robusta faccia di bronzo a Palazzo Chigi. Che forse in virtù di una rivendicata, seppur malintesa, intrinsichezza con Libera, dava “via libera” al vincitore delle elezioni campane, “innocente fino a prova contraria”, assolveva senza processo la scelta di candidarlo e di sostenerlo, in nome, a suo dire, di quella che per la sua generazione di pimpante trentenne, rappresenta più del lavoro, l’ “esigenza primaria”: il garantismo. Che appunto per via di quello stravolgimento linguistico sembra aver fatto fortuna come profittevole patacca da smerciare al posto della giustizia.

Sempre lei, interamente votata alla politica locale e nazionale dall’età di vent’anni, proprio come il premier, con una carriera totalmente estranea al mondo del lavoro, e, si direbbe, anche a quella della conoscenza e perfino dell’aritmetica, in merito al fiasco ligure del Pd, attribuito interamente alla defezione dei traditori, si è riferita appunto alla cricca degli “infedeli”, chiamandoli colleghi. Non amici, non iscritti, non tesserati, nemmeno associati, come forse si sarebbe detto quando il partito unico era ancora una ditta. No, li ha chiamati colleghi. Ora   è vero che non riesco nemmeno più a rintracciare malgrado la memoria di ferro di Google un post di tanti anni, Veltroni vigente, nel quale mi lamentavo appunto dell’eclissi, con quella parola, compagno, del suo significato profondo, in modo da ripudiare quella confidenza e quel ragionare insieme di chi spezza lo stesso pane e sogna lo stesso sogno di affrancamento dallo sfruttamento, di libertà, di diritti, cui preferire il più anodino “amico”, di collaudato uso democristiano, poi così ben adattato a circuiti opachi nella sua versione “amico caro” appropriatamente impiegata come intercalare da una pletora di notabili sempreverdi in odor di amicizia discutibili.

È che il “collega”, come si diceva un tempo negli uffici dei ministeri, alle poste, al catasto, rivela proprio la natura che si è voluta dare ad un’organizzazione i cui aderenti vengono ricordati solo quando devono pagare la quota, dimostrare fedeltà anche facendo gli scudi umani di fronte a legittime proteste, prendersi non i dividendi, ma le rimostranze, prestarsi generosamente in eventi aziendali, dare sostegno secondo le regole e i comandi della cieca fedeltà a un consiglio di amministrazione remoto e feroce, a un collegio sindacale che si rinnova all’interno di cerchie chiuse e impenetrabili, coeso grazie a un interesse comune: la conservazione di rendite di posizione, privilegi, prerogative dinastiche e di cosca, che nulla ha a che fare con l’interesse generale.

Il crollo delle tessere, le dèbacle nelle urne, l’astensionismo, interpretato come prova di maturità, non insegnano niente, simpatizzanti ed elettori sono resi ininfluenti quando non molesti da leggi elettorali che hanno ridotto il voto a una cerimonia di ratifica della continuità della dirigenza e dei manager. Non ci resta che farli fallire.

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