Archivi tag: Basilicata

Piovono ladri

gov ladro Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta si pensava che le calamità fossero una livella come la morte. Sappiamo da tempo che non è così, che i soldi allungano la vita, che è meglio addolorarsi in un attico che nella baracca di una bidonville e che una pioggia torrenziale in una metropoli occidentale fa meno danni che nel Bangladesh.

Ma siccome ormai ci siamo consegnati tutti più o meno consapevolmente ad essere un terzo mondo interno alla superiore civiltà europea, quello che pudicamente autorità e giornali continuano imperterriti a chiamare “maltempo” sta flagellando, come titolano i giornali, più o meno uniformemente tutta l’Italia. Con una differenza evidente: in Indonesia, in Thailandia,  in Mozambico quando cicloni, alluvioni, frane si abbattono sul territorio la gente si unisce, si dà una mano, divide la ciotola di riso, aiuta i vicini a tirar su le povere cose dal fango, mentre da noi è in corso una nobile gara a sostituire il “prima gli italiani” del barbaro inviso ma votato e emulato in gran numero, con prima i materani, prima i siciliani, prima i campani, segno evidente che mentre i proletari di tutto il mondo conducono crociate straccione, i padroni sanno sempre andare d’accordo, armando e mettendo i poveracci sfruttati gli uni contro gli altri.

E infatti in barba ai governi nazionali eletti di buon grado o sopportati turandosi in naso grazie a sistemi elettorali che hanno demolito l’edificio della partecipazione democratica né più e nè meno del nostro patrio suolo, la cartina delle campagne di guerra, saccheggio, conquista e svendita dei beni comuni, territorio, suolo, paesaggio, arte, monumenti è fitto di bandierine da nord a sud.

Nella Capitale morale che vanta l’appartenenza alla regione Lombardia traino del Paese e intenta a rivendicare l’autonomia, quella di Formigoni, quella di Maroni che l’ha coperto e prosegue nell’azione di smantellamento della Sanità pubblica e che diede in suo nome a una legge sulla sicurezza fieramente anticipatrice dei decreti di Minniti e Salvini, ecco in quella regione e a Milano, che gode del primato di consumo di suolo, si registra il rischio di esondazione del Lambro, Più o meno come ogni anno in autunno: eppure nel lontano 1989 vennero stanziati, ma non sappiamo dove siano finiti, 5 mila miliardi per la messa in sicurezza del fiume insieme al Seveso e all’Olona per assicurarne la  messa in sicurezza e una potente strategia di risanamento.

Matera la capitale delle Cultura, in Basilicata  dove la Lega ha triplicato i voti alle ultime elezioni e al cui largo si prevedono nuove e proficue trivellazioni, mentre sono in corso le trattive con la Bei per sostenere il “superamento dei prefabbricati post sisma del 1980”, si Matera,  dove c’è una stazione fantasma come nei western-spaghetti ma non arrivano i treni ( e viene da dire meglio così se si pensa che a Balvano in provincia di Potenza si è verificata il più tragico incidente ferroviario della storia),  dove i Sassi sono stati convertiti in albergo diffuso con i presepi viventi dei cittadini che simulano attività tradizionali in barba alle lauree in marketing e finanza, è stata colpita da un fortunale, nome paradossale per una cascata d’acqua che ha invaso case, uffici e negozi con una stima di più di 8 milioni di danni.

Non è andata meglio a Licata travolta da un nubifragio che impone lo stato di calamità, nella Sicilia che dopo la parentesi politicamente corretta del presidente eletto e sostenuto anche per via delle sue esibite inclinazioni in modo che non si dicesse che era vittima di omofobia, si è convertita a un più convenzionale esponente di Forza Italia, tornato talmente nelle grazie del Cavaliere da ideare a suo sostegno un piano eccezionale per il Sud, e lui se ne intende anche per via degli illuminati suggerimenti di adepti, stalliere di Arcore compreso, un regione che non ha gran bisogno della secessione dei ricchi postulata da Veneto, Emilia e Lombardia, perché gode già di una autonomia che è andata a beneficio di lobby private perlopiù né legittime né legali.

E nemmeno a Ravenna, nella pingue Emilia Romagna che scalpita per tenersi i residui fiscali in vista della produttiva avocazione a sé delle competenze e della gestione dei settori della scuola, dell’Università e della sanità, ma non della tutela del territorio che preferisce lasciare in capo allo Stato in qualità di sgradita patata bollente, antica capitale di un impero e ex città portuale come insegnano i sussidiari al centro di una pianura alluvionale da decenni identificata come affetta da tutte le più gravi patologie riferite al dissesto idrogeologico e mai messa in sicurezza, che da giorni ancora una volta teme la minaccia dei fiumi Ronco, Montone, caratterizzati da una incuria delle golene, dall’erosione delle spiagge, fenomeni die quali ci si ricorda ad ogni emergenza che si presenta ogni volta sorprendente e imprevista.

Bei tempi quelli nei quali si diceva “piove governo ladro”, se adesso corruzione, ladrocini, malaffare sono stati talmente normalizzati che non suscitano più sdegno e ribellione, riservate in forma di meritevole richiamo alla nemesi al rancore e alla soddisfatta considerazione che anche i ricchi piangono, che certe calamità sarebbero la pena meritata per il prezzo del caffè in Piazza San Marco, che più che i poteri nazionali e locali meritano riprovazione quelli costretti a votarli grazie a regole che hanno espropriato tutti del diritto al libero consenso o dissenso.

Insomma i governi ladri hanno vinto ancora una volta, destinando risorse a opere inutili e dannose pensate nella loro funzione di macchine mangiasoldi pubblici per foraggiare imprese disoneste e inefficienti, che lucrano sull’incompetenza, i cattivi materiali al risparmio, gli appalti opachi, i ritardi della benefica burocrazia, per oliare i meccanismi grazie alle mance, ai Rolex, alle consulenze, agli appartamenti all’insaputa dei beneficiari, determinando condizioni di crisi che sconfinano nella provvidenziale emergenza vocata a generare trasgressione di regole, regimi di deroghe e licenze, promozione di autorità speciali con poteri eccezionali, la corruzione delle leggi per autorizzare la corruzione in forma di legge.

Hanno vinto ancora narrando delle occasioni occupazionali di grandi eventi, grandi opere e grandi cantieri dove far lavorare un esercito precario a termine, proprio come quello dei dipendenti del Mibact metà dei quali presta la sua opera senza contratto, quando un immenso e qualificato bacino di lavoro potrebbe essere quello della manutenzione, del risanamento, della tutela, della vigilanza e della cura. Hanno vinto ancora impoverendo e costringendo alla fuga il popolo delle campagne e pure quello dei centri cittadini, espulsi verso periferie umiliate dove il brutto originario diventa deposito prescelto per altre brutture e per nuove e antiche povertà da confinare lontane dalla vista di ceti privilegiati arroccati nei loro ghetti di lusso e protetti da polizie private e pubbliche incaricate di salvare il decoro.

I governi ladri hanno vinto e vinceranno perché hanno imparato a dividerci, a farci odiare tra noi in modo che sperperiamo così la collera che dovremmo destinare a loro.


Amaro lucano

images (1)Mi vorrei occupare di cose serie, ma per la terza volta nel giro di poco tempo mi trovo a dover commentare le elezioni locali per il contrasto abominevole che esiste tra i numeri e l’interpretazione che ne dà l’informazione padronale. Ci sono quasi costretto perché proprio nelle regionali lucane le indicazioni venute dal voto sono per certi versi ancora più chiare di quelle espresse dall’Abruzzo o dalla Sardegna, ma non di meno le tesi prefabbricate espresse in precedenza vi sono applicate senza alcuna variazione, come se fossero un indiscutibile  ordine del giorno. Al primo posto figura ” il crollo dei 5 stelle” l’aristotelico motore immobile della tesi politica a reti unificate che unisce destra e sinistra in un abbraccio cognitivo, al secondo il tentativo di nascondere sotto il tappeto il crollo del Pd. Prometto però che sarò brevissimo.

Nel caso della Basilicata questi due fattori sono aumentati al quadrato perché i 5 stelle notoriamente piuttosto deboli in quelle tenzoni elettorali amministrative dove più contano le camarille e le cordate consolidate attorno al potere, non hanno mai grandi risultati, ma questa volta sono diventati il primo partito della regione e hanno quasi raddoppiato i consensi rispetto alle precedenti elezioni, rendendo surreale il presunto crollo. Dall’altra parte vediamo un casto silenzio sul fatto che il Pd, da sempre con le mani in pasta nelle segrete cose, è sceso al 7% nonostante abbia tentato di nascondersi fra le liste e ad onta della vittoria di Zingaretti alle primarie con annesso tentativo di accreditarsi come uomo del ritorno a un mitico passato del partito. mai esistito nel concreto, che a sua volta viveva di un mitico passato delle formazioni che lo avevano preceduto ma nei confronti delle quali si è posto come frattura, non come continuità.  La vittoria di Salvini  è quasi ovvia in questa situazione di menzogna permanente effettiva, dove qualsiasi concetto e programma politico viene estromesso in favore di luoghi comuni e parole d’ordine insensate: in queste condizioni l’insensatezza più grande e più rilevante è quella che vince.

Ma da quanto tempo non sentiamo più una discussione politica vera, che riguardi idee, speranze, programmi, concetti, aspirazioni, visione della società? Da quanto tempo siamo costretti a una dieta vegana di surrogati e succedanei, di bistecche di soia, di frasi rituali che non resisterebbero alla più rozza delle analisi logiche, insomma a una retorica del discorso iridescente, ma vuota come una bolla di sapone? Per quale motivo non dovrebbe vincere Salvini che fa degli intestini del Paese le proprie bretelle? A quale razionalità o buona volontà dovrebbe soccombere visto che esse non esistono e sono soltanto flatus vocis nei talk show? Invece di scacciare i mercanti e i mercatisti dal tempio, li si è fatti sacerdoti del declino e della perdita di sovranità purché continuassero a recitare il vecchio rosario e non ci si accorgesse che intanto anche gli dei erano stati cambiati sugli altari. A forza di cercare il meno peggio per non affrontare la realtà ci si ritrova immancabilmente col  peggio.


Pozzi senza fondo

petrolio_trivelle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Penso sia lecito dire che il socio di minoranza – per quanto riguarda visibilità e potenza comunicativa – si sta conquistando il favore di chi conta e perfino della stampa fino ad oggi ostile, tanto che si è pensato che il consenso popolare dipendesse anche dall’evidente avversione di establishment e informazione, insomma delle cerchie di potere che alcuni dei suoi esponenti, che grazie a questa efficace definizione hanno fatto fortuna, hanno chiamato caste.

Il fatto è che i 5stelle con tutti i Si che stanno pronunciando non solo dimostrano continuità con il passato, cui dovrebbero grata riconoscenza perché ha sparso il concime per far crescere il loro successo, fotocopiando scrupolosamente misure e atteggiamenti dei governi che li hanno preceduti e che ora si chiamano fuori come se l’assoggettamento ai diktat dell’impero dipendesse da una mutazione perversa e aberrante della democrazia che ha permesso a degli sciagurati incompetenti di amministrare il Paese, dando spazio al poliziotto cattivo che aiuta ad assolvere cattive coscienze e sensi di colpa coloniali ma contestandolo nella divisa di quello buono o con la fascia di sindaco, confermando nei fatti con l’impossibilità di spezzare le catene e perfino di immaginare qualcosa d’altro da quello che viene imposto sotto ricatto, di essere approdati al porto sicuro della realpolitik.  E cominciano a piacere anche alla stampa quando sembrano bersi tutte le menzogne e omissioni che l’informazione mainstream produce e diffonde.

A cominciare dai dati sull’esodo e sulle invasioni, che soffrono di una sconcertante intermittenza più adatta alle lucette di Natale: e quando sono milioni e quando sono migliaia, e quando vogliono arrivare e stare o transitare verso terre più sicure, e quando fuggono dalle guerre e quando invece sono posseduti dal demone, che loro non spetterebbe, del consumismo. Per non dire di quelli sull’occupazione e sulle nuove e antiche povertà, tema questo vergognose che ci mette in cattiva luce sul palcoscenico internazionale, tanto che è preferibile consolidare la cattiva fama di popolaccio pigro, indolente e parassitario in attesa di mance e redditi assistenziali.

Ma uno dei contesti nei quali la fantasia di chi scrive sotto dettatura è più sbrigliata e è quello delle grandi opere, degli interventi che insistono su un territorio malato di tutte le patologie possibili frutto di trascuratezza e speculazione. Quasi ogni giorno i quotidiani ci somministrano le rilevazioni catastrofiste e rovinologiche di quanto pagheremmo noi cittadini, le imprese, le amministrazioni pubbliche se avesse il sopravvento un malinteso ambientalismo regressivo e uno scellerato luddismo, messo a fare da ostacolo propagandistico alla libera iniziativa, allo sviluppo e alla competitività internazionale.

E quelli ci credono, quando, se c’è un dato sicuro, è che non ci sono dati, che le cifre e le proiezioni non sono taroccate, semplicemente sono messe là a casaccio, perché non abbiamo mai saputo quanto costano davvero la Tav, il Mose, il gasdotto, meno che mai il Ponte sullo Stretto, in modo da non farci sapere quanto paghiamo noi e quanto ci guadagnano le cordate che dovrebbero contribuire invece grazie a demiurgico sistema del general contract, perché non abbiamo mai saputo e non sapremo mai quale sia il rapporto costi/benefici, perché non abbiamo quindi mai saputo né sapremo mai quanto davvero peserebbe sul bilancio dello Stato e nelle nostre tasche interrompere le più sciagurate dei quelle iniziative a fronte di benefici inesplorati e mai davvero ravvisati, come quando, casualmente e in regime di semiclandestinità qualcuno ha avuto modo e ardire di leggere e rendere noto un samizdat, il documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030”   prodotto dall’Osservatorio Torino – Lione  su incarico e  trasmesso alla Presidenza del Consiglio, Gentiloni vigente, che recita tra l’altro come non ci sia dubbio “che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti” che l’opera sarebbe stata giustificata da aumenti spropositati di traffico che non si sono affatto verificati e che non potranno comunque verificarsi, che per questo il partner interessato si è tirato indietro. E che altrettanto dovremmo fare noi.

Macché. Proprio mentre il Vice presidente e titolare del Mise in visita pastorale in Basilicata dichiarava che il futuro energetico del Paese dovrà essere “rinnovabile”, ecco che da un altro Bollettino poco diffuso, chissà perché, quello  ufficiale degli idrocarburi (Buig), pubblicato a fine 2018, si apprende che con decreto del 7 dicembre scorso, il ministero dello Sviluppo economico, ha infatti conferito tre permessi, della durata di sei anni, alla società Global Med, a trivellare i fondali di Basilicata, Calabria e Puglia con la tecnica dell’air gun   in un area complessiva di 2.200 chilometri quadrati.  Sempre dalla stessa fonte si viene aggiornati sulla concessione di coltivazione denominata Bagnacavallo alla Aleanna Italia Srl, accordata per la durata di vent’anni e situata nel territorio della provincia di Ravenna che prevede la realizzazione e la messa in produzione di cinque pozzi, due esistenti e tre nuovi. Ed anche della proroga conferita per altri 15 anni alla Società Padana Energia Spa sempre in provincia di Ravenna per la coltivazione «San Potito» che metterà in produzione cinque pozzi, suddivisi in tre aree. Ma non basta, viene accordato il permesso  per l’esecuzione di studi geologici e geochimici, il rilievo sismico per circa 20 chilometri e quello  magnotellurico,  oltre che per perforazioni ed esplorazioni, della profondità di circa 7mila metri nella località «Masseria La Rocca», nel  territorio di Brindisi di Montagna, in provincia di Potenza.

A leggere l’elenco salta agli occhi che non si tratta dell’ennesima doverosa conferma di quanto già stabilito, sopportata obtorto collo: dai Bollettini ufficiali degli idrocarburi pubblicati in questi otto mesi non c’è un solo atto di rigetto delle richieste, formalità della quale è necessario dare pubblica informazione. Ciò significa che tacitamente le istanze sono state accolte senza opposizione e i permessi rinnovati, responsabilità che, in dichiarazioni di questi giorni, verrebbero attribuite alle burocrazie ministeriali, tanto che Di Maio si è detto contento che si sia formato un fronte di oppositori pronti a rivolgersi al Tar, con la speranza che sia il tribunale a togliergli le castagne dal fuoco permettendogli di mettere in scena una pantomima che ha avuto centinaia di repliche nel passato: politico contro cavilloso apparatchik 1 a 0. E comunque soluzioni giuridiche e amministrative per introdurre moratorie e per sospendere il regime vigente sono state indicate, cominciando dall’ abrogazione dell’art. 38 della empia legge Sblocca Italia, voluta da Renzi, che consente di unificare l’autorizzazione di ricerca con la concessione ad estrarre idrocarburi,  individuando liberatorie che non comportino oneri eccessivi  e pesanti sanzioni, comunque meno gravose dei costi sociali oltre che economici di interventi dannosi per l’ambiente e il bilancio dello Stato.

Ma ci vorrebbero la volontà e una capacità e iniziativa decisionale che non fanno parte più dell’attrezzatura del politico retrocesso a inserviente zelante che dice si al Terzo Valico, alle Grandi Navi, al tunnel del Brennero, alla Tap e alle Triv. Dando ragione ai giornaloni che si preoccupano di accreditare la imperiosa necessità di andare avanti con le grandi opere, di non fermare il grande sistema di corruzione e speculazione. Senza quelle, lo scrive il Corriere con tanto di schemi e diagrammi, le grandi imprese del Paese, quelle che si sono costitute in cordate mangiasoldi pubblici, i cui manager entrano – e escono subito-  dalle porte girevoli dei tribunali,   che hanno ricevuto e ricevono assistenza e prebende di Stato che investono in  “giochi di società” nella grande roulette finanziaria,  sono destinate a fallire. Confermando che la ragion d’essere di interventi megalomani è lo sviluppo, si, ma non del Paese, bensì di una cricca di aziende. Senza quelle migliaia di lavoratori se ne andranno a casa. Confermando che le sole prospettive occupazionali  sono quelle del lavoro manuale e precario, che dura quanto dura tirar su un grattacielo, perforare un fondale e che non è ipotizzabile trasformarlo in attività di difesa, salvaguardia e risanamento del territorio, ricostruzione e costruzioni antisismiche, sulla quale indirizzare quegli investimenti del Fondi Strutturali, del Fondo di Sviluppo e Coesione,  del Fondo investimenti e Sviluppo infrastrutturale cui contribuiamo e che sono stati ridotti a arma di intimidazione e estorsione.

Ogni tanto dovremmo chiederci cosa succederebbe a dire di no ai padroni, in fondo ci sono stati tempi nei quali è successo che dimostrano che ne valeva la pena.


Scantonare le responsabilità

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarebbe ora di smascherare una volta per tutte la straordinaria capacità di comunicatori di Renzi e della sua cerchia: sparate, annunci, retorica, bugie, falsificazioni,  omissioni, esagerazioni sono potenti  solo  in presenza di un pubblico che se le beve, solo presso un’audience di babbei creduloni che vogliono a tutti i costi farsi prendere per i fondelli.  Che prima hanno dato credito ai silenziatori, quelli che hanno raccomandato di astenersi da giudizi, dubbi, preoccupazioni, esercizi mnemonici a proposito del recente passato, per dedicarsi interamente all’elaborazione del lutto, alla muta pietas, perché pare debba vigere un bon ton delle catastrofi che impone la morigerata continenza di logica, ragione, critica, soprattutto se quest’ultima potrebbe avere l’effetto di disturbare manovratori e decisori.

E adesso si beano  del consiglio non disinteressato di affidare in regime di delega la fattiva ricostruzione a gente “pratica”, di fiducia del governo a cominciare dai magistrati, ormai largamente impiegati per aggiungere un pizzico di legalità a cerchie di impresentabili, chiamati a fare da spaventapasseri per scoraggiare incursioni troppo smaniose o troppo esplicite di rapaci, incaricati di dare una ripulita, anzi un camouflage a speculazioni e operazioni opache già avviate. Ma molto meno caldeggiati e incoraggiati nello svolgimento delle loro funzioni: che quando si mettono in testa di fare davvero i pm, i giudici, in sede giudiziaria o amministrativa, allora pare venga fuori quella vena disfattista, irriverente, nichilista, insomma “rossa”.

Da ieri  la soluzione per contrastare la penetrazione della criminalità, l’invadenza del malaffare, l’egemonia della corruzione  e della speculazione più velenosa è nelle mani, tanto per fare un esempio, del procuratore antimafia che ci rassicura: non si ripeterà lo scandalo Irpinia, dimenticando quello dell’Aquila, oltre al particolare non trascurabile che l’ultimo appalto per la scuola di Amatrice era stato dato a un consorzio  di ditte sotto inchiesta nel capoluogo abruzzese, e, che, tanto per fornire una informazione in più è stato attivo nella realizzazione delle fondamenta dell’Expo. E del presidente dell’Anac Cantone, che con spericolata protervia sostiene che il modello  cui guardare per la ricostruzione del Centro Italia deve essere l’Expo.

Di primo acchito uno spera che sia un modello sì, ma da evitare, invece no, invece viene indicato come caso di successo. Malgrado sia stato un   grande evento inutile e fallimentare, malgrado sia stato oggetto del desiderio, della cupidigia e dei traffici di varie tipologie criminali, malgrado abbia esercitato una pressione sconsiderata su territorio e risorse, malgrado intere investite da pratiche “lucrose” siano regredite a terra di nessuno in offerta a speculatori e predoni, malgrado, come avviene per Olimpiadi e Giochi e Luna Park affini,  infrastrutture vere o di cartapesta, sussistano come monumenti a futura memoria innalzati per celebrare megalomania e malaffare, malgrado la kermesse ad uso di pizzicagnoli istituzionali e velenose multinazionali abbia finito per imbandire una tavola sì.  Ma  per commemorare il lavoro, convertito in volontariato della servitù, per soddisfare gli appetiti di varie imprese diversamente o esplicitamente mafiose, alcune delle quali, malgrado l’adoperarsi del Commissario convinto ancora che Milano sia la capitale morale, hanno continuato a far parte sia pure inquisite, sia pure in odore di corruzione, sia pure in odore di mafia, delle cordate che si erano aggiudicate appalti sbrigativi e emergenziali.

Purtroppo i format replicabili ci sono, eccome e tutti negativi. Se   alacri malviventi di imprese attive nel Consorzio Venezia Nuova, l’esemplare più perfetto di una emergenza dilatata e gonfiata per legittimare potrei speciali, leggi eccezionali, deroghe diventate norma, e malgrado inchieste troppo lunghe, detenzioni troppo brevi, tempi di prescrizione complici, fanno brillantemente parte di cordate e associazioni impegnate nelle alte velocità, nelle Grandi Opere di Incalza, nelle Vie d’Acqua, nei Nodi Ferroviari, nella Salerno- Reggio, nei Passanti, nelle Metropolitane, con i soliti sospetti che girano di appalto in appalto, di progetto in progetto, come comparse, prestanome, burattini o burattinai, entrando e uscendo di galera, omaggiando orologi, consulenze, strenne, intercettati, ascoltati, derisi, ma sempre là, in odore di complicità inquietanti come in sentore di alte protezioni. E se è ormai sempre più labile il confine che separerebbe un’economia “legale” –  quella appunto dei soliti sospetti onnipresenti in ogni aggiudicazione, in ogni banca che propone alle sue vittime fondi avvelenati e derivati tossici, nelle parole di un manager che oscenamente richiama all’imperativo morale di agire con coscienza, ma anche in un governo che dopo una  erogazione di 1 miliardo il primo anno per la ricostruzione dell’Aquila, dal terzi al quinto non ha trasmesso il becco di un quattrino, o che, in ottemperanza alla legge del 2009,  che prevede  l’erogazione di un miliardo in dieci anni, ha stanziato per il   2016  la cifra irrisoria di 44 milioni mentre lo Sblocca Italia, gioiello del renzismo   assegna  3,9 miliardi in cinque anni alle Grandi Opere,  e l’autostrada Orte-Mestre dovrebbe costare 10 miliardi (2,5 già stanziati) – da quella esplicitamente criminale delle mafie.

C’è poco da fidarsi, se questo terremoto viene quarant’anni dopo quello del Friuli e 36 dopo quello della Basilicata e della Campania e come se non si fossero mai verificati, se nulla è stato fatto per prevenire i rischi, se lo smantellamento della rete di vigilanza e controllo ha messo nelle mani delle imprese facoltà arbitrarie e discrezionali, competenze tecniche esclusive, la possibilità di affidamento di incarichi progettuali e perfino peritali a cerchie “familiari” e clientelari, se i soggetti abilitati all’accertamento dei danni sono gli stessi incaricati della verifica dei lavori, comprese quelle sottoposte a indagine giudiziaria, se a differenza di quello che succede quando si restaura un appartamento, nelle opere pubbliche il vero business consiste nello sforare il budget, nell’allungare i tempi di realizzazione, nell’intervenire sul progetto con varianti e aggiustamenti profittevoli.

Allora è meglio, invece di delegare, essere presenti, parlare, gridare, denunciare, imporre l’osservanza delle regole di accesso alle informazioni e il rispetto delle leggi sulla valutazione di impatto, sugli appalti, sullo snellimento della burocrazia, che non sia solo aggiramento licenzioso. Se non possiamo sperare di battere la collera della terra che trema, dobbiamo voler fare tutto l’umanamente possibile perché non l’abbiano vinta, la sua furia e chi se ne approfitta, sulle nostre vite, le nostre memorie, la bellezza dei nostri luoghi.

 

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: