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Archivi tag: antisemitismo

Je suis ciclista

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Magari avesse ragione Isaac Deutscher quando diceva che l’antisemitismo è un problema degli antisemiti. Invece anche stavolta come ogni volta il problema pare esser solo degli ebrei, visitati con commozione, ascoltati con compunzione, così che viene il sospetto non remoto che costituiscano essi stessi un problema che si ripresenta, periodicamente ma con puntuale frequenza,  a coscienze che preferiscono rimuovere, per non doversi – oggi e domani-  interrogare sull’usurpata nomea di brava gente, abusata in presenza di doppioni di leggi razziali a distanza di più di mezzo secolo e di una diffusa xenofobia, autorizzata dalla incapacità di gestire una crisi che abbiamo contribuito anche noi a  generare con varie tipologie di imprese coloniali di conquista o di mercato, e dalla legittimazione offerta in forma bipartisan: da movimenti che ne hanno fatto un caposaldo e da altri ondivaghi che combinano l’aiutiamoli a casa loro con lo ius soli, che sostituiscono la solidarietà con estemporanea carità pelosa, in vista del dispiegarsi di nuove iniziative commerciali.

Il fatto è che anche oggi vengono buone certe differenze, certe diversità, e dunque certi pregiudizi provvidenziali per motivare antiche e nuove  discriminazioni: così una impresa imbecille che si aggiunge a molte avventure criminali di qualche tifoseria, della quale si dice sia accertata una  infiltrazione malavitosa e fascista – e lo dimostrerebbero comunque certe performance,  fa intendere sommessamente che quelle vittime sono comunque una minoranza a parte. Italiani sì ma con una certa inclinazione a non integrarsi completamente, talora anche un po’ molesti per il continuo richiamo a un passato che rende più complicata l’opera instancabile, messa in pratica anche a livello istituzionale, di festosa pacificazione, foriera di traguardi utili in favore di inamovibili maggioranze, tirati in mezzo da nostalgici dei Protocolli di Sion per contiguità con assatanati contesti finanziari (Ior, entourage di Goldman Sachs anche sportivo, Trilaterale, Bruegel, Bilderberg, etc, a parte). E poi  rei  di subalternità e vicinanza morale con un paese stretto a doppio e triplo filo con l’impero Usa, repressivo e coloniale, che tira su muri, discrimina e respinge: l’Italia? no, Israele.  È un pertugio sempre aperto che favorisce l’ingresso e il consolidamento nel pensiero comune del sospetto per altre minoranze, per altri diversi, per chi mostra poco entusiasmo nel riconoscersi con gratitudine nella civiltà superiore che rivendichiamo, in usi e costumi, in cucina e chiesa, anche se rispetta le leggi e vorrebbe altrettanto rispetto dalla giustizia e dalla nazione che li ospita sempre più malvolentieri malgrado lavoro svolti, tasse, contributo al Pil.

Perché  quel continuo rifarsi a una colpa collettiva suona arcaico e fastidioso. Si vede che a forza di ripetere che quella macchia sul secolo breve che ha irrorato di sangue l’umanità tutta, mostruosa e incancellabile, era “indicibile”, innominabile, che non poteva appartenere al linguaggio e a un racconto comunicabile tra gli uomini, benchè compiuto da uomini, consapevoli di quello che commettevano e responsabili,  una volta morti i superstiti, spesso suicidi proprio per l’inanità di esprimere a chi non voleva sentire la propria testimonianza, la tentazione  è quella di ridurre tutto a celebrazione una tantum, a giornata commemorativa annuale, a rito sbrigativo, a lettura del Diario a scuola come fosse un bestseller letterario, decontestualizzato da una  storia ripassata in fretta a fine anno scolastico, o allo stadio, mentre negli spalti si pensa al risultato della squadra del cuore.

Ma gli italiani non sono razzisti! Mattarella ha perfino parlato, ogni Talkshow ha ospitato il suo ebreo in trasmissione, Lotito va in gita a Auschwitz e qualcuno ha messo la foto incriminata sul suo profilo di Facebook. Che se fosse vera la barzelletta, quella del rabbino che convoca sua comunità per annunciare che la prossima persecuzione sarà contro ebrei e ciclisti, e un fedele: perché i ciclisti? E lui, perché gli ebrei? sarebbero perfino pronti a scrivere: je suis ciclista.

Gli italiani non sono razzisti. Però .. i rom rubano. Però… i mussulmani non rispettano le donne peggio dei produttori di Hollywood. Però … quei nigeriani che bighellonano in piazza hanno degli I phone ultimo modello. Però.. i bengalesi del piano terra cucinano dei cibi puzzolenti e l’odore arriva fin  qui. Però … quei braccianti di Rosarno ci rubano il lavoro. Però ,, le badanti filippine sono enigmatiche e non si affezionano mai. Però.. i gay sono insopportabili con quelle mossette e la loro lobby potentissima. Però ..le donne si lagnano ma se ne approfittano che un pelo tira di più.. Però.. i vecchi pesano troppo sui conti delle Stato. Però.. i pensionati se la spassano a spese dei giovani.

Attenti perché il prossimo “però” potreste essere voi.

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La guerra di Gaza come cattiva coscienza dell’occidente

Borbardamento su GazaDa molti giorni, da quando è cominciata l’ennesima tragedia di Gaza, non sento che deprecare le vittime civili dell’ennesimo tentativo israeliano di liberarsi di Hamas. In un certo senso è un po’ come stare al gioco delle bugie sulla guerra che delibiamo ormai da decenni è che parlano di danni collaterali, bombe intelligenti, di “terroristi” che si fanno scudo dei civili e così via a seconda delle convenienze e delle occasioni, tutte cose che rimandando a una sorta di guerra ideale che non è mai esistita. Si tratta semplicemente di uno scivolo offerto alla cattiva coscienza, ma che suona bugiardo come il diavolo perché spesso le vittime civili, sono il vero obiettivo, quello che deve spezzare i legami tra insorti e popolazioni o deprimere il morale o terrorizzare le truppe effettivamente combattenti, propiziare la caduta di regimi e governi scomodi. Come dice il generale Fabio Mini che si intende di “missioni di pace”, in particolare di Kossovo, dice esplicitamente in un suo saggio: ” I ciarlatani che giustificano militarmente i danni collaterali sono degli analfabeti. Con le nuove armi i danni collaterali dovrebbero tendere a zero, ma contro i nuovi avversari arcaici e disperati, senza infrastrutture militari e siti produttivi da distruggere per piegarli, non ci sono che le case, le chiese, le moschee, gli uomini, le donne i i bambini che sono facili obiettivi.”

E del resto uno studio svolto nell’ambito della London school of economics, si mostra come nella prima guerra mondiale solo il 10% delle vittime furono civili, nella seconda, escludendo i campi di sterminio, le vittime collaterali salirono al 50% e oggi sono oltre l’ 80%.

Tutto questo a Gaza assume il carattere di emblema e le bombe infliggono danni all’ipocrisia in cui viviamo. Intanto in territorio con un milione e ottocentomila abitanti su 360 chilometri quadrati, ossia con una densità di popolazione superiore a quella di Roma, è assolutamente impensabile una guerra pulita che oltre tutto ottemperi al diritto internazionale che vorrebbe i beni civili al riparo da distruzioni. In un’area simile non esiste missile o proiettile intelligente che tenga o precauzione umanitaria reale o di semplice fantasia che possa servire: un attacco di questo genere prevede già da subito che i danni collaterali siano molto superiori a quelli che si vorrebbero infliggere all’avversario armato.

Dunque gli oltre 1100 morti pesano completamente sul governo reazionario di Tel Aviv, senza possibilità di scuse pretestuose. Del resto l’obiettivo di questo come di altri raid è esattamente quello di rendere impossibile la vita della popolazione della striscia e indurle a una diaspora per non dover vivere in una continua angoscia del futuro . “Falciare l’erba alta di Hamas” ha precisamente questo significato anche perché se volesse intendere solo la distruzione dei tunnel si tratterebbe di un’operazione assai più indolore e circoscritta: Israele ha tutti i mezzi tecnologici e d’intelligence per individuarli e probabilmente potrebbe “vederli” e distruggerli man mano che vengono realizzati, se non fosse che la sindrome dell’assedio e qualche dramma ogni tanto è molto conveniente per l’attuale sistema politico israeliano e tutta la galassia consustanziale dei gruppi religiosi integralisti che possono rimanere incontrastati al potere e addebitare sui figli e i nipoti il rendiconto della situazione che si sta perpetuando. Qualcosa che conosciamo bene anche se in un altro contesto. Il perimetro da sorvegliare è peraltro di qualche decina di chilometri, non si tratta certo di una impresa titanica oltre al fatto che la distruzione degli attuali camminamenti non significa che altri non possano essere costruiti in futuro .

Insistere negli attacchi e negli embarghi significa che prima o poi chi può si allontanerà spontaneamente e qualcuno volontariamente, per interessi interni o su pressione esterna aprirà le frontiere ai gazesi e li accoglierà come profughi.  La vera guerra che Israele sta combattendo non è contro Hamas è contro la demografia che lavora a sfavore di uno stato  che ancora non scorge nella pace l’unica via verso il futuro: la popolazione araba all’interno dello stato aumenta costantemente ed è ormai al 20% nonostante l’apartheid di fatto cui è sottoposta, la striscia di Gaza ha un quarto della popolazione dello stato ebraico per non parlare degli altri vicini: come è sempre accaduto fin da quando esistono documentazioni al riguardo, le aree ricche e le classi dominanti tendono in tempi medio lunghi alla contrazione demografica, mentre quelle più povere tendono sempre a un bilancio positivo. In questo quadro sono proprio le vittime collaterali che contano: esse rafforzano Hamas, ma indeboliscono Gaza e il nucleo di uno stato palesinese che essa rappresenta.

Così non può certo stupire che l’occidente sia sempre così tardivo, tiepido, inconcludente, ambiguo nel tentare di sedare o fingere di la guerra endemica israelo palestinese e i suoi tragici accessi febbrili: non solo essa è funzionale agli scontri globali e alle guerre del petrolio, ma in qualche modo è un condensato della situazione storico – psicologica che esso stesso sta vivendo nel momento in cui è “invaso” dalle popolazioni che ha in qualche modo sfruttato non consentendone un progresso in loco e dopo aver perso l’assoluta preminenza tecnologica che ha avuto per più di due secoli, si sente circondato ed è sempre più tentato di dare l’unica risposta nella quale ha ancora un margine di superiorità, se non altro verso i soggetti più deboli, ossia quella militare. Di qui la difficoltà a condannare chi nel piccolo teatro di quella che era la provincia di Iudaea o Palestina sotto l’impero romano, fa ciò che è nel retropensiero del nuovo impero americano con le sue provincie europee come appendice. Ucraina docet. Paradossalmente sfrutta i sensi di colpa che ha nei confronti del popolo ebraico per rendere attiva una nuova cattiva coscienza che lo rappresenta pienamente. A tal punto che spesso l’appoggio alla causa palestinese scivola quasi naturalmente nel tradizionale solco dell’antisemitismo più sordido e ipocrita, mentre la difesa della democrazia di Israele, peraltro deturpata, deviata e resa poco più che formale dallo stato di guerra come le nostre dallo stato di crisi, provocato dal liberismo selvaggio, non è che un paravento per pulsioni inconfessabili.

 


Bruxelles, l’attentato dei cretini

20140524_70489_mortiAnna Lombroso per il Simplicissimus

In una vecchia barzelletta ambientata nello scompartimento di un treno un viaggiatore attribuisce tutti i mali del mondo agli ebrei, dal deicidio alla speculazione. Un altro ribatte: beh mica saranno responsabili anche dell’affondamento del Titanic? E quello: Perché Iceberg non le pare un cognome abbastanza ebraico?

Oggi alla sparatoria nel museo ebraico di Bruxelles – il Belgio vanta una certa tradizione in materia: attentati simili c’erano già stati ad Anversa nel 1980 (un morto e 20 feriti), nel 1981 (autobomba che causò 3 morti) e a Bruxelles il 18 settembre 1982 quando, davanti alla sinagoga di Rue de la Regence, un uomo armato di mitraglietta aprì il fuoco sui fedeli, causando quattro feriti – si è deciso di dare un’interpretazione molto puntuale, quella di un’intimidazione contro l’Europa degli Stati e dei popoli, dove tutte le credenze, malgrado l’improvvido riconoscimento delle comuni radici cristiane, hanno pari diritto di cittadinanza ed esercizio. Sappiamo bene che non è così, sappiamo bene che l’unico credo egemonico è la fede nell’euro, l’unica religione incontrastata è quella del profitto, le uniche liturgie officiate con devozione cieca e assoluta sono le transazioni bancarie.

E l’attentato ha la marca di sempre, che non ha nemmeno bisogno di essere aggiornata in nome del pensiero globale: parla un linguaggio universale, la lingua condivisa dell’antisemitismo, si alimenti degli stessi stereotipi sempre gli stessi, trovando ospitalità che ormai non sorprendono più, che tanto la ricerca del colpevole, del capro espiatorio si reca sempre agli stessi indirizzi, minoranze poco disposte alla rinuncia della propria identità, meno inclini all’affiliazione, poco dediti al conformismo, all’ubbidienza, all’abiura di fede, tradizioni, perfino inclinazioni sessuali. E se il momento storico è segnato da una crisi economica è inevitabile rispolverare la rassicurante paccottiglia dei Savi di Sion, i confortanti stereotipi del complotto demo giudaico massonico, l’invalsa “somatica” dello strozzino col naso adunco e le mani rapaci, che un tempo teneva il banco dei pegni oggi le banche d’affari e tra interessi, talleri e derivati finisce, sempre lui, per “separare gli sciocchi dai loro quattrini”. Certo agli sciocchi in particolare rincuora sapere di essere vittime di una macchinazione di una “etnia” destinata per codice genetico al parassitismo, all’intrigo, al calcolo, allo sfruttamento, all’avidità, ben rappresentata da testimonial di successo, letterari e non, da Shylock a Victor Rothschild, cui si deve una folgorante definizione del mestiere di banchiere, come di chi sposta la moneta da dove sta a dove è necessaria.

Va a raccontare a chi rivendica l’ignoranza come una virtù popolare da nutrire e mantenere con tenace pervicacia per legittimare aberrazioni e disuguaglianze, razzismo e xenofobia: Jaruzelski per giustificare la repressione dell’opposizione operaia e sindacale, la congiura dei medici di Stalin, Grillo o il leader dei forconi, ma anche decine e decine di più o meno illustri “opinionisti” da Giornale o da bar – va a raccontare loro che il rapporto tra finanza e comunità ebraica ha radici storiche che sarebbe bene conoscere, almeno quanto sarebbe opportuno approfondire la relazione tra soldi imperi finanziari speculazioni e Vaticano, Ior, Banche rurali e artigiane al suo accertato servizio.

La dinastia Rothschild, per fare un esempio, faceva parte di una cinquantina di famiglie insediatesi a Francoforte sotto la protezione dell’imperatore. Protezione non certo elargita per misericordia: esenti com’erano dalla proibizione di percepire o pagare interessi sulle transazioni monetarie, gli ebrei animavano una ricca corrente di traffici, interdetti ai protestanti come ai cattolici, unici mercanti ammessi – e non certo per generosità, al tempio del profitto e delle entrate fiscali.

Questo privilegio veniva pagato con periodiche e sadiche persecuzioni, sanguinosi pogrom e occasionali confische e sequestri dei beni, che non esentarono nemmeno i Rothschild. Perché – anche questo appartiene tanto alla tradizione da costituire uno stereotipo – i potenti praticano la slealtà e il tradimento perfino nei confronti di chi è loro utile per dimostrare simbolicamente forza e dominio, così decine di banchieri ebrei sono finiti nei campi di concentramento, le loro ricchezze nei caveau di istituti di credito multi religiosi dell’opulenta e spietata Svizzera, che le ha incamerate inesorabilmente.

Ma non bastavano i cretini, in tempi di eclissi delle idee vincono facile certe distorsioni ideologiche: antisionismo, antimperialismo, fondamentalismo islamico, fondamentalismo cattolico, antiamericanismo, neonazismo e neofascismo, negazionismo, complottismo post 11 settembre, nemici acerrimi a parole, familiarizzano riconoscendosi in un linguaggio comune, sempre lo stesso, che trova infinito spazio e risonanza soprattutto nella rete, grazie al pudico anonimato, e che si avvale dell’ossessiva reiterazione dei più vieti ma mai abbastanza logori luoghi comuni.

Questo è un argomento che ferisce chi lo tocca, da anni italiani casualmente ebrei, tedeschi o polacchi sopravvissuti o figli di deportati, francesi o belgi colpiti da attentati come quello di ieri a Bruxelles, vengono richiesti di pubbliche abiure non per il comportamento dei loro governi, nemmeno per le colpe del loro continente di appartenenza e per il golpe che sta effettuando contro le democrazie, ma per i misfatti di un governo loro estraneo, quello israeliano, del quale, geneticamente, condividerebbero responsabilità e crimini. Da anni si sente ripetere un altro slogan, che contraddice storia e civiltà: gli israeliani dovrebbero essere l’unico popolo ad aver appreso dal loro passato la lezione di non infliggere ad altri il torto subito. Unico popolo – forse per questo eletto? – a far tesoro della condizione di vittime per non diventare carnefici, se noi respingiamo immigrati, subiamo fascisti, li votiamo perfino.

E come se non bastasse tocca anche pentirsi dei Rothschild, dei Goldman Sachs, ma non dei Marcinkus, per carità, non dei Monti, non dei Draghi, non della Lagarde, tocca vergognarsi della speculazione semita ma non di quella dei Paschi di Siena. Come se il capitalismo avesse una fede, come se lo sfruttamento avesse un dio. Che poi invece ce l’ha si chiama profitto e fa sacrifici umani.

 

 

 


L’Ucraina e la sinistra belligerante

Carica_di_BersaglieriUna volta lo insegnavano alle elementari: la spedizione dei bersaglieri in Crimea fu il primo atto concreto dell’unificazione della penisola, perché la partecipazione del piccolo regno di Sardegna alla conferenza di pace, permise a Cavour di mettere sul tappeto la questione italiana e la sua liberazione dal giogo straniero, come si diceva allora. Sarebbe molto singolare, uno scherzo del destino,  che il Paese perdesse del tutto la sua sovranità effettiva per partecipare a una nuova campagna di Crimea.

Il pericolo è tutt’altro che remoto perché gli eventi in Ucraina che hanno visto l’appoggio dell’Europa a un colpo di stato attuato servendosi di formazioni paramilitari di stampo nazista, scopre una nuova e inquietante dimensione della Ue, di fatto condotta dalla Germania a uno scontro con la Russia. Non è un mistero che proprio Berlino sia stato il complice più fedele degli Usa in questa operazione e che ora il presidente del Parlamento di Strasburgo, Martin Schulz, futuro candidato della Merkel alla presidenza della commissione Ue, mentre sociademocraticheggia per acchiappare citrulli in vista delle elezioni, rivela che occorre mettersi d’accordo con i nazisti ucraini riuniti sotto la sigla Svoboda, quelli che per inciso stanno dando inizio ad una nuova campagna antisemita. Comincio a pensare che dopotutto Berlusconi sia stato inconsapevolmente profetico a dargli del Kapò.

Ma quella di Schultz non è certo una voce isolata: alla conferenza per la sicurezza di Monaco svoltasi poche settimane fa sono stati i ministri tedeschi della Difesa e degli Esteri a sostenere che per diventare una potenza globale occorre utilizzare lo strumento militare, invitando ad aumentare in termini di uomini e mezzi la presenza in Africa, cominciando a mandare 250 uomini . E persino l’ex ministro degli Esteri Joska Fischer, pacifista e ambientalista, ha dichiarato in un intervista al Corriere che “la relazione con Mosca sarebbe molto più semplice se l’Unione Europea fosse più forte e assertiva. Al Cremlino si capiscono sempre meglio i rapporti di forza”.

La vicenda Ucraina insomma sembra fatta apposta per dare concretezza a queste tesi dell’Europa tedesca che passa prima per l’impoverimento e la marginalizzazione degli altri Paesi per poi andare alla ricerca del proprio lebensraum forte di un continente che segue a strascico. Una strategia che si situa nell’ambito delle dottrine Usa e che è molto utile per distrarre l’attenzione dai problemi sociali che anche in Germania non mancano di certo. Gioco elementare, tanto più che molta della sinistra cosiddetta riformista ormai completamente accecata dall’europeismo di maniera, ultimo lacerto di aspirazioni sepolte sotto la terra del pensiero unico, sembra plaudire all’esibizione di muscolarità, ancora di più degli stessi conservatori. Basti pensare al povero Hollande, socialista guerrafondaio, che grida forte nella speranza di far nascondere la propria subalternità.

Comunque sia è chiaro che ci si trova di fronte a una mutazione totale dell’idea europeista, non solo dell’idea sociale che era alla sua radice, ma anche del pacifismo nel nome del quale era nata. Qualcosa a cui bisognerebbe resistere a tutti i costi e che invece nemmeno viene preso in considerazione. Ecco perché sono molto sospettoso nei confronti di operazioni che si definiscono di sinistra, ma che ostentatamente vogliono lasciare all’avversario tutte le armi economiche per infierire sui ceti popolari e che tacciono sull’ annunciata strategia di portare il continente in una fase di scontro e di contrapposizioni geopolitiche. Il silenzio totale e imbarazzato sulla vicenda ucraina di firmatari e organizzatori della lista alla greca e del suo stesso leader Tsipras che pure aveva lanciato l’allarme sui neonazismo nel proprio Paese, è un pessimo segnale. Sembra che nulla sia accaduto, che niente si possa leggere negli scontri di Kiev. E, che dire, gli analfabeti volontari non riscuotono la mia simpatia.


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