Un dramma si svolge alla Casa Bianca: mentre in Iran la successione di Khamenei procede secondo le regole e le scansioni previste, a Washington l’atmosfera si fa incandescente e  incerta. Trump sperava che sarebbe bastato qualche bombardamento per piegare l’Iran e per suscitare l’ennesima rivoluzione colorata, che del resto, assieme ad Israele, gli Usa stavano preparando sin dall’autunno scorso. Questo  gli avevano detto e lui ci ha creduto, non conoscendo altro al mondo che gli affari immobiliari e anche su quelli ci sarebbe da dire qualcosa, specie  riguardo ai rapporti con Epstein e la lobby sionista, che probabilmente in passato lo hanno salvato dal disastro economico. Però continua a pensare che tutto si risolva con una lottizzazione, persino quelle che hanno le fondamenta nella morte di centinaia di migliaia di persone come a Gaza. Così adesso cerca di giustificare a posteriori una guerra “preventiva” che non ha alcuna ragione al mondo, non solo rispolverando il ritornello che sentiamo da più di trent’anni, ovvero che l’ Iran è a un passo dal costruire la bomba, ma che addirittura stava realizzando un missile intercontinentale per colpire l’America. In realtà in sole 72 ore ha fornito una dozzina di ragioni, nessuna delle quali ha un senso e una buona parte sono persino imbarazzanti. E condisce queste fesserie compiacendosi delle stragi di civili che provoca e dicendo che la vittoria è a portata di mano, che l’Iran sta crollando. Ma poi non sembra essere contento di come vanno le cose: basta vedere la foto in apertura che mostra con che rabbia si rivolge a Pete Hegseth, il totale idiota che lui stesso ha fatto segretario della difesa e che lo sta mettendo nei guai.

Purtroppo per lui gli iraniani non sono stati raggiunti da questa notizia e hanno cominciato a chiudere lo stresso di Hormuz, cosa che provocherà uno choc petrolifero destinato a colpire in primis proprio l’Europa, visto che i signori di Bruxelles hanno pensato bene di rinunciare al petrolio russo. Il quale, fra l’altro, è destinato a crescere di prezzo in maniera stratosferica, dando a Mosca più risorse per finire l’Ucraina e far stramazzare i “volenterosi” europei. Ma non c’è davvero limite alle sciocchezze che vengono scritte e diffuse da un’informazione che sembra essere in ceppi e ai remi per far navigare in qualche modo la sconclusionata strategia occidentale. Tre F15 vengono abbattuti da caccia iraniani e loro dicono che si tratta di fuoco amico, anche se questo non è possibile perché questi aerei sono dotati di Iff, ovvero un sistema che appunto permette di distinguere i propri aerei da quelli avversari. Per la verità il rapporto militare ufficiale degli Stati Uniti ammette che gli aerei iraniani li avevano attaccati in un momento in cui la “superiorità aerea” si pensava fosse consolidata, ma non importa, la menzogna è ormai la guida suprema delle guerre occidentali. Il nodo gordiano è che gli iraniani hanno distrutto due radar che costituivano il nerbo dell’operazione: il primo l’ An/Fps-132  basato in Qatar con capacità di allerta precoce a lungo raggio, circa 5000 chilometri, che è stato utilizzato durante la guerra dei 12 giorni e che comunque fa parte del sistema di dominio statunitense in Asia. Il secondo è il grande radar di ricerca aerea  situato presso il quartier generale della Quinta Flotta della Marina Militare degli Stati Uniti e del Naval Support Activity  in Bahrein: questo tipo di radar viene utilizzato per la sorveglianza aerea e di superficie su vasta area e per fornire immagini aeree ai Patriot/Thaad e alle operazioni della flotta. La distruzione di questi sistemi riduce significativamente la capacità delle difese aeree di rilevare e tracciare le minacce in arrivo, migliorando le capacità dell’Iran di colpire obiettivi in ​​Israele.

Gli esperti militari ritengono che l’Iran abbia abbastanza missili e droni per mantenere una pressione costante e un elevato ritmo di fuoco per due mesi. Ma l’insieme delle difese basate su Patriot, Dome e Thaad non durerà così a lungo, tre settimane al massimo durante le quali sarà bruciato un considerevole numero di miliardi di dollari in missili e nel mantenimento della grande armata, senza ovviamente contare le perdite materiali e umane. Già ora mezzo miliardo è stato consumato, senza contare i due radar citati e i danni alle basi americane che complessivamente ammontano a tre miliardi. La stella di Trump si va affievolendo, ma in realtà, uscendo dai personalismi che spesso sono una via di fuga, è la stella dell’America che è arrivata al suo punto critico.