La teoria delle catastrofi spiega bene perché certi fenomeni si verifichino all’improvviso dopo un lungo periodo di apparente equilibrio e di incubazione sottopelle. Ed è stata appunto una catastrofe quella della Ue che da strumento di pace, di democrazia e di prosperità, quale si presentava nella retorica ufficiale, si è invece scoperta guerrafondaia, portatrice delle istanze del grande capitale e in questo senso fautrice di tendenze palesemente autoritarie. Per trent’anni la maschera ha retto in qualche modo, nonostante le crepe evidenti e poi all’improvviso si è frantumata. La stessa cosa è accaduta alla sinistra di potere, usiamo questa espressione tanto per capirci, che è stata tutt’uno con la mutazione di Bruxelles, cui ha fornito un comodo alibi e che ora si trova come denudata dal nuovo corso militarista e bellicista.

Da noi tutto questo si condensa nella polemica scoppiata improvvisamente sul Manifesto di Ventotene, ritenuto uno dei capisaldi dell’europeismo, ma a suo tempo inviso alla sinistra (anche se lo svanito Bertinotti fa finta di non ricordarlo) per la sua spiccata natura di scettiscismo verso la democrazia e la tendenza ad apprezzare il ruolo di una governance illuminata e slegata dal consenso. Diciamo una visione così chiaramente massonica che bisognerebbe mettersi il grembiule prima di leggerlo. Immediatamente si è avuta l’insurrezione, ben guidata dai giornaloni, di quelli che non hanno sopportato la dissacrazione di un testo che in realtà non hanno mai letto e sul quale non hanno mai riflettuto. Questa caratteristica è assolutamente evidente per il fatto che nessuno degli indignati ha citato un passo di questo ambiguo testo per dimostrare che la messa in causa del Manifesto è un sacrilegio dei valori fondamentali o abbia minimamente tentato di argomentare il proprio scandalo, basato sul fatto che sia stato la premier Meloni a dare lettura di un brano del testo. Non si tratta di politica, è come se un Imam avesse letto brani del Vangelo secondo Matteo o viceversa un vescovo leggesse il Corano. Il tutto è molto simile a una reazione pavloviana che con Prodi e la sua tirata di capelli ha assunto toni grotteschi: la sua carriera è iniziata con una finta seduta spiritica al tempo del caso Moro e adesso l’ombra da evocare è proprio lui. In poche parole questo evangelio europeista ha mostrato la sua mera natura di feticcio. Forse si potrebbe essere più bonari e paragonarlo a quelle statuine di porcellana che una volta venivano esposte nelle vetrine dove finivano tutti i ricordi, ma in questo caso il feticcio è la parola giusta perché la sua funzione è proprio quella di sostituire la realtà con la fantasia ed è una delle caratteristiche dell’alienazione.

E forse è meglio così perché leggendo attentamente il testo, l’Europa proposta da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (con il contributo di Eugenio Colorni) non parla di un’unione di stati e di nazioni, ma di un’Europa che per esistere deve cancellare gli stati e le nazioni in quanto cinghia di trasmissione delle volontà dei cittadini. Esattamente come prescrive la dottrina globalista. Salvo difendere la sovranità come nel caso dell’Ucraina che aveva prodotto leggi gravemente discriminanti verso i russofoni: nessuna giravolta è impossibile quando fa comodo all’imperialismo, sia pure quello imbelle e ridicolo della Ue. Ma in generale ormai da trent’anni, forse a cominciare dalle guerre nella ex Jugoslavia, che sono stati il primo vagito di questa specie di Unione, siamo vissuti non di fatti, non di idee ma di feticci che hanno reso possibile ogni specie di inganni e autoinganni. Pian piano, come nella lenta cottura della rana, si sono sostituite le prospettive politiche, con petizioni di principio, totalmente astratte dalle situazioni reali e quindi prive di effettivi contenuti. In questo modo è stato possibile, per esempio, sostituire il concetto di uguaglianza con quello di inclusione, che è tutt’altra cosa visto che elide il concetto di sfruttamento, anzi lo santifica perché il problema è che non vi siano discriminazioni verso cosiddette minoranze vere o fasulle, ma sempre alle condizioni del padrone. Ed è stato possibile confondere la sovranità sulla quale si basano le istituzioni democratiche con un concettoide, ovvero una parola che è impossibile definire in maniera precisa e allo stesso tempo coerente (qui vale il principio di indeterminazione di Heisenberg) come sovranismo, per non parlare della confusione di nazione e nazionalismo che è tra le banalità correnti più gettonate.

Su questo e su molte altre cose non è possibile avere alcun dibattito, si fanno solo asserzioni come nel teatro dei burattini, perché quelli che sono vissuti di totali semplificazioni accusano chi non si accontenta di parole ambigue, di semplificare. Di essere dei fascisti insomma, cosa che freudianamente rivela più su chi scaglia queste accuse automatiche che non sugli interlocutori. Pasolini lo aveva previsto. Tutto questo non è solo la dimostrazione di una sinistra e in generale di una politica fatta di identitarismo superficiale dietro cui si nasconde il servaggio al grande capitale, ma è anche la rivelazione del drammatico decadimento culturale che ormai ci prende alla gola. Siamo arrivati al punto che l’Unione europea che doveva eliminare le guerre, ora regge la propria ragion d’essere sulla guerra. Ah certo, troppa realtà in una volta sola è come essere abbagliati: il che costituisce una magnifica scusa per rimanere ciechi.