Il Guardian è stato per molti anni  il giornale di riferimento del blairismo e, se si esclude il più coerente  Daily Mail, uno dei pochi quotidiani britannici di respiro internazionale con una linea di centrosinistra via via risoltasi in  un “sinistrese” fiancheggiatore di ogni parola d’ordine del globalismo. Non meraviglia perciò che negli ultimi due anni, assieme all’edizione domenicale che si chiama The Observer, sia stato l’house organ di ogni oltranzismo pandemico, anche il più cieco e stupido; ciò che invece meraviglia e non poco è che il giornale, da anni in crisi finanziaria,  dichiari “Non siamo finanziati da miliardari. Il sostegno dei nostri lettori ci dà l’indipendenza per ritenere responsabili i potenti, e siamo solo all’inizio”. Sappiamo bene che in tutto il mondo occidentale  l’accorato appello dei quotidiani  all’indipendenza e ai lettori come soli padroni, sia una semplice e sfacciata bugia: con un prezzo di vendita largamente inferiore ai costi, i lettori non sono padroni di un bel nulla e servono solo a nascondere i veri proprietari delle testate, ma con il Guardian la cosa assume un carattere così peculiare da far letteralmente esplodere il meccanismo retorico nel campo dell’informazione.

Infatti mentre il giornale tenta di non perdere autorevolezza proprio cercando di allontanare da sé il sospetto di essere telecomandato dall’ esterno tanto che proprio l’anno scorso ha pubblicato un saggio nel quale viene attaccata la filantropia miliardaria: “Molta filantropia d’élite riguarda cause d’élite. Piuttosto che rendere il mondo un posto migliore, rafforza ampiamente il mondo così com’è. La filantropia molto spesso favorisce i ricchi e nessuno ritiene che i filantropi ne rendano conto”. Ben detto, peccato che il Guardian ha ricevuto quasi 13 milioni di dollari come sostegno dalla fondazione Bill e Melinda Gates, mentre altri pesanti contributi sono arrivati dai mega miliardari per finanziare attività e iniziative collaterali del quotidiano, un sistema diffusissimo tra i giornali per raggranellare contributi: una rapida occhiata alla sezione filantropia del suo sito web mostra che l’istituto del miliardario australiano Judith Neilson finanzia il The Guardian Australia’s Pacific Project. L’ Open Society Foundations, creata dal miliardario ungherese George Soros, ha sostenuto i progetti del Guardian sulle disuguaglianze ambientali in America e sulla trasformazione dell’assistenza sanitaria tramite l’intelligenza artificiale. La David and Lucile Packard Foundation, istituita dal defunto co-fondatore di Hewlett-Packard negli anni ’60, ha sostenuto il suo lavoro sullo stato degli oceani.

Andando a guardare ancora più a fondo si scopre che il Guardian è di proprietà di Scott Trust Limited, una società che negli anni si è strutturata per garantire in perpetuo l’autonomia del giornale: tuttavia con l’avvento del digitale questo obiettivo è diventato molto arduo da conseguire nonostante le vendite di asset che si sono avute a partire dagli ’90 del secolo scorso, Così che è stata creata una società collaterale, la GMG Ventures LP, fondo di venture capital che investe nelle imprese informatiche, dunque agisce in prima persona nello stesso mondo dal quale dice di volersi guardare. Dunque quale “guardiano” può essere un organo di stampa che riceve forti donazioni dallo stesso soggetto che è anche il maggior finanziatore dell Oms e al contempo anche uno dei maggiori protagonisti delle tecnologie informatiche sulle quali una società al 100 per 100 legata al quotidiano investe? Soggetto che per giunta è anche il maggior sostenitore dell’assistenza sanitaria attraverso l’intelligenza artificiale nel quale la GMG Ventures LP, ha investito non meno di una trentina di milioni di sterline? Potremmo davvero aspettarci che il Guardian vada a fare le pulci alla narrazione pandemica uno dei cui principali aedi e registi è un suo donatore, ma anche sia pure per vie traverse un socio in affari tecno sanitari?

Se questo è uno dei giornali più liberi del mondo occidentale, figuriamoci gli altri.