I confinamenti killer

Le cifre inevitabilmente cominciano a chiarirsi e con esse anche la distanza abissale che intercorre tra il coronavirus (peraltro non ancora isolato secondo gli standard scientifici che valevano fino al febbraio dell’anno scorso), la narrazione pandemica e le misure di segregazione che sembrano seguire strade diverse. Uno studio inglese sembra ora fare un po’ di luce  suggerendo che siano stati proprio i confinamenti a provocare un disastro che altrimenti non ci sarebbe stato a causa del solo virus. Grazie al panico che i lockdown hanno suscitato si è avuto infatti  lo sbandamento dei sistemi sanitari che hanno reso più difficile l’assistenza per tutte le altre patologie, la concentrazione assurda degli anziani in ospedali e Rsa, esponendoli così alle comuni infezioni, il venir meno in molti casi dell’assistenza domiciliare, anche quella effettuata da parenti, insomma quella lunga catena di disastri che si sono rivelati letali. Per comprendere la questione occorre fare riferimento alla tabella qui sotto dove è elencato, settimana per settimana il numero di decessi in Inghilterra e Galles durante le settimane durante il periodo gennaio – ottobre  con in rosso il numero di morti  del 2020 e in verde la media degli ultimi cinque anni

 

Come si può agevolmente vedere l’aumento di mortalità  si è avuto solo dal 27 marzo, pochi giorni dopo l’avvio della segregazione di massa fino alla fine di maggio quando essa è stata allentata. Prima di queste date, quando con tutta probabilità, come in Italia, il virus già circolava  la mortalità è stata inferiore del 3% agli anni precedenti mentre dopo è stata più o meno al livello del quinquennio. E questo è qualcosa che riguarda più o meno tutti i Paesi occidentali Italia compresa come mostra questo articolo.  La tabella non dice cosa è successo dopo ottobre ma è facile rimediare: il numero dei decessi ha seguito  esattamente il sempre maggiore livello dei confinamenti e infatti si è avuto il 7% di morti in più in ottobre, il 19 per cento in novembre, il 21% in dicembre, cioè si è elevato assieme al livello delle restrizioni. Un’altra cosa interessante è che il numero dei decessi comincia a crescere già all’annuncio dei confinamenti, anche se essi non sono ancora attutati il che introduce un elemento anche psicologico che forse andrebbe indagato più a fondo se i ricercatori fossero in grado di poterlo fare, senza essere fucilati dai media al servizio di big pharma e big tech.  E probabilmente sarebbe la chiave per cominciare a capire cosa sia davvero successo in quest’anno perché in termini epidemiologici in realtà non esiste alcun Covid: l’età media della morte in Inghilterra e Galles è di 81,5 anni, mentre l’età media dei “decessi per Covid-19” è di 82,4 anni, secondo i dati dell’ufficio nazionale statistico britannico. Questo a rigore significa che la malattia non esiste, anche se si continua imperterriti a decretare decessi per Covid per la semplice presenza di positività quando lo stesso Oms, che non può certo essere accusato di negazionismo, ha ufficialmente detto che i tamponi non costituiscono un  test, ma solo un ausilio diagnostico che poi dovrebbe essere confermato o smentito da tutta una serie di altri esami e osservazioni ( vedi qui) . Non è certo un casi se influenza, polmoniti e altre affezioni dell’apparto respiratorio, improvvisamente  sono pressoché scomparse come causa di morte.

Del resto che i confinamenti possano essere all’origine dell’aumento di morti è stato oggetto di recenti studi anche in California e adesso salta fuori che il governatore dello stato vuole, contrariamente alla parola data, mantenere segreti i dati scientifici in base ai quali sono stati messi in piedi i lockdown  con il vergognoso  e ridicolo pretesto che tali dati “potrebbero confondere e magari trarre in inganno il pubblico”. Un pubblico che in realtà è stato ingannato per mesi e che si vuole continuare ad ingannare in tutti i Paesi, Conte docet. Ma vedete di fronte a queste notizie c’è qualcosa che mi frulla in testa: è possibile che un aumento di mortalità semplicemente a seguito di panico e confinamento fosse stata prevista da quelle fondazioni, università, coaguli di potere come il forum di Davos ( tanto per citare gli organizzatori dell’event 201) o centri studi legati ai servizi, insomma i soggetti che da anni si occupano di una possibile pandemia da coronavirus? Lascio aperta la domanda perché non ho sufficienti elementi per rispondere, perché non voglio rispondere o prendere in considerazione la peggiore delle ipotesi.

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2 responses to “I confinamenti killer

  • andrea z.

    Sul sito dell’agenzia militare DARPA collegata al Pentagono viene spiegato il motivo degli ingenti investimenti dell’apparato militar-industriale nel settore dei vaccini.

    Prima una breve introduzione.

    Nel 2012 con il programma ADEPT: PROTECT *, DARPA ha iniziato a investire nello sviluppo di vaccini con codifica genica, una nuova categoria di misure preventive basate su DNA o RNA.
    In questo approccio, i geni che codificano antigeni immunostimolanti, come le proteine ​​spike sulla superficie di virus come quello (SARS-CoV-2) che causa COVID-19, vengono consegnati direttamente al corpo del ricevente.
    Lì, le istruzioni contenute nel DNA o nell’RNA sollecitano le cellule del corpo a produrre la proteina virale antigenica, che, a sua volta, suscita una risposta immunitaria al virus. protezione immunitaria riproducibile a lungo termine.

    A questo punto nasce un problema.

    Affinché i vaccini funzionino, tuttavia, spesso richiedono più di una dose e spesso occorrono settimane o mesi prima che il sistema immunitario di un ricevente possa costruire di nuovo una protezione sufficiente contro il bersaglio virale del vaccino.

    Il problema coinvolge direttamente il personale militare e rischia di mettere a rischio i tempi e l’efficacia degli interventi americani.

    Con queste realtà biomediche arrivano minacce ai combattenti se si schierano in regioni piene di patogeni prima di aver stabilito l’immunità pertinente e minacce alle missioni militari a causa del dispiegamento ritardato del personale fino a quando non ottengono la protezione immunitaria.

    Perché un vaccino conferisca l’immunità, deve portare al produzione all’interno di un destinatario di anticorpi altamente potenti che possono neutralizzare l’agente patogeno.

    DARPA ha avviato il programma ADEPT: PROTECT (più spesso indicato più semplicemente come ADEPT) con l’intenzione di lanciare un nuovo percorso verso una protezione quasi immediata contro i patogeni per i quali i vaccini non sono ancora disponibili e per conferire una protezione temporanea durante lo sviluppo di un vaccino, che può richiedere anni.

    Fai clic per accedere a ADEPTVignetteFINAL.pdf

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  • andrea z.

    Nel 2012, più o meno mentre Andy Geall, capo del centro di ricerca Novartis di Cambridge in Massachusetts e i suoi colleghi stavano descrivendo il primo vaccino a RNA incapsulato con LNP, la US Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) ha cominciato a finanziare alcuni gruppi in aziende come Novartis, Pfizer, AstraZeneca, Sanofi Pasteur e altre perché lavorassero su vaccini e terapie basati sulla codifica dell’RNA.
    Tutti i grandi nomi del settore però hanno abbandonato questa tecnologia. “Non intendevano assumersi rischi con un nuovo percorso normativo per i vaccini, anche se i dati promettevano bene”, racconta Dan Wattendorf, ex direttore di programma alla DARPA.

    Tuttavia due aziende più piccole, collegate al programma DARPA, hanno continuato a lavorarci sopra.
    Una era CureVac di Tübingen, in Germania, che nel 2013 ha cominciato la sperimentazione umana di un vaccino antirabbico.
    Anche la CureVac ha un vaccino anti-COVID-19 in una fase di sperimentazione avanzata.
    L’altra era Moderna, che partendo dal lavoro finanziato dalla DARPA è arrivata, verso la fine del 2015, alla sperimentazione clinica di un vaccino basato sull’RNA per un nuovo ceppo di influenza aviaria.
    https://www.previdir.it/come-covid-ha-dato-il-via-libera-al-potere-dei-vaccini-a-rna/

    Quindi il denaro per finanziare gli studi sui vaccini proviene dall’ambiente militare, lo stesso che ha creato tutto il sistema di aziende informatiche della Silicon Valley.
    https://www.fastweb.it/web-e-digital/storia-del-progetto-arpanet/

    La Defense Advanced Research Projects Agency (nome inglese che tradotto letteralmente in italiano significa “Agenzia per i progetti di ricerca avanzata di difesa”), più conosciuto con la sigla “DARPA”, è un’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare.

    Non si tratta di un’agenzia governativa che finanzia semplicemente studi sulle tattiche da seguire sul campo di battaglia, ma si occupa delle guerre del futuro, delle battaglie spaziali o nel sottosuolo.
    https://it.businessinsider.com/altro-che-guerre-stellari-lesercito-usa-e-convinto-che-il-prossimo-conflitto-si-combattera-sottoterra-e-la-soluzione-potrebbe-consistere-in-unorda-di-fantascientifici-robot/

    Altre aree di indagine riguardano il controllo mentale, il potenziamento della memoria, la lettura e l’interpretazione dell’attività cerebrale coinvolta nella formazione dei ricordi, l’influenza dei campi magnetici sulla mente umana e così via.
    https://www.hwupgrade.it/news/scienza-tecnologia/dalla-darpa-un-dispositivo-per-potenziare-la-memoria-delle-persone_58818.html

    Quindi dietro la grande sperimentazione vaccinale e psicologica che sta dietro il fenomeno Covid-19 troviamo un’agenzia militare che si occupa di scienza e di fantascienza, che studia e programma gli eventi futuri e che gestisce anche lo sviluppo del settore informatico.
    Alla fine di tutto troviamo il blocco di potere militar-digital-farmaceutico che sta conquistando il mondo, anche se l’elemento militare purtroppo è quello che controlla tutto.

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