Non credo ci voglia molto a comprendere come Paesi disposti a sacrificare milioni di vite in virtù di un diritto di rapina e di comando, facciano delle operazioni umanitarie un capitolo della loro inumanità. Lo si vede benissimo a Gaza dove i Paesi europei stanno agevolando la migrazione della popolazione proprio per favorire la pulizia etnica della Striscia che è uno degli obiettivi di Israele. Ecco, dirà il solito cretino all’erta sugli spalti del trollismo: non si possono fare azioni umanitarie senza che qualcuno non le critichi. Ma vi pare che proporre a migliaia di famiglie di Gaza di trasferirsi per sempre in Francia, in Spagna, i Paesi più attivi in questo trasferimento, come sta avvenendo in maniera massiccia, sia qualcosa che testimoni della natura soccorrevole delle società occidentali? Ne testimonia invece l’inaffidabilità e l’ipocrisia. Se davvero tenessero a una qualunque forma decente di umanità non avrebbero fornito armi e copertura politica per le stragi di Netanyahu.
Il 2 settembre 2026, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che non esisteva “una vera soluzione per Gaza” senza tale migrazione forzata e che “Israele avrebbe facilitato la migrazione dei palestinesi da Gaza verso altre destinazioni via mare, aria e con ogni mezzo possibile”. Il giorno seguente, il ministro della Sicurezza nazionale, il famigerato Itamar Ben-Gvir, ha presentato un piano d’azione nazionale per quella che ha definito la “migrazione volontaria” dei palestinesi di Gaza, che prevede il trasferimento di 1,8 milioni di residenti in sette anni, con circa 250.000 persone da allontanare nel primo anno. Del resto quasi esattamente un anno prima di tali dichiarazioni è stata creata l’Amministrazione per l’Emigrazione Volontaria, all’interno del Ministero della Difesa di Tel Aviv, con il compito di individuare, in collaborazione con gli alleati, vale a dire on noi, le destinazioni per il reinsediamento degli abitanti di Gaza. E così, i governi occidentali, incapaci a quanto pare di dire no al sionismo esasperato che governa Israele, invece di opporsi alle stragi, anzi aiutandone la logistica e soffocando le critiche e le manifestazioni delle proprie stesse popolazioni, finiscono per rendere umanitario qualcosa di disumano.
Lo scrittore e accademico palestinese Yousri Al-Ghoul, 46 anni, ha trascorso l’intera durata della guerra nel nord di Gaza, una regione deliberatamente isolata dal resto della Striscia, sottoposta a un lungo assedio, alla fame e colpita da alcuni dei bombardamenti più implacabili dell’intero genocidio, con interi quartieri rasi al suolo e la sua popolazione ridotta a una frazione di quella che era prima dell’ottobre 2023. Nonostante tutto, è rimasto attivo sui social media , esortando le persone a non arrendersi e a restare nella Striscia. Ma poi è dovuto scappare perché le forze israeliane avevano preso di mira in modo sistematico scrittori, intellettuali e personalità di spicco a Gaza. Una borsa di studio a Losanna è senz’altro meglio di essere colpiti da una pallottola o dilaniati da una bomba, ma l’obiettivo rimane sempre lo stesso, vale a dire svuotare in qualche modo Gaza. E naturalmente solo pochissimi possono trovare soluzioni “di lusso” come Al-Goul. Per tutti gli altri ci sono lavori miseri e sradicamento.
Altra storia, quella di Ahmad Mahmoud, pseudonimo utilizzato per proteggere la sua identità: ha lasciato Gaza nel maggio 2026 tramite l’Organizzazione Mondiale della Sanità perché uno dei suoi figli necessitava di cure impossibili a Gaza. Mahmoud afferma che se esiste un’organizzazione in grado di aiutare Israele a svuotare la Striscia, questa è l’Oms, perché possiede i dati e le registrazioni più complete sulla popolazione e sulle famiglie di Gaza. E pur sottolineando di non accusare l’Oms, descrive quanto accaduto dopo la partenza della sua famiglia come la prova di qualcosa di più di una semplice evacuazione medica. Ha descritto questa dinamica come una forma di “migrazione morbida”, in cui le famiglie che partono attraverso canali umanitari con l’intenzione di tornare non appena se ne presenterà l’opportunità, vengono immediatamente indirizzate verso le richieste di asilo e l’insediamento permanente all’estero.
D’altro canto tutto questo non fa che ripercorrere in maniera particolare la logica complessiva dell’emigrazione di massa: prima si crea il problema o lo si porta all’esasperazione invece di risolverlo e poi si interviene in nome del diritto all’accoglienza.


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Ma ad Israele ca va sans dire… a Palestinesi da decenni… quando porge mano… è per stritolare!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/