Durante l’incontro annuale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha minacciato, per l’ennesima volta, di annientare l’Iran, ma subito dopo ha annunciato il successo dei primi colloqui diretti tra America e Iran dopo mesi. Forse, anzi quasi certamente, The Donald e la sua cricca di amici e clientes hanno fatto buoni guadagni in Borsa, sapendo che sarebbe arrivata questa rivelazione, ma non è questo comportamento al limite della patologia di un’amministrazione, ma il fatto che un accordo con l’Iran comporta in gran parte accettare le condizioni di quest’ultimo. L’America sembra intrappolata tra escalation e negoziato, ma questa apparenza è falsa perché l’escalation a questo punto non potrebbe che essere nucleare con tutte le conseguenze del caso: le forze Usa ora hanno a disposizione meno mezzi di quanti ne avessero al momento della loro aggressione per cui la loro scelta negoziale è quasi obbligata: Va solo opportunamente condita di retorica magniloquente e aggressiva per essere fatta digerire all’elettorato trumpiani e comunque salvi le ambizioni storiche del presidente, compreso l’Arco di Trionfo che intende costruire a Washington.
Il Pentagono stesso è sceso in campo ufficialmente per far capire che la guerra con l’Iran è entrata in un vicolo cieco: nel “libro degli ordini” che le forze armate stilano ogni due settimane si fa chiaramente sapere, forse come futuro alibi, che non ci sono forze sufficienti. Il generale Alexus Grynkewich e l’ammiraglio Daryl Caudle hanno detto che le navi sono insufficiente, che solo un quarto dei cacciatorpediniere è pronto a prendere il male e che scarseggiano i missili di di difesa e di attacco si stanno esaurendo. In poche parole l’operazione Iran è durata troppo a lungoe non ci sono possibilità di vittoria convenzionale. Trump ha fatto rimuovere il documento in cui queste cose venivano dette, perché sono un pugno in faccia alla propria presidenza e un colpo ancor più basso al narcisismo di mister president. Ma la realtà è questa: bisogna trattare e con questo possiamo assistere in diretta al tramonto del Medio Oriente americano e anglosassone che da oltre un secolo, cioè dalla fine della prima guerra mondiale ne hanno deciso gli assetti. Nonostante la spavalderia della Casa Bianca ci sono segnali evidenti: Trump si è rifiutato di unirsi all’Arabia Saudita nell’attacco agli Houti in Yemen e anzi, all’insaputa di Crosetto, impegnato a dire cazzate sulle gonne delle ragazze, ha aperto colloqui con loro, facendo infuriare Riad; gli ultimi soldati americani rimasti in Iraq dovrebbero partire alla fine di questo mese; le basi a stelle e strisce sono state duramente colpite dall’Iran causando danni: enormi 4 miliardi solo per i velivoli distrutti o almeno per quelli ufficialmente persi.
Ma poiché la natura e soprattutto il potere aborrono il vuoto, il ruolo che finora hanno svolto in successione l’impero britannico e poi gli Usa verrà preso da qualcuno. E questo qualcuno è in prima istanza proprio l’Iran che si prefigge di controllare lo stretto del petrolio, ovvero Hormuz e che quindi avrà grande influenza sui Paesi del Golfo, poi c’è la Turchia che vede la possibilità di un ritorno del proprio peso specifico geopolitico sui territori che furono parte dell’impero ottomano e in particolare su Siria e Iraq. Infine c’è la Cina che agisce per interposto Pakistan il quale, come tappa della Via della seta, ha visto crescere la propria importanza nell’aerea arrivando a siglare accordi di assistenza militare con Arabia saudita ed Emirati. Addio dunque agli accordi di Abramo, anche se come si noterà i Paesi arabi sembrano incapaci di ritrovare una unità di intenti che li renda davvero protagonisti in questa fase. Prima devono superare una storia di occasioni mancate e di divisioni, derivate in gran parte proprio dall’azione dell’impero e del suo divide et impera. Ma venendo meno questo elemento la loro storia è come finalmente liberata.


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