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Non c’è miglior ottuso di chi non vuol capire

Restauro_come_terapiaTre sono stati i post più criticati di questo blog che pure in parecchi anni ha affrontato tanti temi e tante polemiche: quello sulla farsa umanitaria della capitana razzo perché questo significa Rakete in tedesco (Fernrakete erano i missili a lungo raggio ovvero le V2), quello su David Bowie in cui osservavo l’assoluta distanza tra il mito commercial – estetico del personaggio e la sua realtà di musicista conosciuto in pratica per una sola canzone che, diciamolo, era un facile ritornello e infine quello su Steve Jobs, fighetto in occidente, schiavista altrove. Si tratta di  argomenti molto diversi, ma che testimoniano efficacemente della gregarietà assoluta del discorso pubblico che non sopporta voci fuori del coro delle tesi e dei personaggi imposti, specie quando queste voci non cercano affatto punti di incontro o aree di diplomazia, ma si prefiggono per l’appunto di mettere il dito nella piaga e far urlare il paziente, spesso ignaro delle suppurazioni culturali di cui è vittima. Nel caso della capitana della Sea Watch, personaggio con molte ombre compreso un pater familiae trafficante d’armi (e pare proprio nel settore missilistico) , gioca anche il fatto che la stroncatura dello squallido giochetto umanitario interviene su un tema ambiguo nel quale un certo ambiente arresosi al pensiero unico e dunque ad ogni sua più volgare e scoperta propaganda, invece di insorgere a fianco di  coloro che sono aggrediti e rapinati dall’imperialismo occidentale tanto da dover scappare dalle loro terre, si compiace di una beneficenza pelosa spacciata come umanità. Un po’ come scambiare l’elemosina per fatto sociale.

Encefalogramma piatto anche quando, come in questo caso, una ricca figlia di papà alla ricerca di fama prende in ostaggio qualche decina di migranti, non li sbarca nei porti più vicini, ossia Tripoli o Tunisi o Malta, né fa rotta per i Paesi che fanno a pugni per essere gli ipocriti campioni dell’accoglienza (ricordate la vergogna di Calais?) e che adesso la difendono come fosse un eroina, ma si ferma a davanti a Lampedusa per il solo scopo politico di forzare il blocco salviniano, violando una serie innumerevole di norme italiane e internazionali, nonché gli stessi accordi presi a suo tempo da Minniti.  L’operazione non ha trovato nemmeno l’appoggio della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, chiamata in causa dalla Rakete, ma tutto questo non scuote i fedeli soldatini dell’ordine neo liberista cui fa aggio la scarsa abilità di Salvini e del governo nel suo complesso nell’affrontare la situazione.

Ora potrei fregarmene altamente di queste persone, incapaci di fare un passo fuori dal breviario omologato della sinistra immaginaria e  spaventati dalla possibilità di perdere il sentiero senza paesaggio che percorrono, se non fosse che la loro appartenenza a quel mondo che può permettersi la menzogna e l’autoinganno, non mi inducesse a tentare di comprendere come si sia arrivati a questo punto. Da una parte, quella grossomodo piddina, deriva dal totale fallimento socialdemocratico e del progetto illusorio  di mantenere il capitalismo dentro il recinto delle logiche keynesiane che ovviamente è stato possibile solo fino a che c’è stata una resistenza politica e geopolitica al capitalismo in quanto tale, finché ha retto l’esigenza di un dover essere contrapposto all’essere, una speranza da concretare e un’utopia da seguire. Poi c’è la traiettoria della sinistra che oggi potremmo definire radicale che sembra totalmente ignara del fatto che Marx non è mai stato assertore di un internazionalismo astratto, anzi si è sempre premurato di operare una netta distinzione tra cosmopolitismo borghese e internazionalismo proletario. Tutto deriva dalla svolta operaista degli anni ’70 che puntava le sue carte sul fatto che la direzione di sviluppo dell’accumulazione capitalista fosse interamente determinata dalle lotte operaie. Ma una volta venute meno queste ultime per la scomparsa dell’operaio massa, anche ammesso che non si trattasse di un soggetto astratto, tale ruolo è stato attribuito alla “moltitudine” come insieme delle classi subordinate dedite alla propria auto valorizzazione, insomma un concetto evanescente,  di comodo più che altro la cui massima aspirazione non è certo né la rivoluzione, né un cambiamento, ma al massimo la disobbedienza in ragione del desiderio. E da questo che è nato il linguaggio chiamato sinistrese che si sostanzia oggi in un sistema di luoghi comuni e di feticci che permettono l’idea astratta di rivoluzione o cambiamento radicale assieme al concreto consumo capitalistico.  Insomma un pasticcio che non ha mai sopportato lo spostamento dello scontro strategico di classe sulla sovranità popolare che invece è qualcosa di ben definito e di efficace, non fosse altro perché scalza la necessità della globalizzazione  come processo oggettivo e lineare determinato dalle presunte leggi economiche. Qualcosa insomma che non è l’orizzonte, ma apre un orizzonte.

Dentro questo maelstrom  è anche suppurata l’idea della svolta linguistica nelle scienze sociali per la quale  esistono solo opinioni soggettive e “narrazioni” la cui verità è indimostrabile e dunque non va nemmeno messa in contro: chiaro che in tali condizioni la narrazione deve avere non solo uno stile, ma anche un bon ton che rifiuta i toni, duri e spigolosi i quali di per sé rimandano se non altro emotivamente all’esistenza di una possibile verità e dunque sono inammissibili. Questo almeno all’interno della tribù di sedicenti iniziati perché poi al di fuori, vale qualsiasi contumelia, dal popolo bue, ai dementi, ai famosi sdentati di Macron. Insomma alla fine si potrebbe dire che non esiste miglior imbecille di chi non vuol capire. Ma sì,  firmate petizioni per la capitana, leggete Micromega e siate felici: quale migliore condizione è quella che permette di obbedire al padrone, convinti di disobbedirgli? L’io debole che serve al capitalismo come recipiente flessibile per i consumi serve anche per queste merci

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