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Leggende riciclate: c’era un cinese in coma

download (1)Spesso, per non dire sempre, l’idea di mondo che abbiano non ha a che fare coi dati di realtà e nemmeno con l’enorme di mole di singole bugie o ipocrisie che ricoprono le menti come il lapilli coprirono in corpi dei pompeiani, quanto con una vera e propria propaganda pervasiva che di fatto costituisce una continua quanto dissennata e contraddittoria costruzione di una realtà fittizia. Così non bisogna stupirsi se dall’oggi al domani una linea di narrazione cambia completamente come per esempio è accaduto con il leader Nord coreano Kim, passato da oggetto di scherno e pericoloso criminale a statista di livello che è riuscito a vincere la sua partita a scacchi con Trump, anche si è riluttanti ad ammettere quest’ultimo particolare.
Ma in questi giorni un altro filone narrativo sulle magnifiche sorti e progressive del sistema, sta cadendo a pezzi e se l’allarme non ha ancora raggiunto le cronache dei grandi media, si affaccia prepotentemente nelle pubblicazioni scientifiche dove ci si chiede come si farà a smaltire l’oceano di plastica ora che la Cina ha chiuso le porte al riciclaggio. Non è uno scherzo perché l’ex celeste impero finora rilavorava o smaltiva il 72% di tutta la plastica prodotta nel mondo e dunque si tratta di ricostruire anzi di creare tutta una filiera che oggi non esiste. Tuttavia è ancora più importante e interessante scoprire il perché di questa drastica decisione di Pechino e la risposta è in qualche modo agghiacciante: la qualità della plastica è diventata talmente bassa che il riciclaggio è possibile in una percentuale sempre più ridotta e la Cina rischierebbe di diventare una discarica.
Viene da ridere pensando a tutti gli allarmi sulla plastica cinese che l’informazione mainstream ha diffuso a piene mani in questi ultimi 20 anni visto che in definitiva si trattava in gran parte proprio plastica occidentale ricicciata. E su questo stesso filone c’è un aneddoto curioso da raccontare quello di una finanziaria italiana operante nel settore di import – export che stava assistendo  una nota e prestigiosa marca del made in Italy per vendere un grande quantitativo di calzature di lusso in Cina. Quando però i campioni furono mostrati ai possibili compratori ci fu una scena degna del miglior Feydeau: ” Ma come – dissero i cinesi – queste scarpe le produciamo noi e volete rivedercele a un prezzo stratosferico solo per aver aggiunto un marchio?”

Ci possiamo anche ridere su, di possiamo divertire su episodi del genere, ma questa faccenda della plastica è di livello strategico e richiama anche un’altra narrazione quotidiana, ossia quella per cui si fa di tutto per preservare l’ambiente e che le tecnologie sempre più sofisticate di produzione sono in grado di porre rimedio ai guai del consumismo sfrenato permettendo dunque al sistema di sopravvivere a tempo indeterminato. Al contrario scopriamo che la qualità tende ad abbassarsi sia per ragioni di profitto che per accelerare il ritmo di obsolescenza e sostituzione dei prodotti, mentre ci si gingilla con grandi kermesse ambientali e ci si viene  a raccontare che i grandi inquinatori sono altrove.

 

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