harvey-weinstein-chuck-schumer-barack-obamaIn un certo senso è un bene che sia uscito fuori il caso Weinstein. E non tanto per le molestie vere o presunte che purtroppo le donne normali sono sempre più costrette a subire in silenzio perché ai rigori teorici delle leggi che s’inaspriscono si contrappone il sempre più forte ricatto del lavoro reso posibile da altre manipolazioni legislative e costituzionali: le querimonie che si alzano soltanto quando si toccano i piani alti, i do ut des dei potenti, testimoniano solo della disguaglianza introiettata e rappresentano un ipocrita riscatto su carta patinata da sfogliare presso il coiffeur.

Il caso Weinstein ci dice invece molto di più per altri versi  a cominciare dal suo riuscito quanto significativo tentativo di coinvolgere  il Mossad nella ricerca delle persone che lo accusano per poi minacciarle e costringerle al silenzio, per finire con i suoi viaggi con vista Cia ai campi giordani dei mercenari Isis per prepare opere di propaganda. E’ uno strappo nel sipario della comunicazione e intrattenimento dell’industria cinematografica americana, usata ormai da 60 anni come puro strumento di apostolato imperiale e neoliberista che ormai ci rimbambisce da decenni. Non lo dico io, lo dice lui stesso rispondendo a Vanity fair che in una squallida commedia delle parti gli chiede come mai gli Usa non abbiano fatto nulla dopo l’attacco con armi chimiche usate in Siria (erano ancora  i bei tempi in cui questa grottesca narrazione non si era scontrata con i dubbi devastanti di un’azione sotto falsa bandiera): “Non abbiamo fatto nulla? L’America è il loro riferimento con le star del cinema. Siamo la loro Shah Rukh Kahn, Wahlberg, Cruise, Stallone: i ragazzi che fanno la cosa giusta”. 

Appunto è il sistema Hollywood che si insinua nella sfera subliminale e suggerisce ai sudditi sparsi per il mondo cosa sia la cosa giusta: che il cinema e successivamente la televisione, la comunicazione e l’intrattenimento nel loro complesso insomma,  potessero essere essenziali strumenti di propaganda è diventato chiaro fin dai tempi del maccartismo che in maniera rozza cercava di espellere i comunisti o semplicemente le persone non allineate all’eccezionalità americana. Finita la triste commedia, cos’ sguaiata che rischiava di compromettere la credibilità della democrazia americana,  è rimasto però pienamente in vigore il concetto centrale: sottopelle, attraverso il denaro, le joint venture segrete, gli aiutini sottobanco delle amministrazioni, i produttori giusti, gli autori fedeli, la messa in moto di tutte le sinergie politiche e geopolitiche si è imposto quel cinema e quella televisione come punto di riferimento di generazioni man mano sguarnite di senso critico e di socialità. Così si è raggiunto l’obiettivo di creare il più vasto sistema di condizionamento conosciuto. Oggi il cinema americano non è nemmeno concepibile senza questa dimensione e chiunque abbia un minimo di esperienza nella decrittazione dei messaggi può accorgersene. Poi ogni tanto un film critico o apparentemente tale, qualche produzione seriosa, un autore fuori dalle righe lasciato libero di agire o magari la campagna contro il molestatore di cui tutti sapevano che tuttavia ha ben altri peccati sulla coscienza, non ultimo quello di aver fatto parte della sfera quasi intima dei Clinton oggi in disgrazia dopo le ultime sul Russiagate, riverginano il sistema Hollywood divenuto una cosa sola con le produzioni televisive e impegnato a ripetere sempre le stesse storie, con la medesima sintassi delle immagini e la grammatica di ripresa.

L’effetto noia e prevedibilità anche nell’imprevedibile del 90 per cento delle produzioni americane mi riesce indigesto. Ma tanto che importa, non è più l’industria dell’intrattenimento a doversi adattare agli spettatori, ma sono questi che sono stati adattati ad essa e sorbiscono come ambrosia la paccottiglia che viene loro servita apprendendo persino cos’è la cosa giusta. Di cui Weinstein è con tutta evidenza un esperto, visto che dietro la facciata di rispettabile e ricco  membro del sistema hollywoodiano nasconde la stessa arroganza e violenza dell’impero, la stessa immorale eccezionalità. Tanto che il figlio dell’intagliatore di diamanti e miliardario senza scrupoli, il produttore dell’Isis, fa parte della Robin Hood Foundation. Non solo il genio, ma pure l’ipocrisia, la si mette più nella vita che nelle opere.