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La nuova promessa del cinema

310x0_1463943601419.GettyImages_533466880Con la fine di maggio si è per fortuna esaurita l’orgia di Cannes, quella disgraziata passerella in cui sfila il narcisismo dell’esangue critica cinematografica impegnata a parlarsi addosso. E non potrebbe fare altrimenti visto che è parte di quel complesso meccanismo ideativo – economico da cui nascono i film, che parla quasi sempre di estetica con gli occhi rivolti all’editore (spesso ormai legato al produttore) e foderati con il suo prosciutto, talvolta di ideologia quando si tratta di bacchettare le idee altrui che tanto spiacciono a chi paga lo stipendio ( vedi il Corriere della Sera sulla Palma d’oro a Ken Loach), inevitabilmente di precedenti, analogie, confronti e di stilemi senza accorgersi che nella quasi totalità della produzione occidentale e massimamente in quella americana i film vengono composti con la solita scatola di lego, con schemi di sintassi e di narrazione che li rendono così prevedibili e noiosi da doversi distrarre con gli effetti speciali e da lasciare progressivamente il campo alle serie televisive che non sono più narrazione vera e propria, ma creazione di mondi normalizzati, di ambienti rassicuranti, di edificante banalità a getto continuo.

Tutta questa logica, anche a prescindere dai condizionamenti di bottega e da quelli più generali derivanti dalle egemonie culturali, è assolutamente inadeguata e suona decisamente falsa. Mentre si riconosce ampiamente che l’arte almeno nell’ultimo millennio è stata anche un fenomeno di propaganda dei potenti di ogni genere, si fa finta che la decima musa navighi in una sorta di empireo o di punto zero nel quale l’unica categoria sociologica riconosciuta valida è il rapporto costi – profitti. Il mercato si dirà applicato a una forma di espressione che la filosofia post illuministica aveva estrapolato dal contesto concreto per immetterla in un ammantato mondo di intuizione estetica e spirituale. Ma si direbbe una ovvietà insufficiente perché ciò che conta  davvero non è il libro mastro della produzione, ma il fatto che occorre rendere assoluto il piano antropologico e valoriale nel quale il mercato è fulcro di tutto. Anche questo ovviamente non è estraneo alla vecchia arte nel quale il committente, fosse un signore o un Papa, non pagava soltanto l’opera riguardante un determinato soggetto, ad uso privato o pubblico ma anche e soprattutto una glorificazione chiara del proprio mondo o di quello che incarnava. Meglio una crosta chiara e immediata che un capolavoro oscuro anche se bellissimo.

Non è che dalle immaginazioni religiose, mancasse il maligno o l’inferno oppure il nemico, il boia, il Longino di turno anzi esso serviva a rendere più evidente la via del bene ovvero del potere e asserirne la realtà inevitabile. Oggi esiste una committenza diffusa e un obbligo di cassetta che non permettono di fare dei paragoni assoluti, anche se è sempre possibile rapportare, per esempio, anche se su livelli drammaticamente diversi il ruolo di un Bernini per il potere papale a quello di Spielberg per l’establishment americano,  ma sta di fatto che abbiamo decine di film sui disastri dell’economia finanziaria, compreso “La grande scommessa” che indicano errori, depistamenti, crimini senza mettere minimamente in dubbio i meccanismi fondativi di mercato, né l’antropologia dell’egoismo su cui esso si radica, così come la straordinaria e psicoanalitica fantasia di Bosch non sfiora minimamente i fondamenti della fede cristiana, anzi se ne fa latore proprio nella sua crudele bizzarria.

Ma appena si sfiora la dimensione di critica vera, non appena compare uno dei rari film in controtendenza come “Un altro mondo è possibile” di Ken Loach , che ha avuto la Palma d’oro a Cannes,  ecco che il critico nostrano, dopo un accurato sguardo alla busta paga, vi vede ideologia, comizio, schematicità non rendendosi nemmeno conto che ogni tanto, ma proprio ogni tanto  un solitario film davvero critico, serve magnificamente la causa dell’egemonia culturale rendendo possibile scambiare una libertà  occasionale con quella normale che in effetti non esiste. Addirittura raccontare la storia di un operaio e delle sue pene nell’Inghilterra di oggi è per qualche imbecille da esposizione un’opera ricattatoria perché non permette di sfuggire alla responsabilità e alla consapevolezza di ciò che il liberismo impone. Del resto la stessa giuria che non poteva eludere questo grido di dolore di Loach che è lo stesso di milioni di persone, pena un indecoroso sospetto hollywoodiano, ha dovuto premiare in via compensativa per questo affronto anche un’operina che tratta più o meno di ambienti marginali, questa volta in Usa, ma con le solite stigmate del sogno americano che si reincarna in formato contemporaneo nel continuo viaggiare  e nel vivere felici alla giornata. Ma in definitiva non si ricerca la felicità? Dunque la promessa è stata ancora una volta mantenuta. Questo sì che non è ideologico o ricattatorio e nemmeno schematico. E’ semplicemente esile e scemo. Ma in definitiva è proprio questa la nuova promessa, compresa quella del cinema.

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