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C’è un giudice in televisione

slide11La televisione indica la strada e ne costruisce il fondo. Se poi questa televisione è emanazione diretta del potere finanziario globale, come Sky, l’indicazione diventa una mappa del futuro che si vuole preparare, anzi un navigatore che ci indica svolte e punti salienti con precisione a meno di non recidere qualche filo. Ieri pomeriggio, fuggendo dagli spot sono capitato sulla Otto, nuova acquisizione del cielo inquinato di Murdoch, dove era in scena l’ennesimo para reality giudiziario, ovvero la messa in opera romanzata di una causa in tribunale con tanto di giudice, di avvocati, di parte e controparte, avvolti nel chellophane di una storia che si vuole reale anche se è quasi completamente di fantasia, recitata da attori che svolgono il ruolo dei supposti protagonisti, da altri che invece interpretano i loro alias e da altri ancora che fanno la parte degli avvocati e dei magistrati. E’ proprio questa caratteristica totalmente narrativa unita al tentativo propedeutico di fare apocrifa giurisprudenza televisiva, che rende agghiacciante la scelta di rappresentare la giustizia del più forte come accettabile, corretta e normale pratica nell’ordinamento giudiziario.

Allora c’è una causa fra due donne in carriera, suscitata nel sottofondo da una rivalità amorosa. La differenza fra le due è data dal fatto che una, quella che ha messo in ridicolo coram Facebook l’avversaria, dispone di larghi mezzi economici, mentre l’altra no. Fin qui siamo nella normalità attuale, ma con il passo successivo entriamo in quella che viene indicata come la normalità futura: la prima donna ha ordito un piano per sputtanare la seconda  via web contando sul fatto che la rivale non abbia i soldi per dimostrare il dolo, visto che per farlo è necessario mettere in campo un costoso investigatore.  Il suo avvocato, dotato di incrollabile deontofobia tranquillamente rivendicata in questo burlesque legale, non solo è a conoscenza di tutto il retroterra, ma imposta la causa  proprio sul presupposto che sarà proprio la differenza di mezzi a determinare il giudizio favorevole al proprio cliente. A questo punto però con grande indignazione del legale interviene un colpo di scena: la controparte riesce a procurarsi le prove dell’imbroglio. Ma come si permette questa pezzente? E soprattutto dove ha trovato il denaro per smascherare la mia linea di difesa? Così si scopre che la poveraccia per procurarsi i soldi ha temporaneamente attinto ai fondi di clienti o sottoscrittori  (qui la cosa è vaga) e dunque da offesa passa ad essere truffatrice. Ben le sta.

Ora proprio  la natura immaginaria della trasmissione e nel contempo  la sua pretesa di rappresentare la giustizia italiana che rende queste scelte indicative dell’ideologia della disuguaglianza. In sostanza si suggerisce che i tribunali sono e dovranno sempre più essere tavoli da poker dove chi ha più soldi e può rischiare di più finisce per vincere. Che insomma se qualcuno con più denaro calpesta i vostri diritti dovete abbozzare perché non potete permettervi di avere giustizia o potete entrare in un gioco più grande di voi. Vedete la fine che fanno quelli che tentano di resistere. Ora giustamente qualcuno si chiederà che senso possano avere queste considerazioni su una trasmissione televisiva che immagino non spopoli. Chissenefrega. Invece è  un esempio di scuola di come certi concetti vengano prima insinuati e poi conficcati nella testa delle persone che non hanno sufficienti difese: si tratta di metafore e apologhi che quando vengono da una fonte considerata autorevole lavorano in sottofondo, nel substrato emotivo dove l’insieme di suggestioni provoca un effetto paradosso trasformando, per via imitativa ciò che appare come negativo in positivo.  E’ una tecnica per far perdere allo spettatore la sovranità delle idee:la natura della giustizia diseguale diventa così una specie di prodotto accreditato.

In ogni caso è certo che la costruzione di questo tipo di storie, di questo falso reale, non è per niente fortuito, risponde da una parte alla mentalità “avanzata” degli autori che le pensano e dall’altro a un sottinteso progetto pedagogico subliminale che viene portato avanti su ogni fronte. E del resto una ragione ci sarà se siamo arrivati a considerare una perversa manipolazione della Costituzione che oltretutto è anche infantile e ridicola.

 

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3 responses to “C’è un giudice in televisione

  • Anonimo

    “E’ proprio questa caratteristica totalmente narrativa unita al tentativo propedeutico di fare apocrifa giurisprudenza televisiva, che rende agghiacciante la scelta di rappresentare la giustizia del più forte come accettabile, corretta e normale pratica nell’ordinamento giudiziario.”

    La giustizia + l’utile del più forte…Trasimaco.

    La Repubblica di Platone.

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  • Manunzio

    Infatti in un orizzonte piatto (encefalogramma cardiogramma) il contenitore, vuoto, è contenuto. Ma un passettino indietro necessario, c’è lo rivela il Forum Rete4 Biscione della Rita Dalla Chiesa d’antan. Televisione “privata”. Distrazione di massa alla enne potenza: finto-vero-verosimile e infine spacciato per “vero”. Cosa non ha importanza, ché come la calunnia, prima o poi qualcosa resta attaccato e il popolino…
    Il teledipendente che non è entrato mai in Tribunale cosa pensa? Vede i Perry Mason e tanto gli basta (noi siam cresciuti così). La “giustizia” alla fine trionfa tutti al bar, o meglio alla cassa! E buona notte, alla lettera, ai suonatori, i soliti pifferai.
    Quindi si passa l’idea cinematografica&televisiva che il “tribunale” è, appunto, quest’ultima, come un Porta a Porta de facto la Quarta Camera, luogo dove si firmano (cambiali) in diretta: vero Silvio Berlusconi? Certo ci va un altro, chessò mettiamo un Renzi, è rinnova le cambiali, ma con sorriso gigliato. Quanto di massoneria o meno è esegesi complicata (data la natura dei calcoli) e non meno vexata quaestio.
    Abituare il popolino a telecomando a farsi “giustizia” televisiva. Cosa questa che è medievale, sì, proprio così. Infatti c’erano i tribunali ecclesiastici, tra amici oops tra toghe ermellino di qua e porpora d’incenso di là. Su tra amici: che dire? Poi c’eran quei (tribunali) comitali, baronali, vassalli del Re: che dire? Amici degli amici siam. Infine la tremenda “giustizia” abbattersi (Habeas corpus a farsi fottere) cieca furia su i sanculotti meglio sans papier odierni, schiavi via sbarchi marittimi sul suolo d’Occidente cristiangiudaico-grecoromano, frammassone.
    E allora? Giustizia tremenda giustizia un po’ alla Testimoni di Geova, e pena di morte, cui assisteva i futuri morituri: tombola! Una catena di montaggio perfetta da rabbrividire Henry Ford.
    Uno stato (chi è Stato?) debole con i forti e forte con i deboli, ora e sempre. Amen, Ra naturalmente per chi intende. Verso lo Stato totalitario, senza scomodare Il venerabile Magaldi e sua creatura “Amici di Roosevelt”. Il clan Roosevelt quello stesso a voler incontrare, pensa te, il Duce su un “panfilo” antelitteram, non nel Mediterraneo bensì su l’’Oceano mare? E senza manco scomodare la Us Navy e il “galantuomo” di Lucky Luciano, che di lì a breve ci sarebbero venuti a “liberare” post millenovecentoquarantatré e donarci, ecco il Perry Mason (attore Raymond William Stacey Burr) la Giustizia televisiva…

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