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Regeni, la vittima sacrificale

Roma, Sit-in in memoria di Giulio Regeni

Davvero non resisto: due settimane fa avevo brevemente scritto su Regeni (qui) limitandomi ( ma mi vanto di essere stato tra i pochssimi a farlo) a far notare che la carriera dello stagionato studente, italiano ormai solo per passaporto, si è svolta tutta all’interno di quei circuiti nei quali si muove il reclutamento l’intelligence imperiale. Per una sorta di pudore nei confronti del giovane torturato e ucciso, di questa ennesima e oscura tragedia, mi sono astenuto dal far notare con chiarezza una cosa evidente, ovvero come la tesi secondo la quale egli sarebbe stato vittima dei servizi egiziani sia davvero bizzarra  per  non dire surreale: con le decine di migliaia di militanti anti regime, una resistenza che si organizza nell’ombra, centinaia di blog e siti in aperta rotta di collisione col governo, Al Sisi rischia una crisi internazionale per far fuori uno sconosciuto studente di Cambridge che si occupa accademicamente di sindacati alternativi e che in merito ha mandato un articoletto al Manifesto il quale, forse, prima o poi lo pubblicherà.

Quanti hanno analizzato queste circostanze e il singolare iter personale di Regeni? Quanti ancora adesso non cercano di collegare il tragico fatto ai nuovi sviluppi della situazione nordafricana? Quanti dopo aver sostenuto per un mese la totale inaffidabilità delle autorità egiziane di ogni tipo e livello adesso riportano per filo e per segno l’inchiesta fatta dai magistrati di Giza sulle torture inflitte a Regeni per attizzare l’indignazione senza però portare un minimo alito di dubbio alle tesi inizialmente presentate e soprattutto senza recedere minimamente sulla totale inaffidabilità egiziana . Non ha cambiato nulla presso la lobby giornalistica italiana, in gran parte eni dipendente, nemmeno la notizia che Regeni lavorasse praticamente a tempo pieno per Oxford Analytica, ossia una centrale di spioni, creatura di Henry Kissinger oggi gestita da Colin McCole, ex capo dei servizi segreti britannici e soprattutto da John Negroponte , uno dei personaggi più controversi e opachi dell’establishmente anglo americano, l’uomo dei finanziamenti segreti ai Contras, l’occultatore delle torture inflitte in centro america dagli agenti della Cia, il tessitore della politica di Bush in Medioriente, l’uomo che viene dalla morte come lo definì  Chomsky. Non scherziamo, presentare questo mostro dello spionaggio come una sorta di innocua agenzia di informazione economica o di think tank, come i media maistream hanno fatto, non è nemmeno disinformazione, è una vergogna.

Lascio a voi il compito di analizzare la vicenda, se sia trattato di un tentativo di isolare l’Egitto dalla campagna libica e/o di un coinvolgimento forzoso dell’Italia nella guerra, non perché conti qualcosa, ma perché, al di là delle questioni di logistica militare, è opportuno per gli Usa che tutto l’occidente, nella sua totalità eidetica, emotiva e narrativa si precipiti all’ennesima crociata, senza che si insinuino inopportune differenze. Ma lascio soprattutto ai lettori il facile e angoscioso compito di distinguere tra informazione e propaganda, ragionamento e depistaggio, evidenza e segnali di fumo. Del resto se dopo 36 anni vengono ancora tenuti nascosti gli autori del tir ami (fuoco amico in francese e la lingua scelta non è casuale) che ha ucciso 81 persone su Ustica, figurarsi quanto tempo passerà prima di scoprire la verità vera su Regeni , vittima sacrificale dei nostri cari, carissimi alleati.

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2 responses to “Regeni, la vittima sacrificale

  • Anonimo

    “tra informazione e propaganda”

    finalmente sta per abbadonare gli eufemismi ipocriti del politically correct: se è propaganda, definiamola come tale e non ad esempio….narrazione (politicante…).

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    • Roberto Casiraghi

      Volevo precisare che “narrazione” o “narrativa” è spesso sinonimo di propaganda in quanto indica una copertura ideologica della verità, un modo di raccontare che dà al lettore superficiale o sprovveduto l’apparenza che tutto vada bene mentre, in realtà, si tratta di un vero e proprio depistaggio. Il fatto di chiamare gli Stati Uniti “alleati”, quando non venga effettuato in modo chiaramente ironico come in questo articolo, fa parte di una narrazione, quella secondo cui gli Stati Uniti ci avrebbero liberato dal fascismo e instaurato un regime democratico perché ci amano. Altre narrazioni connesse sono quelle relative all’antifascismo che sarebbe una sorta di reazione autoctona della popolazione italiana contro Mussolini quando è evidente che, sotto Mussolini, il popolo italiano era tutto fuorché antifascista visto che era impregnato, entusiasmato e soggiogato dalla narrazione fascista di un’Italia forte, imperiale e destinata a rinnovare i fasti dell’antica Roma. Le narrazioni, da questo punto di vista, vanno viste come un patrimonio ideologico collettivo imposto alle popolazioni ossia il modo in cui si estrinseca la propaganda per dare una parvenza di coerenza, di logica e di inattaccabilità all’ideologia dominante rispetto a eventuali narrazioni concorrenti.

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